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“Corpi sentimentali” di Rossana Papa #dopolavoroletterario n. 36

Con Rossana sono partita da “Dieci donne”, il libro di Marcella Serrano. Le ho detto Rossana, ho letto il tuo manoscritto ma tu hai letto questo libro? Lei mi ha detto no, allora dentro di me ho sentito il clic del movimento giusto, sapevo la direzione da prendere ancora prima di sapere cosa della Serrano sarebbe piaciuto a Rossana. Mi sono emozionata, positivamente scossa, quando l’ho vista in giro sempre con il libro in borsa. Per mesi, tutti i mesi in cui il suo manoscritto con un titolo depennato con le stimmate, è diventato “Corpi sentimentali”. Rossana aveva scritto meno di quello che poteva e addirittura voleva fare. Sono felice per lei, per la voce che ha dato vita a quei corpi.

Questo è l’incipit del racconto che apre la raccolta (la foto è dell’autrice.)

Una panchina vista amore

di Rossana Papa

Si ama per un sorriso, per uno sguardo, per una spalla. Tanto basta.”

Marcel Proust

Francesco non aveva mai dimenticato la lunga chioma bionda che Sofia, da ragazzina, teneva imbrigliata in una treccia morbida e i suoi luminosi occhi azzurri. Così come era indimenticabile la grazia dei modi attraenti. Ma la cosa che di Sofia gli era sempre piaciuta più di tutte era un particolare del suo volto, un piccolo dettaglio, eppure così centrale. Un neo, Sofia aveva un neo tondo e perfetto sul labbro superiore destro. Francesco lo adorava, Sofia no. Infatti quando parlava lei aveva il vezzo di coprirsi la bocca con la mano, appoggiando le dita sotto la punta del naso nel tentativo impacciato di nascondere il bottoncino scuro. Non era consapevole della bellezza di quel neo che, invece, a Francesco sembrava le fosse stato disegnato apposta per esaltare le sue labbra di una femminilità esplosiva. A distanza di anni Francesco avrebbe saputo descrivere perfettamente il desiderio ardente e appassionato che da ragazzino provava tutte le volte in cui baciava Sofia sulla bocca e con la lingua cercava quel neo, lo sfiorava e ci giocava un po’. Come fosse una ciliegina su una torta a regalargli il massimo del piacere.

Chi dice che un’imperfezione non possa diventare la cosa più bella?

Natale sta arrivando. Sofia è a casa, scosta piano le tende della finestra e appoggia la fronte sul vetro freddo. I balconi del palazzo di fronte sono addobbati con stole di lucine rosse, mollemente sistemate sulla ringhiera. Le luci si accendono e si spengono ad intermittenza, il bagliore arriva fin dentro la sua casa attraverso le fessure. Stacca la fronte dal vetro, la sente gelata. Molla la tenda, si guarda attorno, una panoramica rapida per decidere dove sistemare l’albero di Natale. La sua casa è piccola e quadrata, un’unica occhiata basta ad abbracciarla tutta. È il salone lo spazio più grande con due comodi divani disposti ad elle, al centro un piccolo tavolo basso, la parete di fronte è coperta da una libreria a muro alta fino al soffitto, un lampadario centrale a goccia che Sofia accende di rado. Preferisce il punto luce più soffuso dell’abat-jour sul tavolo ovale da fumo, disposto al lato di uno dei divani. È lì che sistemerà il suo albero, sul comodo e ampio tavolo ovale in legno bianco. Sofia è una donna alta, sottile, con il corpo nascosto nel suo maglione sformato e a piedi nudi. La testa appena reclinata sposta la sua lunga treccia bionda che sembra ondeggi nel vuoto senza l’appoggio della schiena. Allunga il braccio e afferra un libro dallo scaffale in alto e poi un altro, e un altro ancora. Ne sceglie dieci in tutto, diversi per grandezza, poi si volta con le braccia strette a formare un nido attorno ai libri e li posa per terra accanto al tavolo ovale. S’accuccia a terra anche lei, le lunghe gambe distese una sull’altra, le sue caviglie si incontrano in un gesto di chiusura che non sembra intenzionata a sciogliere. Sofia è una donna matura, ha quarant’anni infatti, ma è quel tipo di donna che può permettersi la semplicità di un volto senza trucco, seducente con garbo, senza fronzoli. Con movimenti decisi, sceglie dalla pila di libri quello più spesso e voluminoso, ci soffia leggermente su per cacciar via qualche granello di polvere e lo sistema sul tavolo. Rapidamente, poiché sa quel che fa, dispone gli altri libri, dal più grande al più piccolo, aperti e capovolti uno sull’altro, come chioma di un abete. Un’unica piccola stella dorata sull’ultimo libro in cima. Proprio su quell’ultimo libro in cima, il viso di Sofia si adombra. Quel neo tondo e perfetto sul labbro superiore destro pare persino più in luce ora, evidente come il suo struggimento. Con quel libro in mano che comincia a sfogliare lentamente, una voce dentro di lei si risveglia e le fa riavvertire il freddo. Dieci Donne di Marcela Serrano è pieno di sottolineature, Sofia le ripercorre tutte fino al racconto che ricorda d’aver amato particolarmente. Si sente in sintonia con Simona, la protagonista, una donna che dopo aver imparato a guardarsi dentro, rinuncia seppur con dolore all’amore della sua vita quando prende atto di sentirsi trascurata e invisibile agli occhi dell’amato, e sceglie di restare sola ma più consapevole delle sue possibilità. Ecco, Sofia vorrebbe anche lei essere capace di scegliere e tornare a vivere appieno il presente. Solo fare la fotografa continua a darle pienezza e soddisfazione. Le consente di sentirsi libera, di continuare ad avere cura dei dettagli e di star bene con se stessa. I suoi scatti più belli sono quelli sul mare, nelle passeggiate all’alba lungo la muraglia della città vecchia o al tramonto la cui bellezza può vantare in ogni stagione. Ripone il libro della Serrano in cima agli altri, si alza svogliatamente, pare appesantita. In cucina si prepara un caffè e con in mano la tazzina tenta di riscaldarsi e di fare ordine nei suoi pensieri agitati. Quando Sofia incontra Andrea, 10 anni più grande, lui è reduce da un matrimonio fallito da cui è nato un figlio. Eppure quel periodo lontano così complicato, adesso le pare persino più lieve del muto presente tra di loro. La passione e una profonda complicità li teneva assieme. Qualunque cosa accadesse nella loro giornata, la sera si ritrovavano profondamente vicini, abbracciati sul divano, allacciati in cucina a preparare la cena, nel letto con i corpi avvinghiati in una danza armoniosa. Sofia si rannicchia sul divano, le gambe piegate e strette fra le braccia, il mento appoggiato sulle ginocchia. Mentre ricorda il tempo d’amore felice, i suoi occhi azzurri sono lucidi, combatte con le lacrime che sente premono sulle ciglia. Le cose sono belle quando si vivono in modo naturale, e a Sofia sembrava naturale stare insieme. Amorevoli ed enormi gli sforzi di Sofia durante i primi anni della loro convivenza, tesi non solo a far quadrare le cose fra loro, ma soprattutto ad aiutare Andrea nella complicata gestione della sua vita di uomo separato con un figlio piccolo. È lei che il più delle volte trascura il suo lavoro per rendersi disponibile, che media i rapporti di Andrea con il figlio ed è lei infine che permette ad Andrea di sentirsi al sicuro. Col tempo però, Andrea deve aver confuso la sicurezza con la comodità. Gli ultimi mesi trascorsi assieme, a Sofia paiono pesanti e ostili, è stanca di sentirsi ingrigita. La sera a letto, i loro corpi non si cercano più e lei fatica a trovare sonno, combattuta fra il risentimento e la solitudine. Sofia si sente appesa a un filo, come le palline natalizie disposte sulle ringhiere di fronte. Bari addobbata a festa come ogni Natale, sonnecchia ancora. La giornata è appena cominciata, a breve la città prenderà il ritmo solito d’ogni anno in questo periodo, con i bar affollati di persone, in strada la corsa agli acquisti, aria di festa ad ogni angolo. La gente sembra sempre felice a Natale. Si allontana dalla finestra, indugia lì al centro stanza, la bocca atteggiata dentro una smorfia, quel neo che segue la danza delle labbra nervose. Si avvicina all’albero di libri, sul quel tavolo sembra stia perfetto, occupa poco spazio e al contempo lo riempie. Dovrebbe avere il coraggio di dire ad Andrea quello che le si agita dentro, raccontargli del suo desiderio di maternità per esempio, del bisogno di far crescere le cose fra loro e di dare un corso nuovo alla loro storia. Andrea non desidera avere altri figli, Andrea semplicemente ha paura. Sofia allunga la mano, accarezza lentamente il lenzuolo della parte di letto che solitamente occupa Andrea. È vuoto da qualche giorno, lui è a Parigi per lavoro, collabora con uno studio di avvocati francesi. Prima di partire, mentre riempiva la valigia, le ha proposto di raggiungerlo per Natale. Parigi è sempre una buona idea. Nel silenzio che l’avvolge, con il viso premuto sul cuscino, Sofia ammette che non sarebbe capace di lasciare il suo malcontento a casa e di essere la compagna di viaggio leggera che Andrea vorrebbe. Non raggiungerà Andrea a Parigi, lui l’aspetterà invano non dubitando affatto di vederla arrivare. Sorride e il suo bottone scuro s’accompagna al labbro nella linea di quel sorriso, lo rende più bello, soprattutto prima di sognare.

Il giorno dopo, la spiaggia di Pane e Pomodoro è deserta la mattina del 24 dicembre, anche il piccolo bar a ridosso della spiaggia è chiuso. Ci sono solo i gabbiani. In gruppo passeggiano sulla sabbia, alcuni volteggiano sull’acqua, si rincorrono festosi accarezzando tutta quella superficie blu regalando il loro concerto in una danza vivace. L’aria è fredda e pulita, nuvole basse e grigie appoggiate sul mare annunciano pioggia. Sofia si stringe nel suo giubbotto e calza meglio il cappello sulla testa, i capelli biondi le escono disordinati e lievemente accarezzati dal vento al profumo di salsedine. Cammina sulla sabbia umida, si china e ne prende un pugnetto, la sente fredda e la lascia scivolare via dalle dita. Qualche granello le resta ruvido appiccicato alle mani, le strofina sui jeans per pulirle. Riprende lentamente a camminare e afferra la macchina fotografica che le penzola dal collo. Le piace quella distanza dal centro città, in questo giorno di festa le pare la tenga al riparo e la avvolga con il suo silenzio protettivo. I lampioni spenti del lungomare tracciano un percorso irregolare e Sofia si concentra con movimenti decisi in una serie di scatti. Sorride soddisfatta. Dà le spalle alla città e si avvia lentamente con le mani in tasca e il viso basso verso una panchina, quella dove è solita fermarsi, in uno slargo sulla sabbia baciato dal mare.

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“Un tizio tutto in ghingheri” di Giuseppe Latanza – Dopolavoroletterario n. 35

Dirvi cosa racconta questo romanzo, e come, sarebbe come svelare il mistero di Ustica o l’età di Amanda Lear. È un mistero, solo che a differenza dei due esempi citati, questo mistero è meglio non scoprirlo perché altrimenti si smette di godere. Ivan, protagonista buffo e goncaroviano, di “Un tizio tutto in ghingheri” vive a Bari ma potrebbe essere di qualsiasi città non tanto per la sua storia quanto per la sua capacità mimetica, gestita sempre in modo lucido da Giuseppe Latanza  che non cede alla vanità, pur essendo un romanzo con la pretesa (riuscita) di farci ridere. Il capitolo che ho scelto si trova all’inizio del romanzo ne rivela il titolo, sgomitola il mistero ma solo per prenderci in giro, non appena finirete di leggerlo capirete che, come si dice a Bari, da mo’ vale.

