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Dino Buzzati, il mio Maestro fantastico

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Dino Buzzati (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 14 luglio)

“Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera [… ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.”

Scrivere storie fantastiche è stato il suo mestiere. A Dino Buzzati non è mai bastato un unico mezzo per raccontare. Scrittore, drammaturgo, scenografo, pittore, disegnatore, giornalista, inviato di guerra per il Corriere della Sera, la testata per cui scrisse per 43 anni. Autore per il cinema. Nel 1966 fu sceneggiatore con Fellini del visionario “Il viaggio di G. Mastorna”, un film mai realizzato a causa di un presagio funesto di Fellini, in pieno delirio creativo. A metà degli anni Sessanta, nel periodo di maggiore splendore, Dino Buzzati veniva definito “un uomo del 2000”.

Se l’aspetto e la prossemica denotavano un tipo d’altri tempi: fisicamente sempre al suo posto, postura compita senza accennare grandi slanci, dall’altra parte Buzzati era la mente del futuro. Il suo pensiero nuotava in acque d’avanguardia rispetto a quelle dell’Italia del Boom economico. Già alla fine degli anni cinquanta, Buzzati identificò un buco nero dentro cui la popolazione italiana sarebbe involuta: la cafonaggine per alcuni e l’eremitismo per altri.

Nato nel 1906, in un’agiata e colta famiglia bellunese di origine ungherese, è stato un ragazzo di quelli che comunemente si dicono prodigio. Già da adolescente suonava il piano e il violino, frequentava la rinomata biblioteca di famiglia a Milano, dipingeva.

Come scrittore Buzzati esordì nel 1933 con “Bàrnabo delle montagneche passò abbastanza inosservato. La consacrazione letteraria avvenne dopo l’uscita de “Il deserto dei tartari” (1940). Il grande successo lo incastrò in un’etichetta esistenzialista che lui, da bravo esistenzialista, rinnegò. Adorava mostrare il suo lato più colorato (e colorito). Più volte aveva dichiarato che il suo mestiere era il pittore: “La pittura ha il vantaggio di essere internazionale e non aver bisogno delle traduzioni.” Probabilmente tutta la sua narrativa fantastica non sarebbe esistita senza i disegni, vere e proprie ossessioni poetiche interiori: donne con gli occhi giganti e i seni minuscoli; uomini inghiottiti dai loro desideri sessuali; mostri e streghe in preda a premozioni; città tutt’altro che invisibili e molto dannate.

Raccontò la borghesia, di cui faceva parte, con il rigore di un militare. Tutti gli psicodrammi borghesi ante litteram come l’insoddisfazione perenne, il capriccio bello e buono senza dimenticare la vigliaccheria tipica dei traditori a buon mercato fanno parte del suo immaginario narrativo più riuscito.

La sua città adottiva divenne Milano senza la quale non avrebbe saputo dove posare il suo sguardo mai dritto, inquieto al punto da trasferirsi nel fantastico dove Milano una volta era scenario onirico e quella dopo “solo cemento e gesso”. Probabilmente il più grande tradimento che subì fu proprio da Milano, una città che stava cambiando troppo velocemente a scapito dei sentimenti (bruciati dalla fretta del consumo) e del legame magico tra uomo e natura. Due temi con cui (ri)scriverà il suo mondo interiore, scivolando del surreale e nel realismo magico. La prospettiva fantastica con cui creava personaggi e storie gli permetteva di vedere dell’umano nel mostruoso e viceversa.

Di Buzzati a scuola si studia l’aspetto più intimista e forse quello più noioso. Bisognerebbe invece conoscere il fanta-Buzzati che viveva in un fanta-mondo abitato da fanta-donne a cui dedicava fanta-storie. “In certi casi il lavoro giornalistico mi distrae dal vero lavoro di scrittore, ma io cerco di scrivere le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca.”

Insieme con Italo Calvino e Tommaso Landolfi appartiene alla triade di punta della letteratura fantastica italiana. Dei tre lui è il più equilibrato, l’ago della bilancia tra la percezione realistica di qualcosa e la sua trasfigurazione immaginifica. In questo equilibrio un ruolo centrale l’ha svolta l’ossessione amorosa di cui, più nel male che nel bene, Buzzati fu battitore libero. Per Buzzati l’amore è eterna malattia.

Almerina, quella che poi divenne sua moglie, sposata nel ’66 quando lei aveva 25 anni e lui 60, ha raccontato di aver invitato la vera Laide (la donna per cui Buzzati ebbe una vera ossessione, protagonista di “Un amore”) in ospedale, quando lui era sul letto di morte (avvenuta poi nel 1972 per una malattia). E quando Almerina gli chiese come le era sembrata quella donna che l’aveva fatto impazzire per tutta la vita, Buzzati rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”. Dino Buzzati è stato un uomo netto e tranchant, fino all’ultimo momento della sua vita.

Caro Dino,

tu per caso ti ricordi l’Amore?

Beato te.

Qui non si capisce più niente. Si amano tutti e si lasciano tutti. Non si fa in tempo a dire ti amo che uno dei due ha già chiuso la porta in faccia all’altro. Tradimento? Non è più mica così importante.

Non voglio sembrarti presuntuosa, mio caro Dino, ma ti dò una notizia. Se “Un amore” fosse pubblicato oggi, l’avresti chiamato “Un poliamore”. Va di moda, adesso. Amare più persone, tutte insieme contemporaneamente. L’utilità ha scavalcato il sentimento. Metti che oggi Dorigo si innamora di Laide. Domani può farlo della sua amica. Poi di sua sorella. E via via. L’io giustifica qualsiasi cosa. Anche la peggiore azione.

La differenza con il passato, quando il tradimento era sibillino, è che oggi è tutto trasparente. Con questa trasparenza abbiamo distrutto l’amore. Se Dorigo si tormentava: “Lo struggimento era tale che gli sembrava che gli venissero succhiati fuori anni e anni di vita. Ormai era un automa, un istupido automa.” Noi abbiamo risolto così: zero struggimento. Laide, la sua amica e sua sorella oggi sono al corrente di tutto. Sanno di non essere le uniche e che ogni relazione porta con sé un’altra e un’altra ancora. Se ne prisciano, si dice dalle mie parti. (Parti molto lontane dalle tue, per quanto ci sono più baresi a Milano che a Bari).

“Un poliamore” non dovresti ambientarlo in una casa chiusa. Va benissimo in una qualunque casa. Tanto: tutto vale e nulla ha più importanza. Il signor Dorigo oggi non perderebbe tempo a struggersi. Laide non mi vuole? E che problema c’è. La cancello dai social. Anzi la banno e già che ci sono esco con la sua migliore amica che tanto mi aveva aggiunto lei su facebook, sto solo reagendo a una sua iniziativa.

L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” anche qui, caro Dino Buzzati, ti sbagliavi. L’amore adesso è ridicolo. Come ridicola è diventata la fedeltà. Una presa per i fondelli. Essere fedeli è un ripiego. Una scelta che si compie offline e dunque chi se ne frega. Tanto non lo saprà mai nessuno.

