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“Educazione sentimentale 2020” – I miei amori letterari e non su “The period”

Articolo originariamente pubblicato sulla newsletter “The period”, il 14 febbraio 2020

L’educazione sentimentale di noi lettrici viscerali passa attraverso le storie d’amore letterarie più belle. E anche se finiscono male, ci immedesimiamo: siamo Emma, siamo Anna, siamo Modesta, siamo Lizzie e Cathy. Siamo innamorate sulla carta, amiamo le loro storie e i loro amori, anche quelli maledetti. Sappiamo sempre di chi si innamorano i personaggi letterari. Invece, di chi si innamorano le donne che li hanno inventati non lo sappiamo (quasi mai). Innamorate? Be’, innamorate è un eufemismo. Illudersi che donne molto intelligenti facciano scelte altrettanto intelligenti quando si tratta di relazioni, ecco è un’idea sbagliata. Una specie di mistificazione. Spoiler: a me non è andata meglio.
A vent’anni, se mi chiedevano: “Sei femminista?”, io rispondevo stupidamente: “Sono maschilista”. Ma ero ingenua, anche un po’ scema. Sottintendevo al maschilismo un significato emotivo, non letterale. Non mi sentivo certo una crocerossina, piuttosto una buona affiancatrice, che è una cosa ben diversa. Ero ammalata di un maschilismo inconsapevole e ovattato. Lo stesso da cui era affetta Mary Shelley. La scrittrice inglese ha inventato “Frankenstein” per un gioco letterario con l’adorato John Keats. Lui, il poeta maledetto, per la situazione letteraria, era l’unico deputato a “vincere” con l’idea migliore. Invece la vittoria andò a “Frankenstein” che non sarebbe nato se lei non avesse vissuto qualche pagina indietro rispetto al marito: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai l’ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre anime irrequiete: Shelley il marito e l’amichetto Lord Byron. Perché ve ne parlo? Perché il teamShelley esiste, vive e lotta insieme a noi ed è un team di donne innamorate, scrittrici e non, che con il “siamo maschiliste” ammirano e sostengono (senza se e senza ma) i propri compagni. Prestandogli il fianco, rendendoli fieri di sé, senza osare immaginare che un giorno non solo raggiungeranno gli stessi risultati dei propri uomini, ma faranno perfino di meglio con o senza il loro sostegno. Proprio come successe a Mary con “Frankenstein” o a me, con innumerevoli uomini meno interessanti di Shelley.

