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“Dolce, non troppo” di Ketty Zotti – #dopolavoroletterario n. 43

All’interno del Laboratorio di Storytelling che quest’anno ho tenuto nella Biblioteca della Facoltà di Agraria,
abbiamo lavorato sulle storie che nascono dalle nostre percezioni e dai nostri ricordi,volontari e invoontari.

Tra i testi che sono venuti fuori, quello di Ketty rappresenta un esempio di scrittura espressiva che partendo dal racconto del sé avvolge chi legge.

Questo è l’incipit del tuo testo, dove è possibile già rintracciare “le visioni” dell’autrice.

(Foto dell’autrice)

Dolce, non troppo

di Ketty Zotti

 

Parigi, notte. Il rumore di tacchi discontinuo risuona prepotentemente nelle strade quasi deserte, dissolvendo la cortina di mendace silenzio che avvolge la città. La donna traballa sulle scarpe troppo alte. Sul suo corsetto nero un leggero strappo all’altezza del cuore sembra evocare una pena oscura.

Cammina lentamente, instancabile, come se non potesse far altro che camminare.

Il suo sguardo si perde nel vuoto, allucinato e privo di speranza. Non è giovanissima, né irresistibilmente bella; sul suo viso due profonde rughe agli angoli della bocca tracciano il percorso di quella sofferenza sopita.

Inciampa, cade. Un uomo le passa accanto. Lei si rialza da sola. Lui torna indietro, ne resta stregato, una forza magnetizzante lo trattiene.

Riprendono a camminare, vicini, senza dirsi una parola. Lei non appare turbata, né impaurita. Il loro incedere lento e senza sosta pare scandire un tempo lungo, eterno, che non conosce gioia, non conosce amore.

Entrano in un bar.

L’uomo è visibilmente teso. La seducente donna ostenta un’aria annoiata.

Una luce calda avvolge l’ambiente.

La donna indossa abiti luminosi e sfarzosi quasi al limite del volgare. Grandi fiocchi rossi decorano le sue scarpe. I vestiti dell’uomo sono consunti, sporchi. La barba troppo lunga gli conferisce un’aria molto dimessa, il suo viso mostra i segni della sua vita sregolata e dall’eccessivo consumo di alcool.

Dalla radio, in sordina, giunge la malinconica lirica de “Que reste-t-il- de nos amours?”, offerta dalla suadente voce di Dalida.

Bevi qualcosa?”. Lei ha una voce roca, che lascia pensare a quella pena oscura.

Non mangi?” le domanda evitando di risponderle.

C’è tempo!”

Caffè?”, le chiede.

Dolce, non troppo”, gli risponde asciutta.

I loro sguardi si incontrano, rendendo vano ogni ricorso alle parole.

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“L’uomo sole” di Saverio Giannini – #dopolavoroletterario n. 42

Dopo uno dei più appassioannti percorsi di editing, Saverio Giannini ha ridato nuova vita e luce al suo romanzo. Conoscere “L’uomo sole” è stato un po’ come conoscere un aspetto degli esseri umani che spesso sfugge. La vulnerabilità.questa di solito appartiene ai ragazzini. infatti il protagonista del romanzo di Saverio Giannini è un ragazzino. Ma dentro di sé contiene un mondo adulto. Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche a loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro.

L’UOMO SOLE

di Saverio Giannini

Prologo

Mi chiamo Samuel e sono uno zero.

Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS.

Non ho mai avuto una ragazza, né un’amica o un amico, a parte Bauxie che non vedo da tempo, gli Alan Parsons Project che mi sparo per tutto il giorno, Rocky (Il più grande di tutti), YouTube e CB011.

Frequento l’ultimo anno di scuola e io odio la scuola perché odio Tomas e Giovanni.

Avete presente “Asso” Merrill e Johnny Lawrence2, i cattivi di Stand By Me e Karate Kid?

Belli, biondi, muscolosi , il mio incubo più grande.

Elementari, medie e superiori sono stati un inferno. Il merito è tutto loro.

Sono la vittima perfetta dei bulli.

La prima volta (avevo 10 anni) si sono presentati con l‘ineffabile sciacquata: mi hanno trascinato in bagno, ficcato la testa nella tazza del cesso e tirato l’acqua, facendomi la messa in piega.

In seguito hanno iniziato a insultarmi, deridermi, gridandomi davanti agli altri: “Acciughina”, “Vomito”, “Sfigato”: parole pesanti come macigni sul mio cuore.

Io non ho mai reagito .

Rimanevoin silenzio e immobile, pietrificato come una mummia, senza neanche piangere, ingoiando il sapore amaro delle lacrime.

Ho un padre e una madre ma è come se non ci fossero (tra qualche pagina capirete il perché) e un’unica grande ossessione: quella di accostare ogni persona che incontro a una celebrità.

Io, ad esempio, sono la fotocopia di Jeff Goldblum (Seth Brundle de La Mosca).

In classe siedo in fondo, agli ultimi banchi dove non c’è nessuno.

Resto alla larga da tutto e da tutti e, in particolare, da Tomas e Giovanni che vietano agli altri di guardarmi e di parlarmi

Le sento le cattiverie che dicono anche quando dialogano sottovoce:sono incise nella mia mente e non riesco a cancellarle.

Sei una merda” bisbigliano e mi sento nuovamente uno schifo.

Nessuno mi saluta.

Nessuno mi sorride o mi chiede: “Come stai?”

La sedia accanto alla mia è sempre vuota e io attendo che un giorno qualcuno finalmente occupi quel posto.

Chissà, forse quel giorno sta arrivando.

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“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

LA SPOSA VOLANTE DI CAROLA MININCLERI COLUSSI – #dopolavoroletterario n. 40

Carola è fluviale. Quando parla, quando pensa, quando scrive. La sua capacità di far scorrere i pensieri dentro un letto di un fiume in piena è stata la croce e la delizia del nostro percorso di editing. All’inizio, Agata era la protagonista di un romanzo dal titolo “Lise”, un altro personaggio della storia che non è la protagonista. Adesso è “La sposa volante”, il nuovo titolo le si addice come la voce con cui racconta. A volte un percorso di editing può essere il modo per mettere al centro chi altrimenti sarebbe restato ai margini, autrice compresa.  Finalmente Agata ha una voce obliqua, l’argine del fiume creativo da cui è nata. Questa è la storia di una donna che ha le ali ma ha paura di volare, una donna appassionata delle donne lontane e vicine della sua vita. Questo è l’incipit del romanzo, la foto è dell’autrice. Buona lettura a voi e buon volo ad Agata!

LA SPOSA VOLANTE

DI CAROLA MININCLERI COLUSSI

PARTE I, VITA IN ISOLA

1. LA MANU DI LU SIGNURI

Sono nata ai piedi di un vulcano, a Ginostra, il 17 marzo 1974.

Porto il nome della nave della Marina Militare Italiana il cui medico, quella notte, mi ha salvata dalla morte, mi chiamo Agata.

Per mia madre, Pasqualina Vitale, invece, non c’è stato nulla da fare. M’ha partorita e se n’è andata via, come il vento di Punta Corvo prima che cala il sole. Però quello poi torna. Mia madre no.

Mio padre, Salvatore Amato, insisteva a dire che ero stata tanto desiderata. Nonna Assunta raccontava spesso che, ancora quando c’avevo un mese, e mi cambiava i vestiti, mi veniva via anche la pelle, come vengono via le squame a u pisci mirluzzu quando lo squami.

Dopo che le si erano rotte le acque, Pasqualina si rifiutava di andare a partorirmi all’ospedale, come Caterina, l’ostetrica del paese, e ‘u medicu di Lipari le avevano raccomandato – che in gravidanza c’aveva avuto più di qualche emorragia, perché nonna mia, sua madre, non era ancora ritornata a casa – che da sempre abitavano congiuntamente, loro due, con papà e pure uno dei due fratelli di papà, il più piccolo, zio Antonio, perché di occasioni a Ginostra non ce n’erano tante, e di soldi ancora meno, e perciò si viveva tutti insieme, o quasi.

Per nessun motivo voleva dare alla luce ‘a creatura senza che lei fosse presente. Non importava che il marito, mio padre, capitano di un piccolo peschereccio, fosse corso immediatamente a casa per assisterla ed essere presente al lieto evento: ci doveva stare mammuzza, accanto a lei.

Pasqualina, amuninni, u ventu a cuminzat’a susirisi, e cu lu mari cu la raggia a Milazzu arrivamo dumani, le aveva detto Salvatore. Ma Pasqualina tratteneva e tratteneva, finché madre natura le aveva mandato una doglia tanto forte che papà a uscire ce l’aveva obbligata. Proprio in quel momento nonna era rientrata a casa e mamma, con un altro sforzo, le aveva dato il tempo di cambiarsi d’abito. Assunta era andata al centro a comprare la pasta di mandorle per fare i biscotti, che se belli notizi fossero arrivate, cioè – anche se non lo diceva apertamente – se fosse nato un maschio, e i parenti fossero venuti a festeggiarlo, almeno avevano qualche cosa da offrire. Uscita dalla bottega, un gabbiano le aveva fatto uno schifiu sulla casacca di cotone bianco semi-nuova, e lei davanti a ‘u medicu non voleva fare brutte figure con ‘a cammisetta sporca.