“La vita invisibile di Ivan Isaenko”, l’esordio di Scott Stambach

La vita invisibile di Ivan Isaenko, esordio dello scrittore americano Scott Stambach (traduzione dall’inglese americano di Ada Arduini), è la vera storia del disastro di Černobyl’. Vera, prima di tutto perché è una storia (in parte) inventata. Secondo poi perché, pur non entrando nei dettagli del disastro, racconta un aspetto della faccenda che scuote più di tutto: la vita dopo Černobyl’.

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Oriana Fallaci, la mia musa infallibile

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato ad Oriana Fallaci (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 7 luglio)

Il 29 giugno Oriana Fallaci avrebbe compiuto 90 anni. Novanta il numero della paura. Si tratta di un caso. Eppure nemmeno con il compimento di un’età, che i più si augurano come traguardo, lei raggiunse la paura.

Nata a Firenze, nel 1929, da una famiglia militante antifascista e partigiana, “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento, fiorentina è la mia cultura e la mia educazione”, Oriana Fallaci non è mai stata bambina. Se intendiamo per infanzia quel periodo dorato in cui si accoglie la vita come un regalo inatteso e accolto da mani inesperte. Nel 1943, a 14 anni, ebbe un riconoscimento d’onore, dall’esercito italiano, per il coraggio dimostrato durante la resistenza al fianco del padre.

Forse non scelse coscientemente di fare la giornalista, quando cominciò a lavorare per Epoca, diretta da suo zio, esordendo con la cronaca dell’Alta Moda Italiana a Palazzo Pitti nel 1952. Infatti, per un lungo periodo, il suo sguardo si posò su soggetti legati al mondo dell’aristocrazia, del jet set, della mondanità italiana e americana (I sette peccati di Hollywood, 1958). Cronache molto lontane da quelle più bellicose per cui è nota in tutto il mondo.

La sua vocazione fu precoce e insistente. Era capace di raccontare le vite degli altri non dando loro voce piuttosto orianizzando le loro storie. La Fallaci imponeva la sua voce, rinominava le cose del mondo. Mutò in un modo del tutto personale l’arte del giornalismo, cambiando la percezione dei fatti attraverso la voce molto potente. Severa ma giusta, a volte sulle pagine dei giornali sbraitava. Il suo punto di vista ignorava sia il senso comune che la convenienza e la verità che raccontava spesso era insopportabile.

“Ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero”.

Famosi sono i ritratti di personalità gigantesche, artisti e politici di fama mondiale, per la maggior parte raccolti in “Oriana Fallaci. Intervista con la storia”. Nelle sue interviste leggeva nell’anima delle persone. “Non mi presento a loro come una giornalista, non li spavento. Non vado lì con la presunzione di una persona che entra in una stanza dicendo e pensando “io sono la stampa” con la esse maiuscola. Io sono una persona che parla con un’altra persona. Sinceramente curiosa. Non in modo superficiale. Io voglio veramente capire.”

Tra gli anni sessanta e settanta, la Fallaci è stata tante volte in Vietnam, negli Stati Uniti e in America del sud. Lei agiva in nome della Storia. Non sopportava essere “solo” una giornalista ma si definiva una storica. Fu zelante osservatrice delle principali guerre, guerriglie e contestazioni rischiando anche la vita. Avvenne a Città del Messico, nel 1968, durante il massacro di Tlatelolco. Portata in obitorio, lei stessa si rese conto di essere ancora viva mentre la davano per morta.

Il suo essere popolare, pur essendo molto impopolare, la rese imperdonabile. Non ha mai riscosso simpatie unanimi. E a lei andava bene così. Anche di fronte alla morte e alla malattia, non spensi il suo pensiero.

Più di una volta dichiarò che non avrebbe potuto fare la moglie di mestiere “una donna la cui vita è dedicata all’essere madre due volte. Per suo marito e per i suoi figli”. Anche se, il libro che la consacrò al mondo è legato alla maternità, quella che le mancò a causa di vari aborti che spezzarono qualcosa dentro di lei. Nel 1975 pubblica “Lettera a un bambino mai nato”, tradotto subito in 22 lingue. “Il dolore è meglio del nulla”, scrisse, dimostrando ancora una volta che non era la paura di vivere a ferirla ma al contrario l’assenza di paura, la noia era la sua più grande paura. “La paura della solitudine, della noia, del silenzio? Il bisogno di possedere ed essere posseduto? Secondo alcuni è questo l’amore. Ma io temo che sia molto meno: una fame che, una volta saziata, ti lascia una specie di indigestione. E tuttavia, tuttavia, deve pur esserci qualcosa in grado di rivelarmi il significato di quella maledetta parola (…) ne ho tanto bisogno, tanta fame.”

Cara Fallaci,

ti scrivo stasera mentre in Italia hanno liberato una donna più libera di molte altre messe insieme. Carola Rackete è tedesca, ha 31 anni, ha violato il blocco imposto dal governo italiano per salvare 42 migranti a bordo della Sea Watch di cui è capitana. Il gip ha annullato il suo arresto, in quanto ha agito per portare in salvo vite umane. In un tempo in cui combattere assomiglia a una resa, mi chiedo che domande avresti posto a questa ragazza. Perché, sono certa, la vicenda non ti avrebbe lasciata indifferente. Forse avreste parlato di coraggio, come una forma di invidia repressa per chi non ha mai temuto il giudizio di qualcuno.

Non sono sicura di averti capita fino in fondo. Vent’anni fa, in occasione del g8 di genova, anzi in seguito ai movimenti no global italiani, te la sei presa a male, molto a male, con la gioventù smidollata come la mia, incapace di sfasciare un bancomat, figuriamoci lottare dentro una rivoluzione. A Firenze, la tua città, mentre la malattia ti dissolveva, circolavano cartelli con “Meglio un Pacciani in casa che una Fallaci all’uscio.” Fino alla fine te la sei presa con qualcuno, mi chiedo come si possa guardare così bene la verità anche prima che questa esista. Perché sì, Fallaci, tu ci hai fatti neri ma caspita se, quasi a 20 anni di distanza, non avevi ragione. Non siamo stati in grado di fare alcuna rivoluzione. Noi abbiamo paura. Perchè non siamo lucidi, non siamo mai nati lucidi. Abbiamo venduto l’orgoglio, scambiandolo con la rabbia.

A chi spetta il tuo scettro oggi? A chi appartiene la verità? Se a chi tace o a chi sbraita? Non lo so, Fallaci. Non so dire chi stia raccontando il presente con la sfacciataggine che ti distingueva. Non so nemmeno quale sia la Storia odierna e chi e come un giorno la racconterà. Forse c’è un coro silente che affronta le guerre senza finire sui giornali, stando al riparo dalla facilità dell’opinione sciatta. Un coro silente che parla una lingua che noi non comprendiamo. Incapaci come siamo di andare avanti senza ogni volta tornare indietro.

Virginia Woolf, la mia musa in eccesso

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 30 giugno)

Cara Virginia,

dove sei? Secondo me non esisti.