Quando sono diventata più adulta, e sono aumentate le esperienze e di conseguenza le letture, insomma quando sono passata da “Frankenstein” a “Memorie di una ragazza perbene”, mi si è ingrandito tutto. In primis, il punto di vista. Ho capito che anche Simone de Beauvoir, davanti alle bizze di Jean Paul Sartre, “sputava il veleno”, tanto per citare un caro amico scrittore che, quando gli raccontai della rovinosa fine di una mia storia (confessandogli che la perdita del mio orgoglio mi faceva impazzire più della di lui assenza), questi placido come solo un brav’uomo sa essere, mi consolò dicendomi: “Bella: e di che ti meravigli? Pure Simone De Beauvoir sputava il veleno appresso a Sartre”. Proprio lei che in “Una donna spezzata” scrisse: “È così stancante detestare uno che si ama”. Ma veramente Simone, chi ce lo fa fare?
Non va meglio a quelle che, alla stregua delle attuali poliamorose, si invaghiscono di uomini apertamente infedeli proprio come fece Anaïs Nin e il suo, si fa per dire, Henry Miller o Gabrielle Sidonie Colette e il maniacale marito Willy. Il teampoliamorose si nutre dall’inconsapevole idealizzazione dell’unicità: “ci sono altre donne, ma la sua femmina sono io”. Come se un uomo o una donna possano essere una giostra su cui scendere e salire a piacimento. Una giostra che si incrocia con quella che io chiamo la ruota delle sadiche: a metà tra la ruota della fortuna e quella del criceto. La scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ebbe una relazione more uxorio con Citto Maselli per quasi vent’anni, mentre lui restava legalmente unito alla moglie.
Perché noi donne, diciamolo, quando amiamo siamo disposte ad accettare tutto. Prendi Sylvia Plath: il marito, il poeta inglese Ted Hughes, non le concedeva nemmeno la sua ombra sulla quale l’innamoratissima poetessa si sarebbe volentieri genuflessa. Sylvia amava Ted in modo assillante per se stessa. Più che accanto, gli stava dieci passi dietro. E così, mentre si immaginava poetessa famosa, le occasioni editoriali le sfuggivano a favore di Hughes che con lei invece raggiunse le prime glorie letterarie. Solo quando lui se ne andrà con un’altra (la migliore amica della moglie), Sylvia troverà l’energia per dedicarsi alle sue parole: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei”. Ma perché non farlo prima cara Sylvia? Se non è sadismo quest’amore, allora cos’è? “Le coppie di letterati sono una peste”, scriveva Elsa Morante a proposito della sua relazione con Alberto Moravia. Oggigiorno non va meglio a noialtre che non siamo Elsa e neanche Mary o Sidonie. Per questo, se dovessi fare il test a quale scrittrice innamorata appartieni?, probabilmente risulterei affine a tutte. Ho amato, come loro, fino alla disperazione, urlando, piangendo ma dalle vite di queste scrittrici, romanzate o meno, e dalla vita mia ho capito che la differenza in queste nostre stupide storie d’amore la fa lo sguardo. Il nostro e di nessun’altra. Fare le cose per il piacere di farle, aveva ragione Sylvia, resta l’unico vero dono degli dei. Il resto, arriverà.

Ritratto di signore: Goliarda Sapienza e Elsa Morante al Circolo dei Lettori di Andria

Il 27 dicembre alle ore 19, vi aspetto con Giorgia Antonelli per una serata dedicata a due scrittrici che hanno fatto, in modi diversi, la storia della letteratura italiana.

Appumento al Circolo dei Lettori di Andria. Ingresso libero.

Venite, vi aspettiamo!

Gabrielle Sidonie Colette – La mia musa infinita

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Gabrielle Sidonie Colette (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 26 maggio)

Cara Colette,

tutto ciò che si scrive, accade?

Sì. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è che ciò che non accade non si scrive. Come fanno certe persone a giurare che non ci sia una briciola di sé in quello che scrivono? Ho l’impressione che sia un atteggiamento miope, legato a una diffusa bassa considerazione della scrittura “viva” ovvero dei sentimenti contro la scrittura “morta” riguardante tutto il resto. Come se anche scrivere di un sasso non sia un modo per raccontarsi.

Ma tu lo sai che ancora vedo storcere il naso quando ti si nomina come figura letteraria rilevante? Loro dicono: ah Colette, quella che ha scritto “Cherie”? Quella che amava i ragazzi e le ragazze? Ma si può essere più impuri? Cosa respinge alcuni autori e autrici di fronte ai sentimenti, peraltro degli altri? Esiste un romanzo senza una storia d’amore? A cominciare da quella tra chi lo scrive e il suo personaggio? E poi quella tra chi lo legge e chi lo scrive e così via?

Ma davvero dobbiamo ancora chiederci se si possono scrivere storie senza scrivere di sentimenti?

Le tue storie di sentimenti sfrenati, resi vivi da parole così intime come menzogne sussurrate al proprio amante, fanno paura. Non siamo tutti in grado di dare parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” o frasi fatte del genere. Allora, l’amore che tu scrivi spaventa perché si può avverare. Non è composto di frasi fatte e cioccolatini. Ma di desiderio e dunque di libertà. Il tuo sguardo viviseziona il cuore umano. Ci ricorda di averlo. E che non è poi così male, il cuore. Quando vuol dire amore libero e libertà di amare.

