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Jane Austen, la mia maestra virale

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 16 giugno.)

Cara Jane,

senza ciò che non ti è mai appartenuto non avresti avuto di che scrivere. La ricchezza e l’amore. La loro mancanza ti ha permesso di scoprire che oltre la persona, dentro di te c’era una scrittrice. E come scrittrice sei stata una dea, la dea della mancanza.

In ogni scrittore c’è un’altra persona. In te ci sono altre donne. Quelle che hai scritto “con un pezzettino d’avorio lungo due pollici con un pennello così fine che dopo molta fatica l’effetto diventa minimo”. Scrivendo, hai creato figure femminili con una perfezione che va oltre la sensibilità. Dentro le tue ragazze c’è il tuo sguardo, c’è la cura e la fatica di appuntare di nascosto una frase o un pensiero, di sporcarti le mani con la carta assorbente pervasa dall’inchiostro. Spesso i fogliettini su cui inventavi le tue storie, li nascondevi in casa e molte lettere che i tuoi personaggi scrivono nei tuoi romanzi sono messaggi dentro la bottiglia, piccole profezie che auguravi a te stessa di avversarsi. In parte non è stato così, in parte ce l’hai fatta. Senza la tua Lizzie o la tua Elinor non ci sarebbe stata nessuna Miss Rossella o alcuna Jo March e nessuna Carrie Bradshow avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare i sentimenti femminili non solo a New York ma in tutto il mondo.

Certo, so che avresti voluto in dono i tuoi desideri esauditi. Ma la tua esistenza è stata una partita a scacchi tra ardore e saggezza. Non c’è mai stato un desiderio egoistico. E tu mi insegni che l’egoismo è il fine di ogni storia.Ti sono grata, mia adorata Jane, per ciò che hai dato a me, salvandolo dalla cenere della tua vita, delle tue delusioni, delle tue solitudini. Ti sono grata per aver scritto, nero su bianco, che l’egoismo invece non è il fine di una storia ma la sua fine. Leggendoti ho imparato che la felicità in senso assoluto è impossibile, ma per fortuna molti difetti della nostra Vita possono generare gioie e storie infinite.

RITRATTO

Raccontare Jane Austen significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Una cosa è certa: leggerla è molto più divertente che raccontarla.

Di Jane Austen, nata in Hampshire nella campagna meridionale inglese nel 1775, si pensa di sapere tutto. Un po’ per le poche notizie che si hanno della sua vita, un po’ per la diffusione virale della sua produzione letteraria. Questa percezione onnipresente e falsamente esaustiva dell’autrice ha dato vita all’“austenite”. Non si tratta di una vera malattia e nemmeno di un morbo. È una sorta di virus letterario che influenza chi scrive storie. Si è affetti da “austenite” quando si inventano trame eccellenti, personaggi indimenticabili, ambientazioni e immaginari universali. Tutti elementi caratteristici della sua opera. Ma non solo. Si è affetti da “austenite” quando una storia d’amore scavalca le pagine di un romanzo e diventa, o si pensa possa diventarlo, una storia vera.

Di romanzi compiuti la Austen ne ha scritti soltanto sei. Ma le sue trame le sono sopravvissute, hanno prodotto meccanismi narrativi poi assorbiti non solo dai romanzi ma anche dal cinema e dalle serie tv. Comincerei a leggerli uno per uno senza seguire un ordine preciso, ma lasciandosi ispirare dal carattere delle protagoniste. Il segreto dell’immortalità austeniana. La tormentata Catherine de L’Abbazia di Northanger; le speculari sorelle di Ragione e sentimento; la caparbia Lizzie di Orgoglio e pregiudizio; l’accomodante Fanny di Mansfield Park; la sconsiderata Emma e la paziente Anne di Persuasione. Sono tutte ragazze all’avanguardia rispetto alla ligia età pre-vittoriana in cui la mente della scrittrice le ha generate.

Togliamoci dalla testa una cosa: Jane Austen tutto è stata tranne che una donnina perennemente acciacata dal mal d’amore. Tutte le eroine austeniane sono sottoposte dal’autrice a una profonda analisi psicologica, che le rende donne complesse e dunque inafferabili e attuali. Ragazze che si ribellano a padri oppressivi o che rifiutano uomini danarosi ma insensibili o che preferiscono leggere romanzi gotici invece di partecipare ai gran balli.

Un modo attuale per leggere i romanzi di Jane Austen è farlo tenendo presente che si trattava di una ragazza che scriveva di ragazze. Di tutto questo universo lei fu sublime inventrice e narratrice con un punto di vista unico: non era ciò che sapeva ma ciò che era a distinguerla dalle altre ragazze. L’ironia che caratterizza le sue storie, però, invece di renderle omaggio fu causa dell’isolamento da parte degli scrittori del suo tempo. Come le sue eroine, Jane Austen pagò caro il prezzo del suo essere vivace e niente affatto consolatoria. Per un momento della sua vita deve aver pensato che scrivere sia stata la sua più grande sfortuna. Peggio dell’amore che pure non le andò alla grande. Il politico irlandese, Thomas Lefroy, è stato l’unico amore della sua vita. Un amore breve e spezzato dalla volontà di lui che non sposò Jane Austen, ritenendola troppo povera rispetto alla sua condizione sociale. La scrittrice lo amerà fino alla sua misteriosa morte, avvenuta a 41 anni il 18 luglio del 1817.