Non esiste l’autrice di Mrs Dalloway; non esiste la donna che ha inventato Una stanza tutta per sé e per tutte le scrittrici del mondo. Non esiste una Virginia Woolf. Esiste la Virginia Woolf che è in noi. In me c’è una Virginia in eccesso. Di quelle che immagino sentirsi dire: tu sei troppo per me, mentre il finto compagno o la falsa compagnia di turno ti vampirizza la vita. Eri troppa. E questo tuo essere troppa ti rendeva insopportabile a te stessa. A me invece ti ha resa indimenticabile.

Ogni scrittore dovrebbe tenere un diario, per rivolgersi direttamente a te. Il diario è stata la tua forma prenatale di scrittura. Adoravi scrivere per scrivere. Non si cercano lettori attraverso la scrittura ma si cerca se stessi: il mistero più grande, la chimera narrativa. Si dice che il lato più nascosto di uno scrittore emerga in controluce nella sua opera. Tu questo lato nascosto, l’hai reso un’esperienza universale.

Pur essendo scritture di un tempo passato, i tuoi diari mi fanno capire il presente per raccontare il futuro. Li rileggo come si consulta un calendario o l’I-Ching o l’Oroscopo. (Una volta ho perfino consultato un astrologo per conoscere il tuo tema natale, scoprendo che la tua Luna, simbolo della femminilità che in te non si realizzava del tutto perché lesa da Venere, pianeta dell’amore).

Ciò che riscopro ogni volta leggendoti è il senso diverso, anzi il sapore, delle tue parole. La maniera in cui le mettevi insieme, mi sconvolge. Ci sono più storie dentro una tua frase che in cento romanzi letti. Ti ho immaginata scrivere, Virginia, e ti ho vista che dondoli. Dondoli sulle parole, così brillanti da renderti irragionevole. Una volta ho provato a riscrivere alcune frasi tue, al computer e a penna. Erano gli stessi segni, leggevo le stesse cose, ma non erano le stesse parole.

La tua scrittura è come l’oscillazione naturale di un pendolo. Il 28 marzo del 1941, a 49 anni, il pendolo l’hai fermato. Nel fiume Ouse, vicino casa, con le tasche piene di sassi. Prima hai lasciato una lettera a Leonard, tuo marito, che di te ha amato il genio, la generosità e la lucida follia. “Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.”

Da quando non dondoli più, con la penna tra le mani, i tuoi sassi sono diventati fiori e le tue parole, ogni volta che piove, ritornano sulla terra. Confermando che io mi sbaglio invece tu hai sempre ragione: sei esistita,Virginia, infatti sei ancora qui.

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RITRATTO

«La capacità di ricevere gli shock è ciò che fa di me una scrittrice.» Il ritratto di Virginia Woolf non può avere cornici. Sarebbe la prima a deriderci. Nei suoi diari, più di una volta, riprende con sarcasmo chi la definisce: lesbica,femminista o pazza.Virginia Woolf non voleva sprecare la sua vita dentro ruoli limitanti, era consapevole di essere una nessuna e centomila, forse anche per questo si è uccisa.

Una sua eccezionale studiosa, Nadia Fusini, dice una cosa esatta: Virginia trasformò uno svantaggio in vantaggio. Il suo essere donna, il suo essere triste, affamata e mai sazia di vita, il suo essere outsider rappresentano un geniale rovesciamento in privilegio di una serie di shock. Senza nessuna acrimonia, l’essere fuori dal mondo diventa il suo sguardo dentro la vita.

Se qualcosa vi è successo nella vita, qualcunque cosa, dalla classica nascita alla morte, dal tumultuoso innamoramento al convenzionale matrimonio, dalla compulsione per la scrittura a quella per la lettura, Virginia l’ha già scritto. Virginia sa ciò che noi ancora non sappiamo.

Adeline Virginia Woolf nasce il 25 gennaio 1882 a Londra, figlia di sir Leslie Stephen – illustre biografo dalla cui biblioteca dipende la precoce curiosità intellettuale della figlia – e Julia Prinsep-Stephen, una modella. La Woolf e sua sorella Vanessa (spesso alter ego letterario, come in “Mrs Dalloway”) vengono istruite dai genitori, mentre i loro fratelli studiano a Cambridge. Scelta che provoca in lei una mai sopita rabbia dolce, soprattutto nei riguardi del padre, integerrimo guardiano delle sue prigioni interiori.

In Una stanza tutta per sé”, il saggio del 1929 divenuto un simbolo di tutti movimenti femminili e femminsti, che ripercorre la storia letteraria dal punto di vista rivoluzionario di una donna, si chiede (prima al mondo, probabilmente): “Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?”

La rivoluzione di Virginia passa dal coraggio di essere se stessa. In piena epoca vittoriana scrisse: “I sessi, per quanto diversi, si mescolano. Non c’è sesso umano che non oscilli da un sesso all’altro e, spesso sono solo i vestiti a serbare l’apparenza maschile o femminile, mentre il sesso profondo è tutto l’opposto di quello superficiale.”

Nel 1904 Virginia si trasferisce con Vanessa e gli altri due fratelli nel quartiere di Bloomsbury dove fondano il ‘gruppo di Bloomsbury’, un circolo culturale di artisti e scrittori, fondatasi spontaneamente in case private nel quartiere Bloomsbury, fino alla seconda guerra mondiale. Qui avviene il suo battesimo del fuoco letterario e personale. Qui conosce Leonard Woolf, colui che diventerà la figura centrale della sua esistenza: marito, editore (fondò la Hogart Press per pubblicare i libri della moglie) e amorevole sostegno. Non sappiamo bene cosa si sia spostato nella testa di Virginia e quando. Se la morte della madre (avvenuta quando lei aveva 13 anni), se le molestie subite dal fratello, se niente di tutto questo e forse altro. Virginia aveva un malessere che la scrittura ha trasformato in dono. La scrittura, per la Woolf, è un modo per esorcizzare “questa terribile malattia” che non era assenza di vita ma un eccesso di essa.

Difficile non amare Virginia Woolf. È euforia pura. Amava la bellezza (nel 1924 posò per British Vogue con un vestito della madre e per molti anni scrisse per la modaiola rivista), la cucina (Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene) e la casa (non si contano le case e le cameriere che cambiò).

Era pragmatica, realista, attenta osservatrice dell’umanità, amava fino a inglobare dentro le sofferenze dei suoi amori. La più grande scrittrice moderna, inventrice di un flusso di coscienza che mette in riga quello di Joyce (di cui Virginia aveva pessima opinione letteraria) visse la sua vita a perdifiato, fino a impazzire. Questo amore folle e gioioso lo si coglie leggendo la sua prolifica opera, composta da romanzi, racconti, piccoli saggi e soprattutto innumerevoli pagine di diario in cui si scopre la coscienza di una donna ironica, a volte perfida, consapevole e realista, perennemente innamorata di un uomo, di una donna, di un pezzo di cielo, di un fiore.