Intanto s’era fatto buio, e siccome era marzo e il tempo non era ancora volto a buono e stabile, e il mare si era increspato parecchio e arrivare all’ospedale, a Milazzo, era oramai impossibile, a Salvatore non rimaneva che chiedere aiuto al medico dell’unità di addestramento della Marina, ormeggiata due miglia al largo di Ginostra, il dottor Magnifico, un uomo dall’aspetto gentile, e umile, nonostante il suo cognome, con cui aveva scambiato qualche parola, quella mattina, al porto di Stromboli, e proprio sul vento e sul tempo che veniva a peggiorare.

Era corso alla sua barca e lo aveva contattato con gli strumenti di bordo. Il medico si era precipitato con una scialuppa verso il porto, ma le onde erano così alte che non gli permettevano l’ingresso, così Salvatore era uscito a prenderlo con la barchetta in legno che usavano per andare a vendere il pesce. Con l’aiuto di San Bartolomeo, il patrono dei pescatori, per papà, ma zio Antonio diceva per la sua grande esperienza del mare, le due barche erano riuscite a entrare, l’una dopo l’altra nel Pirtuso, il porto di Ginostra.

A causa dell’eccessivo prosciugamento dell’acqua, la nascita era stata difficile, e quando finalmente ero uscita, mamma non aveva nemmeno la forza di guardare se fossi maschio o femmina: dopo pochi minuti si era addormentata e non si era risvegliata mai più. Il dottore mi aveva fatto una flebo e all’alba se n’era andato sulla scialuppa, scivolando sul mare ritornato di pace e di un velluto indifferente.

A papà era arrivato un telegramma di condoglianze che, controvoglia, ma obbligato dall’onore, mi avrebbe consegnato al mio tredicesimo compleanno, il giorno dopo m’erano venute le prime mestruazioni:

– Condoglianze. STOP – Non dimenticherò questa notte di vita e di morte. STOP – E questo porto di mare, STOP – tra due pareti di scogli, STOP – due metri e mezzo di larghezza. STOP – Quando Agata sarà grande, le dica che ho fatto tutto ciò che potevo in quelle condizioni. STOP

Firmato, Pier Luigi Magnifico

Rimasto vedovo, papà mi aveva voluta chiamare come la nave da cui era arrivata la manu di lu Signuri, che s’era portata via la mogghie, diceva a tutti, ma gli aveva lasciato la figghia.

Fin da bambina, i segni di quell’arrivo inaspettatamente burrascoso mi bruciavano dentro come brucia la lava nella pancia dello Stromboli, sputando regolarmente pietre incandescenti pure da diecimila metri sotto terra, dalle viscere, che guai se ci vai troppo vicino, e guai se ti colpiscono in testa. Mi sentivo segretamente responsabile della morte di mia madre, e al contempo non abbastanza desiderata, dato che, ad accogliermi, non ce l’avevo trovata. Mi ero presto convinta che nascere non fosse affatto abbastanza per ottenere il diritto alla vita e alla felicità. In fondo uno vorrebbe solo essere il benvenuto.

Bon tempu e malu tempu, non dura tuttu ‘u tempu. Nonostante tutto, crescevo bene e crescevo pure tanto. Sono sempre stata alta, per la mia età: a tredici anni ero più alta di nonna, più alta di papà e anche della maggior parte degli abitanti di Ginostra e, da un certo punto dell’adolescenza, più alta persino di zio, che già lo consideravano un bel pezzo d’uomo. Ero più alta di Vita, che era poco più grande della mia età, la figlia di zio Vittorio, il fratello maggiore di papà, e più alta di Sergino, il figlio di Cettina, la vicina che era rimasta vedova a trent’anni, che era proprio piccolo, e che mi chiamava: cocuzza longa senza semenza. Non mi piaceva essere così alta, anche se nonna mi ribadiva che a lunghezza era mezza bidizza, così come non mi piaceva tanto essere femmina, specie quando papà mi diceva che non mi potevo arrampicare sugli alberi come faceva Sergino, che certe cose le femmine non le dovevano fare. E così m’ero abituata, senza neanche saperlo, a incurvare un po’ le spalle, che non si vedeva che ero alta e neppure tanto che ero femmina, e allora Sergino mi prendeva in giro perché ero spilungona e pure ‘ngobbita: scàcciti juncu ca passa la china!, mi gridava ogni volta che mi vedeva.

Sin da piccola ero rimasta inquieta, si può dire disorientata come una bussola in una tempesta. Mi svegliavo urlando, la notte, in preda agli incubi, oppure mi alzavo, sonnambula e chiacchierona. Era zio che mi sentiva e mi riaccompagnava a dormire. Mi perdevo tra le stanze della casa, non mi ricordavo mai perché mi ci infilavo, cambiavo idea continuamente sulle cose che avrei fatto durante la giornata, e spesso non facevo niente. E se facevo, non completavo quello che cominciavo.

Con papà non andavo d’accordo. Più di tutto ricordo il suo indice secco e sempre abbronzato, anche d’inverno, che mi faceva di no, senza aggiungere altro, quando facevo qualche domanda su mia madre. Mi aveva detto il minimo indispensabile, ed evitava costantemente di rispondermi. Pensava che, se ne udivo di meno, soffrivo di meno, e aveva imposto a tutti, a nonna, agli zii e ai vicini di fare lo stesso. Quel muro di silenzio attorno alla figura che più di tutte m’importava conoscere, mi faceva sentire in galera. Per questo nonna, di tanto in tanto trasgrediva a quella regola. Quando papà non mi considerava mi scatenava una rabbia che bollivo, e più io bollivo e più lui era tiepido, un sole tiepido che versava i suoi raggi sulla lapide di mamma più che sul seme della mia speranza e dei miei bisogni.

Non mi sentivo tanto meglio con nonna Assunta, che era una donna dell’altro secolo, e parlava poco, più che altro fissandoti con le pupille nere nere che teneva, ma mi piaceva che m’insegnava a leggere i segni, diceva, con cui il Signore ci parla, i disegni del vento sul mare, le forme delle nuvole, la comparsa improvvisa di un insetto, e con me era buona, mi cucinava, mi stirava e ogni tanto mi dava pure una carezza. Mi preparava di tutto, ‘a caponata, alalunga‘ca cipudda, u sugu di cernia, ‘u pane cunzato, di tutto tranne i biscotti. Dalla morte di sua figlia, nonna di biscotti non ne aveva fatti più, manco uno, e se le chiedevo di farmeli mi diceva di no, che teneva le mani occupate dal rosario.

A Ginostra, a quei tempi, non ci stava l’elettricità, se non prodotta dai generatori, e ogni famiglia teneva qualche lampada a olio per illuminarsi la vita della sera. Avevamo la tv, ma prendeva solo i telegiornali, perché papà s’era ingegnato collegando ‘u filu a un cucchiaino che prendeva il ripetitore in Calabria: non gli piaceva sentirsi completamente fuori dal mondo, e voleva interrompere i silenzi pesanti o la cantilena delle preghiere di nonna, che diceva che gli davano di matto. Liti, telegiornali e Ave Maria. Le tre cose che più alimentavano il peso invisibile sulle mie spalle, le tre ancelle nere del Dio dell’Irreparabile a cui niente più di una mente siciliana si vota, più spesso come sconfitta che come resa.

Un giorno di un marzo, prima dell’alba, che papà andava a lavoro molto presto e prima passava sempre dal cimitero, lui e nonna si erano chiusi in cucina. Io mi ero alzata dal letto e avevo appoggiato alla porta le orecchie per sentire che cosa si dicevano: stavano parlando di mia madre, litigando a bassa voce. A nonna le era salita la morsa del dolore, e aveva accusato papà di non essere intervenuto in tempo per salvare mia madre dalla morte. Papà diceva di dargli pure la colpa di tutto, ma che tanto, qualsiasi parola avesse detto, due cose non sarebbero mai accadute: Pasqualina non ce l’avrebbe ridata indietro nessuno, e lei, nonna Assunta, non sarebbe stata più innocente di lui agli occhi della storia. È così, per le loro reciproche accuse, che ho conosciuto per filo e per segno gli eventi di quella tragica notte, la memoria della quale ricorre insieme al mio compleanno, e che mi sono resa conto, per la prima volta, che anche lui era furibondo per la morte di mamma. Poi erano usciti dalla cucina e mi avevano vista lì, paralizzata da quella nuova cognizione. Nonna m’aveva chiesto che ci facevo là, e m’era venuto da risponderle che ci avevo paura che volevano mandarmi via. Cu ti voli beni ‘n casa ti teni, m’aveva risposto, e aveva abbozzato un sorriso, mentre papà se n’era andato a travagghiare e, quando la sera era rientrato, per loro tutto era tornato normale, come prima. Odiavo quella loro impostura, e a volte glielo gridavo addosso. Quando mi arrabbiavo forte parlavo solo in siciliano, la lingua del mio vulcano. Papà si lamentava delle mie sfuriate e delle mie puntigliose osservazioni, ancora a nasciri e si chiama Cola!, si a ogni cani c’abbaia ci tiri `na petra non t`arrestunu vrazza, mi ripeteva, prima di parlari hai a masticarli, li paroli!, e mi chiamava ‘ncazzusa, non mi capiva, anche s’era ‘ncazzusu pure lui, invece nonna mi sedeva accanto a lei e, cercando di calmarmi, mi porgeva un tamburello da cucire. Mi chiedeva di ricamarci sopra l’immagine del Timpone, la parte alta del borgo di Ginostra, quella dove abitavamo noi, che poi l’andava a vendere ai pochi turisti in piazzetta dei Caduti.