RITRATTO – Colette la scrittrice che visse mille vite

Se esiste una giustizia letteraria questa non è il talento e nemmeno la fortuna. La giustizia per chi scrive è il destino. Il destino inteso come dna narrativo. Colette è una scrittrice del destino, la sua è una scrittura che si compie. Una scrittura del destino. Quello che si scrive succede, diceva di sé. La sua vita non le ha dato torto.

Nel pieno della bella epoque parigina, posò sdraiata nuda sulla pelle di un leone. Recitò in teatro con il seno scoperto. Simulò un atto sessuale al Moulin Rouge. La sua fama è stata immensa. Gabrielle Sidonie Colette è stata la prima donna francese a ricevere i funerali di Stato, mentre in vita fu insignita della Legione d’Onore. Scrittrice prima su commissione poi finalmente libera (dopo il divorzio), Colette amava la vita fino a divorarla. Non conosceremo mai abbastanza questa donna fuori dalla definizioni per definizione. Colette è stata una donna infinita.

Nata in Borgogna,Saint-Sauveur-en-Puisaye,nel 1873 da una famiglia modesta ma non povera che le voleva bene, soprattutto la madre Sido, a cui la scrittrice dedicherà molte prose, considerava Colette un dono prezioso che crebbe con amore e spontaneità nella lussuria della campagna francese.

La vita letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato editoriale da Henri Gauthier-Villars, detto Willy: marito e datore di lavoro che allevava ghost writer costretti a scrivere romanzi di appendice. I due si sposano nel 1893, quando lei ha 20 anni e lui 35. Arrivata a Parigi, dalla serenità della campagna francese, Colette conosce la mondanità più sfrenata. Il loro matrimonio, atraversato da continue crisi e tradimento, trova una sua crudele stabilità attraverso la famosa serie di romanzi sentimentali legati al personaggio di Claudine, in realtà alter ego di Colette costretta a produrre costantemente libri senza firmarli e senza guadagnarci granché. Il successo di Claudine e il matrimonio fallito la resero molto depressa, come racconta ne “Il mio noviziato”.

Il fascino di Colette si confondeva dietro una patina di leggerezza. Fu una donna dalle incandescenti sfaccettature di senso. Amò uomini e donne con la stessa intensità con cui amava scriverne. In “Chéri, il romanzo che la rese nota liberandola dal passato di schiavismo letterario e matrimoniale, ha per protagonista un’escort: Lea, con la passione sfrenata per un ragazzo molto più giovane che la farà letteralmente impazzire. Pubblicato nel 1920, fu subito: scandalo! Come tutte le storie di Colette, del resto.

La voce della saggezza femminile mondana attraversa il punto di vista di Colette che ha (stra)vissuto l’epoca più festosa della Francia sempre con occhi e cuore spontanei. Come giornalista scrisse di costume e società per diverse testate senza risparmiarsi mai in termini di stilettate affilate contro i dettami vetero-broghesi.

La scrittrice amava definirsi ”una borghese buongustaia e golosa”, amava l’aglio, i cosciotti, i piatti in umido, ma anche le cose semplici della terra. Colette aveva una passione sfrenata per il buon cibo. Molto presente nelle sue opere. ”Il vero gourmet” scrive ”è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato ed il pane ben impastato”. Una lezione di gusto che vale anche per la scrittura.

Anna Maria Ortese: la mia musa piena di grazia

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 20 aprile, dedicato alla scrittrice Anna Maria Ortese

Cara Anna Maria,

il tuo cognome, da sempre, per me è diventato un aggettivo femminile singolare. Ortese è qualcosa che ha un corrispettivo nel mondo reale: indipendentemente da te, imprescindibile da te. Per me Ortese significa piena di grazia.

A chi mi chiedesse: “Com’è stata la passeggiata sulla spiaggia?”

Risponderei: “È stata Ortese.”

E ancora: “Come hai trovato l’ultimo libro di quello o quell’altra?”

