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“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27

Antonio mi ha scritto un giorno per chiedermi di leggere e revisionare il suo romanzo. Un romanzo che traeva molta, forse troppa, ispirazione dalla propria vita. Con molta pazienza e abile capacità di mettersi in gioco, il romanzo è diventato una raccolta di racconti, pezzi di storie che messi insieme ricostruiscono pezzi di vita.

(La foto è di Luigi Ghirri)

Occhi a mandorla

Di Antonio Bonagura

 

Aspettava ogni anno quelle due settimane di agosto.

Era il 1982, da qualche giorno era arrivato a Palinuro,il posto dove fin da piccolo andava in vacanza.  Il posto dove il panorama delle spiagge, del mare, dell’incredibile scoglio, lo scoglio del coniglio per la sua sagoma che si riusciva a distinguere dalla finestra della sua stanza, tutto di Palinuro lo affascinava, riportandolo indietro con il pensiero a quando, da piccolo, osservava le stesse cose ma con uno sguardo diverso e lontano. Cos’era cambiato?

A Palinuro c’erano suoi amici,gli amici dell’estate. Cambiati, cresciuti ma con la stessa testa ogni anno. Le barchette a remi noleggiate tutti insieme, le nottate trascorse sulle spiagge intorno al fuoco in compagnia  di una chitarra e delle canzoni di Battisti con una sigaretta accesa, il bagno collettivo a mare, illuminati  dal bagliore della luna che rischiarava i corpi bruniti dal sole dell’estate. Le serate trascorse in discoteca per l’acchiappo di turno che se per qualcuno diventava il diversivo della nottata, per qualcun altro si trasformava in un’altra delusione. L’attesa dell’alba si rivelava in tutto il suo splendore quando sulle acque di quel mare cristallino si evidenziavano le ombre degli scogli che assumevano  forme più impensabili dando libero sfogo alla improvvisa visione di mostri mitologici. Tutti gli anni la stessa storia, la stessa estate. Poi ci fu quella del 1982.

Quell’anno aveva notato l’arrivo, nel gruppo degli amici del mare, di nuovi soggetti che Osvaldo non conosceva. Compresa lei.

I suoi occhi corvini  a mandorla  richiamavano alla mente quelli scolpiti sul viso marmoreo di una madonna. La ragazza dagli occhi a mandorla inizialmente sembrava volesse mantenere le distanze, ma poi iniziò a mostrare una certa simpatia nei suoi confronti manifestandosi più apertamente. Lei aveva dei lunghi capelli neri che le coprivano le spalle, una pelle olivastra e vellutata come quella delle ragazze sudamericane, vestiva elegantemente con abbinamenti originali e talvolta sensuali. Osvaldo, non volendo, la incontrava tutti i giorni quando rientrava a casa dal mare. Lei se ne stava sempre seduta sulla stessa panchina con un libro in mano e con un prendisole trasparente che le lasciava intravedere i suoi bei costumi da bagno e le sue forme sinuose come quelle di una sirena. Osvaldo credendo che aspettasse qualcuno si limitava a salutarla. Quella ragazza, a differenza di tutte le altre, gli stimolava fantasie che, liberandogli la mente, lo spingevano ad assumere atteggiamenti goliardici solo per farla sorridere. Lei lo assecondava stampandogli in faccia sorrisi semprepiù grandi . Si trattava di una sorta di eccitazione nascosta che Osvaldo riusciva a provare solo in quel modo, l’unico che gli consentiva di celare la sua timidezza.

Dopo qualche giorno fu lei a fermarlo affrontando la timidezza di Osvaldo:sfacciatamente gli chiese se poteva accompagnarla a casa. Lui, visibilmente impacciato, le rispose:

  • Credevo che stessi aspettando qualcuno.
  • No – rispose lei – ogni giorno aspetto qui il tuo saluto.

A quel punto Osvaldo, in un brivido di emozione che gli pervase la schiena, accettò di accompagnarla. Lungo il tragitto lei lo scrutava aspettando qualche sua battuta: aveva capito che con lei riusciva a comunicare solo scherzando. Quel reciproco timore non si sciolse nemmeno quando arrivarono sotto casa della ragazza che gli mostrò il suo interesse con uno sguardo intenso. Osvaldo, abbagliato da così tanta bellezza, rimase inebetito e riuscì solo a dirle:

  • Grazie, grazie!
  • E di cosa? – rispose lei.
  • Di avermi consentito di stare con te tutto questo tempo.
  • Guarda che ci abbiamo messo solo dieci minuti – rispose lei.
  • Possiamo rifarlo domani?
  • Certo che possiamo, magari vengo in spiaggia così partiamo da lì e stiamo un po’ di più insieme solo noi due.
  • Grazie – rispose Osvaldo con un sorriso appena accennato ed in preda ad un eccesso di sudorazione.Il giorno successivo, alla solita ora e con il cuore a mille, lasciò la spiaggia nella vaga speranza di non incontrarla, forse per non rivelare nuovamente il suo imbarazzo e si avviò verso casa. Appena dietro l’angolo dello stabilimento balneare la vide in lontananza, vicino alla chiesa mentre si avvicinava. Aveva uno sguardo particolare che, se da un lato svelava un’intrigante interesse, dall’altro evidenziava una parvenza distaccata forse per non apparire troppo sfacciata. Si era pettinata i capelli in modo tale che le facevano risaltare il viso e soprattutto gli occhi a mandorla. Indossava un costume nero ricoperto da un copricostume bianco trasparente che ne evidenziava le sinuose forme. Aveva un sottile filo bianco che le cingeva il polso della mano sinistra al quale era attaccato un vistoso palloncino rosso svolazzante. Osvaldo rimase abbagliato da quella visione
  • In quel brevissimo lasso di tempo che lo divideva dalla ragazza, la sua mente affogava nei pensieri più angoscianti:
  • Ora mi manderà a quel paese.
  • Ora mi dirà che si è sbagliata.
  • Ora capirà come sono fatto e cambierà strada.

Fino a quando la sua agitazione approdò serena  nel caloroso saluto di lei che lo distolse, così, dalle sue agitazioni. Lo salutò con un bacio sulla guancia che lui percepì come il preludio di qualcosa di più profondo che stava per sbocciare.

  • Ciao, come stai?
  • Bene! Tu? Da quel che vedo, meglio. Sei in forma smagliante, luminosa, solare, hai una luce particolare negli occhi.

Lei da questi inaspettati complimenti di Osvaldo rimase inizialmente confusa con il palloncino svolazzante che la seguiva nei suoi movimenti:

  • Sei tu che sembri fatto di ebano, i colori e le fattezze del sud America, la mia terra.
  • La tua terra?
  • Ma di dove sei?

Osvaldo non conosceva l’Argentina ma per quella idea che ogni ragazzo ha di un paese latino americano con le sue tradizioni, il suo folclore, i suoi balli, il tango e tanto altro, si lasciò andare ad una entusiastica esclamazione:

  • Bello! Bellissimo!
  • La conosci?
  • No, ma immagino che sia un paese stupendo.
  • Si lo è, peccato che però i suoi governanti lo stanno affossando.
  • Perché?
  • Io e la mia famiglia siamo fuggiti per evitare i rastrellamenti che la polizia fa quotidianamente.
  • Perché? Come mai?
  • E’ la dittatura, non ce n’è per nessuno.
  • E ora dove vivete?
  • A Napoli. Resteremo per un po’ dai nostri familiari che vivono qui  e che per fortuna possono ospitarci. Sai, sono contenta di essere arrivata qui. Insomma, sono contenta di conoscerti. Osvaldo, dopo aver ingoiato la saliva che aveva in bocca riuscì ad imbastire una risposta:
  • Anche io. E’ bello il tuo palloncino!
  • L’ho preso per te, per noi, ci fa volare con lui.
  • Ci fa volare?
  • Si col pensiero, guardandolo mi fa questo effetto. A te, no?

Osvaldo quasi smontando quel momento di tenerezza troncò:

  • Andiamo?
  • Si, ma non a casa, facciamo prima un giro.
  • E dove andiamo?
  • Passiamo dalla Chiesa, ci sono ancora le bancarelle, vorrei che tu vedessi una cosa.
  • Cosa devo vedere?
  • Andiamo, te la mostro.

Si incamminarono e riuscirono pian piano a muoversi seguendo una delicata intimitàanche se il pudore di Osvaldo gli faceva ancora mantenere un certo distacco.

  • Ti piace questa collanina?
  • Si, è sottile ed elegante, ti ci vedo molto bene.
  • Non è per me, è per te.
  • Per me? E perché?
  • E’ un mio pensiero, volevoper starti sempre vicino .

 La mise al collo di Osvaldo.

  • Sai che ti sta proprio bene.

Osvaldo arrossì e arrossì ancora più forte quando  lei gli diede un altro bacio sulla guancia. Continuarono così la loro passeggiata fino a casa della ragazza.

Era un palazzo antico con un gran portone di legno che immetteva in una corte  contornata da diverse abitazioni. Appena entrarono, furono accolti dall’abbaiare di un pastore maremmano, tutto bianco legato ad una catena. Osvaldo, colto di sorpresa, sobbalzò per l’aggressione di quel cane ma bastò un gesto e una parola della ragazza che il cane si acquietò, tornando mesto sui suoi passi. la ragazza riuscì a tranquillizzare Osvaldo e prima di lasciarlo andare, incrociò teneramente il suo  sguardo, abbandonandosi tra le sue braccia in cerca di un bacio che le arrivò  a suggellare la bellezza dell’emozione di quel momento vissuto intensamente da entrambi, ad occhi chiusi e con l’emozione di due bambini. Solo la voce di lei ruppe quel silenzio:

  • Ti amo! Ti amo.

Quella improvvisa passione si trasformò in un fuoco ardente che alimentò il loro amore, quell’amore estivo fino al giorno della partenza di lei.  Dopo l’estate lei sarebbe tornata in Argentina. Dover lasciare Osvaldo non le faceva affatto piacere.

L’ultima cosa che si dissero fu il nome, ciò che di solito si dice all’inizio. Grazia, disse lei. Si scrive con la c. Gracia. Osvaldo promise che le avrebbe scritto chiedendole di fare altrettanto. Passò qualche mese. Nella sua camera a Benevento, senza più il panorama del coniglio disteso sul mare di Palinuro, Osvaldo, con in mano la collanina che Grazia gli aveva regalato, iniziò a scrivere la sua lettera:

Anima mia, luce dei miei occhi, fuoco che mi bruci dentro, ossessione delle mie notti, sorriso, fiorellino, amore …

  • Osvaldo? – lo chiamò il fratello sulla porta
  • Scusami, sto scrivendo una lettera , non ci sono per nessuno, che tornassero stasera.
  • Ma Osvà, sono venuti a prenderci per la partita di calcetto. Avevi detto tu di passare a prenderci.

Maledizione, se ne era dimenticato e non poteva non andare, senza di lui non avrebbero potuto giocare. Quel tormento che aveva dentro lo bruciava ma come poteva fare? Doveva darsi malato? No. Terminare la lettera così com’era? No, aveva tante altre cose importantissime da dirle. A quel punto, scoraggiato chiuse il foglio in un cassetto, prese la borsa con tutto l’occorrente e via. Doveva solo fare presto. In poco più di un’ora sarebbe tornato a scriverle. Dopo la partita si precipitò in camera sua, si sedette allo scrittoio ed aprì il cassetto, la lettera non c’era più. La confusione del cuore lo assalì. Chi poteva aver frugato nella scrivania? Aprì con veemenza gli altri cassetti, uno ad uno. Si era confuso, la lettera era là. Ma impostarla prima di pranzo era ormai impossibile.

Stava per riprendere a scrivere quando nuovamente il trillo del telefono lo interruppe.

  • Pronto?
  • Pronto, qui è lo studio di ingegneria Vecchione di Napoli.
  • Ah, si, mi dica, dica pure in fretta per favore.
  • La chiamiamo per quel colloquio conoscitivo con l’ingegnere, sarebbe disponibile per …

Inchiodato un’altra volta, si trattava di una possibile proposta di lavoro da cui poteva dipendere il suo avvenire. La discussione durò quasi mezz’ora.

  • … così poco all’amore – scrisse – per vincere lo spazio e oltrepassare gli oceani. Oh, Grazia mia …

Nuovamente la mamma sulla porta che lo invitava ad andare a tavola perché aveva scolato la pasta. Lui si alzò di scatto in preda ad una reazione nervosa ed andò. Subito dopo pranzo riprese a scrivere:

  • … Oh Grazia mia, mia deliziosa Grazia, vorrei che tu sape …

Il fratello sulla porta:

  • Di là c’è Luigi che ti aspetta e poi, non dimenticarti che devi andare dal dentista.

Se ne era dimenticato un’altra volta e cercando di assumere un tono più tranquillo raggiunse il cugino in salotto.

  • Avevo capito che avevi da fare e ho deciso di venire dopo pranzo ma guarda che se ti do noia posso anche andarmene.
  • Sono passato per chiederti se ti fa piacere assistermi nella scelta del vestito per il mio matrimonio.
  • Ma certo che mi fa piacere, ci mancherebbe altro, sono o non sono il tuo testimone?
  • Ok, allora preparati che devi venire a Roma con me.
  • Quando?
  • Adesso, passo a prenderti tra un’ora, fatti trovare pronto.

Non poteva dirgli di no, tornò quindi in camera sua per prepararsi mentre sentiva che le forze lo abbandonavano. Lì trovò la sua lettera sullo scrittoio che aspettava di essere finita. Dovendo partire di lì a poco, decise di conservarla in un libro sulla sua scrivania.

Roma, in due giorni Luigi provò una ventina di abiti fino a trovare quello giusto, poi rientro a Benevento, colloquio con lo studio di ingegneria Vecchione, preparazione occorrente per l’inizio dell’ attività lavorativa.

Quanto durò quel vortice? Ore, giorni, mesi? Finalmente una sera si ritrovò da solo a casa e decise di mettere un po’ di ordine sulla sua scrivania, dove si era accumulata una pila di libri, documenti, certificati. Da uno di quei libri si sfilò un foglio di carta da lettera scritto a mano su cui riconobbe la sua scrittura.

  • Che stronzate, che cazzate. Quando le avrò scritte? – si chiese, cercando nei ricordi con una mano che gli cingeva la bocca – Quando ho potuto scrivere simili sciocchezze? E chi era questa Grazia?
  • Improvvisamente tutto tornò al suo posto.
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“Un mare piccolo piccolo” di Emanuele Finardi – Dopolavoroletterario n. 26

“Il paradosso del respiro” è la raccolta di racconti ancora inedita di Emanuele Finardi. Nel prologo la racconta così: Il libro che vi apprestate a leggere è, in definitiva, uno scherzo della vista. Un gioco a rimpiattino che cerca di aggirare piccoli e grandi stereotipi che accompagnano normalmente la narrativa. E le sue atmosfere tipiche.

I suoi personaggi, le storie che animano sono effettivamente non-sense nell’accezione positiva che solo la scrittura sa rendere: così come in letteratura 2+2 non  fa 4, allo stesso modo in queste storie non si trova un senso alla o della vita;  non ci sono idilli nelle parole di Emanuele ma tante mareee che riportano a riva alcune cose che non sapevamo di avere perso.