Jane Austen, la mia maestra virale

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 16 giugno.)

Cara Jane,

senza ciò che non ti è mai appartenuto non avresti avuto di che scrivere. La ricchezza e l’amore. La loro mancanza ti ha permesso di scoprire che oltre la persona, dentro di te c’era una scrittrice. E come scrittrice sei stata una dea, la dea della mancanza.

In ogni scrittore c’è un’altra persona. In te ci sono altre donne. Quelle che hai scritto “con un pezzettino d’avorio lungo due pollici con un pennello così fine che dopo molta fatica l’effetto diventa minimo”. Scrivendo, hai creato figure femminili con una perfezione che va oltre la sensibilità. Dentro le tue ragazze c’è il tuo sguardo, c’è la cura e la fatica di appuntare di nascosto una frase o un pensiero, di sporcarti le mani con la carta assorbente pervasa dall’inchiostro. Spesso i fogliettini su cui inventavi le tue storie, li nascondevi in casa e molte lettere che i tuoi personaggi scrivono nei tuoi romanzi sono messaggi dentro la bottiglia, piccole profezie che auguravi a te stessa di avversarsi. In parte non è stato così, in parte ce l’hai fatta. Senza la tua Lizzie o la tua Elinor non ci sarebbe stata nessuna Miss Rossella o alcuna Jo March e nessuna Carrie Bradshow avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare i sentimenti femminili non solo a New York ma in tutto il mondo.

Certo, so che avresti voluto in dono i tuoi desideri esauditi. Ma la tua esistenza è stata una partita a scacchi tra ardore e saggezza. Non c’è mai stato un desiderio egoistico. E tu mi insegni che l’egoismo è il fine di ogni storia.Ti sono grata, mia adorata Jane, per ciò che hai dato a me, salvandolo dalla cenere della tua vita, delle tue delusioni, delle tue solitudini. Ti sono grata per aver scritto, nero su bianco, che l’egoismo invece non è il fine di una storia ma la sua fine. Leggendoti ho imparato che la felicità in senso assoluto è impossibile, ma per fortuna molti difetti della nostra Vita possono generare gioie e storie infinite.

RITRATTO

Raccontare Jane Austen significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Una cosa è certa: leggerla è molto più divertente che raccontarla.

Di Jane Austen, nata in Hampshire nella campagna meridionale inglese nel 1775, si pensa di sapere tutto. Un po’ per le poche notizie che si hanno della sua vita, un po’ per la diffusione virale della sua produzione letteraria. Questa percezione onnipresente e falsamente esaustiva dell’autrice ha dato vita all’“austenite”. Non si tratta di una vera malattia e nemmeno di un morbo. È una sorta di virus letterario che influenza chi scrive storie. Si è affetti da “austenite” quando si inventano trame eccellenti, personaggi indimenticabili, ambientazioni e immaginari universali. Tutti elementi caratteristici della sua opera. Ma non solo. Si è affetti da “austenite” quando una storia d’amore scavalca le pagine di un romanzo e diventa, o si pensa possa diventarlo, una storia vera.

Di romanzi compiuti la Austen ne ha scritti soltanto sei. Ma le sue trame le sono sopravvissute, hanno prodotto meccanismi narrativi poi assorbiti non solo dai romanzi ma anche dal cinema e dalle serie tv. Comincerei a leggerli uno per uno senza seguire un ordine preciso, ma lasciandosi ispirare dal carattere delle protagoniste. Il segreto dell’immortalità austeniana. La tormentata Catherine de L’Abbazia di Northanger; le speculari sorelle di Ragione e sentimento; la caparbia Lizzie di Orgoglio e pregiudizio; l’accomodante Fanny di Mansfield Park; la sconsiderata Emma e la paziente Anne di Persuasione. Sono tutte ragazze all’avanguardia rispetto alla ligia età pre-vittoriana in cui la mente della scrittrice le ha generate.

Togliamoci dalla testa una cosa: Jane Austen tutto è stata tranne che una donnina perennemente acciacata dal mal d’amore. Tutte le eroine austeniane sono sottoposte dal’autrice a una profonda analisi psicologica, che le rende donne complesse e dunque inafferabili e attuali. Ragazze che si ribellano a padri oppressivi o che rifiutano uomini danarosi ma insensibili o che preferiscono leggere romanzi gotici invece di partecipare ai gran balli.

Un modo attuale per leggere i romanzi di Jane Austen è farlo tenendo presente che si trattava di una ragazza che scriveva di ragazze. Di tutto questo universo lei fu sublime inventrice e narratrice con un punto di vista unico: non era ciò che sapeva ma ciò che era a distinguerla dalle altre ragazze. L’ironia che caratterizza le sue storie, però, invece di renderle omaggio fu causa dell’isolamento da parte degli scrittori del suo tempo. Come le sue eroine, Jane Austen pagò caro il prezzo del suo essere vivace e niente affatto consolatoria. Per un momento della sua vita deve aver pensato che scrivere sia stata la sua più grande sfortuna. Peggio dell’amore che pure non le andò alla grande. Il politico irlandese, Thomas Lefroy, è stato l’unico amore della sua vita. Un amore breve e spezzato dalla volontà di lui che non sposò Jane Austen, ritenendola troppo povera rispetto alla sua condizione sociale. La scrittrice lo amerà fino alla sua misteriosa morte, avvenuta a 41 anni il 18 luglio del 1817.

Chi si fece ispirare da Jane Austen fu un’altra scrittrice inglese,molto amata, Virginia Woolf che di lei scrisse: “Non le piacevano i cani. Non stravedeva per i bambini. Era indifferente agli affari pubblici. Non aveva una solida educazione letteraria. Era antireligiosa. A seconda del momento, era fredda e volgare. Il solo ascoltare Jane Austen che con la sua voce non dice niente mentre i suoi critici dibattono se fosse una donna, se dicesse la verità, se sapesse leggere e se avesse avuto esperienza diretta alla caccia volpe, è positivamente sconvolgente. Noi ci ricordiamo che Jane Austen ha scritto romanzi. Sarebbe bene che i suoi critici li leggessero.”

Per la maggior parte dei suoi (non) lettori, essere Jane Austen significa essere una damina che prepara dolci e tè per le amiche e i famigliari dimenticando che la scrittrice fu una donna schiva al punto da sembrare eccentrica, con una passione per la lettura spasmodica. La sua scrittura non aderiva alle norme dell’epoca. A cominciare dal fatto che chi scriveva era una donna senza alcuna intenzione di sposarsi se non con l’uomo amato. Così, in un tempo di matrimoni senza amore, Jane rinunciò all’idea. E sposò se stessa.

“Cosa c’è di nuovo, Gina?” parte in Francia

La Bibliothèque italienne è un osservatorio francese sulla produzione letteraria italiana contemporanea. Tra i vari progetti che coordina, grazie alla mente meravigliosa di Gessica Franco Carlevero c’è una raccolta di racconti bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis. C’è anche un mio racconto, “Cosa c’è di nuovo, Gina” uscito anni fa su Effe – Periodico di Altre Narratività. Leggete il progetto di Gessica, che convolge anche tra gli altri Demetrio Paolin e Nadia Terranova, per capire quanto sia importante dare una mano per realizzarlo. 