(Immagine presa da qui)

Third Flashback.

Il professor Mario La Roccia.

Due anni dopo. 1989. Prima liceo.

Ci fu la prima ora di Storia dell’arte, con una pertica coi baffoni alla Francesco Giuseppe, che si chiamava Mario di nome e La Roccia di cognome, che però non era mica monarchico ma socialista, come il maestro Perboni del libro Cuore che da bambino ho visto in TV, quello di Comencini, che non c’entra nulla con il maestro di De Amicis.

De Amicis era tipo zerbino monarchico, che si dispiaceva dei poveri, delle stamberghe e del pane secco; se però i poveri si incazzavano, a De Amicis veniva l’orticaria, e stava dalla parte di Umberto, quello Buono delle cannonate sui poveri a Milano, perché la povertà è condizione ineludibile, se sei povero è perché è nel progetto di Dio, Dio ha voluto così e devi frenare i pruriti rivoluzionari, Dio non vuole mica.

La Roccia entra coi baffi che stanno su inamidati coll’albume dell’uovo, che pare stare al fronte, su a Custoza nel 1866. Ha pure il portamento del tenente dell’Esercito Regio, e uno così doveva per forza fare la guerra da ufficiale, a bere il the nella tenda mentre i figli dei poveri a contarsi in trincea e giù a piangere; La Roccia sarebbe proprio piaciuto a De Amicis anche se La Roccia avrebbe disertato e a capo dei soldati avrebbe fatto sega in trincea; e La Roccia poi la maestrina dalla penna rossa se la sarebbe spalmata sul pavimento in gomma della palestra alla seconda pagina, come Brando con la Schneider imburrata come un toast, altro che Perboni.

Entra, si pianta davanti alla cattedra come un sergente istruttore, sguardo circolare che termina sul muso del sottoscritto, mi guarda fisso e fa: – Come ti chiami?

Gli dico il cognome, e lui: –Come l’apologista?

Io non sapevo neanche che diavolo significasse apologista. Poi scopro questo Lactantius era un tipo turco o africano che scriveva accidenti complicatissimi quando ancora gli africani avevano credito e Sant’Agostino non sarebbe finito in un CTP a Lampedusa o Pantelleria a leccare il pavimento su ordine di qualche sbirro nostalgico.

La Roccia sbuffa, fa un nuovo sguardo circolare, aggira la cattedra, si siede, e poi attacca a parlare e dice che lui non è un professore, che la laurea l’ha presa perché andare all’università era il solo modo per non fare la spina al militare e ed era il modo più semplice per portarsi a casa le ragazze e mostrare loro come si teneva su i baffi, che aveva cominciato a farsi crescere a quattordici anni, e che a venti aveva già come mustacchi di Francesco Giuseppe.

Era simpatico il professor La Roccia.Aveva sempre una giacca di lino scura il giorno in cui la mia vita cambiò.

La classe era silenziosa, era morto il padre di Calzolaio Loretta, che non era venuta e tutti si faceva finta di esser commossi.

Il professor La Roccia si tolse la giacca e la mise sulla spalliera della sedia e disse che oggi si fa a modo mio, disse proprio così: oggi si fa a modo mio. Posò una valigetta sulla cattedra e tirò fuori una cartellina di cartoncino blu e dentro c’era un sacco di roba. Aprì la cartellina e dentro, impilate, c’erano trenta stampe, una per ognuno di noi. Si alzò e camminando ciondolante tra le file di banchi, prese a distribuire le stampe tra tutti noi. La Roccia era silenzioso e serio, e si soffermava su ogni dannata stampa e sembrava che avesse deciso che quelle stampe non dovevano essere sparpagliate a caso ma che ognuna di esse fosse destinata a uno preciso di noi. A dir la sacrosanta verità non ci capii grandi cose da quella scelta; non so perché, per esempio, alle sorelle focomeliche arrivarono Rose garden di Paul Klee, e L’urlo di Munch, a Magri della roba di Keith Haring con due omini gialli che si rincorrono, a Laserra una tela tagliata di Fontana. Al mio compagno di banco, Ako Martens, addirittura La Roccia riservò La camera di Arles.

La prima! – Specificò La Roccia. – Non la seconda o la terza, mi raccomando Martens, non fare cazzate.

Ako Martens si guardava intorno smarrito, che non sapeva neanche con che parte del pennello si dipinge, figuratevi se sapeva che Van Gogh di quelle camere ne aveva dipinte tre quasi uguali.

Ma non mi importa un accidenti del motivo che ebbe nel dare loro quelle stampe. Volevo capire perché destinò a me il signor Lempicki, di Tamara de Lempicka. Cosa ci vide. Cosa vide in me del tizio tutto in ghingheri.

Avrei preferito Basquiat di Memoli o il Caravaggio di Ludovica Verna.

Invece avevo questo un tizio tutto in ghingheri con la faccia seria e gli occhi piccini, e indossava un abito elegante, da nobiluomo d’altri tempi.

La Roccia tornò alla cattedra, si piazzò davanti a gambe larghe e schioccò le dita per attirare l’attenzione.

– Voglio sapere tutto di quei dipinti. – dice. – Voglio che scriviate che colori hanno usato, quanto ci hanno messo, dove erano seduti quando dipingevano, come la pensavano, quanti anni avevano.

Poi va alla lavagna e scrive il numero 8.

E dice che abbiamo otto mesi per fare le ricerche, e scrivere anche una relazione. Dice che quest’anno si fa solo questo, né interrogazioni nè compiti in classe. Noi ci si guarda straziati dall’euforia. Poi dice che la biblioteca della scuola fa cagare e di andare alla biblioteca Bellacicco che è fornitissima. Però la biblioteca Bellacicco era mica una biblioteca, ma era una vera e propria libreria, ma La Roccia disse proprio così, la biblioteca Bellacicco.

La libreria Bellacicco era la libreria più grande di Taranto e lì i libri potevi solo andarli a comprare e non andare a prenderli in prestito, come diceva il professore. Era grande, con cinque vetrine e faceva angolo tra Corso Umberto I e Via Ciro Giovinazzi, ed era stata fondata negli anni trenta da Egidio Bellacicco, un tizio coltissimo che ce l’aveva col governo e che poco dopo trovarono legato al palo della luce sotto casa con un coltello piantato nella pancia; i figli continuarono a lavorare nella libreria e a farsi piacere il governo, perché era molto meglio farselo piacere se non volevi fare la fine del culatello come il signor Egidio.

Poi la libreria era passata dai figli ai nipoti, e a loro il governo che non c’era più piaceva tanto, e Giorgio Almirante, quando passava da Taranto, ci andava sempre e i nipoti di Bellacicco gli dicevano che Egidio era uno scimunito come Giangiacomo Feltrinelli.

La bidella Pagliarulo Gabriella ci disse che Giuseppe Bellacicco, che era il figlio dei nipoti di Egidio, era uno a cui piaceva tanto giocare al poker, come a La Roccia, e che si conoscevano bene, perché quando uno gioca a poker insieme poi finisci che ti conosci bene, perché i silenzi del poker dicono tutto di una persona.

E quella notte di Natale, che Bellacicco aveva un full di donne e La Roccia un colore di picche, di silenzio ce ne fu a strafottere.

Bellacicco pensava di aver vinto, e non sorrideva per trascinarsi nel piatto Mario La Roccia, che invece sorrideva.

La bidella Pagliarulo disse che il professor La Roccia vinse e che ivan Bellacicco perse. Che nessuno sa quanti soldi c’erano nel piatto e che Bellacicco contrasse un debito enorme e che doveva cedere la libreria a La Roccia, ma che lui chiese solo l’usufrutto, o meglio un comodato d’uso gratuito della libreria. Che disse a Bellacicco che gli lasciava la libreria ma che siccome la biblioteca della scuola faceva cagare e quella comunale era un’edicola a confronto a quella della scuola, Bellacicco doveva permettere agli alunni di Mario La Roccia di poter andare a consultare libri e se volevano potevano portarseli a casa; però quei libri dovevano tornare indietro come nuovi, disse Bellacicco, e La Roccia gli disse che il colore valeva più del full e i libri tornavano come cazzo tornavano. E da allora la libreria Bellacicco fu anche chiamata la biblioteca Bellacicco, ma solo per gli alunni di Mario La Roccia.

Andai alla biblioteca Bellacicco la sera stessa. Ivan Bellacicco aveva i capelli bianchi e la cravatta bianca su una camicia nera, tanto da sembrare uno di quei gangster in pensione che dopo una vita da nababbi e sparatorie col mitra dalle Chevrolet in fuga, e Bourbon al banco del night la sera tardi e pupe, si facevano trovare al circolo anziani del quartiere, con la cravatta allentata e gli occhi lucidi e le rughe a raccontar imprese.

Stava dietro a una scrivania ordinata, Bellacicco, e aveva gli occhiali in osso che gli scivolavano sulla punta del naso e quando entrai mi guardò attraverso la fessura tra le folte sopracciglie e il bordo superiore degli occhiali e mi disse: – Ti manda Mario La Roccia, vero?

Mica buongiorno e buonasera, ma solo se mi mandava il professore La Roccia, questo era tutto quello che voleva sapere. Io gli feci un cenno affermativo e mi sembrò che la testa avesse oscillato in sincrono alla mia, ma era solo una mia impressione, sicuro che era solo una stupida impressione.

A me capita spesso di avere l’impressione che quando parlo con un qualcuno, questo faccia esattamente quello che faccio io; se faccio scrocchiar le dita, o accavallo le gambe o faccio un cenno con la testa. Una volta me la prendevo perché credevo mi prendessero per i fondelli, invece era solo una mia stupida impressione. Tranne quella volta, ero a Roma con Tonio Leandro e Peppe Lippi e c’era un tizio per strada, in piazza Navona, un tizio con la calzamaglia nera tipo Marcel Marceau e attorno aveva un crocchio di gente che se la rideva di gusto, perché questo con la faccia bianca e la calzamaglia nera aspettava che qualcuno gli passasse davanti, magari in tutta fretta, ignaro del mondo circostante, e poi ci si accodava rapido e silenzioso e lo faceva pari pari, la camminata e tutto quanto. Allora successe il fattaccio, perchè io, Tonio e Peppe ci trovammo a passare in mezzo e con la coda dell’occhio vedo il mimo che si infila alle mie spalle, sulla mia scia, e vedo la gente intorno che mi guarda e ride. La faccenda non mi piace per niente e allora mi giro e gli rifilo un grattone sul naso e lo stendo. La gente mi guarda e io guardo loro e loro distolgono lo sguardo, e allora guardo il tipo e gli faccio quàquà con le braccia, gli ringhio un “cazzoguardi”, mentre Tonio e Peppe mi tirano via per le braccia e mi dicono che sono matto. Insomma, entro nella biblioteca Bellacicco e per poco non do uno sganassone al tipo vestito da gangster.

Penso al suo full e gli chiedo: – Che colore era?

E il Bellacicco diventa rosso e si infila due dita nel colletto della camicia e le scodella attorno al collo per prendere fiato. – Fa quello che devi fare eppoi fuori – sibila.

