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“la madunèda” di Federica Campi – #dopolavoroletterario n. 46

Immaginate una risata fragorosa e fresca, ecco questa è la voce interiore con cui leggere questo capitolo che fa parte del manoscritto di Federica Campi, “la maduneda”. Perché se c’è un aspetto che rende la sua storia unica è lo stato d’animo con cui l’autrice ci ha lavorato: malinconia serena. Se posso permettermi, una cosa rara.  La storia piacerà molto alle case editrici che cercano un “femminile” contemporaneo che sa ridere di sé. La protagonista,Vittoria Ramo, è una moglie fedele, una madre attenta e una grande appassionata di libri. Dopo aver affrontato una separazione quando le sue figlie avevano appena due e sei anni, Vittoria è sicura di aver messo in salvo ciò che davvero conta nella vita. Finché un giorno scopre, per puro caso, che il marito ha (di nuovo) una relazione con unaltra donna. Buona lettura!

(L’immagine è di Franz Zauleck)

“la madunèda” di Federica Campi Cap. 25.

«Guarda che ha tre aziende!», mi dice Elisa, al telefono, per convincermi a uscire a cena con lei e un tale Riccardo che vuole a tutti i costi farmi conoscere.

Il problema è che io davanti al concetto di ‘azienda’ perdo qualunque idea romantica, non sull’amore, ma proprio sulla vita, e cerco di spiegarglielo meglio che posso.

«Era per dire che non è uno stupido!» mi risponde lei, con altrettanta convinzione.

«A che livello?» chiedo.

«A un livello accettabile. Mangiamo insieme, vi presentate, se vi state bene vi rivedrete, altrimenti ciao e amici come prima» risponde lei.

«Ma non eravamo amici, prima» dico io.

«Vittoria, poche storie, ho prenotato al sushi per le otto.»

«Va bene, ma sappi che se le aziende sono tre, vuol dire che non fanno per una!» dico, ma Elisa ha già riattaccato.

A casa arriva Stefania, quella sera, per accertarsi che non dia il bidone a Elisa e al suo amico Riccardo e per proporsi di rimanere a guardare un film con le ragazze.

Comunque sia, Mattia è fuori casa da più di un mese, quindi noi siamo ufficialmente separati e prima o poi saremo convocati da Alessandra per mandare avanti il ricorso in tribunale. L’altra è ancora una frequentazione segreta della quale non abbiamo nessuna prova.

Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe solo avere qualcuno a cui scrivere quando mi va, durante il giorno, niente di più di un diversivo, ecco, ma mi domando a cosa invece potrà mai mirare un uomo che accetta un appuntamento a cena fuori con una donna.

Arduo quesito, lo so.

Raggiungo Elisa e Riccardo al ristorante di sushi con un po’ di ritardo. Il locale è un quadrato grigio e spoglio, i tavoli sono di ferro e vetro. Elisa è seduta rivolta verso l’entrata, Riccardo di spalle.

Mi avvicino al tavolo e Riccardo si alza, si presenta da solo e aspetta che mi sieda per sedersi di nuovo. Mi sembra più alto di Mattia e ha le basette e una specie di banana alla Elvis alzata sulla fronte.

Riccardo sorride e mi allunga il menù «Com’è l’appetito odierno?» chiede.

«Non saprei… il tuo appetito odierno, Elisa?» chiedo io.

Elisa sorride e inarca le sopracciglia alla ricerca dei tobiko, che sono la nostra ordinazione solita, quando le squilla il cellulare.

«Dimmi Giammi»

«Sì…»

«Ma dove sei esattamente?»

«Tuo padre l’hai chiamato?»

«Ah, e non risponde… Ho capito, stai lì che arrivo io»

Non posso credere alle mie orecchie.
«Dove vai?» chiedo.

«Era Gianmarco, è rimasto a piedi col motorino, a Villa Ceccolini, lo passo a prendere e lo porto alla festa di compleanno dove stava andando. Poi tornerò a vedere il motorino… proverò a chiamare Massimo magari»

«Ma poi torni qui…»
«Eh dipende come va, ma voi cenate e andate avanti, ci mancherebbe, ti scrivo dopo, ok?»

Elisa si alza mantenendo le sopracciglia ad arco, e se ne va salutando Riccardo che è rimasto con il sorriso stampato in faccia senza scomporsi di un millimetro – dopotutto, è il minimo per uno che dirige tre aziende.

Apprendo poco dopo che ha anche una ex moglie (di cui è particolarmente felice di essersi liberato) e due figli, che desidererebbe un cane, ma non potrebbe tenerlo, visto che è spesso fuori per lavoro.

Gli faccio vedere una vecchia foto che ritrae me e Molly durante una specie di diluvio universale, era il periodo in cui cercavamo di farle superare la paura della pioggia.

«Che carina» dice, «i tuoi stivali invece sono bellissimi!» aggiunge e poi scoppia a ridere.

«Sono stivali di gomma…» dico io.

«Ah sì… vetuste reminiscenze. Però, se mi concedi un difetto, erano meglio gialli, così avresti avuto i catarifrangenti per le passeggiate notturne», dice e gli si allarga un altro sorriso in faccia.

Riccardo è un vero e proprio serbatoio di parole come ‘casistiche’ ‘controbilanciare’, ‘esponenzialmente’, ‘indissolubile’, ‘espressività’, ’dietrologia’, ‘cospetto’, che continua a rifilarmi per tutta la sera, finché arriviamo a parlare di matrimonio.

Secondo Riccardo, che per noi sarebbe poi stato Gastòn, il matrimonio non è altro che convivenza e la convivenza non è altro che ‘una modificazione indotta di se stessi a favore dell’altro’.

«Il modello perfetto della relazione» dice «è lo scambio. Io do a te, tu dai a me.»

«…una specie di patti chiari amicizia lunga» dico io.

«Beh, è ovvio che si è consapevoli di quello che si vuole.»

Riccardo parla di donne sempre al plurale, mi faccio l’idea che abbia una specie di harem intorno a lui, intento a venerare i suoi scoppi di risa.

«Quindi, fammi capire bene» dico, a un certo punto «Tu da ogni donna che conosci, prendi quello che ti piace di quella donna, in quel momento.»