E io: “Ortese, mi è sembrata una storia molto ortese.”

Qualcosa è “ortese” se è un’esperienza piena di grazia, la stessa grazia che tu ci hai messo nella scrittura.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per te Anna Maria provo amore devoto da scrittrice. Ti voglio bene, sei un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante, quando non lo fa, mi manca e mi spezza. Le nostre parole dialogano in una direzione comune: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici nelle storie che inventiamo. Scrivendo fuggiamo, in cerca di un riparo dalla realtà.

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Questo riparo non è un rifugio o un eremo, non è una stanza tutta per sé. La stanza l’abbiamo arredata da un pezzo. La consapevolezza di vedere altrove e oltre attraverso la scrittura è uno spazio immaginario e possibile con le parole. Sono le storie che scriviamo a darci spazio. Questo spazio è – proprio – la scrittura.Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

La tua idea di “tornare a casa” scrivendo ce l’ho incollata addosso, l’ho scritta sui muri del mio appartamento con il pennarello indelebile. Perché se è vero che scrivere è tornare a casa allora è vero, soprattutto, il contrario: non scrivere è non stare in nessun luogo, non scrivere è non essere. Quando scrivo io esisto, quando non scrivo non lo so. Mi perdo.

Leggendoti, penso: ma chi sei tu senza la scrittura? Non sei stata, mi rispondo.

Ti ho scoperto tardi, cara Anna Maria, ero donna e adulta, già schiacciata dalla mancanza di verità nel mondo. Ti ho trovata in un mercatino delle pulci, poco meno di dieci anni fa. Il cardillo addolorato è stato il nostro primo contatto. L’ho letto, non ho capito tutto. Questa mancanza di comprensione totale mi è bastata per amarti e, in quanto innamorata, per sentirmi ogni giorno meravigliosamente meno di te. Meno giusta, meno grata, meno profonda, meno Ortese.

Tu sei visione pura. Sei spostata più in là rispetto al senso comune; la tua forza sta nella diversità che è stata la tua salvezza.

Le tue parole sono stelle cadenti che si posano sulla pagina e scrivono storie. Ogni volta che le leggo, immersa nella loro luce, esprimo desideri. Desideri di riconoscere ciò che non sono; desideri di attraversare storie quotidiane rendendole piene di grazia, più simili a una preghiera ascetica che a una confidenza tra amiche.

RITRATTO

«Io sono una persona antipatica. Sono aliena, sono impresentabile. Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare. Io sono in contraddizione continua con me stessa.» Due anni prima di morire, nel 1996, Anna Maria Ortese rilascia a Goffredo Fofi (per Linea d’ombra) un’intervista dove si racconta come colei che “non sa cosa ha voluto, né chi è”.

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914; suo padre ha origini siciliane e sua madre è napoletana. Nel 1915 il padre si arruola nell’esercito della Grande Guerra e si sposta con la famiglia in Puglia,Campania,Basilicata e in Libia dove Anna Maria trascorre tre anni insieme ai genitori, i cinque fratelli e l’adorata sorella. Il deserto metaforico e non, il sud del mondo, nutrono l’immaginario alieno dell’autrice. La mancanza di identità ne condizionò pensiero e opera, rendendola una delle scrittrici stravaganti italiane, come quelle cugine o zie lontane che alle feste comandate raccontano storie incredibili a cui nessun parente, dopo un po’, dà più retta.

Nel 1928 si trasferisce a Napoli, dove intraprende gli studi da autodidatta senza frequentare circoli ufficiali. Tempo dopo all’amico poeta, Dario Bellezza, in proposito scriverà: “Spiegarti questo orrore segreto di partecipare alla cultura italiana di buon livello – è impossibile. Sai, sarebbe come rientrare malvestiti e invecchiati in una casa di potenti – dove tutti sono sempre vestiti in modo impeccabile, e soprattutto sono rimasti gli stessi”.