Chi si fece ispirare da Jane Austen fu un’altra scrittrice inglese,molto amata, Virginia Woolf che di lei scrisse: “Non le piacevano i cani. Non stravedeva per i bambini. Era indifferente agli affari pubblici. Non aveva una solida educazione letteraria. Era antireligiosa. A seconda del momento, era fredda e volgare. Il solo ascoltare Jane Austen che con la sua voce non dice niente mentre i suoi critici dibattono se fosse una donna, se dicesse la verità, se sapesse leggere e se avesse avuto esperienza diretta alla caccia volpe, è positivamente sconvolgente. Noi ci ricordiamo che Jane Austen ha scritto romanzi. Sarebbe bene che i suoi critici li leggessero.”

Per la maggior parte dei suoi (non) lettori, essere Jane Austen significa essere una damina che prepara dolci e tè per le amiche e i famigliari dimenticando che la scrittrice fu una donna schiva al punto da sembrare eccentrica, con una passione per la lettura spasmodica. La sua scrittura non aderiva alle norme dell’epoca. A cominciare dal fatto che chi scriveva era una donna senza alcuna intenzione di sposarsi se non con l’uomo amato. Così, in un tempo di matrimoni senza amore, Jane rinunciò all’idea. E sposò se stessa.

Gabrielle Sidonie Colette – La mia musa infinita

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Gabrielle Sidonie Colette (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 26 maggio)

Cara Colette,

tutto ciò che si scrive, accade?

Sì. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è che ciò che non accade non si scrive. Come fanno certe persone a giurare che non ci sia una briciola di sé in quello che scrivono? Ho l’impressione che sia un atteggiamento miope, legato a una diffusa bassa considerazione della scrittura “viva” ovvero dei sentimenti contro la scrittura “morta” riguardante tutto il resto. Come se anche scrivere di un sasso non sia un modo per raccontarsi.

Ma tu lo sai che ancora vedo storcere il naso quando ti si nomina come figura letteraria rilevante? Loro dicono: ah Colette, quella che ha scritto “Cherie”? Quella che amava i ragazzi e le ragazze? Ma si può essere più impuri? Cosa respinge alcuni autori e autrici di fronte ai sentimenti, peraltro degli altri? Esiste un romanzo senza una storia d’amore? A cominciare da quella tra chi lo scrive e il suo personaggio? E poi quella tra chi lo legge e chi lo scrive e così via?

Ma davvero dobbiamo ancora chiederci se si possono scrivere storie senza scrivere di sentimenti?

Le tue storie di sentimenti sfrenati, resi vivi da parole così intime come menzogne sussurrate al proprio amante, fanno paura. Non siamo tutti in grado di dare parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” o frasi fatte del genere. Allora, l’amore che tu scrivi spaventa perché si può avverare. Non è composto di frasi fatte e cioccolatini. Ma di desiderio e dunque di libertà. Il tuo sguardo viviseziona il cuore umano. Ci ricorda di averlo. E che non è poi così male, il cuore. Quando vuol dire amore libero e libertà di amare.

RITRATTO – Colette la scrittrice che visse mille vite

Se esiste una giustizia letteraria questa non è il talento e nemmeno la fortuna. La giustizia per chi scrive è il destino. Il destino inteso come dna narrativo. Colette è una scrittrice del destino, la sua è una scrittura che si compie. Una scrittura del destino. Quello che si scrive succede, diceva di sé. La sua vita non le ha dato torto.

Nel pieno della bella epoque parigina, posò sdraiata nuda sulla pelle di un leone. Recitò in teatro con il seno scoperto. Simulò un atto sessuale al Moulin Rouge. La sua fama è stata immensa. Gabrielle Sidonie Colette è stata la prima donna francese a ricevere i funerali di Stato, mentre in vita fu insignita della Legione d’Onore. Scrittrice prima su commissione poi finalmente libera (dopo il divorzio), Colette amava la vita fino a divorarla. Non conosceremo mai abbastanza questa donna fuori dalla definizioni per definizione. Colette è stata una donna infinita.

Nata in Borgogna,Saint-Sauveur-en-Puisaye,nel 1873 da una famiglia modesta ma non povera che le voleva bene, soprattutto la madre Sido, a cui la scrittrice dedicherà molte prose, considerava Colette un dono prezioso che crebbe con amore e spontaneità nella lussuria della campagna francese.

La vita letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato editoriale da Henri Gauthier-Villars, detto Willy: marito e datore di lavoro che allevava ghost writer costretti a scrivere romanzi di appendice. I due si sposano nel 1893, quando lei ha 20 anni e lui 35. Arrivata a Parigi, dalla serenità della campagna francese, Colette conosce la mondanità più sfrenata. Il loro matrimonio, atraversato da continue crisi e tradimento, trova una sua crudele stabilità attraverso la famosa serie di romanzi sentimentali legati al personaggio di Claudine, in realtà alter ego di Colette costretta a produrre costantemente libri senza firmarli e senza guadagnarci granché. Il successo di Claudine e il matrimonio fallito la resero molto depressa, come racconta ne “Il mio noviziato”.