«Esatto! Io credo che non dovremmo mai perdere di vista il focus » risponde lui con il volto raggiante.

«Che sarebbe?»

«Noi stessi.»

Devo subito confessarvi che ho fatto di tutto per comprendere la natura dello ‘scambio’, per poter dire che è quello il mio futuro, in una qualunque relazione post matrimoniale: io do a te, tu dai a me. E se uno mi dà serenità, l’altro mi dà adrenalina; e se uno mi dà profondità di pensiero, l’altro mi dà allegria. Ma il punto è che nello scambio non c’è possibilità di dare senza ricevere, o di ricevere senza dare. Non c’è l’imperfezione, quel sentimento del non essere all’altezza mai di niente che ti porta ad amare il mare, per esempio, o il fiato che prende il ritmo mentre corri, o il sapore delle ciambelle all’anice di Santa Lucia appena sfornate, e tutte le altre cose in grado di ricordarti che non sei tu il mondo. Oltre a constatare, in definitiva, che la forma non più perfettibile dello ‘scambio’ è la prostituzione, mi sembra palese che qualunque relazione autentica non è uno scambio, è un mistero. 

Potreste dire lo amo perché ha una splendida dialettica. Sono abbastanza certa che potrete trovare qualcuno che ha la stessa capacità di intrattenervi con le parole, o magari che ne ha una migliore. Lo amo perché è divertente e sa sempre come farmi ridere. Vi fate l’abbonamento per la stagione teatrale e vi dimenticate anche di averla pensata, una cosa del genere. Lo amo perché è bello. Invecchierà e non sarà più bello. Lo amo perché ha senso pratico.  Poi vi lasciano nella buca delle lettere un volantino di ‘Gigi l’aggiusta-tutto’ e capite che chissenefrega del suo senso pratico, oppure collezionate, come ho fatto io, una sequela di numeri di elettricista, idraulico, tecnico della caldaia, che poi magari è così carino che vi scrive alle otto di sera per sapere se è tutto ok e se avete l’acqua calda in bagno.

Insomma, la verità è che il vero amore non ha nessun perché, per il semplice fatto che non è vero amore, ma molto peggio: è chimica. Potrete ancora intercettare tutti i suoi difetti e arricciare il naso davanti a tutte le sue assurdità e ancora starete là a desiderare che vi abbracci.

Eh dai, un abbraccino. Che vuoi che ti costi un abbraccio! Davanti al mistero della chimica non c’è niente da fare. Dovreste chiudere le orecchie per non sentire la sua voce, coprirvi gli occhi per non vedere il modo in cui cammina o muove le mani, tapparvi il naso per non sentire il profumo della sua maglia e della sua pelle sotto la maglia, insomma dovreste riprogrammare il vostro cervello.

Capite che augurarvi buona fortuna è una presa per il culo.

Riccardo paga anche per me e ci avviamo a piedi per le vie del centro. Ha sfiorato la serie A in una squadra di pallavolo e rifiutato la convocazione in nazionale (non era quello il suo interesse principale). Si ritiene un cuoco sopraffino (un giorno mi farà assaggiare il suo famoso risotto alle fragole). È un amante dell’antichità, e in effetti il suo vocabolario è fermo al 1850, ma l’antichità che adora è quella dei grandi tragici greci e dei grandi condottieri romani.
Mi dice poi che i carciofi sott’olio come li fa sua mamma non li fa nessuno e a quel punto siamo arrivati finalmente alla mia macchina.

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“Pitima” di Marzia Elisabetta Polacco – Dopolavoroletterario n. 45

Quando prima di cominciare il nostro editing, ho chiesto a Marzia: cos’è che non va nella tua storia?; lei mi ha risposto così:” Mi piace lo stile, ma a volte ho la sensazione di aver banalizzato troppo alcune descrizioni.” Vero era vero. Marfzia ha unan voce, in questo romanzo ma anche nei suoi precedenti, che non può lasciarti indifferente e tantomeno da sola. La voce di Pitima, la bambina protagonista di questo romanzo inedito, ha una voce che mi ha sedotta, infastidita, nutrita e innervosita. In tutti questi mesi, è rimasta con me. Stimo molto il lavoro che l’autrice ha compiuto su stessa, non è possibile che questo romanzo, e questa voce, resti dentro un cassetto. Editori, fatevi avanti!

(L’estratto è l’incipit del romanzo. L’immagine è dell’autrice.)

Pitima

Romanzo di Marzia Polacco

Così mi chiamava mia madre. Sparava la pi come se le sue labbra sputassero la pallina di un flipper. A tutta velocità. Ne sentivo lo schiocco, quando colpiva il puntino in cima alla i e la sua bocca si arricciava in un ghigno. Poi, non appena l’energia che ne aveva sostenuto la traiettoria si affievoliva, la pallina rallentava e atterrava svogliata sul trattino della ti. Rimaneva qualche secondo in bilico, quasi un frammento di indecisione, prima che l’inerzia la spingesse a rimbalzare brevemente sulla curva arrotondata della emme e poi di nuovo giù, a capofitto nella a finale, che si spegneva senza eco nelle mie orecchie annoiate.

Pitima mi chiamava.

Sempre.