Mi immagino mentre gli allungo un jab sinistro sul naso ma se lo faccio, primo non mi fa più entrare nella biblioteca e secondo mi staccherebbe la testa dal collo perché Bellacicco è alto due metri e pesa più o meno cento chili.  – La sezione storia dell’arte è in fondo. Quella letteratura subito a sinistra.

Guardo in fondo al corridoio, nella sezione di storia dell’arte, e vedo una ragazza di spalle che mi sembra di conoscere, e infatti la conosco. E’ la Memoli, che ha sempre una faccia ingrugnita come una che sta sulla tazza e ha fretta. A lei ha dato Basquiat, La Roccia, ma si vede lontano che a lei Basquiat non piace per niente. Basquiat è strano per davvero, non dipingeva nel vero senso della parola, ma scriveva e tracciava linee e curve a vanvera e poi ci infilava nel mezzo corpicini vestiti che sembravano il compito di disegno di un ragazzetto di prima elementare. Dicono che Picasso sapesse disegnare come Michelangelo, ma voleva disegnare come un bambino. Mentre Basquiat un bambino lo era davvero.

Quando sente le suole delle mie Lumberjack avvicinarsi, la sua pupilla scorre lenta verso la coda dell’occhio.

La Memoli mi stava sul periscopio come poche. In classe non mi ha mai rivolto la parola, e non la rivolgeva a nessuno tranne che alla combriccola di ragazzine del suo gruppo, ma non mi stava lì per quello; se c’era una cosa che mi faceva letteralmente implodere l’intestino era quando uno mi guardava con la coda dell’occhio. E Memoli mi guardava solo in quella maniera, come se fossi una pagliuzza semovente della sua visione periferica.

Ciao Memoli, – faccio.

La pupilla schizza al centro dell’occhio. – Ciao Latanza – sospira lei, senza girarsi neanche.

Guarda le figure di un librone in brossura su Basquiat, con le pagine colorate di rosso e le figure infantili dell’artista impazzito. – Vado a..cercare… – indico con la mano un paio di scaffali più in là. – Ciao Latanza.

Mi allontano di un paio di metri e la mia attenzione ritorna sulla ricerca. I libri di storia dell’arte sono tutti con la copertina rigida e costano un sacco di soldi.

Le mensole di storia dell’arte sono distinguibili da lontano. Non c’era l’uniformità degli scaffali di narrativa e saggistica. Quello di Tamara de Lempicka era un librone alto e lungo e sporgeva tanto, con scritto su il nome della pittrice in caratteri giganti color oro. Lo tirai fuori e sulla copertina c’era un quadro della Lempicka.

Era Tamara al volante di un auto verde. La legenda diceva: Autoritratto, Tamara al volante di una Bugatti verde.

Mi venne in mente Mastroianni che racconta la storia di Bugatti, ne La grande abbuffata di Ferreri, e racconta di questo artista carrozziere, che era un genio, e che si faceva fare le scarpe coll’alluce indipendente. Guardai le mie Lumberjack senza alluce indipendente. Alzai la testa e beccai la Memoli che, con la coda dell’occhio guardava le mie Lumberjack senz’alluce.

Fanculo Memoli, pensai mentre l’alluce nella scarpa si muove e cerca di stare su come il dito medio della mano.

Col libro di Tamara de Lempicka nella mano destra mi mossi verso l’uscita, fischiettando come so fare io, e Bellacicco mi guardava con gli occhi rossi di disprezzo, e mi avrebbe stirato volentieri sul pavimento di marmo della biblioteca. Mi fermai davanti a lui e ci divideva solo la scrivania. Si chinò a ravanare nel cassetto più alto e mi diede da firmare un modulo dove ci scrisse il titolo del libro, l’editore, il mio nome e quello di Mario La Roccia.

Ero sull’uscio quando sentii Bellacicco che ruggì le parole:- Picche. Era Picche.

Sorrisi senza voltarmi. Grande Mario, pensai.

Avevo già girato l’angolo e avevo lasciato cinquanta metri tra me e l’urlo disumano di Bellacicco che strillava che cazzo guardi con la coda dell’occhiooooooo. Mi affacciai su corso Umberto e vidi quella culona della Memoli schizzare fuori come la Griffith Joyner sui blocchi di partenza dei 100 metri piani.

Presi il pullmann arancione dell’Amat che andava in viale Magna Grecia, vicino a dove abitavo e seduto su quelle seggiole di plastica verde, pensavo al colore di La Roccia, e La Roccia che si carezza i baffi irrigiditi dall’albume dell’uovo, e che non fa una piega, e sorride che sa di aver vinto.

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“Trapiantati anonimi” di Giusy Tomasino – Dopolavoro letterario n. 34

Ho conosciuto Giusy, la prima volta, durante un laboratorio tenuto all’Oncologico di Bari. In questo laboratorio la vita ci ha invaso, non ho mai lavorato così bene con persone che non avevano alcuna idea o intenzione narrativa specifica se non quella di prendere la loro vita e darle un’altra possibilità. Spero che queste prime parole di Giusi , un giorno, possano diventare storie per tutti.

(Immagine: “Joie de vivre” di Henry Matisse)

Trapiantati Anonimi

di Giusy Tomasino

Sulla falsa riga degli Alcolisti Anonimi, oggi ho deciso di fondare i “Trapiantati Anonimi”.

Ciao, mi chiamo Giusy, ho 62 anni e sono una trapiantata.

Nel Luglio 2015, dopo una diagnosi di uno tra i più temibili dei Linfomi, e dopo 2 cicli più uno di chemio terapia (protocollo SMILE che la chop rossa gli fa il solletico) mi sono sottoposta a trapianto autologo di staminali.

Un percorso lungo quasi 10 mesi, difficile da affrontare, con tre lunghi ricoveri, inframmezzati da periodi “casalinghi” in cui cercavo di riempire sensi e occhi della mia casa, le mie abitudini, odori e sapori della mia vita precedente.

Già, ma gusto e olfatto erano spariti, insieme ai miei capelli, alle mie ciglia, a qualunque forma pilifera del mio corpo. Sono diventata gialla, mi hanno invaso con aghi, siringhe, flebo e prelievi di sangue, midollo, staminali e frammenti di osso.

Il mio corpo si è trasformato e gli specchi mi hanno visto piangere disperata in solitudine, poi, rialzata la testa, giravo per il reparto tentando di “vendere” la flebo di chemio “poco usata”, confortando gli altri e meritandomi l’appellativo di “motivatrice”.

E poi mi hanno rinchiuso in isolamento, e sono iniziati i 26 giorni più lunghi della mia vita. I giorni della chemio azzerante, dell’infusione di cellule, della dissenteria, della nausea, delle mucose completamente piene di candida, dei conati di vomito perenni. I giorni della solitudine, degli incubi notturni, della paura di non farcela e della battaglia finale, da cui sarei dovuta uscire vincitrice. I giorni delle video chiamate da Londra del figlio più piccolo a cui non volevo rispondere per non farmi vedere, della schiena rivolta al vetro dietro il quale c’era il resto della mia famiglia, impotente che, comunque restava lì per ricordarmi, giorno dopo giorno, che loro c’erano, che mi tenevano idealmente per mano e nel cuore.

E piano, piano piano è iniziata la rinascita, come se, risalendo dal fondo di un nero oceano, gli occhi fissi verso la luce in alto, non aspettassi altro che riemergere e respirare a pieni polmoni.

Quindi, a differenza di molti casi di quando la ricerca sui “Tumori Liquidi” era agli albori, sono stata restituita alla vita, sono in remissione da 36 mesi.

Ok, restituita alla vita…

Ma la verità è che dopo la vita, quella vissuta sino al momento della diagnosi, non è più la stessa, per alcuni versi meglio, per altri peggio.

Parliamo prima del peggio.

La chemio, che mi ha salvato, mi ha procurato diversi danni collaterali, nulla di gravissimo, ma nell’insieme ti cambiano comunque l’esistenza:

  • Diminuzione dell’udito

  • Diminuzione della vista

  • Perdita progressiva dei denti e ricorso a protesi mobile a cui non riesco a rassegnarmi

  • Tachicardia parossistica (per cui prendo apposite compresse)

  • Alterazione delle papille gustative

  • Lievi neuropatie periferiche

  • Dolori articolari diffusi

  • Muscoli decisamente poco muscolosi

  • Difese immunitarie non al top e, quindi, facilità ad ammalarmi

  • Difficoltà di concentrazione

  • Facilità a stancarmi

Nonostante tutto ciò, la mattina, anche se a fatica, indosso il mio sorriso (ehi, guardate che mi vesto anche eh!!) e vado in ufficio dove iniziano le dolenti note.

Dopo il periodo iniziale in cui mi guardavano come se dovessi morire da un momento all’altro (tie’ sono ancora qui), e dopo aver faticato a riprendere in mano il mio lavoro, qualcuno ha deciso che non ne fossi più all’altezza e, in maniera “abbastanza” elegante sono stata demansionata, perché purtroppo, spesso, troppo spesso, non c’è posto per chi è imperfetto.

L’improvvisa difficoltà nel ricordare le parole, la mancanza di concentrazione, la disperazione che ti pervade quando non riesci subito ad aprire una cartellina, perché, proprio in quel preciso momento, le tue mani hanno deciso di farsi un pisolino, creano un senso di fastidio in alcune delle persone che ti circondano.

Ci si scorda di ciò che sei stato e si guarda solo ciò che sei ora, ma non si riesce o non si vuole guardare la sofferenza dietro la maschera di un sorriso.

E allora pensi: pazienza. Sono viva. Va bene uguale.

E invece no!

Giorno, dopo giorno, dopo giorno qualcuno mi fa sentire inadeguata, sotto tono, inutile, insufficiente.

Quel qualcuno non vuole o forse non può rendersi conto che un malato oncologico non guarisce mai del tutto, che le ferite nel corpo e nell’animo comunque ti segnano, che quando torno a casa, dismessi abiti e sorrisi d’ordinanza, spesso passo i pomeriggi in poltrona e che, comunque, sulla mia spalla si è appollaiato lo spettro della depressione al quale io cerco di sputare in faccia ma che tenta ostinatamente di ghermirmi.

Ed allora, dopo oltre 40 anni di lavoro, anni in cui sei andata in ufficio con piacere, ogni mattina ti pesa sempre di più, ti chiudi in te stessa, ti svegli con una costante nausea e vai al lavoro controvoglia, a volte diventi anche ineducata, rispondi male per nascondere le lacrime di rabbia e di dolore che premono contro le tue palpebre, vorresti che qualcuno capisse, ma non vuoi fare pietà a nessuno.

Spesso le centomila richieste, una dopo l’altra e, spesso, in contraddizione, mi disorientano, sconvolgono le mie certezze e non mi fanno lavorare serenamente.

L’affetto, la comprensione e la collaborazione di molti dei colleghi-amici, purtroppo, non riescono a compensare questa insistente e continua destabilizzazione.

Certo, mi fa sentire meno sola, ma, allo stesso tempo inadeguata.

Io, che ero la paladina di tutti, che facevo fronte a mille richieste, che sono sempre stata persona di fiducia dell’Amministrazione (qualunque fosse il colore politico), ora non sono in grado nemmeno di difendere i miei più elementari diritti e, contro la mia volontà, le lacrime trattenute fino a quel momento scorrono sulle mie guance ed i singhiozzi mi spezzano in due, la mia anima si frantuma ed il mio cuore comincia a galoppare, mentre il mio respiro diventa sempre più affannoso.