UN MARE PICCOLO PICCOLO

 di Emanuele Finardi

Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere.
(Emily Dickinson)

Figlia mia finalmente oggi ci riesco, ne sono sicura.

Oggi ti scrivo. In francese come vuoi tu e non in algerino, lo giuro.

L’ho deciso stamattina, mentre mi guardavo nello specchio facendo fatica a riconoscermi. Nemmeno la vista del mare mi ha potuto aiutare. Un mare che neanche questo inverno riesce a raffreddare del tutto. A me, così piccola stamattina nel cuore, sembra davvero grande dalla finestra. Mi parla con la voce grossa di chi ne ha viste tante, e che conosce da vicino tutte le leggende di questo porto: che profuma di sardine che arrivano dall’acqua, e di vino Bordeaux che arriva da terra. Dal balcone dei miei occhi, seduta sull’altalena del pianto, lo posso dominare tutto questo anfiteatro di sughero, con la sua parvenza di durezza e il suo nocciolo di burro. Nel suo labirinto poroso, scorgo la saggezza di mia nonna che con la sua sedia a dondolo coperta di rose dava indignata le spalle al mondo; un po’ come questa città orgogliosa da secoli della sua indipendenza.

In fondo, ho pensato guardando per un attimo in basso, sono come quel giovane magrebino intento a spazzare il marciapiede prima della nuova asfaltatura, anche lui con il suo carico di frustrazioni di chi piega la schiena la mattina presto. Lui a pulire la strada – io il letto – prima che arrivino altri uomini a sporcare di nuovo. Vai a spiegarlo tu al corpo che chiede il riposo.

E, invece, bisogna rimettersi in marcia anche lungo il solito vicolo stretto di questa città che ormai mi guarda con compassione mentre scendo dalla stazione al Vieux Port.

Con passo da sposa ripudiata e coi topi come damigelle d’onore. Una esistenza, la mia, consumata sul filo sottile del margine. Dodici, a volte quindici ore, ove il salario alla fine è uscire viva, con le mani e la gola al posto giusto, senza aver pagato alcun altro pedaggio oltre alla vergogna. Ah come vorrei una volta mollare tutto questo per un giorno e arrivare, stavolta con le gambe e non solo con gli occhi e il sospiro, alla Corniche. Basta guardare alla sinistra del porto, è lì che comincia. Ma, come spesso accade, lo sguardo inganna e le ville dei ricchi sono molto più lontano, almeno per me. Tanto lontano che nemmeno col tram sono riuscita mai ad arrivarci.Dicono che dietro la curva, prima di arrivare al Vallon des Auffes, ci sia il mare più bello del mondo, che puoi ammirare mentre nell’aria si sparge il profumo di bouillabaisse, talmente forte da essere in grado di portarti volando sino a Cassis. Dicono che il mare di là sia di un azzurro indomito e insolente, quasi violento nella sua magnificenza: un mare che ti sveglia con uno schiaffo, per poi accarezzarti col vento caldo da sud. Strano che queste terribili giornate al mattatoio dell’anima non lo abbiano reso cattivo, Omar, il mio ultimo amante di questa notte. Lui lavora alla stazione frigorifera: in mezzo a pareti alte, di lamiera lucente, che fan da teatro a piccole formiche scure intente a stoccare l’ultimo carico di carne e sangue. Si muovono tutti al ritmo dei rumori di metallo cattivo, terribile e insensibile a quei cristi appesi dal collo. In fondo Omar è l’uomo che va bene per me. Per questo fisico da gazzella col leone attaccato al culo. Per questa faccia che il pasticcio di rimmel e ombretto si diverte a rendere ancor più scavata. Un volto da strada. Che sa di bitume caldo. Lui è come il Mare dietro la curva. Omar conosce la formula: bisogna essere spietati e attenti, movimenti brevi precisi da torero, dove quello che conta è ricordare che davanti hai una cosa, un bene tale solo per il suo involucro. Una merce che vale da morta.Perché, in fondo, io valgo solo da stesa, al massimo carponi. Quasi nessuno vuole che salga sopra, chissà quale onore signori! Ma loro non sanno che da sotto si vede meglio. Che dal basso ogni volta rubo il midollo. E scruto la loro morte. Che è molto peggio della mia. È appena piovuto, e dunque riesco a vedere tutta la mia grama sfida al domani in questo stagno prima di pestarlo con le scarpe. Come se fosse il mio piccolo mare privato. Un mare piccolo piccolo. In questo cristallo d’acqua sbrecciato a destra ci vedo le notti da fanali di una volta; pupille asiatiche fissate su auto improbabili, invadenti perché di un giallo forte, francese, che fora il buio del lampione castrato dai sassi del figlio del lattaio. Un colore sfacciato che si insinua sin sotto la gonna, e passi. Sotto i seni in vetrina, e passi. Ma che cerca ti violarti anche il cuore. E questo non lo accetto.Meglio le mie calze scure, lise ma tanto belle e sincere quando le allungo sin quasi all’inguine. Meglio anche loro di voi: perché sanno stare zitte e da sempre non mentono a nessuno.

Vorrei che tutto mi si confondesse, come accade nel retrovisore appannato dei miei clienti. E vorrei non vedere niente: così da dimenticarmi chi sono. E scriverti la più bella lettera della mia vita.

“Cara Alida, nonostante siano più di vent’anni che non ci vediamo…”.

L’avrò riscritta un milione di volte, ma alla fine ci sono riuscita a imbucarla.

E, come in un vecchio film, di quelli che mi fanno sognare, vedo già il postino con la bicicletta in volo dall’altra parte del Mediterraneo al tuo uscio, che te la consegna.

Non so nemmeno se  abiti ancora là… Ma mi fido del mare.

Purtroppo, figlia mia, la vita non si decide per posta.

E, anche se fosse, conosci tua madre: di certo riuscirei a dimenticare il francobollo.   

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“L’amore compreso” di Pierangela Colosio – Dopolavoroletterario n. 23

Questo racconto fa parte delle prove finali di “Scrivere i sentimenti”, il mio corso online a cura della Scuola Holden (che riparte a Settembre!).

Trovo che questo sia un racconto così meraviglioso, di quelli che si appiccicano come qualcosa che non doveva restare addosso ma poi ci resta e ci piace.  In un corso in cui si legge  e si scrive per imparare a raccontare i sentimenti dentro una storia, il rischio è  far esplodere una voce che viene da lontano e ci stringe con il rischio di strozzarci. Ne “L’amore compreso” questo non avviene, non si sente la stretta  e la voce di chi racconta si allarga fino ad accogliere anche la nostra.  Buona lettura (la foto è dell’autrice).

L’AMORE COMPRESO

di Pierangela Colosio

Quel giorno c’era un bel sole, che potevamo stare nel cortile col grembiule soltanto. I maschi correvano in tondo, come fanno i cagnolini quando sono felici. Si sentivano tanti strilli che facevano una musica ed erano sempre i bambini a gridare di più quando correvano. Le bambine erano tante, ma io provavo invidia per i maschi, facevo finta di niente e stavo seduta da sola sulla panchina e sentivo il freddo della pietra, ma quando lui correva davanti a me si faceva un buco troppo caldo nella mia pancia. Anche se i maschi volevano correre senza femmine, gli correvo vicino con il coraggio, volevo sapere se mi amava come io sapevo di amarlo, ma lui si teneva tutto chiuso dentro. Il fiocco azzurro del suo grembiule era lungo e volava dietro al collo e mi faceva ridere, i suoi capelli rimanevano immobili come una spazzola bionda, gli occhi verdi mi guardavano senza muovere la faccia che teneva dritta davanti, mi faceva venire in mente quegli uomini col cappello e la sigaretta che si vedono al cinema, quelli che non guardano le donne. E questo mi dava tanto dispiacere. Il simbolo sul mio grembiule era una chiesetta, avrei voluto avere il coccodrillo, lui invece aveva un dado. Si chiamava Costanzo io Marta, aveva la mia stessa età, cinque anni, come nella canzone, quella che inizia con Bang Bang.

A casa per consolarmi facevo le prove col cuscino di come avrei potuto baciare. Avevo sentito che sua mamma si chiamava Maria e che suo papà l’avrebbe voluta uccidere e così, per evitare di ammazzarla, se ne era andato di casa. Era amica con mia mamma che si chiamava Lucia perché mio papà era amico del suo di papà, e un giorno che mia sorella era dai nonni, avevamo potuto andare a trovarli mentre mio papà era andato lontano proprio a cercare il suo. Anche lui aveva le sorelle, una più di me, già grandi che erano partite per studiare, per cui eravamo noi, soli con le due mamme, che si sa, appena possono si mettono a chiacchierare mentre cucinano. Maria, la sua mamma, forse aveva capito qualcosa del mio amore ed era stata molto brava perché nella bella cucina con i mobili dipinti di bianco, aveva tagliato le verza sottili per noi, le aveva messe nella padella e poi con l’aceto aveva fatto i crauti. C’era un tavolino piccolo contro il muro, sempre dipinto di bianco ed era solo per noi due, che mangiavamo di fronte, non mi sembrava vero che lui mi era proprio davanti, a volte abbassavo gli occhi perché poi mi piaceva così tanto rialzarli e rivederlo, tant’è che muovevo le gambe sotto il tavolino dalla contentezza. Oltre al fatto che avevo le calze bianche traforate e le scarpe di vernice con il laccio e il bottoncino, nuove fiammanti, che più felice di così non potevo. Ah! Come era stata brava la sua mamma: sorrideva un po’ nel vederci così, anche se era pure triste. Alla mia di mamma piaceva di sembrare la più perfetta con la sua gonna rossa a sbuffo e la collana di perle. Ascoltava la signora Maria facendo di sì con la testa, poi sorrideva morbida per farle capire che era buona e le toccava piano la spalla, mentre la signora Maria tirava su col naso.

Io ero così contenta di aver conosciuto i crauti che sono una pietanza che mangiano i grandi e mi sembrava che io e lui stavamo per diventare gemelli che non si separano più. Mi piaceva l’odore di quella casa che sapeva di margarina, perché il suo papà dietro la casa produceva la margarina, non adesso che era andato via e l’impianto era tutto fermo, ma l’odore si sentiva forte e a me piaceva tanto perché era quello di casa sua. Ma anche i bambini a volte sono strani o forse solo le bambine, io mentre mangiavamo mi sentivo grandissima, avrei voluto fare con lui le prove che facevo a casa, quando baciavo il cuscino. Non lo facevo apposta, ma ero come il latte quando bolle sotto la pellicola di panna e spinge per uscire tutto fuori dal pentolino. Lo guardavo dritto per fargli capire l’amore, lui invece faceva le smorfie per far ridere le mamme. La sua di mamma con le braccia strette sul petto faceva finta di ridere, poi abbassava gli occhi e si passava le mani arrossate ai lati del suo vestito scolorito. Nella mia testa c’era una nuvoletta di pensieri che non riuscivo a spostare, i maschi forse non amano baciare e per questo scappano lontano. Poi le mamme volevano anche loro sedersi al tavolino piccolo della cucina per bersi il loro caffè e ci mandarono via. Allora per la prima volta, quando non ci poteva vedere nessuno, lui mi toccò la mano, me la prese e io mi sentivo la corrente elettrica dentro le vene, come tanti spilli leggeri che fanno crescere il calore e poi mi era spuntato un sorriso bello grande che fa capire tutto, ma si vedeva che lui non era ancora pronto. Lasciò subito la mia mano e salì le scale a due a due per farmi vedere come era veloce anche se io lo sapevo già. Aveva aperto la porta della camera di sua sorella, poi quella dell’altra sorella, a me non piaceva quel momento. Lui forse si era accorto che mi stavo intristendo e allora entrò nella sua di camera. C’erano due lettini piccoli uno vicino all’altro, uniti, (come facevo io con mia sorella quando lei aveva paura degli spiriti), con i copriletti a fiori uguali alle pareti. Erano dei fiori non troppo da femmine e per me erano bellissimi, proprio quelli che avrei desiderato anch’io, davanti ai lettini c’era un armadio che mi piaceva molto perché era di legno chiaro con uno specchio cosi grande che la stanza sembrava prolungarsi dall’altra parte e invece un altro spazio non c’era. Lui mi disse di togliermi le scarpe. Ci avevo messo un po’ a togliermi le scarpe perché di natura non sono molto brava a slacciare i bottoncini. Poi lui a voce più bassa mi disse di togliere anche le calze. Lo guardai con lo stupore perché mi sembrava una cosa importante tra noi. Le calze erano sudate e si erano appiccicate alle gambe ed essendo traforate avevano lasciato tanti disegni sulla pelle, ma togliendole mi sentivo il sollievo e il fresco che andava dai piedi fino alla pancia.

Lui mi disse vieni sul letto.

Era in piedi sul letto e cominciò a saltare io cominciai a saltare ed era bello perché ci potevamo vedere dentro lo specchio e lui mi toccava la mano, mentre andava su e giù, e facevamo a gara a chi saltava più in alto e ridevamo e io mi sentivo che forse quello era il momento in cui era iniziato l’amore.

Passò una stagione, avevo tagliato i capelli e l’amore mi usciva dappertutto. Proprio la domenica che nevicò il suo papà era tornato a casa e per fare festa ci eravamo incontrati. Suo papà si chiamava Mario. Forse i suoi genitori avevano litigato per via dello stesso nome, pensavo che se maschio e femmina hanno lo stesso nome si arrabbiano di più degli altri con i nomi diversi. Il signor Mario era molto alto e tanto simpatico, anche se aveva il naso lungo che faceva un’ombra scura sopra la bocca piccola. Quella domenica pomeriggio era stata brutta perché avevano portato anche quella rompiscatole di mia sorella che di amore non capiva proprio niente e perché non ci avevano neanche messo vicini, io volevo la Coca Cola invece Costanzo era diverso da me e prendeva l’aranciata, come a farlo apposta. Io ero triste perché i papà e le mamme non ci capivano, parlavano come se fossero soli. Per loro eravamo come animaletti stupidi che devono stare legati alla catena per non creare guai, io per questo facevo i dispetti, mettevo le dita nel naso, facevo rumore con la cannuccia, non ascoltavo la mamma che a casa per colpa mia aveva litigato col papà. Prima di andare via i grandi ci avevano dato la bella notizia che quando sarebbe arrivata l’estate saremmo andati al mare tutti insieme. La mia mamma si era chinata su di me come se non fossi la sua bambina e sorrideva con una faccia brutta che non sembrava più la sua e aveva detto sei contenta che starai al mare con Costanzo e poi si era messa a ridere con gli altri, mentre Costanzo faceva finta di niente con gli occhi bassi sull’aranciata. Le mie guance erano diventate rosse, ero arrabbiata che proprio lei osava prendermi in giro. L’amore non lo sentivo più, avevo la vergogna di essere piccola e avrei voluto nascere senza i genitori.