Questa è la prima raccolta di racconti italiani contemporanei edita dalla Bibliothèque italienne. Si tratta di un libro che raccoglie sei racconti, un intermezzo poetico e sette illustrazioni. La partenza è il filo comune.

L’dizione sarà bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis.

Nella versione originale, i racconti sono comparsi sulle riviste letterarie italiane cartacee o online minima&moralia, EFFE, L’inquieto, Nazione Indiana, Carie.

Questo è il link: https://it.ulule.com/partir/

Philip Roth, il mio Maestro infedele

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore Philip Roth (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 2 giugno.)

Caro Roth,

si può amare qualcuno che non conosci e che, soprattutto, non ti conosce? La trovo un’infingarda debolezza. Una debolezza in cui sono dentro fino al collo, da un anno. Cioè, quando sei morto. Ti cito ancora parlando di te al presente: “Philip Roth vive a…”, etc etc e dopo qualche secondo mi correggo, dicendo: “Scusate volevo dire Roth viveva…” etc etc. Mi rendo conto adesso di essere sempre stata innamorata di te. E se è amore vero o amore falso, non lo so (e poi a chi interessa in fondo?). Quindi questa piccola lettera che ti scrivo, è una lettera d’amore pornoromantica.

Amo i tuoi romanzi, anche quelli minori. A te devo la mia educazione letteraria, nella quale il ruolo del principe azzurro l’ha interpretato Nathan Zuckerman, un genio compulsivo ossessionato dal corpo femminile. Misogino, maschilista, nichilista e avverso a qualsiasi forma di fedeltà. Capisci, dovrei avercela con te. Invece caro Roth, ti adoro.

La nostra storia d’amore (immaginaria) è cominciata in modo burrascoso, quando io ero adolescente. A metà degli anni novanta davanti alle pagine di un’involontaria Divina Commedia in versione audacemente scurrile, ho scoperto che la libertà è bastarda. Nelle tue storie il sesso è l’apice dell’ambizione umana mentre il desiderio insoddisfatto muove tutte le relazioni. Più un desiderio è lontano dalla sua realizzazione, più questo si configura come l’aspirazione più importante. La libertà, appunto.

Non è stata propria una passeggiata di salute (mentale), leggerti. Ho amato il senso del pudore che non hai. Grazie a te ho scoperto che la violazione da noi stessi ci rende bravi scrittori e che la cultura non è una forma di dominio su un’altra persona ma su se stessi.

«Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.» Schietto e maledetto, perennemente arrapato. Di Zucherman ho amato il peggio. Poi la vita mi ha insegnato che invece era il meglio che (forse) potevo trovare su piazza.

Di te sono ancora molto gelosa, Roth. Mi sento sempre l’unica. E ridicola. Ma voglio pensare al nostro amore così: tre metri sopra la libertà blasfema. In fondo, non è male amare qualcuno di cui si conoscono soltanto i romanzi: le tue (le nostre) verità eterne.

RITRATTO

Se la produzione letteraria di Roth è segnata inesorabilmente dalla vita, la sua vita è stata segnata sdegnosamente dalla sua produzione letteraria.

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.”

Lo stretto legame, apertamente dichiarato, tra letteratura e vita è stato il motivo per cui lo scrittore statunitense Philip Roth, considerato il più grande narratore americano dopo William Faulkner, è stato osannato oppure detestato. Non ha mai lasciato indifferenti i suoi lettori e meno che meno i suoi detrattori. Senza voler scomodare la penosa questione del Nobel (ogni anno fino a poco prima della sua morte, si diceva che l’avrebbe vinto e ogni anno puntualmente con una ferocia parossistica si scopriva che non l’aveva ricevuto), Roth è stato un contestatore. Prima di tutto di se stesso. Nato nel 1933 a Newark, nel New Jersey, in una famiglia ebraico-americana della classe operaia e originaria dell’Europa orientale, Roth ha esordito con la raccolta di racconti Goodbye Columbus che gli è valso, a 26 anni, il National Book Award.

Poco dopo sposa Margaret Martinson dalla quale divorzia dopo un paio di anni burrascosi. La donna nel 1968 muore tragicamente. La morte dell’ex moglie non è solo uno shock ma diventa un modo, tutto rothiano, di esplorare la perdita di qualcuno. Da quel momento Roth dichiarerà di ispirarsi a lei per alcuni dei suoi personaggi femminili più complessi e di successo, tra cui le perversioni erotiche ne Il teatro di Sabbath.

La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare.”

Philip Roth muore un anno fa, il 22 maggio 2018, a 81 anni, lasciandoci 31 libri di cui 27 opere di narrativa, romanzi soprattutto. Dalla fine degli anni 70 in poi, le sue principali opere hanno in comune Nathan Zucherman, alter ego letterario e mezzo di diffusione della genialità dello scrittore. Zuch (ebreo come Roth) a volte è in scena come personaggio altre volte è la voce narrante. Zuch è scabroso per il linguaggio, per la fantasia da erotomane, per la dissoluzione del puritanesimo ebreo e americano. La feroce intersezione tra vita e scrittura è il mezzo per comprendere questo personaggio e tutta la filosofia di rottura degli schemi che gli viene dietro.

Scrivere per Roth non è solo uno strumento di introspezione e di analisi ma un mezzo di osservazione del mondo, di sé, dell’America, della civiltà ebraica. Tutte situazioni e modi di essere con cui lo scrittore sarà sempre in conflitto, usando la scrittura come mezzo di contestazione. Ne sono una prova i romanzi più noti e più amati: La macchia umana, Pastorale americana, Il lamento di Portnoy, Ho sposato un comunista.

In una delle sue ultime interviste ha dichiarato: “Una volta terminata la scrittura, non so più nulla.” Una riflessione che ben si intreccia con la coscienza introspettiva dei cosiddetti romanzi minori: Il seno, Inganno, Operazione Shylock. Storie che intercettano i sentimenti umani più beceri. Situazioni brevi e ombelicali che discettano di tradimento, infedeltà, vendetta, nevrosi. L’ombelico di Roth è l’ombelico del mondo. L’isteria dei personaggi, come il delirio nelle sue storie, è un sintomo della sua grandezza inespugnabile. Vissuta in vita come una vera e propria malattia.

«Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne.»

Quando nel 2012 annuncia al mondo di aver chiuso con la scrittura, qualcuno interpreta il gesto come una chiusura definitiva verso il mondo, verso la vita. Lui che aveva dedicato tutto se stesso, perfino il suo malessere psichico, alle “storie specifiche” come le definiva, rinuncia alle parole. Come se queste non fossero più adatte a nulla. Lui che aveva smesso di amare, di lavorare (all’università), di vivere a New York (preferendole una fattoria nel Connecticut) rinuncia alla letteratura. Compie una scelta pronosticata anni prima dal suo spregiudicato alter ego, Zuch in Pastorale americana: “Il vecchio sistema che ha reso l’ordine non funziona più. Tutto quello che restava era la sua paura e lo stupore, ma ora nascosto dal nulla.”