E lo spettro sulla mia spalla ghigna felice tentando di annientarmi, le difese immunitarie si indeboliscono e la paura che il “mostro” si re-impadronisca del mio corpo si ingigantisce e mi fa tremare.

Ormai il mio unico desiderio è andare in pensione, e la cosa mi rattrista, perché la pensione non dovrebbe essere una scelta forzata, ma un traguardo raggiunto con serenità dopo anni di lavoro. Ho scoperto il piacere di vivere ogni giorno per quello che è, non l’ultimo, non speciale, ma unico e irripetibile nella sua quotidianità.

A distanza di oltre 3 anni da quella drammatica diagnosi,sono viva e devo dire che, non so il perché, ma la cosa mi rende particolarmente felice.

Non chiedo che i prossimi anni siano migliori, mi basta che siano come il 2016, l’anno in cui non dovevo esserci e invece ci sono ancora, l’anno in cui l’amore e la vita hanno trionfato, l’anno in cui, dovessi morir domani, mi riterrei comunque fortunata.

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“Magnificat (Storia di un amore risvegliato)” di Fabio Zuffanti – Dopolavoro Letterario n. 33

Questi sono i primi due capitoli del romanzo inedito di Fabio Zuffanti, musicista e critico musicale. Una storia in cui la musica si accende dentro i battiti del cuore della protagonista, Anna una signore che ha smesso si chiedersi cosa si prova a stare al mondo finché un giorno non decide che è arrivato il momento di domandarselo ancora, sempre.

(L’immagine è presa da qui Gianni Lena )

1.

Si sveglia di soprassalto, affannata e con il cuore che le martella il petto come fosse reduce da un’intensa battaglia contro un nemico che non ricorda.

Sono le tre e ogni attività umana è sospesa, il mondo giace velato dalle nere lenzuola della notte. Si sente passare ogni tanto un’automobile, il rumore di una sirena antifurto, un cane che abbaia da molto lontano. Ciò che resta della realtà galleggia nel silenzio, nella stasi. Dentro la sua testa però il frastuono dei pensieri è fortissimo, sono frecce acuminate che non le lasciano tregua. Ogni fotogramma della vita le turbina davanti agli occhi insonni, nella baraonda di immagini scorge distintamente tutto quello che poteva essere e non è stato, tutto quello che è stato e non tornerà.

In nottate come questa rimane distesa a letto prigioniera di se stessa fino a quando le capita di intravedere i primi sottili raggi di sole farsi largo tra le tende. Mentre i bagliori dell’alba cominciano a piegare le tenebre al loro volere i pensieri finalmente si placano e lei si riaddormenta.

Questa volta però qualcosa deve cambiare, non può rimanere alla mercé del caos che la invade, deve alzarsi, muoversi, fare il possibile per smettere di pensare. Emette un respiro profondo, toglie di scatto le coperte come si liberasse di un fardello gravoso, infila le pantofole e si alza in piedi.

Davanti al letto c’è il pesante armadio di legno scuro con le maniglie dorate a forma di conchiglia, un mobile che irradia sicurezza, che è invecchiato insieme alla casa e che durante la notte sembra proteggere placidamente i dormienti. In ogni anta c’è uno specchio che rimanda la sua immagine illuminata dal pallido lucore che penetra dalla finestra. Le sembra di essere un fantasma; le caviglie sottili, la vestaglia che le arriva alle ginocchia e lascia intravedere le forme magre, i corti capelli di un bianco candido che le sfiorano il collo. Il volto che ancora conserva lo stupore di una bambina, con le sue sopracciglia delicate e i limpidi occhi azzurri che lanciano schegge inquiete.

Non accende la luce, la casa è immersa in una bolla nera che sobbalza lenta in un mondo senza suoni. Percorre il corridoio, il luogo dove i vivi e i morti si incontrano, con l’incessante brusio dei pensieri che la soffoca, le pareti buie che si stringono per schiacciarla. Affretta il passo e finalmente giunge nel riparo della cucina. Qui apre il frigorifero e un lampo la acceca, gli occhi abituati al buio ci mettono qualche istante per mettere a fuoco la bottiglia dell’acqua dalla quale beve direttamente, con una lunga sorsata.

Torna la penombra, respira e si guarda intorno. Cammina verso il salotto, si ferma ad accarezzare il cranio calvo di una statuina raffigurante un sorridente e pacioso Buddha, souvenir di un viaggio in India di Andrea. Il contatto con la pietra le trasmette una scossa, d’un tratto si sente più leggera, il brusio nel cervello si placa, una sensazione che è anche un ricordo si fa strada. Guarda fuori dalla finestra il cielo nero, la strada deserta e umida per la pioggia recente. Poi comincia a muoversi e a girare per le stanze, a toccare ogni cosa; vuole sentirsi viva, approfittare di questo momento di pace per rendersi conto di esistere, per scacciare i fantasmi. Sfiora le tende, il televisore, il tavolo, i quadri, gli interruttori, i soprammobili, le foto di Gianni.

Si ferma davanti alla libreria, si china all’altezza di una serie di oggetti collocati ordinatamente in uno scaffale. Una lunga schiera di dischi in vinile. Scorre con il dito lungo le coste delle copertine, dove sono scritti i titoli, ne trova uno, lo estrae lentamente e lo osserva con il brillio dell’emozione: Johan Sebastian Bach, Magnificat.

Maneggiandolo con la cura che si usa per qualcosa di fragile e prezioso se la porta alle labbra e chiude gli occhi.

2.

Uno squillo lancinante la sottrae agli abissi silenziosi del sonno. Il telefono di casa sembra impazzito, con il suono al massimo dell’intensità che la trascina brutalmente nel pieno del reale. Si alza, con la vista offuscata e i movimenti impacciati, si reca in cucina, verso l’infernale congegno che non smette di trillare. Alza la cornetta e sente una voce che le sta dicendo qualcosa. Il suono è confuso, sembra provenire da molto lontano, da un altro pianeta. Lentamente, come l’acqua di uno stagno che si placa dopo che vi è stata gettata una pietra, le parole si fanno più nitide.

– Mà! Mi senti?

– Andrea… – dice lei con voce impastata – Scusa, stavo dormendo.

– A quest’ora dormi ancora?

– Si, stanotte mi ho preso sonno tardi.

– Ho un paio d’ore libere, ci vediamo a pranzo da te, okay?

Prima che possa aggiungere qualcosa la linea si interrompe. Stacca il telefono dall’orecchio e lo guarda per qualche istante come se si aspettasse delle risposte dall’oggetto, poi lo posa ancora frastornata. Da un’occhiata alla sveglia, le dieci. Possibile che abbia dormito così tanto?

Si mette a sedere e si strofina il viso con le mani, nel contempo le viene in mente che con il figlio in arrivo sarà meglio uscire a fare un poco di spesa. Così si alza e percorre la casa verso il bagno. Tutto alla luce del giorno è come trasfigurato; i muri e le suppellettili, che nella notte parevano irradiati di energia benigna, ora sono tornati a essere oggetti privi di anima, semplice arredamento. Sulla poltrona del salotto è poggiato il disco del Magnificat.

Si veste ed esce incamminandosi verso il più vicino supermercato. Lungo la strada le tornano di nuovo in mente le immagini di qualche ora prima; la sua insonnia, il suo stato d’animo prima inquieto e poi sempre più energico. Il disco di Bach: quella testimonianza di un tempo lontano che aveva preferito celare con cura, una ferita mai rimarginata che viene da un passato ancora troppo presente.

Mentre pentole e padelle sono sul fuoco prepara la tavola tirando fuori una tovaglia profumata di bucato, due tovaglioli di stoffa ricamati a mano, bicchieri di delicato cristallo, piatti decorati e il cesto in legno con il pane fresco di forno. Adora le cose fatte con amore, nella sua vita ha sempre compiuto con naturalezza gesti ben ponderati, si è sempre espressa con voce pacata e gentile, non ha mai compiuto un gesto di troppo. Lei e Gianni hanno condotto un’esistenza normale, non particolarmente agiata ma senza alcuna mancanza. Lui lavorava come operaio nella grande fabbrica della città e il suo stipendio bastava appena al mantenimento della moglie e di Andrea. Questo però non era mai stato un problema, lei sapeva amministrare con oculatezza il danaro che egli portava a casa contornando le loro vite di cose belle. E’ una donna di buon gusto, questa è l’opinione di tutti quelli che la conoscono, anche se lei a volte ha l’impressione che le persone la trattino un po’ come un soprammobile, piacevole a vedersi ma altrettanto facile a ignorarsi.

Passate da qualche minuto le tredici suona il citofono, apre il portone e dopo poco si ritrova davanti suo figlio che entra e la bacia energicamente sulla guancia. Sembra particolarmente su di giri e si fa subito strada verso la cucina.

– Che profumo, sono affamato! Allora, come stai?

– Sto bene. E tu? Come ti trovi col nuovo lavoro?

– Mi piace, il salario è buono ma c’è da fare, ci sono tante responsabilità. – dice Andrea accomodandosi a tavola.

– Infatti sono più di dieci giorni che non ti vedo…

– Dai mà, sai che quando posso mi faccio vivo, – dice lui mentre attacca a mangiare con foga – in questo periodo è un gran casino, ci sono stati dei guasti e ho dovuto seguire tutte le riparazioni. – Ma si, non preoccuparti. Solo è strano non vederti per tanto tempo, prima eri sempre qui. – Lo so, ma ero anche spesso senza soldi, ora per fortuna le cose vanno meglio. E a quarant’anni suonati era anche l’ora! Tu che combini? – chiede Andrea con la bocca piena, come se non potesse concedersi un attimo di tregua tra un boccone e l’altro.

– Niente di speciale. Sto dietro alla casa, vedo Greta, ogni tanto vado a camminare e la sera guardo un film o leggo. Passo le giornate così, tuo padre mi ha abituata a essere abitudinaria…. E Sara cosa dice? E’ contenta per il tuo lavoro?

– Sara non è mai contenta, le manca sempre qualcosa. Se la portassi a fare il giro del mondo il giorno dopo mi chiederebbe il giro della luna.

– Magari le manca un bambino, io credo…

– Ma quale bambino mà? – la interrompe infervorato Andrea – Non vedi in che mondo viviamo? Ora mi va bene ma con l’aria che tira potrei rimanere disoccupato da un momento all’altro, e chi lo mantiene poi questo figlio? Lei, che sta tutto il giorno a far nulla davanti al computer?

– Va bene, scusa, dicevo così per dire, chiaramente la scelta la dovete fare voi.

– Lo so che ti piacerebbe un nipotino di cui prenderti cura, ma non è il momento. E poi non so neppure se Sara sarebbe pronta, ha troppi grilli per la testa. Vorrei che ti somigliasse, tu hai il tuo mondo, ti sei fatta bastare la vita che hai vissuto.

– Si, ma ogni tanto penso…

– Sara invece è un’egoista, – continua Andrea interrompendo di nuovo la madre – è diventata apatica e pensa solo a passare il tempo su internet. Non è più la persona che ho sposato.

– Forse si sente sola – dice lei mentre osserva il suo orologio a muro di terracotta a forma di gatto.

– Sola? – sbotta Andrea – Ma che sola? Ha tutte le distrazioni che le servono! Il problema è che oggi nessuno è mai contento, qualsiasi vita a un certo punto ci sembra noiosa e ne vorremmo un’altra.