Durante il freddo la nonna cucì per me e mia sorella molti vestitini e qualche costume, ma era proprio fissata col prendere il sole sulla schiena, così niente parte sopra del due pezzi.

Arrivò finalmente il primo giorno d’estate, il papà aveva sistemato nella macchina prima le valigie, poi me e mia sorella ancora addormentate. Partimmo che era ancora buio, ci erano volute molte ore, poi finalmente vedevamo dappertutto il chiaro del mare che diventava cielo.

Andammo ad abitare in due case vicine sulla spiaggia con un unico cortile, ma noi eravamo arrivati per primi. Quando dopo tanti giorni arrivò la signora Maria, aveva sempre il mal di testa, teneva le finestre chiuse e non veniva mai al mare, mentre il papà di Costanzo fumava molto nel cortile, seduto su una roccia e si capiva che aveva tante preoccupazioni perché guardava la terra e non rideva mai. Non gridavano loro due, non come il papà e la mamma, lui diceva alla signora Maria parole brevi a bassa voce. A volte, quando lei usciva che suo marito non c’era, mi sembrava di vedere le lacrime ferme nei suoi occhi. Ma lei diceva che era colpa del raffreddore. Era tanto bianca, non come mia mamma che era già molto scura. Forse era triste perché Costanzo era ancora dai nonni e anche a me dispiaceva tanto. Io dormivo in una stanza piccola con i letti a castello insieme a mia sorella che dopo due giorni si ammalò di tonsillite e le venne pure la febbre alta, era anche venuto un dottore del posto, così anch’io ogni mattina dovevo per forza andare con lei e la mamma nella pineta, come le aveva ordinato il dottore. Al mare di pomeriggio tutti dormivano sotto gli ombrelloni, io dovevo aspettare l’agonia delle quattro per fare il bagno.

Dopo sette giorni arrivò Costanzo, ma insieme a lui arrivò qualcosa di molto brutto, come una disgrazia che non avrei mai voluto che arrivasse. Si chiamava Andreino.

Era un bambino di due anni più grande di noi, andava per i dieci. Anche se non era proprio brutto, faceva un po’ paura perché rideva troppo ad alta voce, ruttava, faceva sempre scherzi stupidi e cosa più brutta di tutte non amava le bambine. Costanzo aveva l’armonia, io lo amavo per quello, ma quando c’era Andreino diventava come un palloncino che si fa piccolo quando scompare nel cielo e ti dispiace un sacco.

Un pomeriggio, quando l’aria era più bollente e tutti dormivano, stavo seduta sulla sabbia calda dietro l’ombrellone dei genitori.

La signora Maria che era uscita per la prima volta dalla casa, russava forte con la testa spinta indietro e le spalline del costume tutte giù e le gambe allargate. La signora Maria aveva dei brutti peli neri che le uscivano dal costume, uguali a quelli dritti che aveva sotto le ascelle. Glielo avrei voluto dire che poi suo marito la voleva ammazzare, erano molto brutti, ma avevo paura di farle dispiacere, io sapevo che anche lei era triste come me e le lacrime si sa, in questi casi sono già pronte dentro agli occhi. Mentre pensavo questo e facevo un disegno sulla sabbia con le conchiglie che aveva trovato mio papà la mattina, arrivarono Costanzo e Andreino. Scivolarono sulla sabbia con le ginocchia e si misero tutti e due di fronte a me. Andreino stava in ginocchio e mi guardava come fossi un pupazzo in vetrina. Costanzo stava sdraiato sul fianco, aveva la pelle coperta di peli biondi luminosi, lunghi sulle gambe e sulle braccia e sottili sulla pelle abbronzata attorno all’ombelico. Teneva in bocca un filo di paglia chiara come i suoi capelli, che erano quasi bianchi vicino alla fronte, fissava la sabbia e non disse una parola quando Andreino si era messo a criticare i miei capelli corti e il mio costume senza la parte sopra. Con la faccia crudele continuava a chiedermi se ero sicura di essere una femmina. Io non gli rispondevo nemmeno, ma guardavo Costanzo per vedere se poteva fermare la cattiveria del suo amico. Lui non faceva niente, l’unica volta che alzò gli occhi per guardarmi, mi sembrava che volesse dirmi che non poteva essere diverso, ma io penso che non voleva fare vedere a quel bambino che sentiva l’amore. Se ne andarono senza neanche salutarmi.

Il bagno nel mare lo facevo sempre da sola con la guardia di mio papà, era una vacanza non tanto allegra, nelle fotografie di quella volta si vede la mia faccia con una brutta espressione, venivo come stritolata tra i genitori molto alti, che ridevano e pensavano solo al loro bene, con mia sorella in braccio bianca cadaverica che non voleva proprio guarire. Una foto c’era con me e Costanzo sul moscone vicini vicini. Per fortuna avevo il prendisole bianco e rosso a pezzo intero, sembravo una ballerina e in quella foto lui sorride contento. Ma quello che avevo capito duramente, che comunque un po’ di mal di gola mi era venuto, era che l’amore non era come lo avevo nei sogni e poi che i bambini cattivi esistono.

In quinta avevamo la stessa classe, avevamo lo stesso banco, si andava a scuola un po’ di mattina le femmine, e un po’ di pomeriggio i maschi e poi si cambiava. Gli avevo lasciato sotto il banco un bigliettino con scritto se ci vedevamo dietro la scuola dove le bambine un po’ facili incontravano i ragazzi per baciarsi e fumare le sigarette, ma lui non mi rispose mai. Io avrei voluto provare ad essere come quelle facili, almeno una volta. Ero così offesa che quasi mi sembrava di non sentire più niente per lui. Il giorno della festa dell’albero, con tutti a scuola, maschi e femmine contemporaneamente, nel corridoio c’era un ragazzino ripetente, molto grosso e cattivo che urlava come un matto e voleva picchiare tutti, anche le femmine. Costanzo senza paura si era avvicinato a lui, a voce alta come fosse già grande, gli aveva detto di stare calmo e quello si era messo buono, forse perché Costanzo aveva la fama di essere il più bravo di tutti in aritmetica. Ero arrossita da paura e con il rossore sulle guance avevo sentito di nuovo l’amore che ritornava. Ma lo avevo fermato a metà, un nodo che si ferma in gola e non scende giù, avevo deciso che era finita, questa storia difficile rimaneva nel mio cuore con il dispiacere di non esserci baciati mai neanche abbracciati almeno una volta, quella passione mi bruciava le tonsille, ma non era altro che un vasetto di marmellata buona che stava andando a male, dimenticato su uno scaffale pieno di polvere.

E così alle medie quando ero stata al mare avevo trovato un ragazzo biondo che si chiamava Luca che aveva la mia età, sui tredici e un altro più grande che si chiamava Giorgio. Appena riuscivo, di pomeriggio scappavo da mio padre, che era molto severo, e andavo ad incontrare Luca alle dune dove non ci vedeva nessuno. E la sera, con la scusa di comprare il latte per il giorno dopo, correvo alla discoteca sull’acqua e per dieci minuti vedevo Giorgio e sentivo il tumulto dentro la pancia per la musica che rimbombava dentro di me e per gli uomini più grandi che mi guardavano in un modo che mi faceva venire i brividi, poi correvo a casa nel letto ad ascoltare quei brividi al buio.

Per il liceo mi mandarono a studiare in un’altra città, dove c’erano scuole più grandi, tornavo a casa solo d’estate.

Costanzo si era fidanzato con una ragazzina non tanto bella,  suo padre era morto e sua madre era ringiovanita. Aveva continuato a studiare e non aveva tralasciato nemmeno il lavoro del papà. Una volta, d’estate, ormai sui sedici, avevo indossato una gonna cortissima, come quella delle pattinatrici, dal bel colore turchese. Per andare a trovare mia nonna dovevo passare davanti al bar sport dove si riunivano tutti i ragazzi del paese. Se ne stavano tutti fuori per fare commenti volgari sulle donne che passavano davanti a loro. Io lo sapevo e prima di uscire avevo fatto le prove davanti allo specchio. Con il coraggio camminavo davanti al bar sport senza guardare. Avevo sentito dei fischi come quelli dei muratori quando passa una donna, poi qualcuno aveva chiamato Marta! Era Costanzo, uguale a come era sempre stato, solo più grande. Attraversò la strada e venne a prendermi per mano e con una dolcezza che non ci potevo credere mi portò dentro al bar sport e disse ad alcuni ragazzi che ero la sua più grande amica Marta e nei suoi occhi verdi che brillavano avevo visto che provava vera ammirazione per me e per noi due. Avevo capito che mi aveva amato, ma che prima di me aveva compreso che anche se c’è l’amore, non è detto che si vada nello stesso posto pensando gli stessi pensieri.

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L’uomo di cui è innamorata di Verdiana Mastrofilippo – Dopolavoroletterario n. 22

Verdiana ha partecipato ad “Una storia tutta per sé” che si è tenuto a Molfetta, al Ghigno. Questo racconto viene dopo acver partecipato al laboratorio, dopo aver ammesso che per lei il problema dello scrivere è la fine che non vorrebbe avvenisse mai e prima di aver compreso invece che finire una storia tutta per sé è il primo passo verso un inizio. Quello che le auguro. (Immagine presa da qui http://www.joewebbart.com)

L’UOMO DI CUI E’ INNAMORATA

di VERDIANA MASTROFILIPPO

Le si aprono gli occhi sul cielo di intonaco della sua stanza. Scrostato un po’ al centro, in un ritaglio seghettato che somiglia ad una nuvola. Stende le braccia nel fresco del cotone delle lenzuola, per un attimo non fa nulla, il fianco fa un po’ male, nemmeno tanto, proprio poco.

I secondi calano fiacchi, tutti intimamente uguali, riempiendosi del sapore della segatura: la sensazione di qualcosa che rimpicciolisce, perdendosi nel fango dei tessuti molli e delle ossa cave.  La colpisce sinistro il fremito del vuoto in pancia, che sembra succhiare con la cannuccia la volizione a mettere i piedi a terra per alzarsi dal letto. 

Capisce che non è solo pigrizia.

Capisce che, fino a quando è immobile, non succede nulla.

La terrorizza quel pensiero, si alza con uno scatto fulmineo che le frusta il collo. 

Caffè. Latte. Dolcificante alla stevia, che magari è una cazzata che fa bene o fa meglio o non fa tanto male, ma credere ad una cazzata in più non le risulta che sia tutto questo granché.

Sorriso alla madre. Sorriso al padre. Sorriso al fratello. Poi aggiungere anche qualche sbuffo e una parolaccia soffocata, che fa meno pubblicità delle merendine della Kinder.

Sneakers rosse, poco trucco, già in ritardo.

Scappa nell’ingresso, il padre nel vano della porta. Saluti monchi alla porta chiusa. 

Sei sempre stata una bambina.
Argento vivo, vita ad orecchio, cuore in panne, meteora a spruzzi di luce continua sulla mia vita: volevo un’altra come tua madre per vincerla sfinita alla lotteria della vita e per farti innamorare di me, riottosa e sconfitta, come lei si è innamorata di me.

Poi nasci tu, involto di coperte rosa, peso tra le braccia, e spalanchi gli occhi. E già so che non sarai come lei, ma inaspettatamente come me. Che quasi mi ero tolto da quell’equazione di sangue ed ossa che ti aveva generato, quasi come se fossi figlia solo di lei, e mai di me. Ed invece ti vincevo in un modo diverso, dandoti un’eredità pesante, bambina mia.
Tutto passa, tutto entra, granelli e minuzie di vita. Detonano e fanno danni come pianetini ed asteroidi impazziti. Eppure, se non vivi così, muori. Se lasci fuori qualcosa, muori. Lo capii vedendo i tuoi occhi. Azzurri, aperti di cielo e mare. Sconfinati.
Saresti stata persino peggio di me, più affamata, più vogliosa, più aperta e pronta a tutto. A vivere, a sentire. Io avevo dalla mia la superficialità di scegliere cose poco importanti. Mi sono sempre difeso così. Con la leggerezza. Non mi facevo tanto male. Ma tu in più avevi ereditato la profondità caparbia ed ostinata di tua madre, non avresti mai tralasciato nulla. Ti avrebbero fatto a pezzi.
Sarei stato la tua armatura. Non avrei concesso nessun ingresso al tuo cuore. A nessuno.
Io, con le mie storie arroganti, la musica dei Guns n’ Roses in macchina, la cioccolata bianca nascosta nelle federe dei cuscini, il gelato al pistacchio la domenica mattina, le corse a perdifiato: sarei stato io il tuo muro e fossato e difesa.
Ma le principesse non dormono nei castelli dentro le foreste di spine, protette da un drago che chiamano papà.

Le principesse ad un certo punto, prendono ed escono fuori e guardano il sole e guardano il cielo ed abbandonano le storie arroganti, la musica dei Guns n’ Roses in macchina, la cioccolata bianca nascosta nelle federe dei cuscini, il gelato al pistacchio la domenica mattina, le corse a perdifiato, ed anche i fiocchi rosa, le palle rosse, i peluche verdi, le scarpette di vernice: e si innamorano. Ecco che fanno. Si innamorano.

Corre per strada, l’ufficio pare la Mecca in un deserto di cemento e asfalto bagnato, la gente come cammelli stitici di saluti. Giacca canarino troppo leggera, di panno, ha cominciato a piovere. Marzo.  La pressione azzurra del cielo contro le nuvole grigie e nere sul fondo delle antenne della tv: un ritaglio incoerente ed inconsistente, quasi falso, quasi attaccato all’orizzonte come una cartolina sbiadita.

Balzelli, saltelli sulle pozzanghere, come una cavalletta dalle zampe mai stanche. Ogni giorno risparmia quel minuto che non le ridaranno indietro in moneta, rispetto, considerazione. Corre, musica nelle orecchie, una canzone triste, le canzoni tristi fanno effetto a chi è infelice, lei è felice, meravigliosamente felice.  Lui occhieggia da un piccolo portachiavi appeso alla borsa, braccio attorno al collo, presa forte, non lasciarmi andare.

Non la lascia andare mai.

Corre, le scarpe di tela bagnate di rosso, pensa ai calzini grigi macchiati come di sangue, le scarpe stingono, sua madre chi se la sente. Un colpo di vento le soffia in faccia un singulto di odore di fiori freschi, non c’è niente nella pioggia, eppure le si affannano gli occhi di malinconia.

La pensilina della metro, posti solo in piedi, la pioggia resta fuori almeno, ruggisce sul tetto di alluminio. La musica si interrompe, squilla il cellulare, un trillo, due, tre. Una suoneria specifica, corruga la fronte, la riconosce.

Sbuffo, calcio in pancia, stomaco sottosopra.

Una suoneria impostata per qualcuno di specifico: quello lontano, quello che metteva in guardia, quello che non vede più.

Amico.

“Non è mai stato un vero amico, credimi, amore. Ti voleva scopare e basta”. 

La mano si scotta come nelle fiamme.

Il telefono in tasca, di nuovo, impostato sul silenzioso.

La chiamata che accende la tasca di luce tremula.