La mattina, se indugiavo qualche minuto nel letto prima di andare a scuola. Dal tabaccaio, quando mi perdevo con lo sguardo nei pacchetti di caramelle. La sera, se inventavo qualche scusa per rimanere sveglia a guardare la tivù e infrangere il coprifuoco delle nove. Eppure il nome, quello con cui ero stata registrata all’anagrafe, quel Sancia che i miei compagni di scuola si divertivano a storpiare da più di quattro anni, l’aveva scelto proprio mia madre. Anzi, l’aveva imposto. Mio padre si era sforzato di proporre in sequenza Carla, Maria e Paola, quasi fossero le soluzioni di un cruciverba, lui che ogni giovedì si faceva mettere da parte la Settimana Enigmistica dal giornalaio sotto casa solo per leggere le barzellette. Ma la mamma aveva detto No, non darò mai a mia figlia un nome così dozzinale! Nella vita bisogna distinguersi, ripeteva sempre. Perché siamo nobili, io e lei, discendenti di antichissimo lignaggio. Principi spagnoli, addirittura. Era stato un parente di sesto grado, sicuramente di un ramo cadetto, ad assumersi il compito di far crescere a ritroso l’albero genealogico di famiglia fino al Siglo de Oro, ma l’interesse per l’araldica si era rivelato un caso isolato. A nessuno dei suoi congiunti, naturali o acquisiti che fossero, era mai importato un accidenti di quel dannato albero, nonostante le sue fronde adornassero di sguincio la parete esposta a nord del salotto stile Impero del parente di sesto grado. Tranne mia madre, che con quella nobiltà decaduta si era cucita addosso una tunica di rancore da indossare tutti i giorni. Di altri benefici non vi era traccia e sebbene immaginassi i miei antenati che intrecciavano trame e matrimoni con le casate regnanti di mezzo mondo, noi non ci potevamo permettere nemmeno uno straccio di governante. Probabilmente era proprio questo ciò che la offendeva di più, ritrovarsi un giorno sì e uno no accovacciata in bagno a pulire la tazza del water, quando lo scopino del cesso diventava l’unico scettro di cui potesse dotarsi. Nonostante la diffusa indifferenza per le sorti dell’albero – di quale specie si trattasse, è rimasto ignoto – erano anni che sentivo mia madre vantarsi di quella supposta e supponente nobiltà con la stessa protervia con cui Maria Antonietta avrebbe chiesto un parrucchiere al suo boia. Nessuno si era mai azzardato a chiederle come mai gli eredi di una casata dal sangue tanto blu avessero pensato bene di abbandonare regge e tenute boscose dell’amata nobiltà per attraversare mezza Spagna, Francia e lo stivale intero al solo scopo di mettere radici in uno sperduto paesino della Puglia. A fare cosa poi? Raccogliere pomodori da bagnare sulle friselle? Rinseccolirsi al passaggio a livello di Via Pezze del Sole fino al giorno della pensione? O magari alzarsi alle due di notte come lo zio Pasquale per accendere il forno? Di altri mestieri a Giovinazzo in quegli anni non ne conoscevo, a meno che non decidevi di imbarcarti dieci mesi all’anno su un peschereccio e allora chi s’è visto, s’è visto. Ma so per certo che se anche qualche impavido avesse osato farle quella domanda, la mamma non lo avrebbe degnato di una risposta. Del resto non se ne preoccupava: lei era la pronipote dei principi di Cabrera e vattelappesca, il resto solo invidia e pettegolezzi.

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“Diario Pelgorilla” di Sissi Patruno – Dopolavoroletterario n. 44

Sissi Patruno è una ragazza molto giovane che ho incontrato in alcuni laboratori, notando subito il desiderio di dare vita a nuove vite letterarie, un desiderio forte ma spesso anche obliquo, come se qualcuno lo spostasse continuamente lontano dalla sua atrice. Saranno luminose le sue storie, quando le finirà. Intanto vi consiglio questo diario immaginario e poetico che lei stessa racconta così: “Una sequenza di passi febbricitanti, discorsi monchi senza soluzione che l’autrice segue mentre si sforza di allacciarsi alla logica dei rapporti umani ancora giovani e immaturi. Diario Pelgorilla è il sangue che sgorga e sul terreno si raggruma in parole, che unisce poesie votate a un simulacro d’amore. Quella gioia potenziale che Pelgorilla, bestia fiera e macigno d’uomo fumoso, ha consumato fino alla cenere nei loro brevi incontri fantastici. Diario Pelgorilla raccoglie le note di uno spartito amore riposto su un pianoforte che non ha mai trovato suonatore, nonché le stupefatte rovine della speranza di un’unione sognata.” Buona lettura!

(Immagine: “Amare troppo”, scelta dall’autrice nel profilo Instagram di @exx.voto)

Poichè tu sei gorilla

io potrei essere, che so?, un maiale

fattezza di strega, profanatore di isole

immagina

su una montagna innevata, io maiale tu gorilla

ma umani

potremmo fare esperimenti del colore dell’Aurora

dischiudere risposte

su noi che ci guardiamo in noi stessi

e abbiamo paura di non capire

mentre il gorilla e il maiale

scivolano in diletto e agonia

aprono fauci e naso, fuori le lingue

io lenta a trascinare i rosei

pesi di sterco

tu a battere il petto

ignorante fracassando la voce

contro i miei singhiozzi

di felice avventura che è la nostra

immagina

quando ringrazio il cielo

tu gridi scagliandoti su me

veloce e potente

ti basta una spinta e il maiale rotola giù,

giù

la verità

la verità è che

Il maiale, di sotto al burrone, è già

carogna per lupi

Se mi avessi detto

Poetessa, guardi, quell’è

Un fosso

Profondo lei non vede il fosso

Attenta al fosso

Se mi avessi detto

Poetessa, lei ci cadrà

Trenta giorni

Di stenti agli occhi morirà

Non è altro che il fosso

Se mi concede

Il permesso,

Poetessa,

Io cucirei poesie

Se lei cade cade

E Pelgorilla ride ride

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Nella mia stanza

non si può vivere senza prima

accendere il lucernaio col sangue,

senza sacrificare brandelli di sè

-della mia poetessa!

E quando fa luce

il caldo sapore di Pelgorilla, di nuovo visibile

gli cola sul gran collo

quatta quatta al principio

dell’amor sacro

poi balzi felini mi vestono

e mostro la lingua biforcuta

orgogliosa e prospera

vedova nera

conto le goccee bevo

bevo Pelgorilla e sono felice.

Questa, signori nostri amanti,

omuncoli,

è l’eredità che ci lasciate:

assoluta e distillata confusione.

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“Dolce, non troppo” di Ketty Zotti – #dopolavoroletterario n. 43

All’interno del Laboratorio di Storytelling che quest’anno ho tenuto nella Biblioteca della Facoltà di Agraria,
abbiamo lavorato sulle storie che nascono dalle nostre percezioni e dai nostri ricordi,volontari e invoontari.