Nel 1933 viene colpita dalla perdita del fratello Manuele, un dolore che la spinge a rinchiudersi nella scrittura; scrivendo ritrova se stessa, seppure a frammenti. Da questa sofferenza inaccettabile nascono le sue poesie (pubblicate da Empiria) a cui segue l’opera prima, Angelici dolori, nel 1937 l’anno in cui perde il secondo fratello Antonio, suo gemello.

Il suo rapporto con la scrittura è mimetico, una seconda pelle che si cuce addosso nella disperante aspirazione di essere amata e ricevere il riconoscimento di cui invece sentirà l’assenza anche dopo i primi successi: “La perla è la malattia dell’ostrica. Scrivere è una malattia; mi costano molto queste cose luccicanti che cerco di costruire.”

Se crediamo in una distinzione netta tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo giusto tra le due pulsioni che animano il dietro le quinte della creazione letteraria. Questa sua riflessione mostra bene lo sguardo sul mondo: I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco”.

Il suo cuore scriveva esule e privo di appigli, strappato a morsi dall’esistenza. (Come altro può sentirsi chi non oscura le proprie nevrosi?) Non bisogna, però, considerare il dolore il suo talento narrativo, il talento della Ortese è la visione. Oggi, leggendola, si impara a guardare la vita con un’eleganza naturale come quella della sua prosa. Italo Calvino la chiamava «zingara assorta in sogno». La prosa della Ortese sogna ma non dorme. Le sue storie, legate ad un immaginario fiabesco, sono tragicamente vere. Tra gli autori che la ispirano c’è Giacomo Leopardi (Sua è l’immagine del genio leopardiano come “giovane favoloso”) ed Hemingway: “un pezzo di mare e di vento, un pezzo di cielo, e una fitta di sole”.

Dietro la pacatezza, a cui comunemente viene associata, traspare una rabbia fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che la rende una Cassandra, mille spanne sopra tutti. Nel 1955 seguì il Giro d’Italia, di cui scrisse con tenacia e ardore, partecipandovi con il capo coperto da un foulard per ripararsi dai curiosi che commentavano scettici la presenza della prima scrittrice al Giro.

Quando nel 1967 vince il Premio Strega, con il meno interessante “Poveri e semplici”, dichiara di accettarlo per soldi. Quella dei soldi è una mancanza predominante che la ossessiona. Dopo lo Strega finalmente compra casa e sceglie Rapallo come esilio volontario, dove vivrà con la sorella fino alla morte nel 1998.

Anna Maria Ortese nelle rare foto che la ritraggono appare spesso con gli occhi invisibili dentro gli occhiali scuri. Quel suo sguardo, pieno di pudore, con uno spessore protettivo in meno degli altri, smosse prodigiose lotte sociali ante litteram. Fu un’attivista animalista, battendosi contro la vivisezione e la caccia non risparmiò critiche feroci a personaggi falsamente progressisti. “Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni.”

Umile con gli umili, intollerante con i padroni. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere una persona. Questo suo essere umana l’ha resa la dea delle piccole persone.

 

Anna Maria Ortese: una donna piena di grazia

By alessandra Inspiring women

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per Anna Maria Ortese provo amore da scrittrice. Le voglio bene, è un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante mi manca. Le nostre parole dialogano in una direzione simile: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici. Scrivendo fuggiamo in cerca di un riparo dalla realtà.

Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

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La vita inedita di una scrittrice #33 “L’arte della gioia”

Ora capisco, tante cose ho imparato nella vita ma mai a prevenire l’amore. (L’arte della gioia, G. S.)

Domani per la prima volta, a Bari, nella libreria Campus, racconto un pezzo della vita e dell’opera di Goliarda Sapienza. Per me Goliarda è un’amica non una maestra, un’ispirazione privata che posso tenere per mano o in tasca; un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Una volta le ho scritto una lettera, le ho chiesto qual è il profumo dei limoni. Racconterò questa donna lavica per la prima volta in vita mia davanti a persone che la stanno aspettando, che sono lì per lei. La metà di loro l’avrà letta perché gliel’ho passata io, come una molotov (limoni compresi); io che l’ho sempre portata dove non era mai stata, dove nessuno pensava di averne bisogno, prima di conoscerla.