Sei sempre stata una bambina.
Tiravi. Strattonavi. Mano nella mia. E ti venivo dietro,  incosciente.
Alberi come castelli, cani come draghi, mondo stupido e violento come paese da fiaba: e tu non eri regina, principessa, compita dama seduta su un cuscino cremisi. No: eri Lancillotto, Mercuzio, Orlando, Achille. Come me. Accanto a me. A nasconderti la gonna, a legarti i capelli, a sorridere mascolina di grazia assente.
Mano piccola nella mia, sempre nella mia. Mano adesso pulita, sempre, perché c’è la scuola, lo studio, il disegno, il canto. Mano che però tira sempre, ed ancora dove ce l’hai nascosta questa forza, che sei fuscello, ramoscello, stecco. Entusiasta, sempre: occhi azzurri di ricerca e conquista, di dolcezza e rabbia, di magnete e marea: “Vuoi venire con me a studiare matematica?”, “Mi spieghi il teorema di Pitagora?”, “Lo sai che adesso riesco a fare il ritratto perfetto della mia professoressa Isabella?”.
Tiravi ancora. Strattonavi ancora. Mano nella mia. E ti venivo dietro, incurante, indifferente. Incosciente.
Sei ancora cavaliere della Tavola rotonda, ma adesso non nascondi più la gonna, non leghi i capelli, non sorridi maschile. Raccogli adepti, commilitoni, soldati: fedeli scudieri della tua grazia incolta.
Io sono tuo pari, tuo amico, tuo compagno. Gli altri sono solo gli altri. Io sono il solo custode del tuo segreto, celato nella tua mano chiusa nella mia. Sei nata senza sesso, senza odore, senza colore. Solo per essere mia sorella e mio fratello, mio amico ed amica, mio tutto e mio niente assieme.
Mano piccola nella mia, mai più nella mia. Mano liscia, sempre, perché c’è l’amica, la confidente, il ragazzo più grande. Lui. Mano che non tira più, anzi sguscia via lontana, e stringe con forza altro, e mi chiedo dove ce l’hai nascosta quella forza, che sei fata, vento, farfalla. Bellissima, sempre: occhi azzurri di amore e morte, di passione e redenzione, di magnete e marea: “Lasciami in pace”, “Se vuoi bene a me, devi voler bene anche a lui”, “E’ meglio che non ci vediamo mai più”.
Non tiri più, non strattoni più. E io… incosciente.
Sei stella, luce riottosa e pianeti attorno: gonna che gira, capelli che ondeggiano, sorrisi che esplodono. Amanti, amati, ammirevoli amori da tre giorni ed ammirati amori da una vita intera. Ma gli altri sono gli altri. Io sono il solo custode del tuo segreto, scivolato dalla tua mano fuori dalla mia, spezzettatosi nel cuore che ti ho spezzato e sfioratosi nel bacio che ti ho sfiorato.
Sei nata senza sesso, senza odore, senza colore. Ma solo per me.

La gente si stupisce quando uno ride da solo, non quando piange.

Fuori programma con le amiche. Karaoke, pizza, birra. Non esci mai, stai sempre con lui. Poche ore soltanto. Accetta, le gambe tremano un po’, la voce meno mentre parla al telefono: stanca, è terribilmente stanca, le misure della vecchia, mi faccio un passato di verdure e vado a letto. Pare convinto, pare mansueto, il fianco smette persino di fare male, nonostante la borsa a tracolla che preme sempre come un promemoria tattile che non ascolta. Bugia, menzogna, inganno. Innocente omissione, dice dopo allo specchio mentre si trucca, prende la macchina, esce. Locale solito, insegna che ronza sempre un po’, pizza margherita a tre euro e cinquanta.

Loro sono alte, aguzze, occhi complementari come un quadro: ridono troppo, chiacchierano troppo. Una si sposa, l’altra si è lasciata di nuovo, un’altra ancora si è trovata uno per una botta e via, sono tutti coglioni.

Lei non parla. Lei ha il principe azzurro, lei non merita di lamentarsi.

Ride un po’, beve un drink verde e ghiaccio, addenta la decorazione di limone per bruciarsi la lingua.

L’attrattiva è il palco illuminato di faretti scadenti, lo schermo con le parole che vanno ad intermittenza, il microfono aperto.

Canterà ancora, di nuovo, solo per quella sera, promesso, guarda la porta, ogni sagoma sembra lui.  Si fa piccola sulla sedia.

Bancone, di nuovo. Un altro drink passato di mano in mano fino al destinatario.

“Di nuovo qui sei, razza di isterica?”, “Solo per dar fastidio a te, idiota!”.

Volta le spalle magre ostinatamente ai bicchieri che continua a servire.

Quello, invece, punta gli occhi dentro l’incavo tra le scapole, fingendo di avere lo sguardo assente.

E’ un punto morbido, tremulo, lo segue mentre lei va a cantare, le amiche che urlano ancora.

Canta, un po’ persino urla, un’altra canzone triste, le canzoni tristi fanno effetto a chi è infelice, lei è felice, meravigliosamente felice.  Tra i liquori e le birre, le mani ferme sul bancone, non smette un secondo di guardarla.

Sei sempre stata una bambina.
Guance rosse, occhi lucidi, smorfia e broncio: odiosa, insopportabile, voce leziosa di mamme dimenticate e mai esistite. Calzettoni colorati, trecce e nastri, saltelli sul posto, pozzanghere evitate, schizzi d’acqua ed urla. Giravolte, balzi, filastrocche. E voce d’angelo dannato.
No.
Voce di bambina fastidiosa, che se ne cammina a naso alzato senza capire nulla del mondo e della vita, che insulta la vita vivendo, che sbeffeggia la povertà essendo ricca di sole, mare, cielo, posti che sa solo lei. Che non esistono. Che non possono esistere. Che stanno tutti annegati e sepolti in quegli occhi azzurri che ci fai l’amore solo a guardarli.
No.
Occhi azzurri, storti, nascosti da palpebre fastidiose, frementi, ticchettanti di domande e di risposte che non fai manco in tempo a darle. E chissenefrega che la pensassi diversamente, tanto ha sempre ragione lei, tanto ce l’ha scritto addosso che ha sempre ragione lei, tanto è nata con il destino giusto e la vita giusta ed il mondo giusto. E che Dio non glielo tolga mai il suo mondo giusto.
No.
Glielo tolga quel mondo giusto, che si sporchi del mondo sbagliato, che cresca una santissima volta nella vita, che non si canta così con quella voce da cuore di vetro che poi lo vedono tutti come sei fatta dentro e ti fanno a pezzi cinque secondi dopo, una dannata battuta dopo, una decina di note dopo. Ma lei no, lei non la fanno a pezzi, lei la vita la morde e sfida, la mangia e spolpa, e in compenso quella si moltiplica come pane e pesce tra le sue dita voraci. Le sue dita piccole, tenere, lievi, che accarezzano il microfono come io accarezzavo la chitarra, come accarezzerebbe chi se la prende per la prima volta, come accarezzerebbe me per la prima volta.
No.
Pedofilo, maniaco, bestia ed animale: con le bambine non ci si deve avere nulla a che fare. Nulla, con i capricci, le smorfie, i pianterelli isterici, i sorrisi delle prime volte, la bellezza da bocciolo appena nato. Manco se tu hai pochi anni più di lei, ma bambino non sei stato mai, e quindi la sporcherai e basta, la violenterai e basta, la inzozzerai e basta. Di sangue, marciume, lercio, lordume. Che è vita anche quella. E lei non c’entra niente, e non deve c’entrarci niente, deve starsene fuori nella sua cupola da fantasma da fiaba, non permettendosi neanche di aprire bocca e di giudicare, labbra rosse che chissà come baciano, no, labbra rosse che quando stanno chiuse fanno un piacere al mondo. Canta lei, usignolo con una spina nel cuore a colorare le rose.
Crepasse lei d’amore. Tu non sai che fartene dell’amore. Non dà da mangiare, da bere, da vivere.
Affama, asseta, uccide. Se lo tenesse lei l’amore.
Tu vomiti note su una chitarra scordata, dimenticandoti persino come si accorda, scordandoti che sono solo bicchieri da riempire. Il suono così falsato distorce meglio i pensieri, disturba le orecchie, fa eco ai pensieri, confonde.
Quella nenia. Quella canzone. Quella litania.
Fa che sia io. Fa che non sia mai io. Magari fossi io. Che gran rottura se fossi io. Dimmi che sono io. Cantami che sono io. Chissenefrega se sono io.
L’uomo di cui sei innamorata.

Esce fuori nella notte, ha smesso di piovere, pare tutto sereno, freddo intenso, pungente, spilli ruvidi e bollenti sulla pelle delle guance, velluto denso e nero a pesare sulle case.

Saluta le amiche, si danno un appuntamento monco, giovedì ho palestra, e mercoledì? Manuela lavora fino alle 20, nel weekend è impossibile, dai allora ci sentiamo, certo ci sentiamo, guida piano, chiama quando arrivi, manco mia madre.

I passi sul selciato, tacchi quadrati contro pietre tonde, ticchettio di un orologio che chiama Cenerentola all’umiliazione del sogno distrutto e della carrozza diventata ortaggio.

La macchina, accelera il passo, cerca le chiavi nella borsa sempre troppo piena, bottiglietta d’acqua, ombrello, cuffie, le chiavi finalmente.

Lo vede, d’improvviso, appoggiato con il fianco allo sportello. Sorride dolciastro: un sorriso rancido come in suppurazione, gli angoli della bocca quasi agli zigomi, “dove credi di andare”, è la bocca di “dove credi di andare”. La riconosce subito.

“Piccola idiota, dove penserai mai di andare? Non sai fare nemmeno tre passi senza di me”.

Parole di rosso: come negli occhi del toro. Ma al contrario, perché il rosso ce l’ha sempre lui negli occhi, nelle mani, nei denti, nei gomiti, nelle ginocchia. Si accende veloce, un semaforo bloccato ed intermittente che non dà mai segnale di via.

Ce l’ha ovunque il rosso, dappertutto, è una macchia carminio che cammina, mastica, sputa e si rapprende poi sul blu dei suoi occhi.

Spegnendoli, chiudendoli.

Quando lo guarda, adesso, lo sa, lo trattiene disperatamente nella testa. Ma dopo se ne dimenticherà daccapo, bella addormentata che dorme altri mille minuti di attesa non del bacio, ma dello schiaffo.

Schiena che rovina di sudore, granchi ghiacciati a passeggiare isterici sulla colonna vertebrale, piedi chiusi nelle ballerine rosse che restano incollati ai sanpietrini scivolosi che graffiano la suola.

Balbetta qualcosa, indossa come un manto quell’abito di vergogna vereconda che lui le fa calzare con il sorriso lascivo, accondiscendente, infinitamente gentile e generoso: mi ci hai costretto tu, dirà dopo, lo sai che io non sono così.

Si avvicina, un passo, due, tre, quattro, otto. Troppi. 

Il cuore le schiaffeggia le costole prima ancora che lo faccia lui.

Prima ancora che lui urli, minacci, gridi, percuota, calci e faccia sanguinare.

Lo guarda dal basso, quando gli occhi si stanno per chiudere pesti, rosso nel blu.

Implora lo sguardo del padre, dell’amico, del finto nemico.

Ma lui non la vede neppure, non la pensa neppure, occhi di fiera mangiata dai tarli.

Non la guarda neppure.

L’uomo di cui è innamorata.

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Un gioco da dilettanti di Annamaria Monterisi – #dopolavoroletterario n. 21

A dispetto del titolo, il romanzo di Annamaria non è niente di più lontano dal gioco. Annamaria scrive con il pugno fermo, osserva con sguardo consapevole ogni immagine e parola. Non è una scrittura che capita di incontrare spesso tra chi è al primo manoscritto: densa senza giudicare, imperterrita senza annoiare. Conosce bene i personaggi e i loro desideri e proprio per questo si diverte a metterli continuamente in discussione come chi  scrive dovrebbe sempre fare. Questo è l’incipit del suo romanzo, un thriller psicologico ambientato in una Bari di provincia, che sono certa prenderà presto posto tra gli scaffali delle librerie.

(Foto © Michele Morelli, Legs)

UN GIOCO DA DILETTANTI

di Annamaria Monterisi

Febbraio: Ubaldo e Irene

Il primo ad accusare i segni della crisi era stato il cane. Un certo giorno dell’anno prima, la sua razione quotidiana di Healthy break da sgranocchiare come merenda nei momenti morti della giornata aveva cominciato progressivamente ad assottigliarsi, finché semplicemente non ce n’era stata più. I primi giorni aveva provato a mugolare significativamente, attorno alle 7 e alle 18, scodinzolando alla padrona e poi trotterellando verso la ciotola. Lo stesso percorso per tre o quattro volte. Poi, rassegnato, si acquietava e si sdraiava mogio sul suo tappetino a quadri blu e celeste, nell’angolo del soggiorno di cui era padrone assoluto.

Questa storia era andata avanti per un paio di giorni, fin quando Ubaldo – come poteva chiamarsi altrimenti un terranova? – aveva capito che, come non c’era più trippa per gatti, così non c’erano più Healthy break per lui. La sua merenda di marca per cani fighetti alla fine fu sostituita da qualche biscotto no logo per umani, di quelli con lo zucchero in grani grossi sopra, che gli faceva pure un po’ schifo.

Ma tant’è. Ubaldo fece buon viso e, dal terzo giorno, cominciò a sgranocchiare pigramente la sua nuova merenda, puntuale come sempre, alle 7 e alle 18.

E dovette probabilmente collegare la novità alla circostanza davvero inedita della presenza in casa della sua padrona, Irene, a tutte le ore. Cosa che, sino a quel momento, era accaduta per non più di due settimane consecutive ogni anno e che, invece, sembrava essere ormai la nuova normalità della loro vita di coppia.

***

La coda dell’inverno si stava accanendo contro gli alberi del corso principale: il maestrale, a stento domato dalla topografia a scacchiera del centro, dava sfogo alla sua furia negli isolati finali a ridosso del mare. Che, dal canto suo, rispondeva a tono, inondando la carreggiata del lungomare di spuma e alghe.

Erano le giornate che Irene preferiva, quelle in cui anche a non far niente ci si sente vivi, sferzati dal vento e inebriati dalla salsedine. Vivi nonostante tutto, come diceva lei, con fare da donna che ne aveva viste troppe.

Cinquant’anni – ma ne dimostrava qualcuno in più -, la figura rotondetta e tuttavia agile, Irene stava camminando svelta verso il palazzone bianco-travertino dell’INPS, di fronte al mare. Una folata più forte le ribaltò in testa il cappuccio del giaccone verde, coprendole la zazzera biondastra. Lo ricacciò indietro con la mano libera, mentre nell’altra teneva una cartellina grigia. Spinse la porta girevole ed entrò.

Conosceva ormai quasi tutti i piani del palazzo, i diversi uffici, per le diverse pratiche. Conosceva anche gli uscieri e qualche impiegato. Tanto spesso aveva accompagnato colleghi, amici e parenti, li aveva guidati e sostenuti, li aveva anche consolati, quando si capiva che qualcosa nella loro vita lavorativa non era girata per il verso giusto e che ora li attendeva una misera pensione di vecchiaia. Da sindacalista, aveva suggerito loro come tentare una difesa, rivendicare i propri diritti, compilare moduli e richieste.