                                      

Gabrielle Sidonie Colette – La mia musa infinita

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Gabrielle Sidonie Colette (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 26 maggio)

Cara Colette,

tutto ciò che si scrive, accade?

Sì. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è che ciò che non accade non si scrive. Come fanno certe persone a giurare che non ci sia una briciola di sé in quello che scrivono? Ho l’impressione che sia un atteggiamento miope, legato a una diffusa bassa considerazione della scrittura “viva” ovvero dei sentimenti contro la scrittura “morta” riguardante tutto il resto. Come se anche scrivere di un sasso non sia un modo per raccontarsi.

Ma tu lo sai che ancora vedo storcere il naso quando ti si nomina come figura letteraria rilevante? Loro dicono: ah Colette, quella che ha scritto “Cherie”? Quella che amava i ragazzi e le ragazze? Ma si può essere più impuri? Cosa respinge alcuni autori e autrici di fronte ai sentimenti, peraltro degli altri? Esiste un romanzo senza una storia d’amore? A cominciare da quella tra chi lo scrive e il suo personaggio? E poi quella tra chi lo legge e chi lo scrive e così via?

Ma davvero dobbiamo ancora chiederci se si possono scrivere storie senza scrivere di sentimenti?

Le tue storie di sentimenti sfrenati, resi vivi da parole così intime come menzogne sussurrate al proprio amante, fanno paura. Non siamo tutti in grado di dare parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” o frasi fatte del genere. Allora, l’amore che tu scrivi spaventa perché si può avverare. Non è composto di frasi fatte e cioccolatini. Ma di desiderio e dunque di libertà. Il tuo sguardo viviseziona il cuore umano. Ci ricorda di averlo. E che non è poi così male, il cuore. Quando vuol dire amore libero e libertà di amare.

RITRATTO – Colette la scrittrice che visse mille vite

Se esiste una giustizia letteraria questa non è il talento e nemmeno la fortuna. La giustizia per chi scrive è il destino. Il destino inteso come dna narrativo. Colette è una scrittrice del destino, la sua è una scrittura che si compie. Una scrittura del destino. Quello che si scrive succede, diceva di sé. La sua vita non le ha dato torto.

Nel pieno della bella epoque parigina, posò sdraiata nuda sulla pelle di un leone. Recitò in teatro con il seno scoperto. Simulò un atto sessuale al Moulin Rouge. La sua fama è stata immensa. Gabrielle Sidonie Colette è stata la prima donna francese a ricevere i funerali di Stato, mentre in vita fu insignita della Legione d’Onore. Scrittrice prima su commissione poi finalmente libera (dopo il divorzio), Colette amava la vita fino a divorarla. Non conosceremo mai abbastanza questa donna fuori dalla definizioni per definizione. Colette è stata una donna infinita.

Nata in Borgogna,Saint-Sauveur-en-Puisaye,nel 1873 da una famiglia modesta ma non povera che le voleva bene, soprattutto la madre Sido, a cui la scrittrice dedicherà molte prose, considerava Colette un dono prezioso che crebbe con amore e spontaneità nella lussuria della campagna francese.

La vita letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato editoriale da Henri Gauthier-Villars, detto Willy: marito e datore di lavoro che allevava ghost writer costretti a scrivere romanzi di appendice. I due si sposano nel 1893, quando lei ha 20 anni e lui 35. Arrivata a Parigi, dalla serenità della campagna francese, Colette conosce la mondanità più sfrenata. Il loro matrimonio, atraversato da continue crisi e tradimento, trova una sua crudele stabilità attraverso la famosa serie di romanzi sentimentali legati al personaggio di Claudine, in realtà alter ego di Colette costretta a produrre costantemente libri senza firmarli e senza guadagnarci granché. Il successo di Claudine e il matrimonio fallito la resero molto depressa, come racconta ne “Il mio noviziato”.

Il fascino di Colette si confondeva dietro una patina di leggerezza. Fu una donna dalle incandescenti sfaccettature di senso. Amò uomini e donne con la stessa intensità con cui amava scriverne. In “Chéri, il romanzo che la rese nota liberandola dal passato di schiavismo letterario e matrimoniale, ha per protagonista un’escort: Lea, con la passione sfrenata per un ragazzo molto più giovane che la farà letteralmente impazzire. Pubblicato nel 1920, fu subito: scandalo! Come tutte le storie di Colette, del resto.

La voce della saggezza femminile mondana attraversa il punto di vista di Colette che ha (stra)vissuto l’epoca più festosa della Francia sempre con occhi e cuore spontanei. Come giornalista scrisse di costume e società per diverse testate senza risparmiarsi mai in termini di stilettate affilate contro i dettami vetero-broghesi.

La scrittrice amava definirsi ”una borghese buongustaia e golosa”, amava l’aglio, i cosciotti, i piatti in umido, ma anche le cose semplici della terra. Colette aveva una passione sfrenata per il buon cibo. Molto presente nelle sue opere. ”Il vero gourmet” scrive ”è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato ed il pane ben impastato”. Una lezione di gusto che vale anche per la scrittura.

J. D. Salinger, le tue parole mi si addicono

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore J. D. Salinger (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 5 maggio)

CARO J. D., 
a volte mi manchi, a volte mi basta rileggere “Il Giovane Holden”. 
Non ti infastidire ma è di lui che ti voglio parlare. Del tuo migliore amico, del tuo peggior nemico.
Proprio non capisco i lettori che, gonfiandosi il petto, dicono: “A me ‘Il giovane Holden’ non è piaciuto”. Fin qui tutto ok. È un libro. Come molti libri può non piacere. Il punto è il motivo. Perché non è piaciuto? La maggior parte della volte non mi arriva una risposta concreta, ma solo un ghigno sprezzante.
Non importa cosa e come questo libro abbia cambiato la mia vita, perché l’ha fatto indubbiamente quando sono arrivata, molti anni fa, a Torino per frequentare la scuola di scrittura a lui dedicata. Posso capire che la mia scelta non sia condivisibile da tutti (e poco importa), ma ho l’impressione che talvolta, in Italia, una qualche antipatia per questa scuola sconfini, a torto, nei confronti del romanzo da cui ha preso spunto. Sento puzza di pregiudizio. Ecco, se c’è pregiudizio nella lettura certamente Holden sta antipatico. Holden i pregiudizi li smaschera e complimenti a te, caro Salinger, che nel creare il suo personaggio l’hai immaginato un ragazzo di appena 17 anni. Resterò con il dubbio che una volta adulto, Holden si sia normalizzato. Ma spero che da adulto sia stato ancora strafottente. E per strafottente non intendo cattivo, intendo puro, candido, autentico. Capace di dire una cosa inaudita: la verità. Quelli a cui “Il giovane Holden” non piace, forse non sono mai stati ragazzi. Non sono mai stati cacciati da una scuola, da una classe, da un cortile, da una parrocchia, dalla propria famiglia. 
«La gente non si accorge mai di nulla. (…) E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Tu sei riuscito a dire la verità senza mentire. Hai reagito ai permalosi, ai suscettibili, ai piagnoni, ai sotuttoio, ai sodinonsapere. Sei sopravvissuto a te come scrittore, hai sconfitto l’ossessione della pubblicazione. Pubblicare è la cosa peggiore che tu possa fare, “dal non pubblicare viene una gran quiete”, hai detto. Caspita se è vero. Anni di studi per capire a cosa serve scrivere. La domanda vera è: a cosa serve pubblicare? E la tua risposta ce l’ho trapiantata dentro come un secondo cuore: “E comunque la maggior parte delle cose non vere è meglio lasciarle non dette.”