Non sacciu ricamarlo, mi posso equivocare!

Cu `un fa nenti `un sbaglia nenti.

Non ne ho mai finito uno. Per disegnare il posto dove sei, devi andarlo a guardare da fuori, da un altro punto di vista, e io voglia di uscire non sempre ne tenevo. E poi sentivo che arrivare alla fine delle cose non dava garanzia alcuna di soddisfazione, non nel mio mondo di allora, fatto piuttosto di vuoti da riempire, che di azioni da concludere. Le giornate sfitte di un mondo antico e poco popolato, soprattutto di bambini con cui giocare, che c’era solo mia cugina Vita, che però viveva a Stromboli, dall’altro lato dell’isola, e Sergino, che sua madre gli faceva fare quello che voleva, e che era manesco e non ce lo avevo in simpatia, ed era il mio unico compagno di scuola, una scuola con una classe e una maestra vecchia per due alunni soltanto. E il vuoto dei ricordi che non tenevo, quelli di mia madre, che non avevo mai conosciuto, e che faceva un rumore sordomuto.

L’unica persona con cui mi trovavo a mio agio era zio Antonio, che con mio papà c’aveva quasi diec’anni di differenza: un uomo buono, sensibile, intelligente, anche se non era studiato, che mi voleva un bene dell’anima, mi trattava a metà tra una nipote, una sorella e una figlia, e capiva la mia irrequietezza, perché anche lui teneva la sua, e non faceva segreto che aveva voglia di andarsene via dalla Sicilia, da questa terra così piena di contraddizione, dove la natura sapeva esplodere nella gioia della bellezza e della fioritura mentre le persone, il più delle volte, restavano secche come radici di ginestra strappate. E ne emigrò, infatti: a tredici anni tenevo già lo zio d’America. Voleva fare tanti piccioli per portarci tutti via da Ginostra, diceva che era pericolosa, che Iddu, u vulcanu, u Strognuoli, aveva parlato già tante volte e avrebbe parlato ancora. Era sicuro che a Nuova York ce l’avrebbe fatta, ripeteva sempre che se t’impegni puoi riuscire in tutto. Papà diceva che noi Ginostra non l’avremmo lasciata mai, che l’America era troppo lontana e troppo insicura, che cu lassa a vecchia pi la nova peggio si trova, che zio era troppu ambiziosu, che era megghiu l’ovu oggi ca a iaddina dumani, che era meglio essere poveri qui che ricchi e soli dall’altra parte del mondo, che unu sulu non è bonu mancu ‘mparadisu e così via. Pensava che suo fratello intendesse riscattare il ricordo della nonna, la madre della loro madre, che in casa si tramandava che l’avevano vista morire magra magra, perché dopo l’eruzione del 1930, se non stavi nell’esodo, stavi nella carestia. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu a nenné ca pappa nun ci n’è, cantavano ancora le donne della famiglia come ninna nanna ai bambini, e quel ritornello gli era impresso dentro e gli dava la direzione, come il timone alla barca di papà.

Zio Antonio mi scriveva sempre, soprattutto mi scriveva quanti piccioli prendeva a settimana, ma anche quanto costavano le cose, un filone di pane cinquanta cents, i pomodori trentanove cents per libbra, la benzina un dollaro e venti al gallone, che faceva come quasi quattro litri dei nostri, una macchina nuova settemila dollari, dieci dollari i jeans che si era comperato per lavorare come lavapiatti da ‘U veduvu, il ristorante italiano di Filippo, un amico milazzese di zio Vittorio emigrato a Nuova York dieci anni prima con i tre figli, dopo che, anche lui, aveva perso la moglie. E le sigarette, mi scriveva quanto pagava le sigarette, sessanta cents, perché aveva cambiato vita e continente, ma non aveva smesso di fumare, tutto il giorno, come la bocca del nostro vulcano.

Stilava i suoi pensieri in quella lingua estranea – con qualche parola in siciliano, quando non sapeva ancora come si diceva qualcosa – perché così, sosteneva, mentre lo imparava lui, lo imparavo pure io, che un giorno potevo andarlo a trovare e fare amicizia con la gente del posto, e che quando saremmo stati di nuovo tutti insieme negli Stati Uniti, mi sarebbe stato facile cominciare una nuova vita. Mi scriveva che quella era una promessa, e noi siciliani le promesse le manteniamo a costo di morire. Quando lo aveva scoperto, papà si era arrabbiato.

Pri tanti cunsigghi la navi si sfasciu ‘mmensa li scogghi!

E per un po’ aveva smesso di consegnarmi le sue lettere.

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“Il posto di Dio” di Loredana De Vitis – Dopolavoro letterario n. 39

Loredana De Vitis conosce bene il gesto dello scrivere, sembra che ogni volta le parta dal petto, trafiggendole la pelle e sconfinando solo dopo essere stato espulso con furore sulal pagina. A me sembra lei combatta, non che scriva. Questo romanzo, ancora inedito dopo le prime prove pubblicate con felice esito, ha un furore diverso dagli altri. contiene una buona dose di tenerezza, dentro la ferocia di una storia nostra, del sud, delle donne, degli uomini, delle croci e delle delizie quotidiane. Questo è un breve stralcio del suo “il posto di dio” che troverà sicuramenrte un posto nelle librerie. (La foto è del’autrice.)

il posto di dio

di Loredana De Vitis

stralcio del capitolo 2 – “profumo di casa”

Marta indovinò in pochi istanti ciò che l’aspettava per cena. Tegamino di uovo e piselli, patate al forno al rosmarino, bietoline lesse e pane abbrustolito, arance zuccherate e budino alla vaniglia. Marta amava i profumi e il calore della sua vecchia casa, non l’unica che aveva avuto ma l’unica che poteva ricordare. Zia Roberta era riuscita a farle sembrare normale la loro micro anomala famiglia avendola sempre nutrita d’affetto e cure, cibo delizioso, giocattoli quanto basta e senso del provvisorio a profusione.

I genitori di Marta si chiamavano Rosaria e Pino ed erano morti avvelenati dai funghi. Una storia che zia Roberta aveva sempre raccontato in modo così colorito e distaccato che Marta era riuscita a costruire con quella morte un ottimo rapporto: l’intossicazione e il decesso di quei-due-deficienti, come diceva sempre la zia, aveva preso nei pensieri e nell’animo di Marta le sembianze di quello che era stato in effetti. Una morte da scemi. Alle ore 16.04 del 4 novembre 1977, di ritorno dal piccolo terreno in campagna ove si recavano ogni settimana quando per innaffiare quando per diserbare quando per cogliere ciò che di maturo si poteva cogliere utilizzando gli attrezzi custoditi alla meno peggio in una piccola stanzetta abusiva e una zappa nascosta in un cespuglio di mirto, Rosaria e Pino s’erano fatti solleticare da un cesto di funghi freschissimi-buonissimi venduto per strada da un vecchio barbuto con le mani tremanti.

Nessun dubbio li sfiorò sulla provenienza, né sulla perizia di Giovanni il barbuto [ché erano due-deficienti], e presto-presto i funghi vennero lavati tagliati e buttati in padella per ricavarne un sughino alla pizzaiola. Dieci ore dopo cominciarono i sette giorni più tragicomici degli assai brevi annali della famiglia Mariani-Di Pierro. Stomaco e intestino furono i primi a dare chiari segnali di cedimento, poi fu la volta dei muscoli, quindi dei neuroni. Al collasso dei reni non vi fu rimedio, i due-deficienti spirarono lasciando Roberta definitivamente contrariata e Marta a ripetere la-mia-mamma-si-chiama-Rosaria. Solo in punto di morte Pino ammise ciò che avevano capito tutti e che i medici ripetevano insistentemente con aria di severo rimprovero: che avevano mangiato funghi velenosi, meritandosi così che, all’accomodamento del cadavere, Roberta volle lasciargli la bocca aperta in balia d’una mosca. Guardando Rosaria nella bara prima della piombatura, Roberta ripeté che sì, anche sua sorella era una deficiente e infatti un deficiente s’era sposata, e meno male che i due-deficienti non s’erano sognati di far assaggiare il sughetto avvelenato alla bambina [no no, solo latte e biscotti], sennò l’inferno non glielo toglieva nessuno. A quel tempo Marta aveva tre anni e desiderava tanto una sorellina. Le toccò, invece, raccogliere i giocattoli e trasferirsi dalla zia. Perché coi nonni materni morti da un pezzo, e quelli paterni morti di fresco, la palla passava per forza a Roberta.