Andrea rimane col cibo in bocca senza dire nulla per qualche istante, poi ricomincia a masticare e a parlare allo stesso tempo.

– Il fatto è che… la amo e vorrei fosse fiera di me. A volte mi sento come se fossi in gara con me stesso per ottenere la sua stima. Spero che prima o poi la smetta di essere insoddisfatta e mi veda finalmente per quello che valgo.

Lei rimane in silenzio e lascia che il figlio finisca tranquillo di mangiare. Dopo pranzo Andrea si dirige in salotto e si accorge del disco del Magnificat poggiato sulla poltrona.

– Ascolti roba seria, eh? – dice sorridendo.

Dopo averlo guardato un po’ lo posa sul tavolo, si siede in poltrona e in pochi minuti si addormenta. Lei si affaccia nella stanza e guarda il figlio sonnecchiare scomposto, con una gamba sul pavimento e l’altra sul tavolino. Finalmente quell’uomo impetuoso e inquieto – alto, robusto, con ispidi capelli neri e occhi profondi dello stesso colore – si gode un attimo di pace. Lo rivede bambino, quando lo aspettava fuori da scuola e lo scorgeva uscire timidamente, sempre solo e con il volto teso, l’espressione di uno che deve sempre guardarsi alle spalle.

Dopo circa un’ora Andrea si sveglia, la saluta velocemente ed esce, promettendole di chiamarla presto. Lei siede sulla poltrona che il figlio ha lasciato libera, nella stoffa c’è ancora il suo calore, sembra che le stia abbracciando. Da sempre è apprensiva nei suoi confronti, sin dai tempi della scuola. E’ stata testimone di storie d’amore finite male per la sua gelosia, di innumerevoli lavori cambiati per un carattere difficile che non lo fa andare d’accordo con colleghi e superiori. Qualche anno addietro ha però trovato un impiego come magazziniere per una ditta di materiale elettrico e in questa situazione è riuscito finalmente a mettere da parte le asperità del suo carattere imparando i trucchi del mestiere meglio di chiunque altro. Di conseguenza in tempi recenti ha ricevuto la proposta di diventare capo magazziniere e monitorare altri depositi della stessa ditta. La promozione lo ha reso felice, forse per la prima volta in vita sua Andrea sente di essere diventato una persona stimabile e capace. Col tempo ha anche cominciato ad aprirsi con la madre, cosa inconcepibile anni prima, quando era un ragazzo taciturno e introverso. Lei ha il potere di metterlo a suo agio ed egli ne approfitta per sfogarsi tutte le volte che ne sente il bisogno. La donna si stupisce però di quanto poco al figlio interessi conoscere quello che lei pensa nel profondo. Andrea non le chiede quasi mai come abbia vissuto la sua vita, quali siano state le sue gioie e i suoi dolori, come si senta da quando è rimasta sola. Da lei è abituato a essere ascoltato, capito e accudito, per lui è solo la sua vecchia mamma, ciò gli basta. Sperare che possa sfuggire ai meccanismi dell’abitudine è pura utopia.

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“Storie accanto al fiume” di Cristina Cicognini – Dopolavoro letterario n. 32

“Storie accanto al fiume”, manoscritto inedito di Cristina Cicognini è un giallo delicato e ironico, colto e moderno ambientato nell’immaginaria Conaglia, cittadina del Basso Lodigiano, luogo tranquillo e pacifico, finché non viene commesso un efferato omicidio in una villetta di periferia. Sarà Arrigo Corvi, solitario commissario di polizia con un debole per Shakespeare, a condurre le indagini. Gli indizi non lo portano molto lontano da Adelaide Dolci, madre single in un periodo transitorio della vita. Le verità che verranno svelate saranno scomode e inconcepibili per lei, e quando anche un secondo cadavere viene rinvenuto non le rimane altro da fare che abbandonarsi alla corrente degli eventi.

(Questo è il secondo capitolo, la foto è dell’autrice)

2 (Dintorni)

Il fiume scorre tra le ampie sponde, sussurrando sogni di un paesaggio mai nato. Mai rinato. A nessuno importa di questo fiume imponente, di queste terre, vittime incolpevoli dell’agricoltura intensiva. Il colore di quell’acqua non lascia dubbi: ricorda i caffelatte dell’infanzia, con tanto di inganno, perché era orzo, mica caffè, a colorare quel latte, come qui, in questo fiume, è sporcizia, mica terriccio, a intorbidire le acque.

C’è un punto, poi, in cui il fiume forma un’ansa ampia, permettendo alla sabbia di farci nascere una spiaggia bianca che altrove sarebbe invitante. Qui è tanto fuori luogo da suscitare diffidenza.

È così anche con le persone, in fondo, no? Quando ne trovi una che risplende come un diamante, ti chiedi subito se non sia l’effetto di una luce troppo forte. Troppo bello per essere vero.

Il bello. Il brutto. La luce. Il buio.

Forse questo paesaggio è devastato perché altri possano risplendere al confronto. Lo sfacelo della natura dà prospettiva alla bellezza.

E quel nome. Po. Lascia in sospeso, come se dovesse arrivare un’altra porzione di suono per rendere la parola completa, ma in realtà non arriva mai.

Quei luoghi, poi… Basso Lodigiano, la Bassa, danno un alone di anti-esteticità.

Arrigo Corvi, ora in piedi sull’argine con la fronte verso il tramonto, si sforzava di vedere la bellezza anche in questa terra dove anni di incuria hanno sostituito una pianura incredibile con distese di capannoni.

Arrigo si sforzava di vedere la bellezza e trovare un senso al resto. È brutto il bello, e bello il brutto, voliam nella nebbia e l’aer corrotto. Ma Arrigo lascia andare questo presagio Macbethiano di sventura e si incammina sulla via del ritorno.

<<Jeeves, forza. Ora di andare. Tra poco qui non si vede più niente. Guardala, come sale dai campi, la nebbia.>>

Il suo inseparabile Bracco di Weimer lo raggiunse trotterellando, mentre non smetteva di annusare qua e là, sempre in cerca di qualche indizio interessante, proprio come il suo padrone, che da qualche mese aveva vinto il concorso per passare al grado di Commissario. Era stato poi affidato a Conaglia, nel cuore della Bassa. Dal di fuori si sarebbe potuto pensare che si trattasse di una promozione, ma sarebbe stato un tantino esagerato. Sì, certo, era commissario e non più ispettore, ma lo avevano spedito a Conaglia. Non a Milano, Torino, Roma… Conaglia, 34.302 abitanti. Non succede granché: qualche fermo per ubriachezza, qualche piccolo spacciatore da tenere d’occhio, i soliti furti nei periodi di vacanza. Insomma, routine. Ma Arrigo è contento, in fondo è nato in questi posti, conosce la mentalità della gente, e per un poliziotto è sempre un vantaggio sapere chi si ha a di fronte.

Certo, mai fare di tutta l’erba un fascio, ma la sua laurea in letteratura inglese di sicuro lo aiuta a classificare i tipi umani che gli girano attorno – di questo lui è convinto. È un lavoro tranquillo, fatto di piccole soddisfazioni, niente indagini eclatanti. Ma Arrigo conosce bene l’importanza che assumono i piccoli nel generare la grandezza dei grandi.

Non tollera svogliatezza o lentezze nell’assoluzione del proprio dovere da parte di nessuno, al commissariato. Tutti devono dar prova di dedizione, e anche il lavoro di pattuglia non deve battere la fiacca.

Solo il mese precedente aveva fatto spostare due agenti che aveva trovato a dormire in macchina durante la pattuglia notturna, perché, per loro somma sfortuna, di tanto in tanto gli capita di prendere Jeeves e andare a perlustrare la notte, inseguendo i propri pensieri in cerca di tranquillità. E lì, su una stradina sterrata che divideva due campi dove il granturco era stato lasciato alto a seccare, la pattuglia 314 dormiva con le luci spente, come una nutria gigante che si fosse stancata della vita nei fossi.

La faccia dei due agenti colti in flagrante pennichella era apparsa talmente ridicola da sfiorare la tragedia. L’espressione shockata del commissario di certo ancora li perseguita ovunque siano finiti dopo la richiesta di trasferimento immediato.

Per fortuna la sua calma zen non è solo proverbiale, è ciò che concretamente gli aveva impedito di prenderli a calci.

Om e fuori di qui.

Il confine tra la campagna e il centro abitato è una linea netta, che separa la bellezza dell’argine e dei campi dalle geometrie banali delle villette a schiera, che negli ultimi anni hanno invaso il paesaggio come la cocciniglia fa con le piante. Da qui in avanti il passo si fa più veloce, sempre, anche se Arrigo non è certo il tipo da distogliere lo sguardo davanti a un problema.

<<Jeeves, questa sera costolette d’agnello. Ho trovato una ricetta spettacolare. Per te, invece, abbiamo croccantini al gusto di anatra e patate.>>

Il cibo, da lui cucinato con cura e decorato con eleganza, è per Arrigo uno spazio dove trovare rifugio da tutto ciò che lo irrita. Quella sera avrebbe cenato sorseggiando un calice di buon rosso, con Jeeves accanto e in compagnia di una giovane fascinosa e intrigante di nome Mary Shelley. Non è facile trovare una donna interessante, libera e in carne e ossa, ultimamente.

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“Le Lunarie” di Ines Regina – Dopolavoro Letterario n. 31

Le lunarie è una storia affettiva. Ines è una ragazza ventenne che, dopo un periodo di cure in sanatorio, lavora per un anno in montagna, in una casa di vacanze che si chiama semplicemente Hotel: si occupa dell’andamento generale, all’accoglienza degli ospiti e di questioni pratiche. Il direttore della casa, Vittorio, è un signore aristocratico, meticoloso, attento, e la simpatia immediata tra i due diventa attesa di qualcosa.  Ines Regina non esiste, questa è la sua storia raccontata in prima persona. (Foto dell’autrice, stralcio preso dal romanzo in cerca di casa editrice.)

Ines 17 settembre 1972

Non volevo sembrare una sfollata ma alla fine ho fatto quell’impressione, sul treno, quando il controllore è venuto nello scompartimento a chiedermi se avevo bisogno di aiuto per scendere, con tutti quei bagagli. È l’essiccatore, ho detto, per i fiori. Ho stipato la mercanzia in un borsone, nello zaino ho messo il guardaroba e l’essiccatore lo porto sotto il braccio, una cassa rettangolare con i cassetti e le ventole di lato, ingombrante ma leggero, la batteria pesante ce l’ho in borsa. Alla partenza, a Torino, il cielo era pallido, ho messo i ganci alle finestre in veranda, ho tagliato gli Amarillis che erano cresciuti lunghi e sottili, senza luce da tre mesi, ho rasato tutti i vasi e sono partita. Sul taxi ero perfino euforica dopo una notte a scrivere lettere (a Claretta del preventorio, a mia sorella) dicendo loro che possono venirmi a trovare all’Hotel e sperando però che nessuno di loro lo faccia, neppure l’amica di Villa Cara. Pensavo che non ci saremmo mai lasciate, e invece.

Alla stazione di Salbertrand è cominciata a scendere una pioggerella mista a fiocchi. Il treno si è fermato per parecchi minuti, ho sentito martellare sulle ruote del treno vicino, poi ne è passato un altro senza fermarsi e poi finalmente il mio si è mosso e allora ho cominciato a sistemare le cose davanti alla porta di uscita: alla mia stazione sono scesa scaricando e risalendo sul treno due volte. Pioveva aghetti di neve.