Il fascino di Colette si confondeva dietro una patina di leggerezza. Fu una donna dalle incandescenti sfaccettature di senso. Amò uomini e donne con la stessa intensità con cui amava scriverne. In “Chéri, il romanzo che la rese nota liberandola dal passato di schiavismo letterario e matrimoniale, ha per protagonista un’escort: Lea, con la passione sfrenata per un ragazzo molto più giovane che la farà letteralmente impazzire. Pubblicato nel 1920, fu subito: scandalo! Come tutte le storie di Colette, del resto.

La voce della saggezza femminile mondana attraversa il punto di vista di Colette che ha (stra)vissuto l’epoca più festosa della Francia sempre con occhi e cuore spontanei. Come giornalista scrisse di costume e società per diverse testate senza risparmiarsi mai in termini di stilettate affilate contro i dettami vetero-broghesi.

La scrittrice amava definirsi ”una borghese buongustaia e golosa”, amava l’aglio, i cosciotti, i piatti in umido, ma anche le cose semplici della terra. Colette aveva una passione sfrenata per il buon cibo. Molto presente nelle sue opere. ”Il vero gourmet” scrive ”è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato ed il pane ben impastato”. Una lezione di gusto che vale anche per la scrittura.

J. D. Salinger, le tue parole mi si addicono

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore J. D. Salinger (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 5 maggio)

CARO J. D., 
a volte mi manchi, a volte mi basta rileggere “Il Giovane Holden”. 
Non ti infastidire ma è di lui che ti voglio parlare. Del tuo migliore amico, del tuo peggior nemico.
Proprio non capisco i lettori che, gonfiandosi il petto, dicono: “A me ‘Il giovane Holden’ non è piaciuto”. Fin qui tutto ok. È un libro. Come molti libri può non piacere. Il punto è il motivo. Perché non è piaciuto? La maggior parte della volte non mi arriva una risposta concreta, ma solo un ghigno sprezzante.
Non importa cosa e come questo libro abbia cambiato la mia vita, perché l’ha fatto indubbiamente quando sono arrivata, molti anni fa, a Torino per frequentare la scuola di scrittura a lui dedicata. Posso capire che la mia scelta non sia condivisibile da tutti (e poco importa), ma ho l’impressione che talvolta, in Italia, una qualche antipatia per questa scuola sconfini, a torto, nei confronti del romanzo da cui ha preso spunto. Sento puzza di pregiudizio. Ecco, se c’è pregiudizio nella lettura certamente Holden sta antipatico. Holden i pregiudizi li smaschera e complimenti a te, caro Salinger, che nel creare il suo personaggio l’hai immaginato un ragazzo di appena 17 anni. Resterò con il dubbio che una volta adulto, Holden si sia normalizzato. Ma spero che da adulto sia stato ancora strafottente. E per strafottente non intendo cattivo, intendo puro, candido, autentico. Capace di dire una cosa inaudita: la verità. Quelli a cui “Il giovane Holden” non piace, forse non sono mai stati ragazzi. Non sono mai stati cacciati da una scuola, da una classe, da un cortile, da una parrocchia, dalla propria famiglia. 
«La gente non si accorge mai di nulla. (…) E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Tu sei riuscito a dire la verità senza mentire. Hai reagito ai permalosi, ai suscettibili, ai piagnoni, ai sotuttoio, ai sodinonsapere. Sei sopravvissuto a te come scrittore, hai sconfitto l’ossessione della pubblicazione. Pubblicare è la cosa peggiore che tu possa fare, “dal non pubblicare viene una gran quiete”, hai detto. Caspita se è vero. Anni di studi per capire a cosa serve scrivere. La domanda vera è: a cosa serve pubblicare? E la tua risposta ce l’ho trapiantata dentro come un secondo cuore: “E comunque la maggior parte delle cose non vere è meglio lasciarle non dette.”

RITRATTO

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

I personaggi di J.D. Salinger sono così reali che si finisce con il pensare che esistano davvero. A cominciare dai loro pensieri, fateci caso: si impossessano di voi. Tutti abbiamo avuto un fratello come Holden, una sorellina come Franny, un marito come Seymour, una moglie come Bessie.

Salinger comprendeva qualcosa degli esseri umani prima che loro stessi lo comprendessero.

Nato nel 1919 a New York da padre di origine ebrea e madre di origine cattolica (convertita ebrea per il marito), dopo essere stato cacciato da una scuola privata viene spedito dai genitori in un’accademia militare in Pennsylvania, dove comincia a scrivere racconti (di notte, sotto le coperte, illuminato da una pila).

Salinger è lo scrittore che sta sempre altrove. Deve essere per questo che ha iniziato a scrivere, attività che lui visse come una pulsione istintiva. Ha scritto per spostarsi, ed è andata che ha spostato noi. I temi che caratterizzano le sue storie sono tutti legati all’idea di fuga, in forma di abbandono, di morte, di ribellione o di punizione. C’è sempre qualcuno in fuga. E non è certamente casuale. Se c’era un modo in cui Salinger si è sentito realizzato nella vita questo è stato la fuga.

Dopo gli studi alla Columbia e corsi di scrittura serali, per Salinger diventa un’ossessione pubblicare sul The New Yorker, considerato il massimo riconoscimento possibile. Dopo rifiuti su rifiuti, nel 1948 esordisce sulla prestigiosa rivista con il racconto “Un giorno ideale per i pescibanana”. Successo immediato. La vita di Salinger è stata questo: meno cercava il successo più l’otteneva.