RITRATTO

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

I personaggi di J.D. Salinger sono così reali che si finisce con il pensare che esistano davvero. A cominciare dai loro pensieri, fateci caso: si impossessano di voi. Tutti abbiamo avuto un fratello come Holden, una sorellina come Franny, un marito come Seymour, una moglie come Bessie.

Salinger comprendeva qualcosa degli esseri umani prima che loro stessi lo comprendessero.

Nato nel 1919 a New York da padre di origine ebrea e madre di origine cattolica (convertita ebrea per il marito), dopo essere stato cacciato da una scuola privata viene spedito dai genitori in un’accademia militare in Pennsylvania, dove comincia a scrivere racconti (di notte, sotto le coperte, illuminato da una pila).

Salinger è lo scrittore che sta sempre altrove. Deve essere per questo che ha iniziato a scrivere, attività che lui visse come una pulsione istintiva. Ha scritto per spostarsi, ed è andata che ha spostato noi. I temi che caratterizzano le sue storie sono tutti legati all’idea di fuga, in forma di abbandono, di morte, di ribellione o di punizione. C’è sempre qualcuno in fuga. E non è certamente casuale. Se c’era un modo in cui Salinger si è sentito realizzato nella vita questo è stato la fuga.

Dopo gli studi alla Columbia e corsi di scrittura serali, per Salinger diventa un’ossessione pubblicare sul The New Yorker, considerato il massimo riconoscimento possibile. Dopo rifiuti su rifiuti, nel 1948 esordisce sulla prestigiosa rivista con il racconto “Un giorno ideale per i pescibanana”. Successo immediato. La vita di Salinger è stata questo: meno cercava il successo più l’otteneva.

Prima del felice esordio, c’è stata la guerra. Salinger combatte in trincea, un’esperienza paranoide dalla quale non si riprenderà mai: “è impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva”.

Salinger morì a 91 anni nel 2010 nel NewHampshire dove si era rifugiato per scrivere e ritirarsi a una vita tranquilla. La sua ultima intervista risale al 1974; uno dei modi per avvicinarsi alla vita e al pensiero di Salinger, a parte leggere l’opera omnia, è la visione del documentario di Shane Salerno scritto e montato senza fronzoli, nel pieno rispetto dell’animo schivo dello scrittore.

Salinger viene identificato come l’eremita, il misantropo, il solitario. Non era proprio così. Viaggiava, partecipava alle fiere, comunicava con i giornalisti, faceva il galante con le signorine. Salinger faceva tutte le cose che facciamo noi, solo che lui le faceva a modo suo. Puntiglioso, ossessivo nella scrittura come nella vita (una virgola in più poteva costare la reputazione dei suoi editor), Salinger non odiava nessuno. Al contrario,amava a tal punto l’umanità da mettersi da parte per osservarla meglio.

«Sono mai stato innamorato, mi chiedi. (…) Non direi Amore, davvero. Cotte, colpi di fulmine, febbri assortite, bollori e raffreddori, matrimoni e relazioni formate da abitudini, ma non proprio una quantità di maledetto amore.»

Ebbe due mogli. Con la prima fu una storia lampo; con la seconda, Claire, sposata nel ’54, fece due figli: Margaret e Matt (quest’ultimo terrà, per la prima volta in Italia, un incontro sul padre nell’ambito del Salone del Libro di Torino). Egocentrico era egocentrico, come regalo di nozze alla diciannovenne moglie regala una copia di un suo racconto e si dice che senza Claire, Franny non esisterebbe. Ma forse questo vale per tutti i personaggi e le donne di JD. Dopo il divorzio dalla moglie, estenuata dall’isolamento del marito, Salinger frequenta molte ragazze, attrici, donne sempre molto più giovani. Tra cui Joice Maynard, giovanissima studentessa e aspirante scrittrice, che Salinger conquistò con lunghe e bellissime lettere in cui elargiva consigli di scrittura senza lesinare complimenti. Una delle più belle dichiarazioni d’amore che le fece, in una lettera, è: Gentile signorina, le tue parole mi si addicono. La Maynard si trasferirà per nove mesi a Cornish convivendo con lo scrittore fino a quando lui non troncherà la relazione, incompatibile con i progetti della ragazza.

La scelta di ritirarsi dalla notorietà, scomparendo tra i monti del New Hampshire, è stata spesso criticata mentre le sue motivazioni erano sincere e naturali: Salinger non voleva cancellare il mondo ma desiderava vivere in uno tutto suo. Altezzoso sì, ma mai cattivo. “La gente crede sempre che le cose finiscano a un certo punto. E invece no.”

Salinger scriveva spinto da qualche demone da esorcizzare, non desiderava essere letto più di quanto desiderasse scrivere bene una storia. Jerry, come lo chiamavano gli amici, disprezzava il benessere, l’avidità e l’ipocrisia sociale. Non sopportava l’idea che per scrivere l’autore si dovesse svendere. “Il giovane Holden” è la sintesi del suo pensiero; il romanzo ottenne un’enorme risonanza. Nessuno sapeva di essere il giovane Holden prima che Salinger lo inventasse: È tremendo, se uno ci pensa.” Direbbe, Holden.

Pier Vittorio Tondelli – Il mio Maestro sdradicato

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore Pier Vittorio Tondelli (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 aprile)

Caro Tondelli,

mi rivolgo al giovane scrittore che è in te e che con te (forse) è scomparso per sempre. Spiegami tu: chi sono i giovani scrittori oggi? Che vuol dire scrivere e che vuol dire giovane scrittore? Sono tempi in cui faccio confusione e non capisco se sia più pericoloso essere giovani o essere scrittori o entrambe le cose.

Dove cercheresti oggi le scritture giovanili? Chi leggeresti tra i giovani autori e le giovani autrici italiane? Che consigli di scrittura daresti?

Un’idea, caro Tondelli, me la sono fatta. Tu che per me sei la sibilla, la sfera di cristallo, la lettura incontestabile di un giro di tarocchi. Oggi ciò che hai detto al riguardo più di 30 anni fa, in un’intervista uscita su Linus nel 1985, vale ancora e anzi vale doppio:

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»

Quando una volta ti hanno chiesto perché scrivi?, tu hai risposto: “perché leggo”. Confesso che è stato lì che ho capito di amarti, dall’estrema sintesi di una risposta che rivela una filosofia, solo un genio trasfoma un’azione in una verità eterna.