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“Il peso delle ragazze” di Vanessa Marzano – DopoLavoroLetterario n.38

“Il peso delle ragazze” non esisteva prima che io e la sua autrice, Vanessa Marzano, ci incontrassimo. Poi ci siamo incontrate, dette cose per distruggerne certe e arrivarne ad altre. Io lo vedo come un bozzolo, questo manoscritto, che può diventare non una ma due tre quattro vite.  Una specie di armatura che si trasformerà in una intensa esperienza di vita, seppure sulla carta. Il capitolo che state per leggere fa parte del secondo atto della storia, un punto di svolta che segna il destino delle due ragazze protagoniste dentro una città incantevole.  E da questo momento in poi, cominciare a rispondere alla cruciale domanda: Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

(L’ìmmagine è “L’occhio del tempo surrealista”, Salvator Dalì, 1971)

PRIDE

Torino, sabato 17 giugno 2017

Con eccitazione Francesca si stava ammirando la sua spilla a forma di cuore color arcobaleno, che si era appena infilata sulla parte sinistra del suo petto, sopra la maglietta bianca con la scritta GAY PRIDE 2017, anche questa impressa con i colori dell’arcobaleno che il movimento di liberazione sessuale usa come simbolo di amore e rispetto delle diversità. Da sopra la sedia della sua scrivania prese la bandiera e come il giorno prima, se la annodò al collo e uscì.

Torino dava il benvenuto a tutte le famiglie arcobaleno: un’associazione di genitori omosessuali con i loro bambini felici e giocosi; al popoloso movimento di liberazione omosessuale LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali); a tutti i partecipanti (giovani e meno giovani) fieri nel manifestare apertamente con la voce e con gli slogan scritti su dei cartelli la loro libertà sessuale. Giornalisti con i cameramen al seguito erano pronti a immortalare la parata, per poi trasmettere le immagini alla rete regionale e a quelle nazionali; dove ci sarebbero sicuramente stati alcuni telespettatori che davanti a immagini di pace e amore avrebbero storto il naso, la bocca, gli arti e l’intestino per lo sgomento.

All’incirca ottanta mila persone stavano marciando orgogliosi per le vie e nelle Piazze di Torino, e in una di queste, nella Piazza San Carlo tutti rispettarono il silenzio in onore di Erika Poletti, vittima pochi giorni prima degli incidenti avvenuti in occasione di una partita di calcio. Brividi lungo la schiena si fecero sentire, accapponando la pelle a Francesca e alla folla che silenziosa con la banda musicale anch’essa muta attraversò la Piazza, commuovendosi per quella disgrazia.

La festa ritornò colorata, rumorosa ed elettrizzata a marciare per la città. In uno slancio di euforia Francesca salì sul carro del Coordinamento Torino Pride, e sulle note dei Linea 77 con il cuore che pompava impazzito, con tutto il fiato che possedeva e allargando le braccia incitò la folla sotto di lei a intonare la frase: “ libero di essere”. A suon di rock- elettronico Francesca si liberò in un’esplosione di felicità, battendo il cinque a chiunque, sorridendo perfino ai fotografi e ai cameraman che la stavano riprendendo, i suoi arti inferiori e superiori non riuscivano a stare fermi: i piedi saltellavano a tempo di musica e le braccia si muovevano su e giù in una coreografia psichedelica che insieme alle Drag Queen ballerine, vivaci e frizzanti componevano un mix erotico e sensuale a ritmo di sogni, speranze ed emozioni. Lì, tra innumerevoli persone che lottavano contro il loro paese e i suoi pregiudizi, Francesca si sentì in famiglia. Libera dai suoi mostri interiori, felice di stare con il suo popolo così energico e amorevole. Fece un bel respiro, poi assetata si attaccò alle labbra una bottiglietta di acqua e la bevve tutta, ritornando poi nuovamente ricaricata a marciare per la sua città. Orgogliosa di lei, così aperta e umana e di se stessa, così orgogliosa e forte.

Francesca avrebbe voluto abbracciare e baciare tutti i presenti, gridando, come stava facendo, la propria libertà sessuale; desiderava essere amata, Francesca si sentì pervasa da un dolce profumo di vittoria: non era sola a dover combattere contro i pregiudizi del suo paese. In Piazza Statuto il Coordinamento Torino Pride fece il discorso conclusivo tra gli applausi scroscianti della Piazza affollata. Francesca nonostante fosse intenta ad ascoltare con ammirazione, non staccò gli occhi dalla figura longilinea che si era sistemata davanti a lei per fotografare l’evento.

Cosa faccio adesso?

Si slegò la bandiera, si accovacciò per terra e la tirò sulle scarpe di tela di quella ragazza, poi scattante si raddrizzò.

Scusa, è tua questa?” chiese Sara girandosi all’indietro, dopo aver raccolto la bandiera.

Sara… ciao!” esordì Francesca, poi allungando la mano prese la sua bandiera.

Non si era per nulla dimenticata della sera prima, Francesca non avrebbe trovato una scusa per andarsene. Sara era per lei una cura, un effetto placebo che solo guardandola si sentiva meglio, anche quando prendeva pesci in faccia.

Sara le stava per volgere le spalle e ritornare così a fotografare la manifestazione quando Francesca posò la sua mano destra sopra l’avambraccio scheletrico della sua ex compagna di scuola, e sporgendosi verso di lei le chiese timidamente: “Ma… se ti chiedessi di allontanarci da qua e andare a bere qualcosa insieme, tu cosa mi risponderesti?”.

Sara mise via la sua macchina fotografica, fece un ampio sorriso e accennò di sì con la testa alla proposta, presa dall’entusiasmo di quella giornata di festa nella sua città; che solo ora iniziava a guardare non più con occhi e sguardo ostile. Sara si rivolse a Francesca in modo amichevole, sentendo in lei, in quel momento un cambiamento più cordiale e confidenziale.

Si ritrovarono sedute comodamente in un piccolo dehor di un bar a pochi metri dalla Piazza.

Cosa prendi da bere… un caffè?” le domandò Francesca. Contemporaneamente a quella domanda, altre le si materializzarono nella mente: non sapeva i gusti di chi amava.

Tu cosa prendi?” ribatté Sara.

Vorrei sapere a te cosa piace” le rispose Francesca che presa dall’ansia si accese una sigaretta, “Fumi?” le chiese.

Non sapeva nemmeno se fumasse o no, non sapeva assolutamente nulla delle sue abitudini eppure Francesca si perdeva dentro il suo sguardo, si lasciava trasportare dal suo profumo e adorava il timbro della sua voce così sensuale all’ascolto. Francesca si sentì invadere da un godimento fisico che solamente Sara riusciva a trasmetterle.

Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

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“Cera” di Alessandra Fumagalli – DopoLavoroLetterario n. 37

“Cera” è una storia delicata e sottile, come la voce dell’autrice che la racconta. La storia è ambientata in un’isola che si chiama Cera, da cui una volta lette le prime pagine si fa fatica ad andare via. Come si fa fatica a dimenticare il guardiano del faro, che sembra più il guardiano del Fato della protagonista, Alice: una giovane donna che ritrova se stesso in messo agli spietati silenziosi segreti di una comunità che pare Dogville. Bellissimo manoscritto che deve non solo può trovare una casa (editrice) per dare rifugio ai molti lettori che lo ameranno.

(Questo è uno stralcio del romanzo, la foto è dell’autrice)

Capitolo tre

Fu di notte che incontrai il guardiano del faro: fumava sul dondolo in veranda. I suoi riccioli mi sembrarono trucioli di legno appena caduti sul pavimento. Gli passai accanto sorridendo e andai a sedermi sui gradini, senza smettere di succhiare il ciondolo. Finsi di interessarmi alle stelle e rimasi per un po’ con la testa inclinata all’indietro. Ritornai in una posizione più naturale e sbirciai nella sua direzione. Il guardiano alzò i piedi da terra e prese a muoversi avanti e indietro. Lo interpretai come una specie di richiamo. Non volevo sembrargli scortese e mi decisi a fare un mezzo giro verso di lui, senza sollevare il sedere dal legno. Ora lo avevo di fronte. Aumentò il ritmo. La struttura cigolava nelle discese e nelle risalite. Lui sembrava godere del mio sbigottimento: ero preoccupata che il dondolo si potesse staccare dagli ancoraggi. Sobbalzavo se l’intensità del cigolio mutava. Poi di colpo puntò al suolo i talloni e il rumore cessò. La sigaretta spenta la teneva ancora stretta tra le labbra. Notai che pur se nascoste dalla barba, le aveva carnose e di un rosa vivo. Lo fissavo come facevo da bambina con le luminarie dell’albero di Natale.

-Qual è la parte della rosa che preferisci? – disse il guardiano alzandosi.

Ci pensai e senza sapere cosa stessi per dire mi uscì:

-Le spine.

-Perché? – mi chiese avvicinandosi.

-Perché sopravvivono.