Prima del felice esordio, c’è stata la guerra. Salinger combatte in trincea, un’esperienza paranoide dalla quale non si riprenderà mai: “è impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva”.

Salinger morì a 91 anni nel 2010 nel NewHampshire dove si era rifugiato per scrivere e ritirarsi a una vita tranquilla. La sua ultima intervista risale al 1974; uno dei modi per avvicinarsi alla vita e al pensiero di Salinger, a parte leggere l’opera omnia, è la visione del documentario di Shane Salerno scritto e montato senza fronzoli, nel pieno rispetto dell’animo schivo dello scrittore.

Salinger viene identificato come l’eremita, il misantropo, il solitario. Non era proprio così. Viaggiava, partecipava alle fiere, comunicava con i giornalisti, faceva il galante con le signorine. Salinger faceva tutte le cose che facciamo noi, solo che lui le faceva a modo suo. Puntiglioso, ossessivo nella scrittura come nella vita (una virgola in più poteva costare la reputazione dei suoi editor), Salinger non odiava nessuno. Al contrario,amava a tal punto l’umanità da mettersi da parte per osservarla meglio.

«Sono mai stato innamorato, mi chiedi. (…) Non direi Amore, davvero. Cotte, colpi di fulmine, febbri assortite, bollori e raffreddori, matrimoni e relazioni formate da abitudini, ma non proprio una quantità di maledetto amore.»

Ebbe due mogli. Con la prima fu una storia lampo; con la seconda, Claire, sposata nel ’54, fece due figli: Margaret e Matt (quest’ultimo terrà, per la prima volta in Italia, un incontro sul padre nell’ambito del Salone del Libro di Torino). Egocentrico era egocentrico, come regalo di nozze alla diciannovenne moglie regala una copia di un suo racconto e si dice che senza Claire, Franny non esisterebbe. Ma forse questo vale per tutti i personaggi e le donne di JD. Dopo il divorzio dalla moglie, estenuata dall’isolamento del marito, Salinger frequenta molte ragazze, attrici, donne sempre molto più giovani. Tra cui Joice Maynard, giovanissima studentessa e aspirante scrittrice, che Salinger conquistò con lunghe e bellissime lettere in cui elargiva consigli di scrittura senza lesinare complimenti. Una delle più belle dichiarazioni d’amore che le fece, in una lettera, è: Gentile signorina, le tue parole mi si addicono. La Maynard si trasferirà per nove mesi a Cornish convivendo con lo scrittore fino a quando lui non troncherà la relazione, incompatibile con i progetti della ragazza.

La scelta di ritirarsi dalla notorietà, scomparendo tra i monti del New Hampshire, è stata spesso criticata mentre le sue motivazioni erano sincere e naturali: Salinger non voleva cancellare il mondo ma desiderava vivere in uno tutto suo. Altezzoso sì, ma mai cattivo. “La gente crede sempre che le cose finiscano a un certo punto. E invece no.”

Salinger scriveva spinto da qualche demone da esorcizzare, non desiderava essere letto più di quanto desiderasse scrivere bene una storia. Jerry, come lo chiamavano gli amici, disprezzava il benessere, l’avidità e l’ipocrisia sociale. Non sopportava l’idea che per scrivere l’autore si dovesse svendere. “Il giovane Holden” è la sintesi del suo pensiero; il romanzo ottenne un’enorme risonanza. Nessuno sapeva di essere il giovane Holden prima che Salinger lo inventasse: È tremendo, se uno ci pensa.” Direbbe, Holden.

“Stellario” – Un racconto pubblicato su CrackRivista

Cosa succede dentro una storia mentre la scrivo? Più o meno ciò che accade nelle mie tasche. Non lo so.
A differenza del detto popolare: “ti conosco come le mie tasche”, per quanto mi riguarda è vero il contrario. Non so mai cosa ci trovo nelle mie tasche. Questo più o meno accade quando scrivo. So dove mettere le mani (nelle tasche, appunto) ma quello che ci troverò e quando e se mi piacerà e se saprò cosa farne di quello che ci trovo, non lo so.
Scrivere è svuotarsi le tasche.  (E questo, almeno nel mio caso, è vero due volte.) 
“Stellario” è un racconto nato così. Un anno fa avevo solo il desiderio di ispirarmi al periodo universitario che ho vissuto a Siena. Inventando completamente e mischiando e barando e mettendo le mani più volte in più tasche, è spuntata Nina. Ma da che tasca l’abbia presa, ancora me lo chiedo. Questo racconto da oggi è possibile leggerlo nella rivista Crack.
Leggetelo ascoltando Make Up, la canzone di Lou Reed da cui è nata Nina.

Anna Maria Ortese: la mia musa piena di grazia

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 20 aprile, dedicato alla scrittrice Anna Maria Ortese

Cara Anna Maria,

il tuo cognome, da sempre, per me è diventato un aggettivo femminile singolare. Ortese è qualcosa che ha un corrispettivo nel mondo reale: indipendentemente da te, imprescindibile da te. Per me Ortese significa piena di grazia.

A chi mi chiedesse: “Com’è stata la passeggiata sulla spiaggia?”

Risponderei: “È stata Ortese.”