Tra i testi che sono venuti fuori, quello di Ketty rappresenta un esempio di scrittura espressiva che partendo dal racconto del sé avvolge chi legge.

Questo è l’incipit del tuo testo, dove è possibile già rintracciare “le visioni” dell’autrice.

(Foto dell’autrice)

Dolce, non troppo

di Ketty Zotti

 

Parigi, notte. Il rumore di tacchi discontinuo risuona prepotentemente nelle strade quasi deserte, dissolvendo la cortina di mendace silenzio che avvolge la città. La donna traballa sulle scarpe troppo alte. Sul suo corsetto nero un leggero strappo all’altezza del cuore sembra evocare una pena oscura.

Cammina lentamente, instancabile, come se non potesse far altro che camminare.

Il suo sguardo si perde nel vuoto, allucinato e privo di speranza. Non è giovanissima, né irresistibilmente bella; sul suo viso due profonde rughe agli angoli della bocca tracciano il percorso di quella sofferenza sopita.

Inciampa, cade. Un uomo le passa accanto. Lei si rialza da sola. Lui torna indietro, ne resta stregato, una forza magnetizzante lo trattiene.

Riprendono a camminare, vicini, senza dirsi una parola. Lei non appare turbata, né impaurita. Il loro incedere lento e senza sosta pare scandire un tempo lungo, eterno, che non conosce gioia, non conosce amore.

Entrano in un bar.

L’uomo è visibilmente teso. La seducente donna ostenta un’aria annoiata.

Una luce calda avvolge l’ambiente.

La donna indossa abiti luminosi e sfarzosi quasi al limite del volgare. Grandi fiocchi rossi decorano le sue scarpe. I vestiti dell’uomo sono consunti, sporchi. La barba troppo lunga gli conferisce un’aria molto dimessa, il suo viso mostra i segni della sua vita sregolata e dall’eccessivo consumo di alcool.

Dalla radio, in sordina, giunge la malinconica lirica de “Que reste-t-il- de nos amours?”, offerta dalla suadente voce di Dalida.

Bevi qualcosa?”. Lei ha una voce roca, che lascia pensare a quella pena oscura.

Non mangi?” le domanda evitando di risponderle.

C’è tempo!”

Caffè?”, le chiede.

Dolce, non troppo”, gli risponde asciutta.

I loro sguardi si incontrano, rendendo vano ogni ricorso alle parole.

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“L’uomo sole” di Saverio Giannini – #dopolavoroletterario n. 42

Dopo uno dei più appassioannti percorsi di editing, Saverio Giannini ha ridato nuova vita e luce al suo romanzo. Conoscere “L’uomo sole” è stato un po’ come conoscere un aspetto degli esseri umani che spesso sfugge. La vulnerabilità.questa di solito appartiene ai ragazzini. infatti il protagonista del romanzo di Saverio Giannini è un ragazzino. Ma dentro di sé contiene un mondo adulto. Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche a loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro.

L’UOMO SOLE

di Saverio Giannini

Prologo

Mi chiamo Samuel e sono uno zero.

Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS.

Non ho mai avuto una ragazza, né un’amica o un amico, a parte Bauxie che non vedo da tempo, gli Alan Parsons Project che mi sparo per tutto il giorno, Rocky (Il più grande di tutti), YouTube e CB011.

Frequento l’ultimo anno di scuola e io odio la scuola perché odio Tomas e Giovanni.

Avete presente “Asso” Merrill e Johnny Lawrence2, i cattivi di Stand By Me e Karate Kid?

Belli, biondi, muscolosi , il mio incubo più grande.

Elementari, medie e superiori sono stati un inferno. Il merito è tutto loro.

Sono la vittima perfetta dei bulli.

La prima volta (avevo 10 anni) si sono presentati con l‘ineffabile sciacquata: mi hanno trascinato in bagno, ficcato la testa nella tazza del cesso e tirato l’acqua, facendomi la messa in piega.

In seguito hanno iniziato a insultarmi, deridermi, gridandomi davanti agli altri: “Acciughina”, “Vomito”, “Sfigato”: parole pesanti come macigni sul mio cuore.

Io non ho mai reagito .

Rimanevoin silenzio e immobile, pietrificato come una mummia, senza neanche piangere, ingoiando il sapore amaro delle lacrime.

Ho un padre e una madre ma è come se non ci fossero (tra qualche pagina capirete il perché) e un’unica grande ossessione: quella di accostare ogni persona che incontro a una celebrità.

Io, ad esempio, sono la fotocopia di Jeff Goldblum (Seth Brundle de La Mosca).

In classe siedo in fondo, agli ultimi banchi dove non c’è nessuno.

Resto alla larga da tutto e da tutti e, in particolare, da Tomas e Giovanni che vietano agli altri di guardarmi e di parlarmi

Le sento le cattiverie che dicono anche quando dialogano sottovoce:sono incise nella mia mente e non riesco a cancellarle.

Sei una merda” bisbigliano e mi sento nuovamente uno schifo.

Nessuno mi saluta.

Nessuno mi sorride o mi chiede: “Come stai?”

La sedia accanto alla mia è sempre vuota e io attendo che un giorno qualcuno finalmente occupi quel posto.

Chissà, forse quel giorno sta arrivando.

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“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

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LA SPOSA VOLANTE DI CAROLA MININCLERI COLUSSI – #dopolavoroletterario n. 40

Carola è fluviale. Quando parla, quando pensa, quando scrive. La sua capacità di far scorrere i pensieri dentro un letto di un fiume in piena è stata la croce e la delizia del nostro percorso di editing. All’inizio, Agata era la protagonista di un romanzo dal titolo “Lise”, un altro personaggio della storia che non è la protagonista. Adesso è “La sposa volante”, il nuovo titolo le si addice come la voce con cui racconta. A volte un percorso di editing può essere il modo per mettere al centro chi altrimenti sarebbe restato ai margini, autrice compresa.  Finalmente Agata ha una voce obliqua, l’argine del fiume creativo da cui è nata. Questa è la storia di una donna che ha le ali ma ha paura di volare, una donna appassionata delle donne lontane e vicine della sua vita. Questo è l’incipit del romanzo, la foto è dell’autrice. Buona lettura a voi e buon volo ad Agata!