-Una isolata dall’altra, però- disse gettando il mozzicone oltre la ringhiera. Si accostò alla lanterna appesa all’ingresso del portico. Sputai fuori il ciondolo che ancora tenevo sotto la lingua, richiusi le gambe e intrappolai le braccia al loro interno, tese e umide.

-Mi chiamo Alice – mi sbrigai a dire prima che mi raggiungesse.

-Lo so. Un nome però non mi basta.

-E cosa, allora?

Inclinai la testa verso destra e mi alzai.

-Vuoi veramente che te lo dica? – chiese mostrandomi i denti in un sorriso che mi parve un ghigno.

Io deglutii più volte mentre scendevo i due scalini che mi separavano dalla strada.

Lui mi passò vicino e ci sfiorammo: la sua camicia svolazzante contro la mia gonna a pieghe.

Si muoveva con leggerezza nonostante la corporatura da orso.

La luna nuova ne illuminava il passo mentre ritornava nella sua tana.

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“Corpi sentimentali” di Rossana Papa #dopolavoroletterario n. 36

Con Rossana sono partita da “Dieci donne”, il libro di Marcella Serrano. Le ho detto Rossana, ho letto il tuo manoscritto ma tu hai letto questo libro? Lei mi ha detto no, allora dentro di me ho sentito il clic del movimento giusto, sapevo la direzione da prendere ancora prima di sapere cosa della Serrano sarebbe piaciuto a Rossana. Mi sono emozionata, positivamente scossa, quando l’ho vista in giro sempre con il libro in borsa. Per mesi, tutti i mesi in cui il suo manoscritto con un titolo depennato con le stimmate, è diventato “Corpi sentimentali”. Rossana aveva scritto meno di quello che poteva e addirittura voleva fare. Sono felice per lei, per la voce che ha dato vita a quei corpi.

Questo è l’incipit del racconto che apre la raccolta (la foto è dell’autrice.)

Una panchina vista amore

di Rossana Papa

Si ama per un sorriso, per uno sguardo, per una spalla. Tanto basta.”

Marcel Proust

Francesco non aveva mai dimenticato la lunga chioma bionda che Sofia, da ragazzina, teneva imbrigliata in una treccia morbida e i suoi luminosi occhi azzurri. Così come era indimenticabile la grazia dei modi attraenti. Ma la cosa che di Sofia gli era sempre piaciuta più di tutte era un particolare del suo volto, un piccolo dettaglio, eppure così centrale. Un neo, Sofia aveva un neo tondo e perfetto sul labbro superiore destro. Francesco lo adorava, Sofia no. Infatti quando parlava lei aveva il vezzo di coprirsi la bocca con la mano, appoggiando le dita sotto la punta del naso nel tentativo impacciato di nascondere il bottoncino scuro. Non era consapevole della bellezza di quel neo che, invece, a Francesco sembrava le fosse stato disegnato apposta per esaltare le sue labbra di una femminilità esplosiva. A distanza di anni Francesco avrebbe saputo descrivere perfettamente il desiderio ardente e appassionato che da ragazzino provava tutte le volte in cui baciava Sofia sulla bocca e con la lingua cercava quel neo, lo sfiorava e ci giocava un po’. Come fosse una ciliegina su una torta a regalargli il massimo del piacere.

Chi dice che un’imperfezione non possa diventare la cosa più bella?

Natale sta arrivando. Sofia è a casa, scosta piano le tende della finestra e appoggia la fronte sul vetro freddo. I balconi del palazzo di fronte sono addobbati con stole di lucine rosse, mollemente sistemate sulla ringhiera. Le luci si accendono e si spengono ad intermittenza, il bagliore arriva fin dentro la sua casa attraverso le fessure. Stacca la fronte dal vetro, la sente gelata. Molla la tenda, si guarda attorno, una panoramica rapida per decidere dove sistemare l’albero di Natale. La sua casa è piccola e quadrata, un’unica occhiata basta ad abbracciarla tutta. È il salone lo spazio più grande con due comodi divani disposti ad elle, al centro un piccolo tavolo basso, la parete di fronte è coperta da una libreria a muro alta fino al soffitto, un lampadario centrale a goccia che Sofia accende di rado. Preferisce il punto luce più soffuso dell’abat-jour sul tavolo ovale da fumo, disposto al lato di uno dei divani. È lì che sistemerà il suo albero, sul comodo e ampio tavolo ovale in legno bianco. Sofia è una donna alta, sottile, con il corpo nascosto nel suo maglione sformato e a piedi nudi. La testa appena reclinata sposta la sua lunga treccia bionda che sembra ondeggi nel vuoto senza l’appoggio della schiena. Allunga il braccio e afferra un libro dallo scaffale in alto e poi un altro, e un altro ancora. Ne sceglie dieci in tutto, diversi per grandezza, poi si volta con le braccia strette a formare un nido attorno ai libri e li posa per terra accanto al tavolo ovale. S’accuccia a terra anche lei, le lunghe gambe distese una sull’altra, le sue caviglie si incontrano in un gesto di chiusura che non sembra intenzionata a sciogliere. Sofia è una donna matura, ha quarant’anni infatti, ma è quel tipo di donna che può permettersi la semplicità di un volto senza trucco, seducente con garbo, senza fronzoli. Con movimenti decisi, sceglie dalla pila di libri quello più spesso e voluminoso, ci soffia leggermente su per cacciar via qualche granello di polvere e lo sistema sul tavolo. Rapidamente, poiché sa quel che fa, dispone gli altri libri, dal più grande al più piccolo, aperti e capovolti uno sull’altro, come chioma di un abete. Un’unica piccola stella dorata sull’ultimo libro in cima. Proprio su quell’ultimo libro in cima, il viso di Sofia si adombra. Quel neo tondo e perfetto sul labbro superiore destro pare persino più in luce ora, evidente come il suo struggimento. Con quel libro in mano che comincia a sfogliare lentamente, una voce dentro di lei si risveglia e le fa riavvertire il freddo. Dieci Donne di Marcela Serrano è pieno di sottolineature, Sofia le ripercorre tutte fino al racconto che ricorda d’aver amato particolarmente. Si sente in sintonia con Simona, la protagonista, una donna che dopo aver imparato a guardarsi dentro, rinuncia seppur con dolore all’amore della sua vita quando prende atto di sentirsi trascurata e invisibile agli occhi dell’amato, e sceglie di restare sola ma più consapevole delle sue possibilità. Ecco, Sofia vorrebbe anche lei essere capace di scegliere e tornare a vivere appieno il presente. Solo fare la fotografa continua a darle pienezza e soddisfazione. Le consente di sentirsi libera, di continuare ad avere cura dei dettagli e di star bene con se stessa. I suoi scatti più belli sono quelli sul mare, nelle passeggiate all’alba lungo la muraglia della città vecchia o al tramonto la cui bellezza può vantare in ogni stagione. Ripone il libro della Serrano in cima agli altri, si alza svogliatamente, pare appesantita. In cucina si prepara un caffè e con in mano la tazzina tenta di riscaldarsi e di fare ordine nei suoi pensieri agitati. Quando Sofia incontra Andrea, 10 anni più grande, lui è reduce da un matrimonio fallito da cui è nato un figlio. Eppure quel periodo lontano così complicato, adesso le pare persino più lieve del muto presente tra di loro. La passione e una profonda complicità li teneva assieme. Qualunque cosa accadesse nella loro giornata, la sera si ritrovavano profondamente vicini, abbracciati sul divano, allacciati in cucina a preparare la cena, nel letto con i corpi avvinghiati in una danza armoniosa. Sofia si rannicchia sul divano, le gambe piegate e strette fra le braccia, il mento appoggiato sulle ginocchia. Mentre ricorda il tempo d’amore felice, i suoi occhi azzurri sono lucidi, combatte con le lacrime che sente premono sulle ciglia. Le cose sono belle quando si vivono in modo naturale, e a Sofia sembrava naturale stare insieme. Amorevoli ed enormi gli sforzi di Sofia durante i primi anni della loro convivenza, tesi non solo a far quadrare le cose fra loro, ma soprattutto ad aiutare Andrea nella complicata gestione della sua vita di uomo separato con un figlio piccolo. È lei che il più delle volte trascura il suo lavoro per rendersi disponibile, che media i rapporti di Andrea con il figlio ed è lei infine che permette ad Andrea di sentirsi al sicuro. Col tempo però, Andrea deve aver confuso la sicurezza con la comodità. Gli ultimi mesi trascorsi assieme, a Sofia paiono pesanti e ostili, è stanca di sentirsi ingrigita. La sera a letto, i loro corpi non si cercano più e lei fatica a trovare sonno, combattuta fra il risentimento e la solitudine. Sofia si sente appesa a un filo, come le palline natalizie disposte sulle ringhiere di fronte. Bari addobbata a festa come ogni Natale, sonnecchia ancora. La giornata è appena cominciata, a breve la città prenderà il ritmo solito d’ogni anno in questo periodo, con i bar affollati di persone, in strada la corsa agli acquisti, aria di festa ad ogni angolo. La gente sembra sempre felice a Natale. Si allontana dalla finestra, indugia lì al centro stanza, la bocca atteggiata dentro una smorfia, quel neo che segue la danza delle labbra nervose. Si avvicina all’albero di libri, sul quel tavolo sembra stia perfetto, occupa poco spazio e al contempo lo riempie. Dovrebbe avere il coraggio di dire ad Andrea quello che le si agita dentro, raccontargli del suo desiderio di maternità per esempio, del bisogno di far crescere le cose fra loro e di dare un corso nuovo alla loro storia. Andrea non desidera avere altri figli, Andrea semplicemente ha paura. Sofia allunga la mano, accarezza lentamente il lenzuolo della parte di letto che solitamente occupa Andrea. È vuoto da qualche giorno, lui è a Parigi per lavoro, collabora con uno studio di avvocati francesi. Prima di partire, mentre riempiva la valigia, le ha proposto di raggiungerlo per Natale. Parigi è sempre una buona idea. Nel silenzio che l’avvolge, con il viso premuto sul cuscino, Sofia ammette che non sarebbe capace di lasciare il suo malcontento a casa e di essere la compagna di viaggio leggera che Andrea vorrebbe. Non raggiungerà Andrea a Parigi, lui l’aspetterà invano non dubitando affatto di vederla arrivare. Sorride e il suo bottone scuro s’accompagna al labbro nella linea di quel sorriso, lo rende più bello, soprattutto prima di sognare.