E ancora: “Come hai trovato l’ultimo libro di quello o quell’altra?”

E io: “Ortese, mi è sembrata una storia molto ortese.”

Qualcosa è “ortese” se è un’esperienza piena di grazia, la stessa grazia che tu ci hai messo nella scrittura.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per te Anna Maria provo amore devoto da scrittrice. Ti voglio bene, sei un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante, quando non lo fa, mi manca e mi spezza. Le nostre parole dialogano in una direzione comune: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici nelle storie che inventiamo. Scrivendo fuggiamo, in cerca di un riparo dalla realtà.

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Questo riparo non è un rifugio o un eremo, non è una stanza tutta per sé. La stanza l’abbiamo arredata da un pezzo. La consapevolezza di vedere altrove e oltre attraverso la scrittura è uno spazio immaginario e possibile con le parole. Sono le storie che scriviamo a darci spazio. Questo spazio è – proprio – la scrittura.Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

La tua idea di “tornare a casa” scrivendo ce l’ho incollata addosso, l’ho scritta sui muri del mio appartamento con il pennarello indelebile. Perché se è vero che scrivere è tornare a casa allora è vero, soprattutto, il contrario: non scrivere è non stare in nessun luogo, non scrivere è non essere. Quando scrivo io esisto, quando non scrivo non lo so. Mi perdo.

Leggendoti, penso: ma chi sei tu senza la scrittura? Non sei stata, mi rispondo.

Ti ho scoperto tardi, cara Anna Maria, ero donna e adulta, già schiacciata dalla mancanza di verità nel mondo. Ti ho trovata in un mercatino delle pulci, poco meno di dieci anni fa. Il cardillo addolorato è stato il nostro primo contatto. L’ho letto, non ho capito tutto. Questa mancanza di comprensione totale mi è bastata per amarti e, in quanto innamorata, per sentirmi ogni giorno meravigliosamente meno di te. Meno giusta, meno grata, meno profonda, meno Ortese.

Tu sei visione pura. Sei spostata più in là rispetto al senso comune; la tua forza sta nella diversità che è stata la tua salvezza.

Le tue parole sono stelle cadenti che si posano sulla pagina e scrivono storie. Ogni volta che le leggo, immersa nella loro luce, esprimo desideri. Desideri di riconoscere ciò che non sono; desideri di attraversare storie quotidiane rendendole piene di grazia, più simili a una preghiera ascetica che a una confidenza tra amiche.

RITRATTO

«Io sono una persona antipatica. Sono aliena, sono impresentabile. Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare. Io sono in contraddizione continua con me stessa.» Due anni prima di morire, nel 1996, Anna Maria Ortese rilascia a Goffredo Fofi (per Linea d’ombra) un’intervista dove si racconta come colei che “non sa cosa ha voluto, né chi è”.

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914; suo padre ha origini siciliane e sua madre è napoletana. Nel 1915 il padre si arruola nell’esercito della Grande Guerra e si sposta con la famiglia in Puglia,Campania,Basilicata e in Libia dove Anna Maria trascorre tre anni insieme ai genitori, i cinque fratelli e l’adorata sorella. Il deserto metaforico e non, il sud del mondo, nutrono l’immaginario alieno dell’autrice. La mancanza di identità ne condizionò pensiero e opera, rendendola una delle scrittrici stravaganti italiane, come quelle cugine o zie lontane che alle feste comandate raccontano storie incredibili a cui nessun parente, dopo un po’, dà più retta.

Nel 1928 si trasferisce a Napoli, dove intraprende gli studi da autodidatta senza frequentare circoli ufficiali. Tempo dopo all’amico poeta, Dario Bellezza, in proposito scriverà: “Spiegarti questo orrore segreto di partecipare alla cultura italiana di buon livello – è impossibile. Sai, sarebbe come rientrare malvestiti e invecchiati in una casa di potenti – dove tutti sono sempre vestiti in modo impeccabile, e soprattutto sono rimasti gli stessi”.

Nel 1933 viene colpita dalla perdita del fratello Manuele, un dolore che la spinge a rinchiudersi nella scrittura; scrivendo ritrova se stessa, seppure a frammenti. Da questa sofferenza inaccettabile nascono le sue poesie (pubblicate da Empiria) a cui segue l’opera prima, Angelici dolori, nel 1937 l’anno in cui perde il secondo fratello Antonio, suo gemello.

Il suo rapporto con la scrittura è mimetico, una seconda pelle che si cuce addosso nella disperante aspirazione di essere amata e ricevere il riconoscimento di cui invece sentirà l’assenza anche dopo i primi successi: “La perla è la malattia dell’ostrica. Scrivere è una malattia; mi costano molto queste cose luccicanti che cerco di costruire.”

Se crediamo in una distinzione netta tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo giusto tra le due pulsioni che animano il dietro le quinte della creazione letteraria. Questa sua riflessione mostra bene lo sguardo sul mondo: I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco”.