LA SPOSA VOLANTE

DI CAROLA MININCLERI COLUSSI

PARTE I, VITA IN ISOLA

1. LA MANU DI LU SIGNURI

Sono nata ai piedi di un vulcano, a Ginostra, il 17 marzo 1974.

Porto il nome della nave della Marina Militare Italiana il cui medico, quella notte, mi ha salvata dalla morte, mi chiamo Agata.

Per mia madre, Pasqualina Vitale, invece, non c’è stato nulla da fare. M’ha partorita e se n’è andata via, come il vento di Punta Corvo prima che cala il sole. Però quello poi torna. Mia madre no.

Mio padre, Salvatore Amato, insisteva a dire che ero stata tanto desiderata. Nonna Assunta raccontava spesso che, ancora quando c’avevo un mese, e mi cambiava i vestiti, mi veniva via anche la pelle, come vengono via le squame a u pisci mirluzzu quando lo squami.

Dopo che le si erano rotte le acque, Pasqualina si rifiutava di andare a partorirmi all’ospedale, come Caterina, l’ostetrica del paese, e ‘u medicu di Lipari le avevano raccomandato – che in gravidanza c’aveva avuto più di qualche emorragia, perché nonna mia, sua madre, non era ancora ritornata a casa – che da sempre abitavano congiuntamente, loro due, con papà e pure uno dei due fratelli di papà, il più piccolo, zio Antonio, perché di occasioni a Ginostra non ce n’erano tante, e di soldi ancora meno, e perciò si viveva tutti insieme, o quasi.

Per nessun motivo voleva dare alla luce ‘a creatura senza che lei fosse presente. Non importava che il marito, mio padre, capitano di un piccolo peschereccio, fosse corso immediatamente a casa per assisterla ed essere presente al lieto evento: ci doveva stare mammuzza, accanto a lei.

Pasqualina, amuninni, u ventu a cuminzat’a susirisi, e cu lu mari cu la raggia a Milazzu arrivamo dumani, le aveva detto Salvatore. Ma Pasqualina tratteneva e tratteneva, finché madre natura le aveva mandato una doglia tanto forte che papà a uscire ce l’aveva obbligata. Proprio in quel momento nonna era rientrata a casa e mamma, con un altro sforzo, le aveva dato il tempo di cambiarsi d’abito. Assunta era andata al centro a comprare la pasta di mandorle per fare i biscotti, che se belli notizi fossero arrivate, cioè – anche se non lo diceva apertamente – se fosse nato un maschio, e i parenti fossero venuti a festeggiarlo, almeno avevano qualche cosa da offrire. Uscita dalla bottega, un gabbiano le aveva fatto uno schifiu sulla casacca di cotone bianco semi-nuova, e lei davanti a ‘u medicu non voleva fare brutte figure con ‘a cammisetta sporca.

Intanto s’era fatto buio, e siccome era marzo e il tempo non era ancora volto a buono e stabile, e il mare si era increspato parecchio e arrivare all’ospedale, a Milazzo, era oramai impossibile, a Salvatore non rimaneva che chiedere aiuto al medico dell’unità di addestramento della Marina, ormeggiata due miglia al largo di Ginostra, il dottor Magnifico, un uomo dall’aspetto gentile, e umile, nonostante il suo cognome, con cui aveva scambiato qualche parola, quella mattina, al porto di Stromboli, e proprio sul vento e sul tempo che veniva a peggiorare.

Era corso alla sua barca e lo aveva contattato con gli strumenti di bordo. Il medico si era precipitato con una scialuppa verso il porto, ma le onde erano così alte che non gli permettevano l’ingresso, così Salvatore era uscito a prenderlo con la barchetta in legno che usavano per andare a vendere il pesce. Con l’aiuto di San Bartolomeo, il patrono dei pescatori, per papà, ma zio Antonio diceva per la sua grande esperienza del mare, le due barche erano riuscite a entrare, l’una dopo l’altra nel Pirtuso, il porto di Ginostra.

A causa dell’eccessivo prosciugamento dell’acqua, la nascita era stata difficile, e quando finalmente ero uscita, mamma non aveva nemmeno la forza di guardare se fossi maschio o femmina: dopo pochi minuti si era addormentata e non si era risvegliata mai più. Il dottore mi aveva fatto una flebo e all’alba se n’era andato sulla scialuppa, scivolando sul mare ritornato di pace e di un velluto indifferente.

A papà era arrivato un telegramma di condoglianze che, controvoglia, ma obbligato dall’onore, mi avrebbe consegnato al mio tredicesimo compleanno, il giorno dopo m’erano venute le prime mestruazioni:

– Condoglianze. STOP – Non dimenticherò questa notte di vita e di morte. STOP – E questo porto di mare, STOP – tra due pareti di scogli, STOP – due metri e mezzo di larghezza. STOP – Quando Agata sarà grande, le dica che ho fatto tutto ciò che potevo in quelle condizioni. STOP

Firmato, Pier Luigi Magnifico

Rimasto vedovo, papà mi aveva voluta chiamare come la nave da cui era arrivata la manu di lu Signuri, che s’era portata via la mogghie, diceva a tutti, ma gli aveva lasciato la figghia.

Fin da bambina, i segni di quell’arrivo inaspettatamente burrascoso mi bruciavano dentro come brucia la lava nella pancia dello Stromboli, sputando regolarmente pietre incandescenti pure da diecimila metri sotto terra, dalle viscere, che guai se ci vai troppo vicino, e guai se ti colpiscono in testa. Mi sentivo segretamente responsabile della morte di mia madre, e al contempo non abbastanza desiderata, dato che, ad accogliermi, non ce l’avevo trovata. Mi ero presto convinta che nascere non fosse affatto abbastanza per ottenere il diritto alla vita e alla felicità. In fondo uno vorrebbe solo essere il benvenuto.