Il giorno dopo, la spiaggia di Pane e Pomodoro è deserta la mattina del 24 dicembre, anche il piccolo bar a ridosso della spiaggia è chiuso. Ci sono solo i gabbiani. In gruppo passeggiano sulla sabbia, alcuni volteggiano sull’acqua, si rincorrono festosi accarezzando tutta quella superficie blu regalando il loro concerto in una danza vivace. L’aria è fredda e pulita, nuvole basse e grigie appoggiate sul mare annunciano pioggia. Sofia si stringe nel suo giubbotto e calza meglio il cappello sulla testa, i capelli biondi le escono disordinati e lievemente accarezzati dal vento al profumo di salsedine. Cammina sulla sabbia umida, si china e ne prende un pugnetto, la sente fredda e la lascia scivolare via dalle dita. Qualche granello le resta ruvido appiccicato alle mani, le strofina sui jeans per pulirle. Riprende lentamente a camminare e afferra la macchina fotografica che le penzola dal collo. Le piace quella distanza dal centro città, in questo giorno di festa le pare la tenga al riparo e la avvolga con il suo silenzio protettivo. I lampioni spenti del lungomare tracciano un percorso irregolare e Sofia si concentra con movimenti decisi in una serie di scatti. Sorride soddisfatta. Dà le spalle alla città e si avvia lentamente con le mani in tasca e il viso basso verso una panchina, quella dove è solita fermarsi, in uno slargo sulla sabbia baciato dal mare.

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“Un tizio tutto in ghingheri” di Giuseppe Latanza – Dopolavoroletterario n. 35

Dirvi cosa racconta questo romanzo, e come, sarebbe come svelare il mistero di Ustica o l’età di Amanda Lear. È un mistero, solo che a differenza dei due esempi citati, questo mistero è meglio non scoprirlo perché altrimenti si smette di godere. Ivan, protagonista buffo e goncaroviano, di “Un tizio tutto in ghingheri” vive a Bari ma potrebbe essere di qualsiasi città non tanto per la sua storia quanto per la sua capacità mimetica, gestita sempre in modo lucido da Giuseppe Latanza  che non cede alla vanità, pur essendo un romanzo con la pretesa (riuscita) di farci ridere. Il capitolo che ho scelto si trova all’inizio del romanzo ne rivela il titolo, sgomitola il mistero ma solo per prenderci in giro, non appena finirete di leggerlo capirete che, come si dice a Bari, da mo’ vale.

(Immagine presa da qui)

Third Flashback.

Il professor Mario La Roccia.

Due anni dopo. 1989. Prima liceo.

Ci fu la prima ora di Storia dell’arte, con una pertica coi baffoni alla Francesco Giuseppe, che si chiamava Mario di nome e La Roccia di cognome, che però non era mica monarchico ma socialista, come il maestro Perboni del libro Cuore che da bambino ho visto in TV, quello di Comencini, che non c’entra nulla con il maestro di De Amicis.

De Amicis era tipo zerbino monarchico, che si dispiaceva dei poveri, delle stamberghe e del pane secco; se però i poveri si incazzavano, a De Amicis veniva l’orticaria, e stava dalla parte di Umberto, quello Buono delle cannonate sui poveri a Milano, perché la povertà è condizione ineludibile, se sei povero è perché è nel progetto di Dio, Dio ha voluto così e devi frenare i pruriti rivoluzionari, Dio non vuole mica.

La Roccia entra coi baffi che stanno su inamidati coll’albume dell’uovo, che pare stare al fronte, su a Custoza nel 1866. Ha pure il portamento del tenente dell’Esercito Regio, e uno così doveva per forza fare la guerra da ufficiale, a bere il the nella tenda mentre i figli dei poveri a contarsi in trincea e giù a piangere; La Roccia sarebbe proprio piaciuto a De Amicis anche se La Roccia avrebbe disertato e a capo dei soldati avrebbe fatto sega in trincea; e La Roccia poi la maestrina dalla penna rossa se la sarebbe spalmata sul pavimento in gomma della palestra alla seconda pagina, come Brando con la Schneider imburrata come un toast, altro che Perboni.

Entra, si pianta davanti alla cattedra come un sergente istruttore, sguardo circolare che termina sul muso del sottoscritto, mi guarda fisso e fa: – Come ti chiami?

Gli dico il cognome, e lui: –Come l’apologista?

Io non sapevo neanche che diavolo significasse apologista. Poi scopro questo Lactantius era un tipo turco o africano che scriveva accidenti complicatissimi quando ancora gli africani avevano credito e Sant’Agostino non sarebbe finito in un CTP a Lampedusa o Pantelleria a leccare il pavimento su ordine di qualche sbirro nostalgico.

La Roccia sbuffa, fa un nuovo sguardo circolare, aggira la cattedra, si siede, e poi attacca a parlare e dice che lui non è un professore, che la laurea l’ha presa perché andare all’università era il solo modo per non fare la spina al militare e ed era il modo più semplice per portarsi a casa le ragazze e mostrare loro come si teneva su i baffi, che aveva cominciato a farsi crescere a quattordici anni, e che a venti aveva già come mustacchi di Francesco Giuseppe.

Era simpatico il professor La Roccia.Aveva sempre una giacca di lino scura il giorno in cui la mia vita cambiò.

La classe era silenziosa, era morto il padre di Calzolaio Loretta, che non era venuta e tutti si faceva finta di esser commossi.

Il professor La Roccia si tolse la giacca e la mise sulla spalliera della sedia e disse che oggi si fa a modo mio, disse proprio così: oggi si fa a modo mio. Posò una valigetta sulla cattedra e tirò fuori una cartellina di cartoncino blu e dentro c’era un sacco di roba. Aprì la cartellina e dentro, impilate, c’erano trenta stampe, una per ognuno di noi. Si alzò e camminando ciondolante tra le file di banchi, prese a distribuire le stampe tra tutti noi. La Roccia era silenzioso e serio, e si soffermava su ogni dannata stampa e sembrava che avesse deciso che quelle stampe non dovevano essere sparpagliate a caso ma che ognuna di esse fosse destinata a uno preciso di noi. A dir la sacrosanta verità non ci capii grandi cose da quella scelta; non so perché, per esempio, alle sorelle focomeliche arrivarono Rose garden di Paul Klee, e L’urlo di Munch, a Magri della roba di Keith Haring con due omini gialli che si rincorrono, a Laserra una tela tagliata di Fontana. Al mio compagno di banco, Ako Martens, addirittura La Roccia riservò La camera di Arles.

La prima! – Specificò La Roccia. – Non la seconda o la terza, mi raccomando Martens, non fare cazzate.

Ako Martens si guardava intorno smarrito, che non sapeva neanche con che parte del pennello si dipinge, figuratevi se sapeva che Van Gogh di quelle camere ne aveva dipinte tre quasi uguali.

Ma non mi importa un accidenti del motivo che ebbe nel dare loro quelle stampe. Volevo capire perché destinò a me il signor Lempicki, di Tamara de Lempicka. Cosa ci vide. Cosa vide in me del tizio tutto in ghingheri.

Avrei preferito Basquiat di Memoli o il Caravaggio di Ludovica Verna.

Invece avevo questo un tizio tutto in ghingheri con la faccia seria e gli occhi piccini, e indossava un abito elegante, da nobiluomo d’altri tempi.

La Roccia tornò alla cattedra, si piazzò davanti a gambe larghe e schioccò le dita per attirare l’attenzione.

– Voglio sapere tutto di quei dipinti. – dice. – Voglio che scriviate che colori hanno usato, quanto ci hanno messo, dove erano seduti quando dipingevano, come la pensavano, quanti anni avevano.

Poi va alla lavagna e scrive il numero 8.