Anche per questo le sembrava così strano quel giorno essere lì per una pratica che riguardava proprio lei, per un suo problema. La cassa integrazione stava per scadere. La sua azienda, “la fabbrica” come preferiva chiamarla lei, era in difficoltà: mesi prima il segretario provinciale del sindacato era andato a spiegare, in un’assemblea infuocata, che per via dell’apprezzamento dell’euro sul dollaro e dell’aumento delle tariffe, gli ordinativi dall’estero erano diminuiti drasticamente e che il consiglio di amministrazione aveva deciso di trasferire all’estero parte delle lavorazioni.

“Purtroppo – aveva concluso – dobbiamo prendere atto dell’esigenza di una … cura dimagrante”. Cura dimagrante? Gli operai non si erano tenuti. Erano volate frasi pesanti, accuse di collusione con i padroni, qualcuno si era calato la tuta da lavoro, scoprendo le mutande, a significare la condizione in cui sarebbero finiti presto. Irene era stata dura con il suo segretario, anche se aveva come sempre cercato di mediare la rabbia dei compagni. Ma aveva capito che, tanto, non ci sarebbe stato niente da fare. La direzione aveva già preso provvedimenti, siglando accordi di partnership con due imprese cinesi del distretto di Shenzhen.

Ciò che non si sarebbe proprio aspettata era che la cura dimagrante avrebbe riguardato anche lei. Una rappresentante sindacale. E senza tanti complimenti. Peccato che il segretario provinciale si fosse poi negato al telefono per giorni. Abbandonata. Lei e altri ventiquattro operai specializzati.

Aveva chiamato un certo amico suo che lavorava in un quotidiano locale e che qualche volta aveva scritto delle agitazioni allo stabilimento e della crisi dell’indotto. Gli aveva promesso uno scoop. Che poi era un’intervista con lei, Irene, che gli avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno dei giochetti e degli accordi sottobanco tra il sindacato e i padroni, sputtanandoli tutti.

Quando si erano incontrati, il giornalista aveva realizzato subito che giochetti e accordi erano ben lontani dal poter essere dimostrati e aveva avuto pena di quella donna di mezza età, scapigliata nonostante i capelli corti, che si accaniva a raccontargli una desolante, piccola tragedia privata, quasi fosse uno dei misteri italiani degli ultimi decenni. Si era anche vergognato del suo cinismo; ma giusto quanto bastava per lisciarsi la coscienza e, sorridendo, sussurrarle “ma tu sei una donna forte”, con una carezza sulla mano, non tanto affettuosa, giusto un po’. Poi aveva estratto dal cilindro l’armamentario consunto di scuse e di verosimili difficoltà che avrebbe potuto incontrare in redazione, proponendo un pezzo così esplosivo.

“Sai, ci sono le amministrative che incombono e il giornale ha bisogno della pubblicità elettorale. Ma dopo le elezioni, vedrai che mi fanno passare non un pezzo solo, ma un’inchiesta a puntate”.

Irene lo aveva guardato dritto negli occhi, seria. Poi gli aveva restituito la carezza sulla mano, un po’ ruvida, a dire il vero, quasi uno schiaffo.

“Senti, non preoccuparti di me, anzi non preoccuparti proprio di niente, della fabbrica che sta per chiudere, dei venticinque che diventeranno trecento in pochi mesi, della pubblicità elettorale e di quel rozzo ex democristiano che ti ha spianato la strada per l’assunzione tre anni fa. Di niente”.

Così, se n’era andata via. Questa storia non interessava a nessuno.

Mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, le tornò alla mente l’occupazione dell’istituto tecnico nell’autunno del 1977. Erano le prime occasioni in cui aveva realizzato di possedere anche lei, una ragazzina di sedici anni, ancora timorosa di tutto e amante solo delle canzoni di Baglioni, una coscienza politica. Era nato da lì il suo impegno nell’organizzazione giovanile del partito, la sua voglia di fare politica, poi, una volta al lavoro, il desiderio di vivere l’esperienza sindacale.

Tutto aveva confusamente avuto origine con l’assassinio di un ragazzo per mano di un manipolo di giovani fascisti, figli di papà. Il giorno dopo quell’azione scellerata contro un militante inerme del partito comunista, davanti alle scuole della città erano stati schierati celerini e carabinieri. Dalla finestra angusta del bagno delle ragazze, nel fumo avido della sigaretta delle dieci di mattina, Irene aveva visto due poliziotti in assetto anti-sommossa, con le mitragliette spianate, presidiare le scale d’ingresso. Avevano paura di ritorsioni e così cercavano di disincentivare i ragazzi, di far percepire la netta superiorità dell’ordine costituito, per scongiurare ogni reazione violenta. In quelle ore, gli assassini erano già al sicuro, protetti da alcune famiglie della borghesia cittadina. Ai ragazzi come Irene non rimase che occupare le scuole, convogliando la rabbia all’interno di un movimento più complesso, un sussulto di sessantotto in anni di crisi economica e di terrorismo.

Al tempo dell’occupazione c’erano i filobus a collegare il centro con la frazione di Carbonara. Già allora rallentati dal traffico, i filobus stendevano le loro antenne verso il cielo di corso Sicilia, una striscia di asfalto dapprima stretta e poi via via sempre più ampia, che attraversava tutto il quartiere Carrassi: costruzioni a due piani degli anni Venti e Trenta, poi un bel tratto di palazzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, il carcere, l’ospedale militare e, più in fondo, le ville ottocentesche, con torri e lanterne, immerse in boschetti privati di pini secolari.

Irene aveva sempre abitato lì, in una traversa di corso Sicilia – ormai da oltre un trentennio la strada aveva cambiato nome, ma per lei restava sempre quello antico, quello suo – a un isolato dal mercato.

Schiacciata tra un finestrino opaco di salsedine e di altro e un giovane barbuto con l’ipod nelle orecchie e lo sguardo assente, Irene si sistemò alla meglio, cercando un equilibrio possibile mentre si bilanciava su un piede e poi sull’altro.

Tentò invano di specchiarsi nel riflesso del vetro. Ma stava cominciando a piovere con accanimento: una pioggia a vento che si mescolava maldestramente con la mistura di smog e salsedine che decorava i finestrini. Impossibile specchiarsi, in quelle condizioni. Meno male.

Irene ripensò alla faccia tonda e inespressiva del funzionario dell’INPS con cui aveva parlato quella mattina. La sua inflessione dialettale le aveva dato ai nervi. Ma più di tutto aveva detestato il fatto che le avesse dato del tu dopo la prima domanda.

Perché tu? Perché non lei? Forse perché le stava comunicando, in estrema sintesi, la notizia più brutta della sua vita? Perché le stava annunciando che ormai per la società rappresentava solo un peso? Che per l’Istituto passava, in un batter di ciglia, dallo status di creditore a quello di debitore, da una voce attiva a una passiva?

Forse sì. O forse dipendeva dal fatto che lei era una donna. Irene non si abituava ancora, non si era mai abituata all’idea che il suo sesso venisse sistematicamente discriminato. E certo non l’aveva aiutata a farci il callo il suo mestiere. Fare l’operaia specializzata, e poi il capo reparto, in un’industria metalmeccanica, nell’immaginario collettivo non è esattamente percepito come un lavoro da donna. Almeno non al sud.

L’autobus sobbalzò su una buca – una voragine -, i passeggeri si spintonarono a vicenda e Irene finì contro il giovane con l’ipod, che accusò la botta con una lieve smorfia e nulla più.

Finalmente la sua fermata. Scese facendosi largo a fatica tra persone accalcate, odori di mercato, dopobarba invadenti, buste e sbuffi.

Aria! Aria e vento e ancora uno strascico di pioggerella sottile. Cominciò a camminare svelta, quasi correva. Doveva pensare.

Febbraio: Paola

Il computer si era impallato di nuovo. Era la terza volta, quella mattina, e ancora non erano le dieci. Da mesi faceva presente che, ogni volta che accedeva contemporaneamente a più di due applicazioni, quell’aggeggio decideva di prendersi una lunga pausa di riflessione. Ma l’ufficio di assistenza tecnica rispondeva invariabilmente che macchine nuove non ce n’erano e che, non appena si fosse conclusa la gara per la nuova fornitura – cominciata forse nel decennio precedente – a lei sarebbe andato uno dei pc con schermo ultrapiatto che qualche dirigente aveva accuratamente evitato di usare negli ultimi anni. “Per ora ti tieni quello”, le aveva laconicamente comunicato un giovanotto stempiato del seminterrato.

Il seminterrato era un luogo un po’ tetro, pieno di stanzoni freddi e di server. Corridoi lunghi, poco personale, di poche parole. Come cavie di laboratorio nelle gabbiette. Se c’era bisogno dell’assistenza per il computer che si bloccava o per la posta elettronica che non partiva o non arrivava, non serviva telefonare a qualche collega del seminterrato: era proprio necessario scendere di persona.

I telefoni squillavano a vuoto, se le chiamate provenivano dai primi tre piani. Solo le telefonate provenienti dal quarto piano, quello dei dirigenti, avevano diritto a una risposta solerte ed educata. Per il resto, squilli a distesa, orfani di un “pronto”.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito di resettare la macchina, Paola si infilò il giaccone, entrò in ascensore e scese nel seminterrato. Le porte dell’ascensore si aprirono sul corridoio principale del piano, asettico come quello di un ospedale. Odore di detersivo per pavimenti. Di marca scadente. Paola si strinse nel giubbotto e si diresse in fretta, per quanto glielo permettessero le sue chanel dal tacco dieci, verso la terza porta sulla sinistra. Bussò e, senza aspettare, aprì.

Il giovane stempiato e scuro in volto – forse solo seccato – sollevò lo sguardo occhialuto dalla tastiera. “Sììì?”, strascicò.

“L’ha fatto ancora. Oggi è la terza volta, ma ora non riesco a riavviarlo”.

“Adesso non posso proprio”, fece lui tornando al suo video. “Magari passo prima della pausa pranzo”.

“Ma io devo lavorare! Ho un documento da consegnare entro la pausa pranzo”, protestò la ragazza.

“Eh, ma ora sono occupato”, rispose calmo e antipatico il collega. Collega … “lo stronzo”, pensò Paola.

“Vuol dire che quando mi chiederanno il documento, dirò che l’assistenza tecnica non poteva lasciare …”, diede uno sguardo rapido allo schermo e si illuminò “… la partita di Tetris”, terminò con un mezzo sorriso.

Il tipo la guardò di sottecchi. Che stronza!

Poi si alzò, si tirò su la cintura dei pantaloni, fece una smorfia e le ingiunse di seguirlo, ché ora sistemavano. Paola gongolò.

Ripercorrendo a ritroso il corridoio verso l’ascensore, lanciò uno sguardo distratto in un altro ufficio. Questa volta, forse perché più distante, non riconobbe subito il videogame che sicuramente teneva occupato un collega panciuto e con un riporto unto da raccapriccio.

“Di cosa si occupa il collega?”, fece al suo accompagnatore.

“Fatturazione elettronica”, laconico.

“Ah … con quello schermo tutto colorato?”, soggiunse lei allusiva, di rimando.

Lo stempiato si fermò, soppesò quella collega invadente e fastidiosa, che faceva tanto la prima della classe, e stava per sfoderare una risposta al cianuro, quando dall’ufficio accanto arrivò la risposta.

“Mi sto impratichendo con e-bay”.

“Contenta?”, lo stempiato aveva perso la pazienza. Entrò quasi di corsa nell’ascensore e lei fece appena in tempo a infilarsi tra le porte che si chiudevano.

Una volta su, l’uomo del seminterrato decretò la morte per consunzione del pc della ragazza. “Ora bisogna chiedere all’economato se c’è una macchina avanzata, ma non credo. Mi sa che l’ultima l’hanno data la settimana scorsa”.

Febbraio: l’avvocato Bendinelli

“Per favore, metti a posto quel file, poi va’ pure”. L’avvocato Bendinelli, con la sua finta condiscendenza, si rivolse alla praticante a cui stava decisamente sulle palle. Che uomo falso! Lo gridava la sua grisaglia impeccabile sulla camicia bianca operata. Una tessitura finissima di stoffa lavorata in un altrove efficiente, ovattato, borghese da secoli. E l’abito gli cadeva a pennello, fatto su misura, ovviamente. Due piccoli brillanti occhieggiavano dai polsini della camicia, cosicché ogni cenno della mano, ogni movenza asciutta o cordiale, rigorosa o cerimoniosa, ne venivano esaltati, creando come un alone di luce intorno alla persona.

Ecco, la persona. L’evidenza unica e probante della falsità. Si sarebbe detto un vecchio arcigno, non fosse stato per lo sguardo acquoso, che ne mascherava i pensieri. E come camminava! Metteva tre passi e poi restava, come soppesando il calibro della propria pancia. Non un obeso, ma quasi.

Dunque: quasi arcigno, quasi obeso.

E quasi gay. Perché le donne gli sfilavano davanti, ancheggiavano, lo blandivano, lui e la sua ricchezza; ma lui, l’avvocato Bendinelli, pareva preoccupato solo di piacere agli uomini, di conquistarne benevolenza, stima, in alcuni casi affetto.

La praticante spense in fretta il pc, mise a posto la comparsa conclusionale su cui stava lavorando, lanciò un buonasera nel corridoio semibuio e uscì rapidamente nell’ultima luce rosata del tardo pomeriggio.

Lo studio era così: le sfuriate del capo, la sistematica mancanza di rispetto, il clima di tensione e le gerarchie invisibili. Certo, una vera palestra. In cui l’avvocato faceva e disfaceva, il più delle volte tenendo all’oscuro persino i suoi fedelissimi. Il sorriso laido e lo sguardo acquoso sigillavano segreti, qualcosa di losco, certamente. Si capiva da come quello, normalmente un autentico stronzo con i collaboratori di studio, perennemente sottopagati, diventava cordiale se aveva bisogno di restare da solo o se aspettava qualcuno. C’era tra i collaboratori chi pensava che Bendinelli avesse un giro di amanti o che i casi più scabrosi, quindi anche quelli che gli fruttavano di più, li gestisse in totale solitudine.

Nello studio al quarto piano rimase solo una luce bianca a illuminare l’unica finestra. L’ufficio di Bendinelli, il suo sancta sanctorum. Con dentro Bendinelli.

Che faceva un ultimo giro per le stanze, spegneva la lampada da tavolo della segretaria – “Quella cretina la dimentica sempre accesa. Domani le dico che le decurto la bolletta dallo stipendio e vediamo” – e con la sua andatura smozzicata, tre passi e stop, tornava verso la sua stanza.

Richiuse la porta di rovere lucido alle sue spalle con un colpo secco ma ovattato – prodigi dell’ebanisteria degli anni settanta – girò lentamente attorno alla scrivania scura, come in un passo di gavotta, e sprofondò nella poltrona di pelle nera, godendosi per un attimo il silenzio dell’appartamento, la semi-oscurità, quella pancia flaccida che gli pesava sulle cosce e gli nascondeva da anni la vista delle splendide cinture che inspiegabilmente amava collezionare.