Il suo cuore scriveva esule e privo di appigli, strappato a morsi dall’esistenza. (Come altro può sentirsi chi non oscura le proprie nevrosi?) Non bisogna, però, considerare il dolore il suo talento narrativo, il talento della Ortese è la visione. Oggi, leggendola, si impara a guardare la vita con un’eleganza naturale come quella della sua prosa. Italo Calvino la chiamava «zingara assorta in sogno». La prosa della Ortese sogna ma non dorme. Le sue storie, legate ad un immaginario fiabesco, sono tragicamente vere. Tra gli autori che la ispirano c’è Giacomo Leopardi (Sua è l’immagine del genio leopardiano come “giovane favoloso”) ed Hemingway: “un pezzo di mare e di vento, un pezzo di cielo, e una fitta di sole”.

Dietro la pacatezza, a cui comunemente viene associata, traspare una rabbia fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che la rende una Cassandra, mille spanne sopra tutti. Nel 1955 seguì il Giro d’Italia, di cui scrisse con tenacia e ardore, partecipandovi con il capo coperto da un foulard per ripararsi dai curiosi che commentavano scettici la presenza della prima scrittrice al Giro.

Quando nel 1967 vince il Premio Strega, con il meno interessante “Poveri e semplici”, dichiara di accettarlo per soldi. Quella dei soldi è una mancanza predominante che la ossessiona. Dopo lo Strega finalmente compra casa e sceglie Rapallo come esilio volontario, dove vivrà con la sorella fino alla morte nel 1998.

Anna Maria Ortese nelle rare foto che la ritraggono appare spesso con gli occhi invisibili dentro gli occhiali scuri. Quel suo sguardo, pieno di pudore, con uno spessore protettivo in meno degli altri, smosse prodigiose lotte sociali ante litteram. Fu un’attivista animalista, battendosi contro la vivisezione e la caccia non risparmiò critiche feroci a personaggi falsamente progressisti. “Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni.”

Umile con gli umili, intollerante con i padroni. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere una persona. Questo suo essere umana l’ha resa la dea delle piccole persone.

 

Goliarda Sapienza: la mia musa lavica

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 13 aprile, dedicato alla scrittrice  Goliarda Sapienza

L’odore dei limoni – Lettera per una scrittrice

di Alessandra Minervini

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono.

Ti considero un’amica non una maestra, un’ispirazione personale che tengo per mano o in tasca e che porto dovunque e dovunque ti conduco mi danno retta. La tua scrittura è un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Quello che mi ispira di te, sei tu.

Mi vieni spesso in mente. Tu, che da ragazzina, al cinema Mirone sognavi di essere come l’attore Jean Gabin, a cui tutto era concesso in quanto uomo. Anche a me capita di sentirmi non all’altezza. La mia autonomia (letteraria) provoca un certo scioccato fastidio. Il compagno di una vita non vuole condividerti con le Lettere.

Come reagisco? Fottendomene. Un po’ come facevi tu.

Mi chiedo: ma è vero che io, in quanto donna, devo dimostrare di essere più brava? La mia risposta è NO. Non voglio essere una donna che si mette da parte, ma non voglio nemmeno sentirmi in competizione. E non voglio nemmeno fare come le donne che escludono gli uomini. Osservo festival dedicati solo alle donne, ai quali partecipare mi crea un po’ di imbarazzo. Io quando parlo, parlo tanto di uomini. Scrittori che mi ispirano o personaggi maschili a cui devo molto. Se ti ho letto, Goliarda, lo devo a un uomo. Era il 2005, vivevo a Torino e uno dei miei docenti mi passò una versione ben consumata de “L’arte della gioia” (ancora nell’edizione Stampa Alternativa). Me la passò come una molotov. Nel personaggio di Modesta ho trovato tutto: cibo e fame, luce e giorno, mare e pioggia, anche una femmina.

Una femmina che, come te nei tuoi diari, non ha paura di occuparsi della casa, di stirare lenzuola. Si dice: se sei ovunque, sei chiunque. Tu invece hai scelto dove stare e chi essere, tu hai scelto chi amare: la scrittura. “Non sono più giovane, non ho tempo. Devo scrivere.” Così rispondevi a chi ti proponeva questo o quell’altro circoletto. “No, non sono una donna che si guadagna la vita, sono una donna che guarda dalla finestra e ha una camera per se stessa. Vi ripugna? (…) Sono libera e questa libertà la voglio far fruttare”.

Allora ti chiedo: se oggi non è la possibilità di essere libere che manca, perché non fare qualcosa di completamente nuovo invece di spadroneggiare nel vecchio?

Magari, per una volta, qualcosa invece di accadere: cadrebbe giù. Giù i silenzi, giù le parrocchiette, giù i soliti giri, giù le solite lagne, giù le guerre tra poveri. Ci vuole una bella caduta. Non una caduta di stile ma una caduta per un nuovo stile: “Sono caduta tante volte, eppure eccomi qua, in piedi, che ti scrivo. Anzi ultimamente sono venuta alla conclusione che le persone che non cadono, in realtà è perché non stanno in piedi”. Anche io cado, cara Goliarda.

Inventiamo una nuova visione letteraria, un nuovo sguardo e chiamiamolo: Alle cadute di tutte le guerre. Nell’attesa come te “stiro lenzuoli”, cerco la pace e l’odore dei limoni.

RITRATTO DI GOLIARDA – UNA DONNA LAVICA

Sai come sono fatta – aveva detto ad una conoscente tre giorni prima di morire – è possibile che scompaia per un po’ per poi tornare all’improvviso”. Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924 ed è morta a Gaeta nel 1996; è stata un’attrice e poi una scrittrice, è stata una donna alla ricerca di un’identità vivacemente irripetibile.