E dice che abbiamo otto mesi per fare le ricerche, e scrivere anche una relazione. Dice che quest’anno si fa solo questo, né interrogazioni nè compiti in classe. Noi ci si guarda straziati dall’euforia. Poi dice che la biblioteca della scuola fa cagare e di andare alla biblioteca Bellacicco che è fornitissima. Però la biblioteca Bellacicco era mica una biblioteca, ma era una vera e propria libreria, ma La Roccia disse proprio così, la biblioteca Bellacicco.

La libreria Bellacicco era la libreria più grande di Taranto e lì i libri potevi solo andarli a comprare e non andare a prenderli in prestito, come diceva il professore. Era grande, con cinque vetrine e faceva angolo tra Corso Umberto I e Via Ciro Giovinazzi, ed era stata fondata negli anni trenta da Egidio Bellacicco, un tizio coltissimo che ce l’aveva col governo e che poco dopo trovarono legato al palo della luce sotto casa con un coltello piantato nella pancia; i figli continuarono a lavorare nella libreria e a farsi piacere il governo, perché era molto meglio farselo piacere se non volevi fare la fine del culatello come il signor Egidio.

Poi la libreria era passata dai figli ai nipoti, e a loro il governo che non c’era più piaceva tanto, e Giorgio Almirante, quando passava da Taranto, ci andava sempre e i nipoti di Bellacicco gli dicevano che Egidio era uno scimunito come Giangiacomo Feltrinelli.

La bidella Pagliarulo Gabriella ci disse che Giuseppe Bellacicco, che era il figlio dei nipoti di Egidio, era uno a cui piaceva tanto giocare al poker, come a La Roccia, e che si conoscevano bene, perché quando uno gioca a poker insieme poi finisci che ti conosci bene, perché i silenzi del poker dicono tutto di una persona.

E quella notte di Natale, che Bellacicco aveva un full di donne e La Roccia un colore di picche, di silenzio ce ne fu a strafottere.

Bellacicco pensava di aver vinto, e non sorrideva per trascinarsi nel piatto Mario La Roccia, che invece sorrideva.

La bidella Pagliarulo disse che il professor La Roccia vinse e che ivan Bellacicco perse. Che nessuno sa quanti soldi c’erano nel piatto e che Bellacicco contrasse un debito enorme e che doveva cedere la libreria a La Roccia, ma che lui chiese solo l’usufrutto, o meglio un comodato d’uso gratuito della libreria. Che disse a Bellacicco che gli lasciava la libreria ma che siccome la biblioteca della scuola faceva cagare e quella comunale era un’edicola a confronto a quella della scuola, Bellacicco doveva permettere agli alunni di Mario La Roccia di poter andare a consultare libri e se volevano potevano portarseli a casa; però quei libri dovevano tornare indietro come nuovi, disse Bellacicco, e La Roccia gli disse che il colore valeva più del full e i libri tornavano come cazzo tornavano. E da allora la libreria Bellacicco fu anche chiamata la biblioteca Bellacicco, ma solo per gli alunni di Mario La Roccia.

Andai alla biblioteca Bellacicco la sera stessa. Ivan Bellacicco aveva i capelli bianchi e la cravatta bianca su una camicia nera, tanto da sembrare uno di quei gangster in pensione che dopo una vita da nababbi e sparatorie col mitra dalle Chevrolet in fuga, e Bourbon al banco del night la sera tardi e pupe, si facevano trovare al circolo anziani del quartiere, con la cravatta allentata e gli occhi lucidi e le rughe a raccontar imprese.

Stava dietro a una scrivania ordinata, Bellacicco, e aveva gli occhiali in osso che gli scivolavano sulla punta del naso e quando entrai mi guardò attraverso la fessura tra le folte sopracciglie e il bordo superiore degli occhiali e mi disse: – Ti manda Mario La Roccia, vero?

Mica buongiorno e buonasera, ma solo se mi mandava il professore La Roccia, questo era tutto quello che voleva sapere. Io gli feci un cenno affermativo e mi sembrò che la testa avesse oscillato in sincrono alla mia, ma era solo una mia impressione, sicuro che era solo una stupida impressione.

A me capita spesso di avere l’impressione che quando parlo con un qualcuno, questo faccia esattamente quello che faccio io; se faccio scrocchiar le dita, o accavallo le gambe o faccio un cenno con la testa. Una volta me la prendevo perché credevo mi prendessero per i fondelli, invece era solo una mia stupida impressione. Tranne quella volta, ero a Roma con Tonio Leandro e Peppe Lippi e c’era un tizio per strada, in piazza Navona, un tizio con la calzamaglia nera tipo Marcel Marceau e attorno aveva un crocchio di gente che se la rideva di gusto, perché questo con la faccia bianca e la calzamaglia nera aspettava che qualcuno gli passasse davanti, magari in tutta fretta, ignaro del mondo circostante, e poi ci si accodava rapido e silenzioso e lo faceva pari pari, la camminata e tutto quanto. Allora successe il fattaccio, perchè io, Tonio e Peppe ci trovammo a passare in mezzo e con la coda dell’occhio vedo il mimo che si infila alle mie spalle, sulla mia scia, e vedo la gente intorno che mi guarda e ride. La faccenda non mi piace per niente e allora mi giro e gli rifilo un grattone sul naso e lo stendo. La gente mi guarda e io guardo loro e loro distolgono lo sguardo, e allora guardo il tipo e gli faccio quàquà con le braccia, gli ringhio un “cazzoguardi”, mentre Tonio e Peppe mi tirano via per le braccia e mi dicono che sono matto. Insomma, entro nella biblioteca Bellacicco e per poco non do uno sganassone al tipo vestito da gangster.

Penso al suo full e gli chiedo: – Che colore era?

E il Bellacicco diventa rosso e si infila due dita nel colletto della camicia e le scodella attorno al collo per prendere fiato. – Fa quello che devi fare eppoi fuori – sibila.

Mi immagino mentre gli allungo un jab sinistro sul naso ma se lo faccio, primo non mi fa più entrare nella biblioteca e secondo mi staccherebbe la testa dal collo perché Bellacicco è alto due metri e pesa più o meno cento chili.  – La sezione storia dell’arte è in fondo. Quella letteratura subito a sinistra.

Guardo in fondo al corridoio, nella sezione di storia dell’arte, e vedo una ragazza di spalle che mi sembra di conoscere, e infatti la conosco. E’ la Memoli, che ha sempre una faccia ingrugnita come una che sta sulla tazza e ha fretta. A lei ha dato Basquiat, La Roccia, ma si vede lontano che a lei Basquiat non piace per niente. Basquiat è strano per davvero, non dipingeva nel vero senso della parola, ma scriveva e tracciava linee e curve a vanvera e poi ci infilava nel mezzo corpicini vestiti che sembravano il compito di disegno di un ragazzetto di prima elementare. Dicono che Picasso sapesse disegnare come Michelangelo, ma voleva disegnare come un bambino. Mentre Basquiat un bambino lo era davvero.

Quando sente le suole delle mie Lumberjack avvicinarsi, la sua pupilla scorre lenta verso la coda dell’occhio.

La Memoli mi stava sul periscopio come poche. In classe non mi ha mai rivolto la parola, e non la rivolgeva a nessuno tranne che alla combriccola di ragazzine del suo gruppo, ma non mi stava lì per quello; se c’era una cosa che mi faceva letteralmente implodere l’intestino era quando uno mi guardava con la coda dell’occhio. E Memoli mi guardava solo in quella maniera, come se fossi una pagliuzza semovente della sua visione periferica.

Ciao Memoli, – faccio.

La pupilla schizza al centro dell’occhio. – Ciao Latanza – sospira lei, senza girarsi neanche.

Guarda le figure di un librone in brossura su Basquiat, con le pagine colorate di rosso e le figure infantili dell’artista impazzito. – Vado a..cercare… – indico con la mano un paio di scaffali più in là. – Ciao Latanza.

Mi allontano di un paio di metri e la mia attenzione ritorna sulla ricerca. I libri di storia dell’arte sono tutti con la copertina rigida e costano un sacco di soldi.

Le mensole di storia dell’arte sono distinguibili da lontano. Non c’era l’uniformità degli scaffali di narrativa e saggistica. Quello di Tamara de Lempicka era un librone alto e lungo e sporgeva tanto, con scritto su il nome della pittrice in caratteri giganti color oro. Lo tirai fuori e sulla copertina c’era un quadro della Lempicka.

Era Tamara al volante di un auto verde. La legenda diceva: Autoritratto, Tamara al volante di una Bugatti verde.

Mi venne in mente Mastroianni che racconta la storia di Bugatti, ne La grande abbuffata di Ferreri, e racconta di questo artista carrozziere, che era un genio, e che si faceva fare le scarpe coll’alluce indipendente. Guardai le mie Lumberjack senza alluce indipendente. Alzai la testa e beccai la Memoli che, con la coda dell’occhio guardava le mie Lumberjack senz’alluce.

Fanculo Memoli, pensai mentre l’alluce nella scarpa si muove e cerca di stare su come il dito medio della mano.