La fisionomia sembrò allargarsi, allora, le braccia scivolarono sui gomiti, impossessandosi di una buona metà del piano della scrivania, lucido e scuro come la porta. La mandibola slittò dolcemente in avanti, come per un cedimento, donando al viso un’aria di rilassamento lungamente cercato.

Gli occhi gli si fecero meno acquosi, più piccoli, vezzosi quasi, con un breve battere di ciglia che li rendeva trasognati.

E la bocca, perennemente asciutta e stretta, attenta a non far sfuggire nulla di più del necessario, si arricciò a un angolo, come per un capriccio.

Finalmente trasformato, finalmente, propriamente se stesso, Bendinelli accese il computer. La luce bluette dei pixel gli restituì la consueta richiesta di una chiave.

“Apriti”, sussurrò trasognato e laido. Le dita grassocce, artiglietti ricurvi e dissimulati dalla ciccia, in uno sfavillio di brillanti, si mossero rapide sulla tastiera e inserirono la chiave: “la Marquise”.

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“Nove C” di Dario Ricci – Dopolavoroletterario n. 20

Tutte le cose belle iniziano dal fare schifo. Questa è una cosa che mi ha detto Dario dopo che abbiamo terminato il nostro percorso. Io gli ho detto che è proprio così, un po’ diretta come osservazione ma vera. Se non si fa schifo all’inizio non si può arrivare a scrivere una storia buona. Dario ha fatto schifo, all’inizio, e ora il suo romanzo è buono. Piace molto a me, piace finalmente anche a lui e sono sicura che piacerà a chi vorrà leggerlo per pubblicarlo. Io ci conto, molto. E, come direbbe Diego – il protagonista di questa storia, “Nove C” arriverà fino in cima. L’arrampicata non ci spaventa.

Questo è un estratto del romanzo, l’ immagine fornita dall’autore.

 NOVE C

romanzo di

Dario Ricci

VERSO NORD

Il buio in Islanda è più buio. Guardo fuori dai finestrini del fuoristrada. Solo qualche luce in lontananza. Un piccolo villaggio. Nessun rumore. Sono seduto accanto a Nicholas. Guida con lo sguardo di chi sa che è il momento che aspettavi da troppo è arrivato. Ho scritto alla Linetti che per imprevisti generici non sarò disponibile da qui a dieci giorni. L’agenzia mi ha risposto di andare a farmi inculare.  Stavano valutando la rescissione del contratto. Per fortuna le bizze di Mara lì ha fatti cambiare idea. Mi sono beccato una serie di insulti di vario tipo. Messaggi vocali pittoreschi. Credo che potrò farmene una ragione. A Dafne ho solo detto che per una decina di giorni non avrei avuto campo sul cellulare. Si è incazzata come una poiana. Scusa.

Ci stiamo spostando verso Aukereyri una delle cittadine principali del nord. Dormiremo lì stanotte. Sgranocchio carne essiccata giusto per prendere confidenza con quello che mangerò nei prossimi giorni. Fa abbastanza schifo, ma piano piano ci sto prendendo gusto. Nicholas non è di molte parole. Non sembra del tutto tranquillo. Provo a fare una battuta. Non ride. Procediamo silenziosi verso nord. Il panorama ruota su se stesso scivolando tra forme e colori diversi.

Arrivati. Pomeriggio. Questa cittadina è fatta solo di casette colorate. Un pub. L’unica vera attrazione. Non c’è molto da vedere. Direi che è quasi un eufemismo. Non c’è niente da vedere. Forse ha ragione lui che trangugia la terza pinta. Sono solo le tre. Mi guarda frustrato quando mi fermo alla prima. Tira nuovamente fuori la cartina tracciata.

“Sei pronto?”.

“Si.” Mi lecco le dita impastate dal sale delle patatine che sto mangiando.

“Domani mattina ci sveglieremo verso le quattro Un amico passerà a prenderci per portarci al rifugio di Sigurðarskáli. La strada è sgombra dalla neve. Riusciremo ad arrivare velocemente. Da lì partiremo il giorno seguente per il ghiacciaio.”

Manda giù l’ultimo sorso di birra. Paghiamo. Si parte.

BIANCO

Lo sci affonda in un abbondante strato di neve. Il mio primo passo sul ghiacciaio. Devo ancora abituarmi agli scarponi. Ancora qualche ora ed avrò vesciche ovunque. Per fortuna le pendenze che affronteremo sono umane. Vedo Nicholas che mi precede con la sua slitta rossa. Ha l’aria di un bimbo al luna park. Sguardo in alto. Fissa il sole. Occhiali a specchio e labbra imbiancate. Un chilo di crema solare. Ogni tanto si gira verso di me. Controlla il passo. Sembra molto premuroso. Forse non si fida troppo. In effetti portarsi dietro un italiano conosciuto da tre giorni non credo gli dia un gran senso di sicurezza. La prima tappa dice che dovremo fare circa diciotto chilometri. Il peso delle nostre slitte non lo renderà esattamente una passeggiata. In questo bianco infinito è difficile non pensare. Ogni movimento è ripetitivo. La marcia è una somma infinita di piccoli passi. Mezzo metro. Forse meno. Poi ancora mezzo metro. L’unica distanza a cui sei in grado di pensare quando la fatica ti attanaglia le gambe.  Nicholas si ferma un attimo e prende un thermos dalla slitta. É già paonazzo in volto, nonostante la protezione cinquanta. Bevo un po’ di the insieme a lui.

“Grazie, mi hai tolto di mezzo da quell’inferno.” Si cosparge nuovamente il volto di crema.

Credo di non aver capito bene, forse è il mio inglese. Faccio cenno di ripetere. Le parole sono identiche.

“Amo la mia famiglia ma avevo bisogno di questo. Un momento solo per me.” Non approfondisco. Il bello di non avere figli è che puoi reagire a queste situazioni semplicemente rispondendo con un sorriso idiota. Nessun aneddoto o consiglio da professare. Sono un po’ deluso. Io ci speravo nella famiglia nordica.

“E tu sei solo?”

Il sorriso idiota di prima sta benissimo anche per questo turno.

“Una ragazza, una moglie?”

Dovrei dire di sì. Ci sarebbero troppi “ma” da aggiungere.

“Sei gay?”. Rispondo di no con il dito.

L’orientamento sessuale è una delle poche cose su cui posso rispondere senza dubbi. A volte ho pensato che sarebbe stato più facile fosse stato il contrario. Sposato con Nicholas. Non si sceglie. Come la squadra per cui tifi.

Ripartiamo. La pendenza si fa sentire. Sono costretto a fare più forza sulle racchette. La neve è comunque dura abbastanza per non sprofondare e permettere un attraversamento non troppo estenuante. Il sole sta calando. Davanti a noi lo scintillare rossastro del tramonto, riflette sull’orizzonte impassibile del ghiacciaio. Il mio compagno controlla il Gps. Pollice alto.

Montiamo la tenda velocemente. Fornellino. Un piatto di ramen precotto. Gli effetti collaterali della globalizzazione.

IN BIANCO

Fa freddo. Molto. La prima giornata mi ha già messo alla prova. Nicholas scrive alcuni appunti sul diario di viaggio. Leggo qualche pagina di un libro in inglese comprato in un negozio lungo la strada. Dalla copertina avrei detto che avrebbe fatto schifo. Le prime pagine lo confermano. Dovrei sentirmi libero. Sperduto in questo nulla. Invece. Claustrofobia. Costretto dentro questo sacco a pelo. Fermo. Mentre i pensieri si muovono. C’è molto silenzio. Il silenzio è una cosa con cui non è facile avere a che fare. Avrei bisogno di parlare, ma ho un vichingo taciturno con cui riesco a scambiarmi giusto qualche pensiero. Eppure c’è qualcuno che mi aspetta a casa. Ho una ragazza che non vedrebbe l’ora di prendere il telefono e chiamarmi. Non si può. Per fortuna. Non saprei che dirle. Finiremmo per parlare di tutto tranne di ciò che dovremmo. Chissà come sarebbe dirle che io un figlio non so se lo voglio. Che odio passare le domeniche a comprare i mobili e che la disco music mi fa cagare. Chissà come sarebbe dirle allo stesso tempo che ha il culo più bello del mondo e che sa farmi ridere anche quando non ce ne sarebbe alcuna ragione. Amo il modo in cui mi ama. Come farei poi a spiegarle avrei voglia di accoppiarmi con Giulia qui, adesso? Come un animale. Credo si tratti di geni e di sopravvivenza della specie. Potrei rispolverare la teoria evoluzionistica. Non credo la prenderebbe bene.

“Domani sarà dura.” le parole di Nicholas riescono a distrarmi.

Mi mostra il tracciato per la seconda giornata. Sarà una tappa piuttosto impegnativa. Penso che dovrei dormire. Ci diamo la buonanotte. Vorrei attaccare bottone. Spegne la piccola torcia appesa sopra la sua testa.

Osservo il cielo giallo della tenda da quasi un’ora. Non riesce a cullarmi. Continuo a cercare una posizione. Nicholas dorme come un bambino. Servirebbe Trambusto. A riempire il vuoto di questo sacco a pelo. In questo momento starà mangiando per la quarantesima volta. Tutte le volte che lo lascio dai miei diventa il doppio.

La copertura della tenda sembra schiacciata. Non so che ore siano, ma deve essere da molto tempo che nevica. Mi alzo ed esco. I fiocchi scendono dolcemente. Coprono di bianco un orizzonte ancor più bianco. Bianco alla seconda. Cerco di togliere la neve in eccesso con i guanti. Fisso il cielo. É notte. Io però le nuvole le vedo lo stesso.

Su. Fra le nuvole sciolte nel blu. Il mio cuore la rabbia il tempo forse tu. Niente più.

Disteso con le braccia allargate nella neve. Gelo. Accogliente.

VICINO

Nono giorno. Non manca molto. Avrò dormito non più di un’ora. Nicholas prepara il caffè. Ho finito da solo un pacchetto di biscotti. Il sole è alto in cielo. Tutto sembra un po’ meno complicato. Riusciamo a smontare la tenda in pochi minuti per riprendere la nostra marcia. Le gambe non fanno male. Un insperato ottimismo ulula dentro di me. Avanziamo veloci cercando di evitare i crepacci che ci circondano. Fa molto più caldo di ieri. Nicholas si ferma per togliersi il pile. Io faccio lo stesso. Si avvicina.

“Stanotte non hai chiuso occhio, vero?” mi chiede.

Devo aver fatto un gran casino. Mi spiace.

“Si dice in questo posto la notte risvegli antichi demoni. Disturbano il sonno di tutti coloro che attraversano il ghiacciaio. Una favola che ci raccontavano da piccoli.”

“Se lo dici tu.”

Sorride e scuote la testa.

“In ogni caso non preoccuparti, tu non dormi sul ghiacciaio. Io sto sveglio tutti i giorni della settimana. Forse i demoni non vivono solo qui.”

Vorrei chiedere di più. Vedo Nicholas che prende in mano i bastoncini e riprende la marcia.  Probabilmente si viene in mezzo a tutto questo nulla per trovare qualcosa. O per perderlo. Definitivamente. Lasciarlo andare.

 Le nubi si addensano all’orizzonte accompagnate da un forte vento. Controlliamo la cartina di nuovo. Ci sono un paio di ore di luce che consentirebbero di avanzare ancora. Guardiamo il cielo. Forse è meglio fermarsi. Essere colti da una tempesta in mezzo ai crepacci non è una grande idea. Mi apparto un secondo per fare i bisogni. Con l’urina traccio un ovale perfetto. Provo un certo tipo di soddisfazione quando il ghiaccio si scioglie al contatto con il calore giallastro della pipì. Una volta disegnai un cuore per Giulia. Sono sempre stato molto romantico.

Oggi sta a me cucinare. Pesco dentro la slitta di Nicholas. Zuppa di fagioli. Il vento si è ulteriormente rafforzato. Non riesco a vedere oltre cinque metri. Non è una bella sensazione. Il mio compagno ha la faccia tesa. Mangiamo in silenzio.

Una raffica improvvisa fa vacillare la tenda. Ci guardiamo preoccupati. Sbircio fuori. Non riesco più a vedere niente.  Rintanati nei nostri sacchi a pelo, cerchiamo di scambiarci qualche parola. I paletti della tenda sembrano doversi rompere da un momento all’altro. Mi chiedo che fine avranno fatto i miei sci là fuori. Paura. La tenda si affloscia da una parte. Uno dei paletti ha fatto crack. Riusciamo a riparlo grazie ad un pezzo di metallo e del nastro isolante. Sappiamo entrambi che la tenda potrebbe non reggere. Passare la notte sotto una tormenta, sotto zero, non è esattamente la migliore delle idee. Non riesco a chiudere occhio. Torna la claustrofobia. Stavolta non posso neanche scappare fuori. Impotenti. Galleggiamo in questo niente fatto di vento che fischia ed una tenda che sembra sull’orlo della resa. Sibili. L’unica cosa che riesco a sentire, anche quando tutto è passato. I raggi di sole fanno capolino. Usciamo. Di fronte a noi gli sci spazzati via dalla bufera. A qualche metro di distanza dal punto dove li avevo lasciati. Una delle due slitte si è rovesciata. Il cielo è sereno sopra di noi. Nicholas mi abbraccia. Ne avevo bisogno.

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“Ciao per sempre” di Corinna De Cesare – #dopolavoroletterario n. 19

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
Qualcuno li ha visti tornare
Tenendosi per mano”

Il romanzo di Corinna ha la vitalità malinconica delle canzoni di Lucio Dalla. La storia è quella di una ragazza, Margherita, che diventa una donna attraversando i ricordi e i segreti della sua famiglia. In una Puglia nostalgica e sfuggente, si intrecciano esistenze facilmente riconoscibili. più vicine alle nostre di quanto riusciamo a immaginare. Lavorare con Corinna è stato come soggiornare dentro le montagne russe: alternando adrenalina, brividi e momenti di profetico silenzio. Mi auguro che presto questa storia possa trovare una casa, che la accolga con la stessa sincerità con cui è stata scritta.

Questi sono i primi due capitoli del romanzo. Buona lettura. (Photo credit:  Nico Profeta)

CIAO PER SEMPRE

Di

Corinna De Cesare

Ogni famiglia ha un segreto, piccolo o grande che sia: una rosa regalata dall’amante e nascosta dietro una libreria, il ricordo del profumo dell’ex cercato ogni tanto nell’aria, un libretto universitario con voti finti, dei libri orgogliosamente esposti e mai letti.

Il loro segreto era entrato dalla porta di casa e si era seduto sulla poltrona verde di velluto accanto alla nonna. Era un uomo alto, robusto e sconosciuto ai suoi occhi. Margherita lo avrebbe scoperto nel momento giusto, dopo che lui le aveva messo  tra le mani un foglietto bianco stropicciato. C’era scritto:

Queste lettere sono da parte di tua nonna. Ti prego, non aver paura.