Giovani scrittori, non dovete scrivere cose giovani dovete avere sguardi giovani. Lo sguardo è giovane se è autentico, sincero e perfino stronzo. Uscite dalle vostre classi, smettete di imparare le regole, ricominciate a leggervi dentro.

Essere giovane e scrivere per te hanno rappresentato lo stesso tempo nnel medesimo spazio, una inesorabile condizione naturale. Non faccio che pensarci. Scrivere non dovrebbe essere esperienza, dolore, accettazione, consapevolezza? Giovinezza non è esattamente la negazione di tutto ciò? Dipende dallo sguardo. Dove posavi il tuo sguardo, scoppiava una rivoluzione: dentro un palazzo, in una piazza, sul palcoscenico, in un fumetto o nei versi di una band inglese. L’amore specialmente, per te è stata la rivoluzione più importante. Lo sguardo necessario per trasformare la gioventù in età adulta, lasciando dietro l’ingenuità di sentirsi unici e provando a rendere unica un’altra persona.

Alla fine di “Camere separate” (manifesto dell’amore moderno che dovrebbe essere letto in tutte le scuole nell’ora di lettere ma anche di religione e di educazione civica) c’è il verso di una una canzone che dice, più o meno, che quando ci si innamora finisce la giovinezza. La canzone si intitola “Break up the family” e la canta il nostro adorato Morrissey, il verso è questo:

I’m so glad to grow older

To move away from those darker years

Oh, I’m in love for the first time.

Tu l’hai lasciato a noi, in eredità. Ora noi lo dedichiamo a te, giovane scrittore innamorato delle parole, con gratitudine.

RITRATTO

Ritratto di una scrittore da giovane: Pier Vittorio Tondelli, l’autore che ha inventato la meglio gioventù della scrittura

Nonostante si sentisse ispirato dalla Beat Generation americana, Jack Kerouac in particolare, Pier Vittorio Tondelli è stato il primo scrittore post moderno italiano. Non ha copiato i canoni letterari di nessuno, li ha anticipati. Possiamo considerarlo, giocando con l’iperbole tanto cara allo stile postmoderno, un David Foster Wallace italiano ma ancora più grande del grandissimo Wallace: Tondelli l’ha addirittura anticipato. Ha anticipato la scrittura frammentata e citazionista, ha anticipato la poetizzazione del profano, ha anticipato la narrativa autoreferenziale rendendola un Sacro Graal: un racconto leggendario che dona conoscenza e vita eterne.

Nato vicino Reggio Emilia, a Correggio, nel 1955, Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore molto amato dalla sua generazione e contemporaneamente criticato da quella a lui precedente. Non è da considerarsi una penna fastidiosa, i suoi libri non davano fastidio. Dicevano la verità, messianici per certi versi e satanici per altri. Non può essere un caso il fatto che, come tutte le personalità visionarie, sia compreso meglio oggi del suo tempo. Soprattutto dai più giovani. I suoi personaggi, portatori sani di ideali giovanili, affollano le pagine dei social; su instagram è uno dei più “quotati” autori: le citazioni tratte dai suoi libri ricevono più like di un bestseller (italiano) attuale. Tondelli è un cult, uno stracult. Tondelli questo amore eterno lo merita, scrivendo ha dato tutto se stesso. Ha vissuto più nelle sue pagine che nella vita. Non è detto che sia un bene, di certo è un merito e va riconosciuto. Dare ai lettori, nei propri libri, pezzetti di sé; rendere il particolare universale; intercettare il dolore degli altri attraverso il proprio è il modo in cui Tondelli faceva letteratura. Spremendo la sua vita.

Tutte le opere, poco più di una decina tra romanzi, raccolte di prose e di racconti e un testo teatrale, sono ispirate a se stesso. In ognuna di esse si può dire che non ci sia nulla di nuovo, se non una cura particolare per l’espressione e la riscoperta di alcune tecniche narrative tra cui la digressione, la citazione e il richiamo. Non c’è nulla di nuovo a parte il modo di raccontare, lo sguardo a mitraglia sul e nel mondo che PVT ha reso unico (potreste trovare questo acronimo al posto del suo nome: PVT che oggi è più noto come acronimo di MESSAGGIO IN POSTA PRIVATA. Questo lo rende ancora più adatto, trasfigura Tondelli dentro un pensiero che merita importanza, lontano dal clamore della piazza virtuale proprio come un messaggio in privato).

Nella scrittura di Tondelli la propria nevrosi si erge a sistema, senza mai diventare isteria. Le sue opere sono legate al contesto in cui lo scrittore agiva: la piccola minuscola provincia italiana in cui un ragazzo, attivista cattolico, allievo di Eco al Dams di Bologna, si innamora degli uomini. La provincia per lui era quel non luogo di fronte al quale le scelte diventavano due: fuga o rivoluzione. Tondelli scelse la seconda, attraverso la sue storie rese la provincia meccanica una dimensione sovversiva che dava voce agli emarginati: tossici, gay, trans, marchettari, poeti. Tutti giovani. Quella della giovinezza è stata la sua fissa. Tanto da diventare uno dei primi scrittori a scoprire talenti attraverso il lavoro editoriale e le riviste letterarie. È stata sua l’idea del progetto Under 25 che dal 1985 al 1990 ha scoperto giovani scrittori (alla ricerca risposero centinaia di autori inediti) che poi furono pubblicati, in tre antologie, con la casa editrice Transeuropa. L’iniziativa, avanguardia pura in Italia, trovò espressione nella raccolta di scritti “Un weekend postmoderno” in cui Tondelli sottolinea che pubblicare non deve essere il fine della scrittura, il fine della scrittura è scrivere bene: “Non abbiate paura di buttar via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita da un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando sarete già in pieno romanzo“. Il successo della ricerca di talenti fu immediato, a Tondelli si deve il battesimo letterario (tra i molti) di Gabriele Romagnoli, Silvia Ballestra e Giuseppe Culicchia.

Se è vero che dentro la scrittura di qualcuno si legge il suo destino, dentro quella di Tondelli c’è scritto: gioventù bruciata. Quando è morto, nel 1991, aveva soli 36 anni. L’articolo che ne annunciava la morte si intitolava “Breve storia di un libertino”, limitando il senso di libertà che lo scrittore ha raccontato, anche come giornalista: non libertà di vagabondaggio ma senso di sradicamento. Tondelli è stato uno scrittore sradicato, non senza radici ma capace di mettere radici ovunque. La sua morte, per AIDS, non si deve all’omosessualità ma ai tempi in cui lo scrittore ha vissuto. I feroci e fanatici anni 80 di cui è stato figlio prediletto e maledetto, senza potersi mai trasformare in genitore. Eppure oggi se fosse vivo, avrebbe 64 anni, sarebbe il padre putativo di gran parte della meglio gioventù delle lettere, quegli altri libertini rimasti orfani delle proprie radici.

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