Col libro di Tamara de Lempicka nella mano destra mi mossi verso l’uscita, fischiettando come so fare io, e Bellacicco mi guardava con gli occhi rossi di disprezzo, e mi avrebbe stirato volentieri sul pavimento di marmo della biblioteca. Mi fermai davanti a lui e ci divideva solo la scrivania. Si chinò a ravanare nel cassetto più alto e mi diede da firmare un modulo dove ci scrisse il titolo del libro, l’editore, il mio nome e quello di Mario La Roccia.

Ero sull’uscio quando sentii Bellacicco che ruggì le parole:- Picche. Era Picche.

Sorrisi senza voltarmi. Grande Mario, pensai.

Avevo già girato l’angolo e avevo lasciato cinquanta metri tra me e l’urlo disumano di Bellacicco che strillava che cazzo guardi con la coda dell’occhiooooooo. Mi affacciai su corso Umberto e vidi quella culona della Memoli schizzare fuori come la Griffith Joyner sui blocchi di partenza dei 100 metri piani.

Presi il pullmann arancione dell’Amat che andava in viale Magna Grecia, vicino a dove abitavo e seduto su quelle seggiole di plastica verde, pensavo al colore di La Roccia, e La Roccia che si carezza i baffi irrigiditi dall’albume dell’uovo, e che non fa una piega, e sorride che sa di aver vinto.

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“Trapiantati anonimi” di Giusy Tomasino – Dopolavoro letterario n. 34

Ho conosciuto Giusy, la prima volta, durante un laboratorio tenuto all’Oncologico di Bari. In questo laboratorio la vita ci ha invaso, non ho mai lavorato così bene con persone che non avevano alcuna idea o intenzione narrativa specifica se non quella di prendere la loro vita e darle un’altra possibilità. Spero che queste prime parole di Giusi , un giorno, possano diventare storie per tutti.

(Immagine: “Joie de vivre” di Henry Matisse)

Trapiantati Anonimi

di Giusy Tomasino

Sulla falsa riga degli Alcolisti Anonimi, oggi ho deciso di fondare i “Trapiantati Anonimi”.

Ciao, mi chiamo Giusy, ho 62 anni e sono una trapiantata.

Nel Luglio 2015, dopo una diagnosi di uno tra i più temibili dei Linfomi, e dopo 2 cicli più uno di chemio terapia (protocollo SMILE che la chop rossa gli fa il solletico) mi sono sottoposta a trapianto autologo di staminali.

Un percorso lungo quasi 10 mesi, difficile da affrontare, con tre lunghi ricoveri, inframmezzati da periodi “casalinghi” in cui cercavo di riempire sensi e occhi della mia casa, le mie abitudini, odori e sapori della mia vita precedente.

Già, ma gusto e olfatto erano spariti, insieme ai miei capelli, alle mie ciglia, a qualunque forma pilifera del mio corpo. Sono diventata gialla, mi hanno invaso con aghi, siringhe, flebo e prelievi di sangue, midollo, staminali e frammenti di osso.

Il mio corpo si è trasformato e gli specchi mi hanno visto piangere disperata in solitudine, poi, rialzata la testa, giravo per il reparto tentando di “vendere” la flebo di chemio “poco usata”, confortando gli altri e meritandomi l’appellativo di “motivatrice”.

E poi mi hanno rinchiuso in isolamento, e sono iniziati i 26 giorni più lunghi della mia vita. I giorni della chemio azzerante, dell’infusione di cellule, della dissenteria, della nausea, delle mucose completamente piene di candida, dei conati di vomito perenni. I giorni della solitudine, degli incubi notturni, della paura di non farcela e della battaglia finale, da cui sarei dovuta uscire vincitrice. I giorni delle video chiamate da Londra del figlio più piccolo a cui non volevo rispondere per non farmi vedere, della schiena rivolta al vetro dietro il quale c’era il resto della mia famiglia, impotente che, comunque restava lì per ricordarmi, giorno dopo giorno, che loro c’erano, che mi tenevano idealmente per mano e nel cuore.

E piano, piano piano è iniziata la rinascita, come se, risalendo dal fondo di un nero oceano, gli occhi fissi verso la luce in alto, non aspettassi altro che riemergere e respirare a pieni polmoni.

Quindi, a differenza di molti casi di quando la ricerca sui “Tumori Liquidi” era agli albori, sono stata restituita alla vita, sono in remissione da 36 mesi.

Ok, restituita alla vita…

Ma la verità è che dopo la vita, quella vissuta sino al momento della diagnosi, non è più la stessa, per alcuni versi meglio, per altri peggio.

Parliamo prima del peggio.

La chemio, che mi ha salvato, mi ha procurato diversi danni collaterali, nulla di gravissimo, ma nell’insieme ti cambiano comunque l’esistenza:

  • Diminuzione dell’udito

  • Diminuzione della vista

  • Perdita progressiva dei denti e ricorso a protesi mobile a cui non riesco a rassegnarmi

  • Tachicardia parossistica (per cui prendo apposite compresse)

  • Alterazione delle papille gustative

  • Lievi neuropatie periferiche

  • Dolori articolari diffusi

  • Muscoli decisamente poco muscolosi

  • Difese immunitarie non al top e, quindi, facilità ad ammalarmi

  • Difficoltà di concentrazione

  • Facilità a stancarmi

Nonostante tutto ciò, la mattina, anche se a fatica, indosso il mio sorriso (ehi, guardate che mi vesto anche eh!!) e vado in ufficio dove iniziano le dolenti note.

Dopo il periodo iniziale in cui mi guardavano come se dovessi morire da un momento all’altro (tie’ sono ancora qui), e dopo aver faticato a riprendere in mano il mio lavoro, qualcuno ha deciso che non ne fossi più all’altezza e, in maniera “abbastanza” elegante sono stata demansionata, perché purtroppo, spesso, troppo spesso, non c’è posto per chi è imperfetto.

L’improvvisa difficoltà nel ricordare le parole, la mancanza di concentrazione, la disperazione che ti pervade quando non riesci subito ad aprire una cartellina, perché, proprio in quel preciso momento, le tue mani hanno deciso di farsi un pisolino, creano un senso di fastidio in alcune delle persone che ti circondano.

Ci si scorda di ciò che sei stato e si guarda solo ciò che sei ora, ma non si riesce o non si vuole guardare la sofferenza dietro la maschera di un sorriso.

E allora pensi: pazienza. Sono viva. Va bene uguale.

E invece no!

Giorno, dopo giorno, dopo giorno qualcuno mi fa sentire inadeguata, sotto tono, inutile, insufficiente.

Quel qualcuno non vuole o forse non può rendersi conto che un malato oncologico non guarisce mai del tutto, che le ferite nel corpo e nell’animo comunque ti segnano, che quando torno a casa, dismessi abiti e sorrisi d’ordinanza, spesso passo i pomeriggi in poltrona e che, comunque, sulla mia spalla si è appollaiato lo spettro della depressione al quale io cerco di sputare in faccia ma che tenta ostinatamente di ghermirmi.

Ed allora, dopo oltre 40 anni di lavoro, anni in cui sei andata in ufficio con piacere, ogni mattina ti pesa sempre di più, ti chiudi in te stessa, ti svegli con una costante nausea e vai al lavoro controvoglia, a volte diventi anche ineducata, rispondi male per nascondere le lacrime di rabbia e di dolore che premono contro le tue palpebre, vorresti che qualcuno capisse, ma non vuoi fare pietà a nessuno.

Spesso le centomila richieste, una dopo l’altra e, spesso, in contraddizione, mi disorientano, sconvolgono le mie certezze e non mi fanno lavorare serenamente.

L’affetto, la comprensione e la collaborazione di molti dei colleghi-amici, purtroppo, non riescono a compensare questa insistente e continua destabilizzazione.

Certo, mi fa sentire meno sola, ma, allo stesso tempo inadeguata.

Io, che ero la paladina di tutti, che facevo fronte a mille richieste, che sono sempre stata persona di fiducia dell’Amministrazione (qualunque fosse il colore politico), ora non sono in grado nemmeno di difendere i miei più elementari diritti e, contro la mia volontà, le lacrime trattenute fino a quel momento scorrono sulle mie guance ed i singhiozzi mi spezzano in due, la mia anima si frantuma ed il mio cuore comincia a galoppare, mentre il mio respiro diventa sempre più affannoso.

E lo spettro sulla mia spalla ghigna felice tentando di annientarmi, le difese immunitarie si indeboliscono e la paura che il “mostro” si re-impadronisca del mio corpo si ingigantisce e mi fa tremare.

Ormai il mio unico desiderio è andare in pensione, e la cosa mi rattrista, perché la pensione non dovrebbe essere una scelta forzata, ma un traguardo raggiunto con serenità dopo anni di lavoro. Ho scoperto il piacere di vivere ogni giorno per quello che è, non l’ultimo, non speciale, ma unico e irripetibile nella sua quotidianità.

A distanza di oltre 3 anni da quella drammatica diagnosi,sono viva e devo dire che, non so il perché, ma la cosa mi rende particolarmente felice.

Non chiedo che i prossimi anni siano migliori, mi basta che siano come il 2016, l’anno in cui non dovevo esserci e invece ci sono ancora, l’anno in cui l’amore e la vita hanno trionfato, l’anno in cui, dovessi morir domani, mi riterrei comunque fortunata.

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