  1. MARGHERITA

Quando Margherita arrivò, suo padre sradicava l’erbaccia in giardino. Si era fatto largo tra i cespugli e le belle di notte, destinate a sbocciare solo molte ore dopo, nel buio. Lei dal balcone lo osservava graffiarsi i polpacci con l’ortica mentre ogni tanto, con la canotta fradicia, cercava riparo dal sole con l’aiuto della mano. Poi, girandosi con gli occhi gonfi di chi ha dormito poco, l’aveva salutata puntando lo sguardo verso l’alto.

Il caldo non dava tregua, men che meno in quella casa che sembrava un desolato puntino nero su un foglio bianco: pur essendo infatti ad appena un chilometro dal centro, vicino allo stradone di corso Umberto e al vecchio ospedale San Francesco, vi si accedeva solo attraverso una strada sterrata fatta di piccolissime pietre bianche che a quell’ora erano diventante incandescenti. Tutto intorno la campagna avvolta dal sole rovente d’agosto, come solo in Puglia sa essere.

Gli angoli dei soffitti avevano perso il candore di un tempo e anche i muri erano testimoni di una vita e una routine familiare ormai remota, fatta di candeline spente, giochi con i cugini sotto il tavolo di legno tarlato del soggiorno, pranzi della domenica e altre immagini di vita diventate ormai solo piccole ombre scure sulle pareti. Non era rimasto più niente della loro vecchia vita, se non i ricordi racchiusi in quella quattro mura, certi armadi ancora pieni come di chi fugge all’improvviso e qualche lontano parente. Lo avevano pensato entrambi, Margherita e suo padre, guardando l’intonaco scrostato delle pareti ma non se lo erano detti ed erano rimasti in silenzio per un po’.

Nel salone era stato allestito un enorme banchetto funebre, con i thermos di caffè dei vicini, le pizzette calde, i rustici freddi abbandonati sulla vecchia credenza. La signora Rosa cercava di mettere ordine mentre si infilava in bocca qualche bignè al cioccolato. È una di quelle vecchiette che sembrano anziane da sempre, piegata su se stessa da una vita poco generosa che l’ha resa vedova sin da quando Margherita era appena una bambina e la incrociava sul pianerottolo di casa mentre puliva le scale, ramazzava il pavimento o apparecchiava l’atrio del palazzo con certe piante lunghe e insignificanti. È una donna del Sud che ha immolato la sua vita alla vedovanza, sempre vestita di abiti scuri e con quel bottone di onice tondo e nero, grosso come una ciliegia, sempre attaccato al petto. Era il simbolo del lutto, in uso solitamente tra gli uomini, ma che lei si era ostinata a mettere sui suoi vestiti per ribadire il concetto e spegnere qualsiasi slancio con l’altro sesso. Se era stato o meno per colpa dell’onice, pensò Margherita, quel che è certo è che aveva funzionato.

La mattina della partenza si era alzata molto presto, sistemando la camera di buon’ora e infilando le ultime cose nella valigia.  Chiuse la porta piano piano, per non svegliare i coinquilini e partì. Prese la metro fino alla stazione Termini, poi il treno verso Fiumicino, il volo per Bari e di nuovo il treno fino a Barletta che portava la solita ora buona di ritardo dei treni locali, con i bocchettoni dell’area condizionata rotti. Dai finestrini aveva riconosciuto i campi secchi e le strade curve e deserte di agosto, abbandonate per le più attraenti mete del mare. Un dedalo di vie polverose che dai monti dauni, schietti e selvaggi come i briganti, l’aveva accolta verso sud tra i fianchi morbidi del tavoliere dove i terreni paludosi si trasformano, dalla primavera in poi, in mosaici dalle mille sfumature che danno il meglio di se’ come quei pavoni che aprono la coda per impressionare la femmina. Quando vide dal finestrino le murge, si sentì subito a casa. “Il nostro Gran Canyon”  lo chiamava sua nonna, che paragonava le montagne carsiche a quelle dell’Arizona che poteva aver visto solo in tv, un Mivar di una ventina di chili, piazzato al centro del suo salotto su una robusta libreria di legno massello. Sua nonna si affezionava ai mobili con la stessa intensità con cui si legava alle persone anche se erano poche, a dir la verità, quelle che riuscivano a ottenere la sua fiducia. E così la libreria della nonna rimase immobile nello stesso posto per circa vent’anni fino a quando una scossa di terremoto in Abruzzo, nel ‘92, si diramò tutta intorno fino ad arrivare a Roma, nella sua casa facendo crollare qualche mensola in un effetto domino che riuscì finalmente a convincerla ad ammodernare la reggia. La chiamava così, la sua casa, e non era affatto ironica: era un appartamento come tanti in realtà, una cucina spaziosa, il salone con il camino che si era ostinata a far mettere dal marito. Poi i due bagni e la cameretta dov’era cresciuta la madre di Margherita e dove anche lei dormiva d’estate quando, finita la scuola, andava a stare dai nonni.

– Vai a Roma? – le chiedevano i compagni di classe quando iniziavano a portare le maniche corte e il sole batteva forte sulla lavagna rendendola quasi incandescente. A quella domanda seguiva in genere un lungo elenco di richieste in vista del viaggio nella capitale: Crystal ball e Polly Pocket durante le elementari. Cd e Smemoranda alle medie. Biglietti dei concerti e dottor Marteens originali al liceo. All’epoca la famiglia Lolli abitava in Puglia e a fine anno scolastico Margherita andava dai nonni a Roma per le vacanze estive. Erano giorni spensierati di corse in bicicletta e sere a far tardi, mesi in cui la routine di provincia veniva spazzata via dall’eccitante frenesia di città in cui ogni giorno poteva rivelarsi diverso dall’altro: una mattinata sul litorale romano, un pomeriggio all’acqua park, una serata afosa trascorsa in un cinema all’aperto con le cosce sudate che si attaccavano sulle sedie di plastica. Una centrifuga di un mese e mezzo dopo la quale era persino piacevole tornare alla normalità provinciale, gonfia di aneddoti da raccontare ai compagni di scuola.

Quando la nonna si aggravò, si trasferirono tutti a Roma.

Sembrava che il destino di tutta la famiglia fosse sempre stato quello di scappare dalla Puglia: negli anni cinquanta fu il turno della nonna e quarant’anni dopo toccò a loro. Era il primo gennaio del novantanove quando se ne andarono: si lasciarono alle spalle le campagne innevate a bordo di un’Alfa Romeo carica di valigie, zaini e un bel po’ di lacrime sulle guance mentre le casse della radio trasmettevano Whish I could fly e  ufficializzavano la nascita dell’euro.

– Anna purtè tott au’ sfasc’, disse il padre di Margherita mettendosi al volante, devono portare tutto allo sfascio – commentando con un certo ottimismo l’entrata in vigore della nuova moneta.

Quando arrivarono a destinazione la nonna era già un corpo immobile su un materasso sformato. La malattia l’aveva distrutta dentro e fuori ma non le aveva cambiato lo sguardo, dolce come quello del tempo che passava insieme alla nipote quando la portava nell’unico cinema di borgata a vedere Massimo Troisi innamorato di Francesca Neri.

Per la sua morte era voluta tornare tra i campi brulli e gli uliveti secolari della sua infanzia, in quell’immenso granaio distante quattrocentocinquanta chilometri da Roma, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita.

– Mettiamola lì, dove c’è più spazio – aveva indicato la signora Lolli ai becchini. E loro l’avevano sistemata dove c’era il pianoforte di Margherita, abbandonato lì impolverato e un tempo arrangiato con bomboniere e foto ricordo in quelle cornici d’argento che si anneriscono con il passare del tempo. Tra quelle cornici Margherita ne ricordava una così bene che le sembrava fosse ancora poggiata sul piano: c’era lei, il giorno della sua prima comunione, con una spiga in mano, le sopracciglia folte, i capelli lunghi raccolti in una treccia e un finto sorriso, ostentato come quelle collane d’oro pesanti che aveva visto al collo di certe anziane al funerale. E adesso vedeva anche un’altra foto, quella della nonna di fronte al camino, quando era ancora bella e non cambiava la libreria mezza scassata. I ricordi cominciavano a mescolarsi alle immagini reali, la casa, il pianoforte, lei seduta davanti agli spartiti, il padre che leggeva il giornale sul divano, sua madre che stendeva i panni ad asciugare, la bara, la nonna, il presente, il silenzio.

Non erano mai stati capaci di venderlo quell’appartamento: non lo aveva fatto la nonna dopo il suo trasferimento a Roma e non lo aveva fatto neanche la famiglia Lolli che se n’era andata lasciando qualche mobile e seminando oggetti che si intravedevano in penombra. In cucina era rimasta qualche pentola, un cucù ormai fermo appeso alla parete, una televisione non funzionante e un vaso di creta bianco su una mensola. Nel salone era rimasta la sedia a dondolo, i divani e la sedia di velluto verde, il pianoforte e dei liquori chiusi in una vetrinetta la cui chiave era andata persa da un pezzo.

Erano tutti lì, in quella vecchia casa, raccolti nel salone in stile liberty che puzzava di naftalina, ad accogliere silenziosamente la bara.

  1. LA FAMIGLIA LOLLI

Il signore e la signora Lolli si erano conosciuti a Roma alla fine degli anni ’70,  in un pomeriggio assolato di compere e soldati in libera uscita. Lui passeggiava su via del Corso insieme ai suoi commilitoni dentro una divisa verde bottiglia che gli pizzicava le gambe. Lei, con le sue compagne di scuola, si era fermata un attimo davanti ai muri di marmo di via dei Sabini per leggere alcuni manifesti attaccati abusivamente dalle femministe:

“Le donne hanno le loro colpe, gli uomini ne hanno solo due, tutto ciò che dicono e tutto ciò che fanno”.

E lui, d’improvviso, si era inginocchiato davanti ai suoi piedi:

“Chiedo perdono, sono colpevole” aveva urlato, incrociando le mani l’una con l’altra nel gesto del perdono e sporcandosi i pantaloni della divisa all’altezza delle ginocchia. Lei, da parte sua, era scoppiata a ridere. Non tanto per la sceneggiata, ma per quelle vocali chiuse come le porte della vicina Chiesa del Gesù.  Le pronunciava proprio allo stesso modo di  sua madre che viveva a Roma da più di vent’anni ma quando si arrabbiava con la figlia tornavano a galla le vocali aperte del Sud, l’accento della valle dell’Ofanto che la signora Lolli non aveva mai potuto visitare fino ad allora. C’era una sorta di avversione, in famiglia, su quelle origini tanto in pubblico esaltate per la loro bellezza, quanto in privato rinnegate per motivi poco chiari. Margherita ricordava le interminabili telefonate tra la madre e la nonna, le urla, i pianti su quel filo del telefono a rotella che allungava una distanza fisica ed emotiva. Tant’è che sua madre, per farle passare un po’ di tempo con i nonni, si era convinta che l’unico modo fosse raggiungerli a Roma. Non succedeva mai il contrario, loro non andavano mai a trovarli giù.

Era stato proprio mentre festeggiavano il compleanno di Margherita a Roma, che la nonna aveva ricordato l’episodio di via dei Sabini. “Il ratto della mia sabina” lo chiamava lei, provocando il signor Lolli che sorrideva sotto i baffi.

– Chiedo perdono, sono colpevole – rispondeva lui a voce alta ripetendo per l’ennesima volta quella scena del primo incontro con la moglie. Una scena diventata in famiglia ormai un racconto leggendario visto che fu una delle poche volte che il signor Lolli non parlò in dialetto. La lingua del cuore, la chiamava lui, che era nato in una famiglia di commercianti e il dialetto era sacro tanto quanto il portafogli. Come in tutte le famiglie di commercianti che si rispettino, il tema di discussione principale a casa sua, era il denaro. Dal risparmio al guadagno, dalle tasse ai contributi da pagare, era un continuo parlare di soldi dalla mattina alla sera. L’unico a fare eccezione era proprio lui che aveva non solo il pallino della lettura ma pure quello della musica e per uno che nasce povero tra le campagne del Sud, era una stravaganza troppo difficile da perdonare. Nella camera da letto sul suo comodino, di fianco alle pasticche per il colesterolo e a una piccola abat jour, il signor Lolli non aveva mai rinunciato a tenere qualche libro. Leggeva con avidità, prendendo in prestito i volumi in biblioteca e siglando con orgoglio quelli che comprava e metteva sugli scaffali della sua libreria concludendo la lettura sempre con il rito della data: giorno, mese e anno di acquisto, seguiti dalla firma: Mario Lolli, con quella “i” finale allungata dall’inchiostro, come se avesse voluto spingersi un po’ più in là. Era l’unico indizio che facesse intendere che in fondo, la vita di bottega, gli era sempre andata un po’ stretta. Se era o meno così, lui però non lo dava a vedere e neanche incolpava i suoi di quell’eredità che lo aveva allontanato per sempre dal sogno dell’università, considerata una meta impossibile agli occhi di una famiglia come la sua. All’epoca il rancore non era contemplato in un rapporto tra genitori e figli e il rispetto veniva sottolineato dall’uso di un pronome: “voi”. E così persino quando la nonna era ormai vecchia, Margherita era adolescente e la modernità degli anni ’90 entrava nelle case attraverso il Bimby e le vhs del Blockbuster, suo padre continuava con quell’ossequiosa riverenza.

Voi tutt’appost mà?

Vi sentite bun?

Avit mangiat?

Voi chi? Chiedeva sempre Margherita assistendo a quello scambio di battute tra il padre e la nonna.

Reir, reir, brontolava il padre. In dialetto.

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“Il sangue di maggio” racconto di Arianna Corsini – #dopolavoroletterario n.18

Arianna l’ho conosciuta qualche mese fa. Ha partecipato al laboratorio “Una storia tutta per sé”. Arianna quando scrive trasforma i sentimenti, le voci dei personaggi, la vita. Ha lo sguardo fisso dentro qualcosa che non conosce fino in fondo e questa forma di purezza, di mancanza di sé, rende la sua scrittura attraente come un fiore che vedi per la prima volta. Ti colpisce, è bello ma non escludi che possa essere velenoso. Questo è il racconto, intenso, che ha scritto alla fine del nostro laboratorio. (Foto dell’autrice)

Il sangue di maggio

di Arianna Corsini

 Nina percorse la strada assolata del primo pomeriggio, una tracolla in tessuto le colpiva il polpaccio nudo ad ogni passo. Faceva caldo, intorno a lei e dentro di lei. Le partì dal petto, le infiammò il collo.

  Spinse la porticina intarsiata della chiesa e l’odore d’incenso e di rose le carezzò le narici. Nina starnutì. Respirò.

  Quell’odore la invase. Incenso e rose, dappertutto. Si fece il segno di croce.

  Una voce atona cominciò: «Oh Dio, vieni a salvarmi».

  Un coro tuonante rispose. «Signore, vieni presto in mio aiuto».

 La voce di Nina si confuse in quella recita. Erano tutte donne eppure, nel momento in cui avevano parlato insieme, avevano generato la voce di un mostro.