L’infanzia siciliana, che racconta in “Io, Jean Gabin”, fu segnata dai due eccentrici genitori. La madre, la lombarda Maria Giudice, fu la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino e una delle prime a portare avanti le protobattaglie sulle questioni femminili; il padre, Peppino Sapienza, fu un avvocato sindacalista catanese detto “l’avvocato dei poveri”, tanto influente nella formazione della figlia al punto da non mandarla a scuola come gli altri, quando gli altri erano i Balilla. Così Goliarda la vita la imparò dalla vita: per le strade di una Catania malfamata e ambigua, in mezzo alle chiacchiere di pupari e intrecciatori di gelsomino, al cinema Mirone. La sua è una Sicilia fatta di visioni bizzarre, immerse in un’umanità impastata di passionalità bestiale.

I genitori, figure cruciali, li amò tantissimo e molto da loro venne influenzata, crescendo come creatura libera. Gli stessi genitori, che non si sposarono mai e che ebbero Goliarda in tarda età e in seguito alla precoce morte del primogenito (Goliardo) a cui probabilmente la scrittrice fu sempre legata in un immaginario cordone ombelicale, la spronarono a lasciare Catania per trasferirsi a Roma. Qui, era il 1943, studiò al Centro Sperimentale e nel 1947 conobbe il regista Citto Maselli con cui ebbe una relazione more uxorio, lunga quasi 20 anni. La prima parte della sua vita romana fu caratterizzata da una certa mondanità, sempre austera come il suo sguardo, che la portò a calcare palcoscenici teatrali noti e a girare film d’autore con Visconti, Blasetti, Comencini e Zavattini.

Ma le mancava qualcosa. Una mancanza che esplose con la morte della madre, nel 1953, dalla quale Goliarda non si riprese mai del tutto. A parte scrivendo. Fu proprio per l’amore di figlia che, persa la madre, non sapeva dove far fluire, che Goliarda fece la scelta che le cambierà definitivamente la vita: scrivere.

Dovete immaginare, se non l’avete mai letta, una scrittrice che non basta a se stessa. Il suo sguardo si fa parola e fuoriesce dalle cornici stabilite, con la consistenza della lava di un vulcano in evoluzione. Un vulcano che si spegne solo per ricaricarsi, meglio, della materia di cui si compone e riemerge in forma di lava, mai uguale a se stesso. Questo processo di malattia e guarigione avviene attraverso le parole, Goliarda fu salvata dalle parole.

“Una delle tappe d’obbligo che la vita ci impone: quella di essere abbandonati o abbandonare” è un karma che poi ha scontato nella vita, lottando. Goliarda è stata una donna militante: una lotta che non ha a che fare con la militanza politica. Lei ha lottato per rimanere se stessa, esprimendo una soggettività per l’epoca audace e addirittura più all’avanguardia delle femministe “di regime”. Per farlo è passata dalla povertà, dalla lascivia, dall’amore e dalla solitudine. Ma mai nella vita, almeno da quanto si legge, ha desiderato muovere qualcuno a compassione, pur essendo una delle scrittrici italiane più a lungo dimenticate. Nemmeno quando, per disperazione, rubò dei gioielli a casa di alcune amiche Goliarda intenerì nessuno e scontò la pena a Rebibbia nel 1956. Un’esperienza che ispirerà “L’Università di Rebibbia” (1983), romanzo autobiografico in cui non si risparmia.

Per L’arte della gioia, sua opera simbolo finito nel 1976 (dopo 10 anni di lavorio fisico e intellettuale) Goliarda rinunciò testardamente a tutto. Ma perse. La storia di Modesta vide la luce in un’edizione completa solo nel 1998 grazie a Stampa Alternativa, quando ormai la scrittrice era morta e per merito del suo ultimo marito, Angelo Pellegrino. L’opera viene apprezzata con la riedizione Einaudi nel 2008, solo allora lettori e lettrici italiane conoscono un’eroina letteraria che racchiude una buona parte di noi, Modesta. La storia di Modesta fa parte di quel modo di essere che normalmente seppelliamo, con tutta la testa, dentro la sabbia. La vergogna, la cattiveria, la solitudine, l’ipocrisia, la viltà. L’arte della gioia contiene le debolezze umane e le esalta. E questo, soprattutto se si scrive, deve ispirare. Sempre. Quelle de “L’arte della gioia”, non furono donne di crinoline ma donne di rovine.

Goliarda morì, a 72 anni, ma fu ritrovata tre giorni dopo dalla dirimpettaia il 30 agosto del 1996 a Gaeta, il luogo dove vide la luce e il tormento la sua Modesta. Sulla lapide, a Gaeta, c’è una sua poesia, che evidenzia cosa fu per lei l’essere al mondo:

“Non sapevo che il buio non è nero/che il giorno non è bianco/che la luce acceca/e il fermarsi è correre ancora di più”.

Leggendo Goliarda Sapienza si ritrova un antico o un futuro legame. Forse è questa l’arte della gioia che lei cercava, l’arte di diventare artefici dei nostri desideri.

La vita inedita di una scrittrice #35

By alessandra vitainedita

“Scrivere è come sognare.”
Anna Maria Ortese, in versione specchio riflesso. Non sarà facile scrivere di lei, non sarà facile raccontarla: me lo ripeto, preoccupata, da quest’estate.