Bon tempu e malu tempu, non dura tuttu ‘u tempu. Nonostante tutto, crescevo bene e crescevo pure tanto. Sono sempre stata alta, per la mia età: a tredici anni ero più alta di nonna, più alta di papà e anche della maggior parte degli abitanti di Ginostra e, da un certo punto dell’adolescenza, più alta persino di zio, che già lo consideravano un bel pezzo d’uomo. Ero più alta di Vita, che era poco più grande della mia età, la figlia di zio Vittorio, il fratello maggiore di papà, e più alta di Sergino, il figlio di Cettina, la vicina che era rimasta vedova a trent’anni, che era proprio piccolo, e che mi chiamava: cocuzza longa senza semenza. Non mi piaceva essere così alta, anche se nonna mi ribadiva che a lunghezza era mezza bidizza, così come non mi piaceva tanto essere femmina, specie quando papà mi diceva che non mi potevo arrampicare sugli alberi come faceva Sergino, che certe cose le femmine non le dovevano fare. E così m’ero abituata, senza neanche saperlo, a incurvare un po’ le spalle, che non si vedeva che ero alta e neppure tanto che ero femmina, e allora Sergino mi prendeva in giro perché ero spilungona e pure ‘ngobbita: scàcciti juncu ca passa la china!, mi gridava ogni volta che mi vedeva.

Sin da piccola ero rimasta inquieta, si può dire disorientata come una bussola in una tempesta. Mi svegliavo urlando, la notte, in preda agli incubi, oppure mi alzavo, sonnambula e chiacchierona. Era zio che mi sentiva e mi riaccompagnava a dormire. Mi perdevo tra le stanze della casa, non mi ricordavo mai perché mi ci infilavo, cambiavo idea continuamente sulle cose che avrei fatto durante la giornata, e spesso non facevo niente. E se facevo, non completavo quello che cominciavo.

Con papà non andavo d’accordo. Più di tutto ricordo il suo indice secco e sempre abbronzato, anche d’inverno, che mi faceva di no, senza aggiungere altro, quando facevo qualche domanda su mia madre. Mi aveva detto il minimo indispensabile, ed evitava costantemente di rispondermi. Pensava che, se ne udivo di meno, soffrivo di meno, e aveva imposto a tutti, a nonna, agli zii e ai vicini di fare lo stesso. Quel muro di silenzio attorno alla figura che più di tutte m’importava conoscere, mi faceva sentire in galera. Per questo nonna, di tanto in tanto trasgrediva a quella regola. Quando papà non mi considerava mi scatenava una rabbia che bollivo, e più io bollivo e più lui era tiepido, un sole tiepido che versava i suoi raggi sulla lapide di mamma più che sul seme della mia speranza e dei miei bisogni.

Non mi sentivo tanto meglio con nonna Assunta, che era una donna dell’altro secolo, e parlava poco, più che altro fissandoti con le pupille nere nere che teneva, ma mi piaceva che m’insegnava a leggere i segni, diceva, con cui il Signore ci parla, i disegni del vento sul mare, le forme delle nuvole, la comparsa improvvisa di un insetto, e con me era buona, mi cucinava, mi stirava e ogni tanto mi dava pure una carezza. Mi preparava di tutto, ‘a caponata, alalunga‘ca cipudda, u sugu di cernia, ‘u pane cunzato, di tutto tranne i biscotti. Dalla morte di sua figlia, nonna di biscotti non ne aveva fatti più, manco uno, e se le chiedevo di farmeli mi diceva di no, che teneva le mani occupate dal rosario.

A Ginostra, a quei tempi, non ci stava l’elettricità, se non prodotta dai generatori, e ogni famiglia teneva qualche lampada a olio per illuminarsi la vita della sera. Avevamo la tv, ma prendeva solo i telegiornali, perché papà s’era ingegnato collegando ‘u filu a un cucchiaino che prendeva il ripetitore in Calabria: non gli piaceva sentirsi completamente fuori dal mondo, e voleva interrompere i silenzi pesanti o la cantilena delle preghiere di nonna, che diceva che gli davano di matto. Liti, telegiornali e Ave Maria. Le tre cose che più alimentavano il peso invisibile sulle mie spalle, le tre ancelle nere del Dio dell’Irreparabile a cui niente più di una mente siciliana si vota, più spesso come sconfitta che come resa.

Un giorno di un marzo, prima dell’alba, che papà andava a lavoro molto presto e prima passava sempre dal cimitero, lui e nonna si erano chiusi in cucina. Io mi ero alzata dal letto e avevo appoggiato alla porta le orecchie per sentire che cosa si dicevano: stavano parlando di mia madre, litigando a bassa voce. A nonna le era salita la morsa del dolore, e aveva accusato papà di non essere intervenuto in tempo per salvare mia madre dalla morte. Papà diceva di dargli pure la colpa di tutto, ma che tanto, qualsiasi parola avesse detto, due cose non sarebbero mai accadute: Pasqualina non ce l’avrebbe ridata indietro nessuno, e lei, nonna Assunta, non sarebbe stata più innocente di lui agli occhi della storia. È così, per le loro reciproche accuse, che ho conosciuto per filo e per segno gli eventi di quella tragica notte, la memoria della quale ricorre insieme al mio compleanno, e che mi sono resa conto, per la prima volta, che anche lui era furibondo per la morte di mamma. Poi erano usciti dalla cucina e mi avevano vista lì, paralizzata da quella nuova cognizione. Nonna m’aveva chiesto che ci facevo là, e m’era venuto da risponderle che ci avevo paura che volevano mandarmi via. Cu ti voli beni ‘n casa ti teni, m’aveva risposto, e aveva abbozzato un sorriso, mentre papà se n’era andato a travagghiare e, quando la sera era rientrato, per loro tutto era tornato normale, come prima. Odiavo quella loro impostura, e a volte glielo gridavo addosso. Quando mi arrabbiavo forte parlavo solo in siciliano, la lingua del mio vulcano. Papà si lamentava delle mie sfuriate e delle mie puntigliose osservazioni, ancora a nasciri e si chiama Cola!, si a ogni cani c’abbaia ci tiri `na petra non t`arrestunu vrazza, mi ripeteva, prima di parlari hai a masticarli, li paroli!, e mi chiamava ‘ncazzusa, non mi capiva, anche s’era ‘ncazzusu pure lui, invece nonna mi sedeva accanto a lei e, cercando di calmarmi, mi porgeva un tamburello da cucire. Mi chiedeva di ricamarci sopra l’immagine del Timpone, la parte alta del borgo di Ginostra, quella dove abitavamo noi, che poi l’andava a vendere ai pochi turisti in piazzetta dei Caduti.