  Incenso – nuvola densa, fili bianchi sospesi nell’aria.

 Rose – molli, aperte come mani inermi sul pavimento dell’altare.

 Nina si appoggiò al banco davanti a lei. Non le piaceva stare in chiesa ma quella volta, più di tutte, voleva scappare, voleva gridare, voleva sputare via l’odore dell’incenso e delle rose ma come si fa a respingere un odore? Le si rivoltò lo stomaco.

 Non le restava che vomitarlo. Nina sollevò il volto, c’era la statua della Madonna ad osservarla. Le parlava nelle sue preghiere. Come faceva a confidare a Dio il mal di testa, le fitte al basso ventre, il bruciore tra le cosce, quel calore viscido sulla pelle, quello scamiciato di lino che era troppo stretto?

  Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori amen una, tre, dieci volte.

  Padre nostro, tu sei un uomo e non potrai mai capire.

 Nina chinò il capo, strinse i denti. Non recitava più, ascoltava. Pazienza, devi avere pazienza, ma per cosa, perché? Era là perché lo voleva sua madre. Tutto quello che faceva lo voleva sua madre.

 Chiuse gli occhi e attese fino alla fine, quindi si mise in ginocchio per l’ultimo segno di croce.

 «Oh Signore santo!» Una vecchia, seduta accanto a lei, inorridì.

 «Cosa? Perché?»

 «Hai sporcato il banco di sangue… l’inginocchiatoio…»

 Nina si mise in piedi in un istante. Era vero, c’era qualche goccia di sangue sul legno. Si era forse graffiata le ginocchia? Ma quando, con il palmo della mano, pulì via il sangue dalla pelle, sul ginocchio non c’era alcuna ferita.

 Il sangue era sceso fino ai polpacci.

 «Povera cara» sospirò la vecchia, «quanti anni hai?».

 «Devo farne undici».

 «Povera cara» ripeté quella, «così piccola. Che disgrazia».

 Nina si voltò, le donne del banco dietro di lei avevano gli occhi di chi condanna, di chi non ricorda.

 «Vattene, per l’amor del cielo», sentì dire.

 Che succede? Nina si avviò verso l’uscita. Che succede perché questo sangue dove mi sono fatta male perché mi sono fatta male? Uscì sul portico, non c’era nessuno. Si era sporcata anche in mezzo alle cosce e lo scamiciato era bianco. Non poteva tornare a casa così, con il fruttivendolo sempre fuori, gli uomini del bar sempre fuori, le comare che cuciono sempre fuori. Si toccò. Ecco, le mutandine, lì. Oddio, era da lì.

 Mi fa male la pancia, mi fa male la schiena, c’è sangue. Muoio. Muoio? Esce da lì, da lì, da dove faccio pipì. Sta lì. Come altro si chiama? Mamma la chiama sempre , pulisciti , copriti lì.

 Nina prese un fazzoletto dalla tracolla, ancora nell’ombra del portico se lo infilò nelle mutandine e corse verso la parte opposta del centro abitato, dove c’era il mare.

  Non voglio che mi guardino. Meglio morire. Piuttosto, meglio morire.

 Avrebbe aspettato la fine proprio là, con l’odore salmastro a mandare via per sempre quello dell’incenso e delle rose.

Perché non aveva mangiato più gelati e più cioccolata? Il fioretto non l’aveva protetta da niente. Dio non proteggeva da niente, Gesù non proteggeva da niente e la Madonna stava muta, solo a guardare. A mandare il sole, così anche gli altri potevano vederla, deriderla, additarla e dirle “vattene!”.  Seduta sulla sabbia, strinse le ginocchia e sperò che il sangue si arrestasse con la vita. Il magone che tratteneva in gola si trasformò in un pianto. Dapprima docile, da bimba. Poi Nina respirò forte, digrignò i denti. Era la voce di un mostro senza gli artigli. Era la voce di tante donne insieme che condannano e non ricordano ma Nina era solo una, una ragazzetta di quaranta chili con gli occhi cerchiati e le guance pallide e lo scamiciato sporco di vergogna. Così, si addormentò.

***

Svegliati figlia,  hai dormito come gli orsi in letargo. La tua vita era in autunno anche se hai versato il sangue di maggio. Sei viva, sì – il dolore non uccide se tu non glielo permetti. Nina, figlia, alzati e torna a casa. Un ultimo sguardo al mare di notte: non ci puoi più vedere attraverso. E le donne, lo sai, sono così. Quando crescono, non ci puoi più vedere attraverso.

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“California” racconto di Luca Cammisa #dopolavoroletterario n. 17

Luca ha seguito “Una storia tutta per sé”, quest’inverno a Campobasso. In libreria, Mondadori Point del capoluogo molisano, mentre scriveva gli esercizi assegnati sembrava stesse compilando un modulo. Poi, alzando la testa, mi pareva che si fosse liberato di mezza vita. E leggendo, ho avvertito la conferma e la leggerezza preziosa delle sue storie mi è rimasta incisa. Prima e dopo il laboratorio. Quello che segue è il racconto che luca ha sviluppato dopo aver seguito il corso, ispirandosi ai cinque sensi e ai ricordi. (La foto è sua.)

CALIFORNIA

di Luca Cammisa

Ho scoperto di essere la ragazza sbagliata già prima di conoscere te. E forse anche prima di conoscere me stessa, prima di imparare a seguire il solco sanguinante che le parole sono in grado di tracciare sul mio braccio, di solito il sinistro, quando decido di farmi male, di punirmi per essere così sbagliata e così diversa e così inadatta a vivere tutto quello che vorrei vivere. Il primo sbaglio l’ho commesso in una notte di maggio, che i miei genitori descrivono come piovosa, quando nella sala parto sono riuscita a stupire tutti smentendo ecografie, veggenti e fondi di tè che avevano preannunciato la nascita di un maschietto. Nessuno probabilmente lo diede a vedere, un bambino era pur sempre un dono del cielo, a prescindere dal sesso, eppure non credo sia un caso che due anni dopo mio padre abbia dato il nome che avrebbe voluto dare a me, Riccardo, al secondogenito avuto con la sua segretaria, un mese prima di abbandonare me e mia madre per convolare a giuste nozze con una ragazza che aveva almeno la metà dei suoi anni. Quanto a mia madre, che avrebbe preferito chiamarmi Elisa e non Claudia come mio padre aveva deciso, riuscì dopo mesi di tormento a trovarne finalmente una, di Elisa, e a scoprirsene innamorata durante uno di quei corsi di teatro a cui si era iscritta per tentare di entrare nelle vite degli altri senza dover pensare alla propria. Al netto, quindi, nei miei primi due anni di vita posso dire di aver combinato più guai di quanti ne possa fare una persona normale nell’arco di ottant’anni. E crescendo non c’è stato nulla in grado di convincermi di essere giusta, almeno solo per un attimo: troppo alta per essere una principessa, troppo magra per fare la Conchiglia Azzurra nella recita in terza elementare, troppo bionda per essere Biancaneve. Troppo carina per non fare ingelosire le mie amiche, non abbastanza simpatica per interessare ad un ragazzo.

Mai troppo intelligente per riuscire a fuggire da uno come te.

Ci siamo incontrati in una sera di maggio, piovosa come la notte in cui sono nata: già questo avrebbe dovuto farmi capire che neanche per te sarei stata quella giusta.

Ho sedici anni, tu stai per compierne diciotto allo scoccare della mezzanotte. Insieme, in un gruppo di cinquanta adolescenti più due professoresse, ci troviamo in gita a Londra chiusi nella hall dell’albergo sperando che quel temporale finisca. Non ricordo molto di quelle ore interminabili se non le risate, fragorose, gli Oasis nelle orecchie grazie a quelle cuffiette gialle che ci passiamo di mano in mano e le birre, troppe, che iniziano a circolare non appena le due professoresse si ritirano in camera dopo averci estorto la promessa di non allontanarci dall’albergo, soprattutto non sotto quella tempesta. Fine della serata insomma. Fine del divertimento. O forse inizio di qualcosa, perché ammetto di non ricordare come, ma ci ritroviamo insieme, tu ed io da soli, sul balcone della tua camera d’albergo, seduti sul tavolino in ferro battuto umido e freddo in quella notte infernale, bocca su bocca, mani tra le mani, senza sapere dove andremo a finire: nel tuo letto, pensi tu. Sul mio braccio, capisco io quando è ormai troppo tardi.

Inizia tutto qualche giorno dopo il nostro ritorno in Italia: io comincio ad essere innamorata mentre tu continui ad essere il ragazzo ribelle che non ha nulla da dimostrare a nessuno se non di essere capace di vivere secondo il suo spirito selvaggio. Che in parole povere vuol dire: ogni sera in un letto diverso. Con una ragazza diversa. Mai con me. Perché come sempre, per l’ennesima volta, ho commesso uno sbaglio, ti ho detto “per favore, aspettiamo” su quel tavolino in ferro battuto, senza capire che questo avrebbe fatto appassire ogni tuo interesse nei miei confronti. È però saperti nel letto della mia vicina di casa, a due passi dalla porta della mia stanza, sul mio stesso pianerottolo, a farmi capire che qualcosa va fatto. E se non posso punire te, così bello e così irraggiungibile, allora devo punire me, per i miei sbagli, per quel no detto a Londra, per tutte le occasioni mancate. Il primo segno, rosso, compare senza che me ne accorga: vedo il sangue colare sulla mia mano e quasi mi affascina seguire quella piccola strada tortuosa che dalla mia carne scende giù verso le dita, tra gli anelli, fin giù nel lavandino troppo bianco come la pelle pallida di chi non riesce a vivere. Faccio un secondo taglio, poi un terzo: guardo il sangue colare sulla mia bellezza, sulla mia altezza, su quei capelli troppo biondi e troppo lunghi, sulle parole che non ho detto, su quelle che ti hanno allontanato da me, sui miei genitori, sui miei errori, sulla ragazza che non riesco ad essere, sulla pelle pallida di una vita che non riesco a vivere. Va avanti così per quindici mesi. Quindici infiniti mesi in cui tu continui a non vedermi ed io continuo a punirmi per non riuscire mai ad essere abbastanza, per nessuno. Ti guardo entrare ed uscire dalle case degli altri, baciare bocche e colli più belli e più vivi dei miei. Ti guardo ballare e ridere e scoppiare di vita a pochi passi da me, senza mai riuscire a far parte di quel vortice infinito di colori. No, a me restano i tagli e le lame e le lacrime rosse che continuo a versare per te. Su di me.

La giostra si ferma all’improvviso quando il mio ultimo giorno di scuola, l’ultimo in assoluto prima della maturità, trovo sul mio banco una rosa bianca con un biglietto in cui mi chiedi di vederci quello stesso pomeriggio nel parco a pochi metri da casa mia. Accetto il tuo invito, porto con me la rosa e ti trovo lì su una panchina in pieno sole, seduto e stanco come chi dopo mille naufragi ha bisogno di tornare a casa. Mi vieni incontro, mi guardi, non dici nulla e già riesci a convincermi. Sono tua, in questo giorno di sole e nel diluvio di Londra e nei mille inutili giorni passati senza di te. Sono tua forse da sempre, senza saperlo. E sono tua per i tre anni successivi, in cui fai di me la ragazza più felice e stupida che sia mai esistita.

È luglio quando mi chiedi di sposarti. Ed è agosto quando ricomincio a tagliarmi la carne, spaventata per quel futuro che non sono sicura di riuscire a gestire. Perché sono inadatta e ne sono consapevole. Perché so che prima o poi tornerò a sbagliare e non voglio che sia tu a farne le spese. Perché so che il mio amore non potrà mai bastarti, così come non riuscirò mai a bastarti io, ed è per questo, solo per questo, che ti dico “no”. Non voglio sposarti perché non voglio condannarti ad una vita infelice. Ed è per questo che tu mi dici “va bene”, prima di fuggire di nuovo verso altri letti e verso altre case fino al momento in cui guardandomi negli occhi, questa volta senza una rosa bianca, mi dici di non riuscire più ad amarmi e a stare con me e a pensare ad un futuro insieme se sono io la prima a non volerlo seriamente, un futuro con me. Ed anche se ormai hai notato i miei tagli sul braccio e sai che sotto la cenere si nasconde un mostro che mi sta divorando e che rischia di trascinare con sé tutto, i miei capelli biondi e le rose e la nostra storia e le nostre bocche, anche se sai tutto questo senza averne mai parlato sul serio, prendi le tue cose ed esci dalla mia vita. Senza voltarti, senza sorridere, senza aggiungere qualcosa di diverso a quella fine stonata che sa di tempesta.

Scopro che stai per sposarti, e questa volta sul serio, con una ragazza che probabilmente sa amarti nel modo giusto e che sa dare le risposte migliori ad ogni tua domanda. Mancano pochi giorni alla mia laurea, ed anche se so di avere mille cose da fare e mille cose da evitare, penso di doverti una spiegazione, o almeno una rosa bianca, ed è per questo che sotto il sole di un’estate infame mi ritrovo davanti al cancello della tua immensa villa di campagna, dove sorpreso mi inviti ad entrare e mi offri una spremuta di arancia che beviamo con gli occhi rivolti verso l’orizzonte. Il mare, lontano, potrebbe portare via tutto: gli errori, la tua futura sposa, il finale sbagliato che ho scelto di scrivere. Potrebbe fare un miracolo, se solo fosse accanto a noi. Ed invece accanto a me ci sei tu, ed io che non faccio mai la cosa giusta decido di baciarti. E tu, che non sei mai riuscito a farmi fare la cosa giusta, mi abbracci e mi stringi e mi porti in una stanza bianca tra lenzuola bianche e mi insegni a prendermi cura dei miei tagli senza che questi possano farmi ancora del male. Dura tutto un istante, il tempo di un sospiro che gonfia le tende bianche invase dal sole.

Tutto finisce, e mentre mi proclamano dottoressa tu ti sposi.

E mentre tu sei in California io scopro la verità. Scopro il mio nuovo errore.

Che per la prima volta mi sembra giusto.

E per la prima volta vorrei piangere, ma di gioia.

E per la prima volta non voglio vedere più il sangue uscire via da me ma scorrermi dentro fino ad arrivare a quella piccola parte di te che sta iniziando a crescere in me.

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“Greta e il castello fatato” di Francesca Mangani #dopolavoroletterario n. 16

Quando Francesca mi ha scritto una mail dicendo che voleva scrivere un libro per sua figlia, ammetto di essere fuggita. Mi sono chiesta: come posso aiutarla? Che valore posso dare a una storia dichiaratamente personale, nel senso di non destinata a nessun pubblico di lettori se non a una bambina che nemmeno conosco? Poi, Francesca ha iniziato a raccontarmi la storia, l’ambientazione, il senso del libro che è: le cose belle se finiscono non smettono di appartenerci. Abbiamo lavorato in un tandem di idee, immagini e proposte di talgi. Ne è venuto fuori un libro bellissimo, per tutti. Anche per me  e ne fiera. Spero che l’editoria per bambini non si lasci fuggire questa storia per imparare a diventare grandi con il sorriso.

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