Adesso, con la sabbia incastrata tra le pagine di “Corpo Celeste” e ghiacciata dal gelo di oggi, sono contenta che ciò che sto per fare non sarà facile.

Niente di quello che sogno, in fondo, è facile.

La vita inedita di una scrittrice #34

By alessandra vitainedita

Se Holly Golightly aveva i momenti Tiffany, io ho i momenti rogermoore. Mi riferisco a una scena di “Lost in translation”, un film di Sofia Coppola che amo da 15 anni cioè da quando esiste. Una storia silenziosa che riesce comunque in due ore ad avere più dialoghi di quanti ne abbia io durante una settimana (se non lavoro).

Insomma, c’è Bill Murray (l’unico uomo al mondo capace di interpretare un celibe involontario meglio di un involontario celibe reale) che interpreta Bob, un attore in declino che sbarca in Giappone per girare uno spot. Bob/Bill non capisce niente di quello che gli dice la troupe. Non conosce la lingua in cui gli parlano e per buona parte del film annuisce per non avere rogne e poi scruta il vuoto che dall’esterno investe il suo interno.

Poco prima che Bob incontri Charlotte, c’è il momento rogermoore. Bob/Bill si trova sul set, vestito di nero, elegante, devono scattargli delle foto per lo spot. Gli dicono di muoversi, lui è inerme. Gli fanno cenno di muoversi, lui è inerme. A un certo punto il fotografo giapponese sbiascica un grugnito: rogmaar, rogemor, rogermoore. Il suo è un tentativo goffo e imbarazzante di far capire al Nostro che deve atteggiarsi a figo. Figo come Roger Moore in 007. Quando Bob/Bill capisce, cerca di ribattere dicendo che preferisce Sean Connery. Ma, lost in translation, il giapponese non capisce. Allora Bob/Bill lascia perdere e sorride come rogermoore. Qualsiasi cosa rogermoore significhi.

La vita inedita di una scrittrice #33 “L’arte della gioia”

Ora capisco, tante cose ho imparato nella vita ma mai a prevenire l’amore. (L’arte della gioia, G. S.)

Domani per la prima volta, a Bari, nella libreria Campus, racconto un pezzo della vita e dell’opera di Goliarda Sapienza. Per me Goliarda è un’amica non una maestra, un’ispirazione privata che posso tenere per mano o in tasca; un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Una volta le ho scritto una lettera, le ho chiesto qual è il profumo dei limoni. Racconterò questa donna lavica per la prima volta in vita mia davanti a persone che la stanno aspettando, che sono lì per lei. La metà di loro l’avrà letta perché gliel’ho passata io, come una molotov (limoni compresi); io che l’ho sempre portata dove non era mai stata, dove nessuno pensava di averne bisogno, prima di conoscerla.

Ci tengo a dire che non sarà possibile raccontare tutto quello che desidero su Goliarda per cui domani in libreria munitevi dei suoi libri se ancora non li avete, saranno delle ottime scorte di sopravvivenza dopo l’incontro.

Sempre  a proposito di domani. Cominciamo alle 19. Per il rispetto del lavoro di tutti. Io sarò lì alle 18 e 30 per incontrare chi vorrà venire prima (scelta consigliata). I posti a sedere sono terminati. Chi si prenota da ora in poi può mettersi in attesa in caso qualcuno rinunci oppure possiamo provare un’altra data in futuro.

Lo dico io ma scrivo a nome di tutte le persone, tutte donne, coinvolte in Ritratto di signore.

Grazie per la vostra comprensione.

A domani, puntuali l’ho scritto? 🙂

La Vita Inedita Di Una Scrittrice #32

“Allontanarsi dalla macchina” è il mio primo laboratorio ufficiale di #editing. Questo vuol dire che chi farà la prima edizione sarà al contempo fortunato e non. Partiamo dai non. Non sappiamo ancora, nemmeno io lo so bene, cosa succederà. Non è un laboratorio dove si diventa editor perché io non credo nei laboratori dove si diventa qualcuno. Io faccio laboratori dove si diventa al massimo se stessi che per chi scrive è tipo indossare la corona di allori. Non è un laboratorio dove ci sono in palio contratti editoriali. Perché io non credo nei palio (a meno di non essere a Siena) ma credo al massimo che scrivere ciò che si desidera è, per chi poi prova a pubblicare, come vincere un nobel apocrifo.

Lo immagino come una riunione del #fightclub dove non ci sono regole e ogni ora si stabiliscono regole. Immagino giornate attorno a parole che possono essere buone ma non sono ancora giuste. Ecco, è un laboratorio che darà giustizia alle parole dei partecipanti.
Non è obbligatorio (ma lo consiglio proprio tanto) avere già un testo, un’idea per un romanzo, un saggio o dei racconti. Se poi invece avete già un romanzo o un saggio o dei racconti finiti allora questo è il posto per lasciarli andare. Una specie di prova d’amore. Mi affiderete le vostre storie, io spero di restituirvi le vostre vite.
Tutto questo in una chiesa e in collaborazione con la Scuola Holden
Non fiori ma #opereinedite.
(Ditelo in giro.)
http://scuolaholden.it/fare-editing/

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