Non sacciu ricamarlo, mi posso equivocare!

Cu `un fa nenti `un sbaglia nenti.

Non ne ho mai finito uno. Per disegnare il posto dove sei, devi andarlo a guardare da fuori, da un altro punto di vista, e io voglia di uscire non sempre ne tenevo. E poi sentivo che arrivare alla fine delle cose non dava garanzia alcuna di soddisfazione, non nel mio mondo di allora, fatto piuttosto di vuoti da riempire, che di azioni da concludere. Le giornate sfitte di un mondo antico e poco popolato, soprattutto di bambini con cui giocare, che c’era solo mia cugina Vita, che però viveva a Stromboli, dall’altro lato dell’isola, e Sergino, che sua madre gli faceva fare quello che voleva, e che era manesco e non ce lo avevo in simpatia, ed era il mio unico compagno di scuola, una scuola con una classe e una maestra vecchia per due alunni soltanto. E il vuoto dei ricordi che non tenevo, quelli di mia madre, che non avevo mai conosciuto, e che faceva un rumore sordomuto.

L’unica persona con cui mi trovavo a mio agio era zio Antonio, che con mio papà c’aveva quasi diec’anni di differenza: un uomo buono, sensibile, intelligente, anche se non era studiato, che mi voleva un bene dell’anima, mi trattava a metà tra una nipote, una sorella e una figlia, e capiva la mia irrequietezza, perché anche lui teneva la sua, e non faceva segreto che aveva voglia di andarsene via dalla Sicilia, da questa terra così piena di contraddizione, dove la natura sapeva esplodere nella gioia della bellezza e della fioritura mentre le persone, il più delle volte, restavano secche come radici di ginestra strappate. E ne emigrò, infatti: a tredici anni tenevo già lo zio d’America. Voleva fare tanti piccioli per portarci tutti via da Ginostra, diceva che era pericolosa, che Iddu, u vulcanu, u Strognuoli, aveva parlato già tante volte e avrebbe parlato ancora. Era sicuro che a Nuova York ce l’avrebbe fatta, ripeteva sempre che se t’impegni puoi riuscire in tutto. Papà diceva che noi Ginostra non l’avremmo lasciata mai, che l’America era troppo lontana e troppo insicura, che cu lassa a vecchia pi la nova peggio si trova, che zio era troppu ambiziosu, che era megghiu l’ovu oggi ca a iaddina dumani, che era meglio essere poveri qui che ricchi e soli dall’altra parte del mondo, che unu sulu non è bonu mancu ‘mparadisu e così via. Pensava che suo fratello intendesse riscattare il ricordo della nonna, la madre della loro madre, che in casa si tramandava che l’avevano vista morire magra magra, perché dopo l’eruzione del 1930, se non stavi nell’esodo, stavi nella carestia. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu a nenné ca pappa nun ci n’è, cantavano ancora le donne della famiglia come ninna nanna ai bambini, e quel ritornello gli era impresso dentro e gli dava la direzione, come il timone alla barca di papà.

Zio Antonio mi scriveva sempre, soprattutto mi scriveva quanti piccioli prendeva a settimana, ma anche quanto costavano le cose, un filone di pane cinquanta cents, i pomodori trentanove cents per libbra, la benzina un dollaro e venti al gallone, che faceva come quasi quattro litri dei nostri, una macchina nuova settemila dollari, dieci dollari i jeans che si era comperato per lavorare come lavapiatti da ‘U veduvu, il ristorante italiano di Filippo, un amico milazzese di zio Vittorio emigrato a Nuova York dieci anni prima con i tre figli, dopo che, anche lui, aveva perso la moglie. E le sigarette, mi scriveva quanto pagava le sigarette, sessanta cents, perché aveva cambiato vita e continente, ma non aveva smesso di fumare, tutto il giorno, come la bocca del nostro vulcano.

Stilava i suoi pensieri in quella lingua estranea – con qualche parola in siciliano, quando non sapeva ancora come si diceva qualcosa – perché così, sosteneva, mentre lo imparava lui, lo imparavo pure io, che un giorno potevo andarlo a trovare e fare amicizia con la gente del posto, e che quando saremmo stati di nuovo tutti insieme negli Stati Uniti, mi sarebbe stato facile cominciare una nuova vita. Mi scriveva che quella era una promessa, e noi siciliani le promesse le manteniamo a costo di morire. Quando lo aveva scoperto, papà si era arrabbiato.

Pri tanti cunsigghi la navi si sfasciu ‘mmensa li scogghi!

E per un po’ aveva smesso di consegnarmi le sue lettere.

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“Il posto di Dio” di Loredana De Vitis – Dopolavoro letterario n. 39

Loredana De Vitis conosce bene il gesto dello scrivere, sembra che ogni volta le parta dal petto, trafiggendole la pelle e sconfinando solo dopo essere stato espulso con furore sulal pagina. A me sembra lei combatta, non che scriva. Questo romanzo, ancora inedito dopo le prime prove pubblicate con felice esito, ha un furore diverso dagli altri. contiene una buona dose di tenerezza, dentro la ferocia di una storia nostra, del sud, delle donne, degli uomini, delle croci e delle delizie quotidiane. Questo è un breve stralcio del suo “il posto di dio” che troverà sicuramenrte un posto nelle librerie. (La foto è del’autrice.)

il posto di dio

di Loredana De Vitis

stralcio del capitolo 2 – “profumo di casa”

Marta indovinò in pochi istanti ciò che l’aspettava per cena. Tegamino di uovo e piselli, patate al forno al rosmarino, bietoline lesse e pane abbrustolito, arance zuccherate e budino alla vaniglia. Marta amava i profumi e il calore della sua vecchia casa, non l’unica che aveva avuto ma l’unica che poteva ricordare. Zia Roberta era riuscita a farle sembrare normale la loro micro anomala famiglia avendola sempre nutrita d’affetto e cure, cibo delizioso, giocattoli quanto basta e senso del provvisorio a profusione.