Bartolo con un eskimo e le galoche mi aspettava nel piazzale con la testa ricciuta piena di brillantini di pioggia ghiacciata e un sorriso gigantesco. Con l’Ape siamo saliti lentamente per una quantità di curve, le cose le abbiamo caricate nel cassone, la neve fine e rada sembrava arrivare dal lato, contro il finestrino triangolare e non dall’alto, minuscoli fiocchi che diventavano scuri contro il vetro.

Prima di arrivare all’Hotel c’era già un piccolo strato azzurrino sui prati mentre sulle gobbe del terreno si intravedeva ancora il verde chiaro dell’erba. Ero contenta anche se a ogni tornante mi beccavo nel fianco il gomito di Bartolo -ha detto mille volte Scusa- e mi è venuta anche voglia di vomitare. Mi sento molto stanca.

L’Hotel intonacato color salvia si presenta alla nostra destra contro il cielo bianco spesso, due piani e una torretta piena di finestre, al primo piano un lungo balcone con la ringhiera di legno. Davanti alla casa c’è una struttura di rete con sopra il tetto ondulato e poi una casetta tipo cuccia di cane, e anche una specie di capanno di alluminio – un’idea di costruzioni temporanee che poi sono rimaste fisse, credo.

La prima notte è cortissima nella camera quattordici che sarà la mia per un anno, sono le sei di mattina, fuori c’è una spanna di neve che brilla azzurra. Mi alzo subito, non sono mai riuscita a stare nel letto, sveglia; a Villa Cara uscivo dalla camera e andavo a lavarmi i denti sperando di incontrare qualche mattiniero. Mi raccolgo veloce i capelli in uno chignon davanti allo specchio che mi sono portata da casa e che ho appeso alla maniglia della finestra. Quello del bagno è incassato tra due armadietti neri e la luce della plafonière è scarsa e gialla. La camera dà sul costone, c’è il parcheggio, la strada che sale, uno chalet un po’ più in alto. Un boschetto rado di larici e cespugli di rododendri e brugo, credo, sotto. Ai lati delle orecchie metto le mollette.

Al pianterreno la scala arriva davanti al bar: la Faema è accesa ma nessuno in giro. Esco, costeggio l’Hotel a sinistra, passo davanti ai vetri cattedrale (una Cappella per pregare?), scendo degli scalini abbozzati nel terreno, con la neve che mi scricchiola sotto: il paese è lì in basso, tutte le case sembrano uguali sotto la coperta bianca, il campanile e la chiesa sono a sinistra e un condominio alto, brutto, vicino, un albergo, credo.

Arrivo al pollaio, le galline sono strette tra di loro e chioccolano. Una si spaventa della mia presenza, sbatte le ali e vola a terra starnazzando e sollevando una quantità di polvere e mangime. Un’altra fa un verso arrabbiato ma non si muove poi tutte si calmano. Mi appoggio al palo e le guardo: sopra le loro teste ammucchiate, sul muro, passa la luce dei fari che arriva dalla strada, scivola dal soffitto alla parete e poi sparisce. Un altro fascio di luce, arriva, fugge. Si avvicina un cane che mi annusa e poi si allontana, cerca tra la neve e fa pipì due o tre volte, lasciando dei buchi. Un fischio lo fa correre all’impazzata dall’altra parte della casa.

Neanche dieci giorni fa spostavo la sislunga, la mia sedia a sdraio, in un solarium caldo come una serra di orchidee e ora sono qui nella neve.

In pianura è passata la primavera e io quasi non l’ho vista per la malattia e anche l’estate se n’è andata tra le viti del preventorio e ora che si stava vendemmiando già l’uva bianca, io mi sono spostata nell’inverno, in montagna. I problemi ai polmoni, l’ospedale, la lombare per ridurre i danni della pleurite, le cure, cura d’aria si chiama, l’olio di fegato di merluzzo, al mattino, con tutta la nausea che saliva insieme al gusto di metallo del cucchiaio. Adesso sono davanti alle galline in un pollaio che mi guardano con i loro occhi rotondi e sbattono le palpebre piene di rughe, e davanti ho una montagna innevata, e anche sotto i piedi.

La mia sislunga era la seconda a destra della terza fila, tutte le sedie ordinate in una formazione orientata verso il sole che nell’ultimo mese era intermittente. Ogni minuto di sole non deve essere sprecato a Villa Cara. Tutti ogni mattina e ogni pomeriggio ci sdraiamo, chiudiamo gli occhi e aspettiamo che passino due ore prima di poterci alzare e sgranchirci le gambe. Io e la mia amica chiacchieriamo con gli occhi chiusi e poi di nuovo quando torniamo dopo aver preso il tè che ci portano con il carrello, e anche due fette biscottate, casomai, e un cucchiaio di latte condensato strizzato dal tubetto. Chiacchiere a occhi chiusi e giornali da sfogliare, dopo cena, nelle salette che alla mattina sanno di verdure cotte e la sera odorano di Vicks Vaporub. Anche le camere sanno di menta, i letti sono vicini, attaccati a un comodino di laminato. La finestra ha una catenella che impedisce l’apertura, d’altra parte in camera si può andare solo alla sera per dormire, che poi si dorme poco con tutto quello stare sdraiati durante il giorno.

Sotto le coperte ho letto tutti i romanzi di Cronin che ho trovato nella biblioteca, ho letto due volte La Cittadella con la storia con Christine e la malattia come la mia. Devo stare attenta ai rumori e subito spegnere la pila: a qualche ora della notte il direttore del collegio passeggia nei corridoi e parla sottovoce con l’infermiera notturna, viene con il suo cane, un barbone marrone che corre e scivola sul marmo.

Mi trovo le galline tutte vicine, al di là della rete, le conto, tredici. Non ho sentito arrivare Bartolo, me lo trovo a fianco.

-Fa freddo, andiamo su.-

Gli dico che mi piacciono gli animali con le piume, galline e uccelli, che avevo una Gracula indiana che sapeva fischiare. –L’Internazionale?- mi chiede. –Contessa, eh?-

No, dico, fischiettava La Primavera di Vivaldi, era un merlo che amava la classica. Ridiamo. Lui entra nel pollaio, entro anch’io. Mi dice: “Attenta” dieci volte come fossi una bambina.

Cambiamo l’acqua del secchio, lui raschia il terreno con un rastrello senza denti, una gallina con le piume bianche e un ciuffo in alto sulla testa sta covando in una cassetta della frutta.

-Quella vuole covare a tutti i costi-. E allora? Dico io.

E lui: -La lasciamo fare, ha quel vizio.-

Mi fa sorridere questo modo di accettare qualunque cosa. Arriva il suo cane e ci aspetta davanti alla rete sdraiato nella neve.

Il mio battesimo all’Hotel avviene nel pollaio.

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“La volta buona” Romanzo di Massimo Lapolla – Dopolavoro Letterario n. 30

Massimo Lapolla deve il suo percorso di scrittura con me a Babbo Natale, che poi è sua moglie che qualche anno fa mi ha contattato per chiedermi: fai scrivere mio marito, altrimenti sta male. Così, ho conosciuto Cesco e Pinin (che per  mesi ho chiamato senza i). Ho conosciuto una Torino che resiste alla decadenza, ho conosciuto Massimo che è un essere umano introverso e dunque un narratore delicato che sa quando deve spingere. Ha spinto, infatti, e Cesco e Pinin sono diventati due amici di cui i lettori sentiranno la mancanza. Il romanzo è stato pubblicato da poco per la casa editrice SCATOLE PARLANTI.

LA VOLTA BUONA 

Romanzo di Massimo Lapolla

Per quanto si sforzasse di mantenere la calma, l’attesa lo massacrava e gli faceva accelerare il battito cardiaco.

Per la terza volta nel giro di pochi giorni aveva chiesto conferma a sua moglie, prima di scendere di corsa le scale ed entrare nel locale.

Per la terza volta lei aveva risposto senza aprire bocca, annuendo col capo e tenendo gli occhi bassi.

Sebbene fosse stata una scelta difficile per entrambi, credeva che il peso maggiore fosse sulle spalle di lei e, di conseguenza, sentiva il bisogno di rassicurarla e di accertarsi che fosse ancora d’accordo.

Ordinò un caffè ristretto, come avevano convenuto. Lo bevve rapidamente e uscì, stringendosi nella giacca. Entrò nell’auto, parcheggiata a pochi metri dal portone di casa, e abbassò il finestrino. Accese una sigaretta. Poi un’altra. Poi una terza.

Si trattava di far passare poco più di mezz’ora, il prima possibile.

Lo avrebbe visto prima entrare e poi uscire da casa sua, per ritornare al suo lavoro, con passo sicuro, come se nulla fosse successo.

Nel mentre, non riusciva a fare altro. Fissava il vuoto, fumando e tenendo a bada i pensieri. Non aveva né certezze, né garanzie che il piano avrebbe funzionato.

Ma ormai erano in ballo.

Ne avevano discusso a lungo, non era stata una decisione avventata. Avevano provato tutto ciò che c’era da provare. E, per quanto irraccontabile, quella era l’unica soluzione che dava loro qualche speranza di riuscire a realizzare quel sogno.

Quando l’uomo uscì, i loro sguardi si incrociarono, senza nessuna reazione apparente. Fece passare ancora qualche minuto e poi lasciò la sua auto.

La cosa più difficile era tornare su e far finta che tutto fosse rimasto come prima.

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“Catrame” Racconto di Manuela Montanaro – Dopolavoro Letterario n. 29

Questo è solo l’inizio. L’inizio del racconto, l’inizio dei racconti di Manuela che ho conosciuto meno di un anno fa durante il laboratorio “Una storia tutta per sé”. Questo è solo l’inizio, l’inizio della storia di una scrittrice.

Si può leggere il racconto per intero nell’ultimo numero della rivista letteraria ‘TINA.

Catrame

di

Manuela Gessica Montanaro

A San Giacinto al Monte l’inverno è un limbo di fango e marciapiedi viscidi. Mezza sega di collina che non fa la neve e a scuola ci devi andare. Lo chiamano al Monte per far stare buoni i bambini. Che dal monte scende il vecchio pazzo nato nel bosco e nel buio si prende quelli che coi rivoli di muco sotto al naso fanno incazzare la mamma e il babbo. Là, mezza eternità fa, ci stava uno che il naso non gli colava e non si sapeva da dove era nato e non si sapeva dove sarebbe morto. C’aveva tipo sei anni oppure ne parevano pochi ma erano mezza ventina portati male. Era tutto un nervo e una paresi sulla bocca, a sputare un sorriso a quelli con la giacchetta.

Le persone lo chiamavano Catrame e io non lo avevo mai capito se era per il nero sotto le unghie che non se ne veniva neanche quando se le mangiava fino al sangue oppure se era perché la madre dicevano che era una puttana handicappata che lo aveva buttato sull’asfalto fresco il giorno che era nato. E quell’asfalto ce l’aveva ancora addosso. Catrame non si sa come dormiva dove mangiava se si lavava e un se giorno avrebbe scopato.

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Cocò – Racconto di Valentina D’Angelo – Dopolavoro letterario n. 28

Valentina D’Angelo l’ho conosciuta a Campobasso, durante il laboratorio “Una storia tutta per sé. Non aveva mai immaginato di scrivere e non aveva mai desiderato farlo. Fino a quando non è accaduto, dentro quella libreria nella sua città durante le ore di lezione. Potrei dire che Valentina “ha visto la luce” per farvi capire cosa accade quando si intravede la propria storia, magari quella che non avresti mai voluto raccontare. Invece lei ha insistito e ha terminato, seguendo dopo un percorso su misura, una breve raccolta di racconti frizzanti, sentimentali, legati allo sguardo e alla crescita di Giulia, una donna che non le manda a dire. Sono fiera del lavoro svolto da Valentina e le auguro di attraversare la sua vita  sempre attraverso le parole, le proprie e quelle che incontrerà per strada tutta la vita.