Ci tengo a dire che non sarà possibile raccontare tutto quello che desidero su Goliarda per cui domani in libreria munitevi dei suoi libri se ancora non li avete, saranno delle ottime scorte di sopravvivenza dopo l’incontro.

Sempre  a proposito di domani. Cominciamo alle 19. Per il rispetto del lavoro di tutti. Io sarò lì alle 18 e 30 per incontrare chi vorrà venire prima (scelta consigliata). I posti a sedere sono terminati. Chi si prenota da ora in poi può mettersi in attesa in caso qualcuno rinunci oppure possiamo provare un’altra data in futuro.

Lo dico io ma scrivo a nome di tutte le persone, tutte donne, coinvolte in Ritratto di signore.

Grazie per la vostra comprensione.

A domani, puntuali l’ho scritto? 🙂

Colette: una donna infinita – Incontro a Bologna

Colette è stata una donna infinita. Questo è  il motivo per cui la amo e per cui la considero una donna che mi ispira. Mi piace leggerla, mi piace raccontare la sua vita e le sue opere, che poi sono spesso la stessa cosa, a chi non la conosce. Mi piace difenderla, anche se non ne ha bisogno, davanti a chi storce il naso considerandola una figura in fondo non poi così rilevante. 

La racconto a Bologna il 27 novembre alle ore 18, presso lo spazio CostArena

Ritratto di Signore – Seconda edizione

Quattro appuntamenti con quattro grandi Signore della letteratura italiana.
Alessandra Minervini e Giorgia Antonelli raccontano la vita e le opere di Goliarda Sapienza, Natalia Ginzburg, Annamaria Ortese, Elsa Morante in quattro incontri letterari presso la LIBRERIA CAMPUS BARI.
Un’occasione per riscoprire il talento di queste grandi scrittrici e immergersi nelle atmosfere dei loro libri.

  • Goliarda Sapienza: 22 novembre con Alessandra Minervini
    – Natalia Ginzburg: 13 dicembre con Giorgia Antonelli
    – Annamaria Ortese: 17 gennaio con Alessandra Minervini
  • – Elsa Morante: 14 febbraio con Giorgia Antonelli

In collaborazione con Vineria Est.

L’incontro ha un costo di 5 euro inclusivo di un calice di vino e di un piccolo rinfresco. Per info e prenotazioni scrivete a info@alessandraminervini.info

DOVE: Libreria Campus Bari, via Toma 76/78
QUANDO:  alle ore 19.00

Goliarda Sapienza, una donna lavica

Tutto quello che le donne non scrivono, Goliarda Sapienza lo ha scritto. Quasi un anno fa, sempre dentro una cascante sera estiva (ed è simbolico perché lei proprio una desolante sera estiva morì, il 30 agosto), ho scritto una lettera a Goliarda Sapienza, si intitola L’odore dei limoni. Lei per me è aspra, avvolgente, dissetante e dissacrante come l’odore dei limoni specie di quelli buoni anche se in apparenza non sono ancora maturi. Non matureranno mai, non avranno l’aspetto giallo e teso del limone comune: resteranno limoni in apparenza diversi e, per chi si fida, più saporiti.

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Raccontare Jane Austen su ExLibris20

Jane Austen, una donna virale

Raccontare Jane Austen (16 dicembre 1775 – 18 luglio 1817) significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Se di Colette ho scritto che si trattava di una donna infinita, di Jane Austen posso affermare che si tratta di una donna virale. Proprio come l’influenza. Esiste la “austenite”, non è una malattia vera e propria e nemmeno un morbo. È una sorta di virus che possiede chi della scrittrice inglese ama non solo le storie, ma anche l’epoca e il punto di vista con il quale vengono raccontate.

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