COCO’

racconto di Valentina D’Angelo

Mi chiamo Giulia.

Sono davanti ad una tazza di caffè, alle undici di un’anonima mattina, con la bocca piena di biscotti e gli occhi vitrei, fissi sul movimento casuale ed ipnotico dei panni stesi al balcone di fronte, che svolazzano al vento. Ancora più ipnotiche, le canzoni di Battiato risuonano nel mio open space.

Oggi non vado al lavoro.

Attendo, con il pigiama addosso ed i capelli arruffati di sonno, un messaggio che non arriverà.

Ridesta dall’ipnosi, faccio un po’ d’ordine in casa: c’è troppo caos. E poi, per impiegare il tempo, farei di tutto. Finanche pulire. A terra, due quadri di Musante, una borsa piena di romanzi, le mie scarpe da ginnastica ripiene di calzini sporchi, la mia tavola Flyboard, per le lezioni in palestra. Sul mobile del salone, una bolletta scaduta da giorni, che fra un po’ mi staccano la corrente, quattro caramelle alla liquirizia, occhiali da sole, il telecomando rotto del televisore, tre CD dei Rondò Veneziano, uno specchietto da borsetta di Chanel.

Tracce di uomo? Non pervenute, come per le temperature di alcune città nelle previsioni del tempo in Televisione.

Ho quarant’anni. Negli ultimi tre, non ci ho capito nulla: ho fatto cose che non avrei mai fatto.Vivo sola in questa casa di ottantanove metri quadri, semplice e luminosa al quarto piano di un palazzo anni sessanta nel centro città. Si affaccia sulla strada principale che brulica di vita. E di rumori, per fortuna, perché mi fanno compagnia insieme al vociare dei bambini dell’asilo alla fine della strada.

Oggi, però, Vorrei buttami dal quarto piano. Dal mio terrazzo senza fiori, brutto come pochi. Ma la strada, di sotto, brulica di negozi e tutti mi conoscono. Olimpia la fruttivendola con la sua voce stridula. Si dice che il marito l’ha trovata nel retrobottega con un vigile urbano e l’ha lasciata. Ma lei non smette di sedurre i suoi clienti. Linda, la parrucchiera con l’ombelico di fuori anche d’inverno. Ha la pancia ma non lo sa. Mariuccio, il barbiere con la vespetta vintage parcheggiata sempre sotto il mio balcone: mi dispiacerebbe scassargliela col peso morto del mio corpo. O col peso del mio corpo morto. Franco, il fioraio che mi saluta a metri e metri di distanza con un sorriso smagliante: gli piacerò.  Pierino, il lavandaio, che mi chiama sempre Maria. Forse avrò la faccia da Maria. Chissà com’è, poi, avere la faccia da Maria. Tutti loro si ritrovano spesso fuori quando sono liberi dai clienti: li sento distintamente quando chiacchierano e, ogni tanto, alzando gli occhi al cielo verso i piani alti, spettegolano dell’uno o dell’altro inquilino. Prima di fare il gran salto, dunque, mi vedrebbero. E … “GIULIA!!!”, mi chiamerebbero e io desisterei subito. Troppo breve il mio nome. Subito mi volterei.  È una stretta di pugno. Come quando il direttore d’orchestra indica, roteando il polso e chiudendo il pugno, che l’esecuzione del brano va interrotta subito, senza alcuna esitazione. Se mi chiamassi E – li – sa – bet – ta o Ma – ri – a – car – me – la, così, per dire un nome lungo, con il tempo che ci vuole per finire il mio nome, sarei già a terra, sulla vespetta del povero Mariuccio.

Per oggi non mi butto. Termino, alla buona, di riordinare: butto tutto ciò che è fuori posto nei cassetti.  Passo l’aspirapolvere: per terra c’è un macello di briciole di pane, residui delle mie cene solitarie.

Faccio una doccia. Relax sul divano. Mi chiama Assunta per fare un giro alla fiera.  Assunta. Nome più lungo del mio. Ma anche lei, come me non ha nomignoli. Solo Laila la chiamava Assuntina, facendo scherzosamente fischiare le “esse” come un’anziana senza denti.

Andiamo alla fiera, io e Assunta, camminando tra le bancarelle colorate, piene di vestiti, sciarpe a pois, giocattoli, cosmetici ormai disciolti al sole e dove sempre si accalcano sciami di donne impazzite attratte dal prezzo stracciato, un prezzo inversamente proporzionale a quello che spenderanno, poi, per una visita dermatologica per sentirsi dire che “signora, si tratta di una allergia da cosmetici. Deve cambiare prodotto”. Ma loro, si sa, non lo cambieranno mai. Troppo bello il prezzo che vale pure lo scotto di avere una dermatite. E ancora, si susseguono vasi di terracotta, noccioline, ritrovati e innovazioni tecnologiche, frutta e verdura.

Uno sguardo corre al telefono. Nessun messaggio. Giulia, chiudi il pugno, rassegnati, la musica è finita, tutto è finito in un pugno roteante cosi, all’improvviso. Così è deciso. L’udienza è tolta. L’udienza. Domani è lunedì e torno a lavoro in tribunale alle nove e trenta. Sono un avvocato ma non mi appassiona più. La passione, ormai, è chiusa in quel pugno del direttore d’orchestra ed è andata via, dopo il concerto, tra l’odore di legno e di ottone degli strumenti ed il sudore acre dei musicanti.

Dopo la fiera, beviamo una tisana da Booty: è un pezzo di storia per la città. Si vendevano vinili, un tempo. Si potevano ascoltare, anche. Oggi si sorseggiano le migliori tisane ma il locale è una accozzaglia di stili, dal vintage all’etnico allo shabby. All’ingresso ci sono grossi barattoli in vetro con erbe di ogni tipo, divisi per thè, infusi e tisane. E poi, crostate fatte in casa, marmellate, liquori e biscottini.Sono le cinque di pomeriggio e siamo a gennaio: fuori fa freddo e sembra già notte fonda. Diventa umido ed io inizio a tossire pezzi di influenza che non passa mai. Da Booty è caldo, le luci sono soffuse; scelgo una banale tisana allo zenzero e limone. Un rimedio contro tutti i mali, dicono. Ottimo per la mia tosse, penso.Assunta sceglie un infuso: “Spirito dell’elfo”, si chiama.Guardo il barattolo che lo contiene e penso a quanti elfi del bosco hanno essiccato e sbriciolato per riempirlo e li immagino, gli elfi. Mi rendo conto che sto pensando a qualsiasi cosa pur di non controllare se mi è arrivato un messaggio o ancora no. Sento ora ancora più forte quel pugno del direttore d’orchestra: mi chiude lo stomaco mentre guardo Assunta che beve gli elfi, crudele anche lei. Immagino gli spiriti che scendono nel suo esofago con le facce ad “Urlo di Munch”. Mi perdo nella mia disperazione, tra le luci soffuse, l’odore dello zenzero e dell’elfo, il fumo che evapora dalle nostre tazze e i cuscini maleodoranti di polvere e di mille avventori. “Voglio andare a casa”, dico timidamente ad Assunta. “Ok” , risponde.

Rientro a casa. Nel buio della mia stanza da letto rischiarato solo dal bagliore della lampada di sale rosa dell’Himalaya, mi guardo allo specchio. Poi guardo il letto ed infine, ancora lui, il direttore d’orchestra ed il suo pugno. Crollo, piango, mi lascio andare.Il pomeriggio non è servito a niente. E’ bastata la mia stanza, con le luci della sera; il comò panna lucido sul quale accendevo candele profumate; l’appendiabiti in legno a forma di scala dove riponeva disordinatamente i vestiti; il comodino con la sua bottiglietta d’acqua ancora piena; le sue ciabatte scendiletto bianche, rubate a Saturnia in una spa; il copriletto con le foglie dai colori caldi ed autunnali che copre il nostro piumone soffice, odoroso ancora di notti di passione e di teneri abbracci. Di baci. Di canzoni d’amore. Di nomignoli ricevuti e dati. Jolanda e Coco’. Anche quelli, il pugno se li è portati via.

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“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27

Antonio mi ha scritto un giorno per chiedermi di leggere e revisionare il suo romanzo. Un romanzo che traeva molta, forse troppa, ispirazione dalla propria vita. Con molta pazienza e abile capacità di mettersi in gioco, il romanzo è diventato una raccolta di racconti, pezzi di storie che messi insieme ricostruiscono pezzi di vita.

(La foto è di Luigi Ghirri)

Occhi a mandorla

Di Antonio Bonagura

 

Aspettava ogni anno quelle due settimane di agosto.

Era il 1982, da qualche giorno era arrivato a Palinuro,il posto dove fin da piccolo andava in vacanza.  Il posto dove il panorama delle spiagge, del mare, dell’incredibile scoglio, lo scoglio del coniglio per la sua sagoma che si riusciva a distinguere dalla finestra della sua stanza, tutto di Palinuro lo affascinava, riportandolo indietro con il pensiero a quando, da piccolo, osservava le stesse cose ma con uno sguardo diverso e lontano. Cos’era cambiato?

A Palinuro c’erano suoi amici,gli amici dell’estate. Cambiati, cresciuti ma con la stessa testa ogni anno. Le barchette a remi noleggiate tutti insieme, le nottate trascorse sulle spiagge intorno al fuoco in compagnia  di una chitarra e delle canzoni di Battisti con una sigaretta accesa, il bagno collettivo a mare, illuminati  dal bagliore della luna che rischiarava i corpi bruniti dal sole dell’estate. Le serate trascorse in discoteca per l’acchiappo di turno che se per qualcuno diventava il diversivo della nottata, per qualcun altro si trasformava in un’altra delusione. L’attesa dell’alba si rivelava in tutto il suo splendore quando sulle acque di quel mare cristallino si evidenziavano le ombre degli scogli che assumevano  forme più impensabili dando libero sfogo alla improvvisa visione di mostri mitologici. Tutti gli anni la stessa storia, la stessa estate. Poi ci fu quella del 1982.

Quell’anno aveva notato l’arrivo, nel gruppo degli amici del mare, di nuovi soggetti che Osvaldo non conosceva. Compresa lei.

I suoi occhi corvini  a mandorla  richiamavano alla mente quelli scolpiti sul viso marmoreo di una madonna. La ragazza dagli occhi a mandorla inizialmente sembrava volesse mantenere le distanze, ma poi iniziò a mostrare una certa simpatia nei suoi confronti manifestandosi più apertamente. Lei aveva dei lunghi capelli neri che le coprivano le spalle, una pelle olivastra e vellutata come quella delle ragazze sudamericane, vestiva elegantemente con abbinamenti originali e talvolta sensuali. Osvaldo, non volendo, la incontrava tutti i giorni quando rientrava a casa dal mare. Lei se ne stava sempre seduta sulla stessa panchina con un libro in mano e con un prendisole trasparente che le lasciava intravedere i suoi bei costumi da bagno e le sue forme sinuose come quelle di una sirena. Osvaldo credendo che aspettasse qualcuno si limitava a salutarla. Quella ragazza, a differenza di tutte le altre, gli stimolava fantasie che, liberandogli la mente, lo spingevano ad assumere atteggiamenti goliardici solo per farla sorridere. Lei lo assecondava stampandogli in faccia sorrisi semprepiù grandi . Si trattava di una sorta di eccitazione nascosta che Osvaldo riusciva a provare solo in quel modo, l’unico che gli consentiva di celare la sua timidezza.

Dopo qualche giorno fu lei a fermarlo affrontando la timidezza di Osvaldo:sfacciatamente gli chiese se poteva accompagnarla a casa. Lui, visibilmente impacciato, le rispose:

  • Credevo che stessi aspettando qualcuno.
  • No – rispose lei – ogni giorno aspetto qui il tuo saluto.

A quel punto Osvaldo, in un brivido di emozione che gli pervase la schiena, accettò di accompagnarla. Lungo il tragitto lei lo scrutava aspettando qualche sua battuta: aveva capito che con lei riusciva a comunicare solo scherzando. Quel reciproco timore non si sciolse nemmeno quando arrivarono sotto casa della ragazza che gli mostrò il suo interesse con uno sguardo intenso. Osvaldo, abbagliato da così tanta bellezza, rimase inebetito e riuscì solo a dirle:

  • Grazie, grazie!
  • E di cosa? – rispose lei.
  • Di avermi consentito di stare con te tutto questo tempo.
  • Guarda che ci abbiamo messo solo dieci minuti – rispose lei.
  • Possiamo rifarlo domani?
  • Certo che possiamo, magari vengo in spiaggia così partiamo da lì e stiamo un po’ di più insieme solo noi due.
  • Grazie – rispose Osvaldo con un sorriso appena accennato ed in preda ad un eccesso di sudorazione.Il giorno successivo, alla solita ora e con il cuore a mille, lasciò la spiaggia nella vaga speranza di non incontrarla, forse per non rivelare nuovamente il suo imbarazzo e si avviò verso casa. Appena dietro l’angolo dello stabilimento balneare la vide in lontananza, vicino alla chiesa mentre si avvicinava. Aveva uno sguardo particolare che, se da un lato svelava un’intrigante interesse, dall’altro evidenziava una parvenza distaccata forse per non apparire troppo sfacciata. Si era pettinata i capelli in modo tale che le facevano risaltare il viso e soprattutto gli occhi a mandorla. Indossava un costume nero ricoperto da un copricostume bianco trasparente che ne evidenziava le sinuose forme. Aveva un sottile filo bianco che le cingeva il polso della mano sinistra al quale era attaccato un vistoso palloncino rosso svolazzante. Osvaldo rimase abbagliato da quella visione
  • In quel brevissimo lasso di tempo che lo divideva dalla ragazza, la sua mente affogava nei pensieri più angoscianti:
  • Ora mi manderà a quel paese.
  • Ora mi dirà che si è sbagliata.
  • Ora capirà come sono fatto e cambierà strada.

Fino a quando la sua agitazione approdò serena  nel caloroso saluto di lei che lo distolse, così, dalle sue agitazioni. Lo salutò con un bacio sulla guancia che lui percepì come il preludio di qualcosa di più profondo che stava per sbocciare.

  • Ciao, come stai?
  • Bene! Tu? Da quel che vedo, meglio. Sei in forma smagliante, luminosa, solare, hai una luce particolare negli occhi.

Lei da questi inaspettati complimenti di Osvaldo rimase inizialmente confusa con il palloncino svolazzante che la seguiva nei suoi movimenti:

  • Sei tu che sembri fatto di ebano, i colori e le fattezze del sud America, la mia terra.
  • La tua terra?
  • Ma di dove sei?

Osvaldo non conosceva l’Argentina ma per quella idea che ogni ragazzo ha di un paese latino americano con le sue tradizioni, il suo folclore, i suoi balli, il tango e tanto altro, si lasciò andare ad una entusiastica esclamazione:

  • Bello! Bellissimo!
  • La conosci?
  • No, ma immagino che sia un paese stupendo.
  • Si lo è, peccato che però i suoi governanti lo stanno affossando.
  • Perché?
  • Io e la mia famiglia siamo fuggiti per evitare i rastrellamenti che la polizia fa quotidianamente.
  • Perché? Come mai?
  • E’ la dittatura, non ce n’è per nessuno.
  • E ora dove vivete?
  • A Napoli. Resteremo per un po’ dai nostri familiari che vivono qui  e che per fortuna possono ospitarci. Sai, sono contenta di essere arrivata qui. Insomma, sono contenta di conoscerti. Osvaldo, dopo aver ingoiato la saliva che aveva in bocca riuscì ad imbastire una risposta:
  • Anche io. E’ bello il tuo palloncino!
  • L’ho preso per te, per noi, ci fa volare con lui.
  • Ci fa volare?
  • Si col pensiero, guardandolo mi fa questo effetto. A te, no?

Osvaldo quasi smontando quel momento di tenerezza troncò:

  • Andiamo?
  • Si, ma non a casa, facciamo prima un giro.
  • E dove andiamo?
  • Passiamo dalla Chiesa, ci sono ancora le bancarelle, vorrei che tu vedessi una cosa.
  • Cosa devo vedere?
  • Andiamo, te la mostro.

Si incamminarono e riuscirono pian piano a muoversi seguendo una delicata intimitàanche se il pudore di Osvaldo gli faceva ancora mantenere un certo distacco.

  • Ti piace questa collanina?
  • Si, è sottile ed elegante, ti ci vedo molto bene.
  • Non è per me, è per te.
  • Per me? E perché?
  • E’ un mio pensiero, volevoper starti sempre vicino .

 La mise al collo di Osvaldo.

  • Sai che ti sta proprio bene.

Osvaldo arrossì e arrossì ancora più forte quando  lei gli diede un altro bacio sulla guancia. Continuarono così la loro passeggiata fino a casa della ragazza.

Era un palazzo antico con un gran portone di legno che immetteva in una corte  contornata da diverse abitazioni. Appena entrarono, furono accolti dall’abbaiare di un pastore maremmano, tutto bianco legato ad una catena. Osvaldo, colto di sorpresa, sobbalzò per l’aggressione di quel cane ma bastò un gesto e una parola della ragazza che il cane si acquietò, tornando mesto sui suoi passi. la ragazza riuscì a tranquillizzare Osvaldo e prima di lasciarlo andare, incrociò teneramente il suo  sguardo, abbandonandosi tra le sue braccia in cerca di un bacio che le arrivò  a suggellare la bellezza dell’emozione di quel momento vissuto intensamente da entrambi, ad occhi chiusi e con l’emozione di due bambini. Solo la voce di lei ruppe quel silenzio:

  • Ti amo! Ti amo.

Quella improvvisa passione si trasformò in un fuoco ardente che alimentò il loro amore, quell’amore estivo fino al giorno della partenza di lei.  Dopo l’estate lei sarebbe tornata in Argentina. Dover lasciare Osvaldo non le faceva affatto piacere.

L’ultima cosa che si dissero fu il nome, ciò che di solito si dice all’inizio. Grazia, disse lei. Si scrive con la c. Gracia. Osvaldo promise che le avrebbe scritto chiedendole di fare altrettanto. Passò qualche mese. Nella sua camera a Benevento, senza più il panorama del coniglio disteso sul mare di Palinuro, Osvaldo, con in mano la collanina che Grazia gli aveva regalato, iniziò a scrivere la sua lettera:

Anima mia, luce dei miei occhi, fuoco che mi bruci dentro, ossessione delle mie notti, sorriso, fiorellino, amore …

  • Osvaldo? – lo chiamò il fratello sulla porta
  • Scusami, sto scrivendo una lettera , non ci sono per nessuno, che tornassero stasera.
  • Ma Osvà, sono venuti a prenderci per la partita di calcetto. Avevi detto tu di passare a prenderci.

Maledizione, se ne era dimenticato e non poteva non andare, senza di lui non avrebbero potuto giocare. Quel tormento che aveva dentro lo bruciava ma come poteva fare? Doveva darsi malato? No. Terminare la lettera così com’era? No, aveva tante altre cose importantissime da dirle. A quel punto, scoraggiato chiuse il foglio in un cassetto, prese la borsa con tutto l’occorrente e via. Doveva solo fare presto. In poco più di un’ora sarebbe tornato a scriverle. Dopo la partita si precipitò in camera sua, si sedette allo scrittoio ed aprì il cassetto, la lettera non c’era più. La confusione del cuore lo assalì. Chi poteva aver frugato nella scrivania? Aprì con veemenza gli altri cassetti, uno ad uno. Si era confuso, la lettera era là. Ma impostarla prima di pranzo era ormai impossibile.

Stava per riprendere a scrivere quando nuovamente il trillo del telefono lo interruppe.

  • Pronto?
  • Pronto, qui è lo studio di ingegneria Vecchione di Napoli.
  • Ah, si, mi dica, dica pure in fretta per favore.
  • La chiamiamo per quel colloquio conoscitivo con l’ingegnere, sarebbe disponibile per …

Inchiodato un’altra volta, si trattava di una possibile proposta di lavoro da cui poteva dipendere il suo avvenire. La discussione durò quasi mezz’ora.

  • … così poco all’amore – scrisse – per vincere lo spazio e oltrepassare gli oceani. Oh, Grazia mia …

Nuovamente la mamma sulla porta che lo invitava ad andare a tavola perché aveva scolato la pasta. Lui si alzò di scatto in preda ad una reazione nervosa ed andò. Subito dopo pranzo riprese a scrivere:

  • … Oh Grazia mia, mia deliziosa Grazia, vorrei che tu sape …

Il fratello sulla porta:

  • Di là c’è Luigi che ti aspetta e poi, non dimenticarti che devi andare dal dentista.

Se ne era dimenticato un’altra volta e cercando di assumere un tono più tranquillo raggiunse il cugino in salotto.

  • Avevo capito che avevi da fare e ho deciso di venire dopo pranzo ma guarda che se ti do noia posso anche andarmene.
  • Sono passato per chiederti se ti fa piacere assistermi nella scelta del vestito per il mio matrimonio.
  • Ma certo che mi fa piacere, ci mancherebbe altro, sono o non sono il tuo testimone?
  • Ok, allora preparati che devi venire a Roma con me.
  • Quando?
  • Adesso, passo a prenderti tra un’ora, fatti trovare pronto.

Non poteva dirgli di no, tornò quindi in camera sua per prepararsi mentre sentiva che le forze lo abbandonavano. Lì trovò la sua lettera sullo scrittoio che aspettava di essere finita. Dovendo partire di lì a poco, decise di conservarla in un libro sulla sua scrivania.

Roma, in due giorni Luigi provò una ventina di abiti fino a trovare quello giusto, poi rientro a Benevento, colloquio con lo studio di ingegneria Vecchione, preparazione occorrente per l’inizio dell’ attività lavorativa.

Quanto durò quel vortice? Ore, giorni, mesi? Finalmente una sera si ritrovò da solo a casa e decise di mettere un po’ di ordine sulla sua scrivania, dove si era accumulata una pila di libri, documenti, certificati. Da uno di quei libri si sfilò un foglio di carta da lettera scritto a mano su cui riconobbe la sua scrittura.

  • Che stronzate, che cazzate. Quando le avrò scritte? – si chiese, cercando nei ricordi con una mano che gli cingeva la bocca – Quando ho potuto scrivere simili sciocchezze? E chi era questa Grazia?
  • Improvvisamente tutto tornò al suo posto.
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