I genitori di Marta si chiamavano Rosaria e Pino ed erano morti avvelenati dai funghi. Una storia che zia Roberta aveva sempre raccontato in modo così colorito e distaccato che Marta era riuscita a costruire con quella morte un ottimo rapporto: l’intossicazione e il decesso di quei-due-deficienti, come diceva sempre la zia, aveva preso nei pensieri e nell’animo di Marta le sembianze di quello che era stato in effetti. Una morte da scemi. Alle ore 16.04 del 4 novembre 1977, di ritorno dal piccolo terreno in campagna ove si recavano ogni settimana quando per innaffiare quando per diserbare quando per cogliere ciò che di maturo si poteva cogliere utilizzando gli attrezzi custoditi alla meno peggio in una piccola stanzetta abusiva e una zappa nascosta in un cespuglio di mirto, Rosaria e Pino s’erano fatti solleticare da un cesto di funghi freschissimi-buonissimi venduto per strada da un vecchio barbuto con le mani tremanti.

Nessun dubbio li sfiorò sulla provenienza, né sulla perizia di Giovanni il barbuto [ché erano due-deficienti], e presto-presto i funghi vennero lavati tagliati e buttati in padella per ricavarne un sughino alla pizzaiola. Dieci ore dopo cominciarono i sette giorni più tragicomici degli assai brevi annali della famiglia Mariani-Di Pierro. Stomaco e intestino furono i primi a dare chiari segnali di cedimento, poi fu la volta dei muscoli, quindi dei neuroni. Al collasso dei reni non vi fu rimedio, i due-deficienti spirarono lasciando Roberta definitivamente contrariata e Marta a ripetere la-mia-mamma-si-chiama-Rosaria. Solo in punto di morte Pino ammise ciò che avevano capito tutti e che i medici ripetevano insistentemente con aria di severo rimprovero: che avevano mangiato funghi velenosi, meritandosi così che, all’accomodamento del cadavere, Roberta volle lasciargli la bocca aperta in balia d’una mosca. Guardando Rosaria nella bara prima della piombatura, Roberta ripeté che sì, anche sua sorella era una deficiente e infatti un deficiente s’era sposata, e meno male che i due-deficienti non s’erano sognati di far assaggiare il sughetto avvelenato alla bambina [no no, solo latte e biscotti], sennò l’inferno non glielo toglieva nessuno. A quel tempo Marta aveva tre anni e desiderava tanto una sorellina. Le toccò, invece, raccogliere i giocattoli e trasferirsi dalla zia. Perché coi nonni materni morti da un pezzo, e quelli paterni morti di fresco, la palla passava per forza a Roberta.

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“Il peso delle ragazze” di Vanessa Marzano – DopoLavoroLetterario n.38

“Il peso delle ragazze” non esisteva prima che io e la sua autrice, Vanessa Marzano, ci incontrassimo. Poi ci siamo incontrate, dette cose per distruggerne certe e arrivarne ad altre. Io lo vedo come un bozzolo, questo manoscritto, che può diventare non una ma due tre quattro vite.  Una specie di armatura che si trasformerà in una intensa esperienza di vita, seppure sulla carta. Il capitolo che state per leggere fa parte del secondo atto della storia, un punto di svolta che segna il destino delle due ragazze protagoniste dentro una città incantevole.  E da questo momento in poi, cominciare a rispondere alla cruciale domanda: Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

(L’ìmmagine è “L’occhio del tempo surrealista”, Salvator Dalì, 1971)

PRIDE

Torino, sabato 17 giugno 2017

Con eccitazione Francesca si stava ammirando la sua spilla a forma di cuore color arcobaleno, che si era appena infilata sulla parte sinistra del suo petto, sopra la maglietta bianca con la scritta GAY PRIDE 2017, anche questa impressa con i colori dell’arcobaleno che il movimento di liberazione sessuale usa come simbolo di amore e rispetto delle diversità. Da sopra la sedia della sua scrivania prese la bandiera e come il giorno prima, se la annodò al collo e uscì.

Torino dava il benvenuto a tutte le famiglie arcobaleno: un’associazione di genitori omosessuali con i loro bambini felici e giocosi; al popoloso movimento di liberazione omosessuale LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali); a tutti i partecipanti (giovani e meno giovani) fieri nel manifestare apertamente con la voce e con gli slogan scritti su dei cartelli la loro libertà sessuale. Giornalisti con i cameramen al seguito erano pronti a immortalare la parata, per poi trasmettere le immagini alla rete regionale e a quelle nazionali; dove ci sarebbero sicuramente stati alcuni telespettatori che davanti a immagini di pace e amore avrebbero storto il naso, la bocca, gli arti e l’intestino per lo sgomento.

All’incirca ottanta mila persone stavano marciando orgogliosi per le vie e nelle Piazze di Torino, e in una di queste, nella Piazza San Carlo tutti rispettarono il silenzio in onore di Erika Poletti, vittima pochi giorni prima degli incidenti avvenuti in occasione di una partita di calcio. Brividi lungo la schiena si fecero sentire, accapponando la pelle a Francesca e alla folla che silenziosa con la banda musicale anch’essa muta attraversò la Piazza, commuovendosi per quella disgrazia.

La festa ritornò colorata, rumorosa ed elettrizzata a marciare per la città. In uno slancio di euforia Francesca salì sul carro del Coordinamento Torino Pride, e sulle note dei Linea 77 con il cuore che pompava impazzito, con tutto il fiato che possedeva e allargando le braccia incitò la folla sotto di lei a intonare la frase: “ libero di essere”. A suon di rock- elettronico Francesca si liberò in un’esplosione di felicità, battendo il cinque a chiunque, sorridendo perfino ai fotografi e ai cameraman che la stavano riprendendo, i suoi arti inferiori e superiori non riuscivano a stare fermi: i piedi saltellavano a tempo di musica e le braccia si muovevano su e giù in una coreografia psichedelica che insieme alle Drag Queen ballerine, vivaci e frizzanti componevano un mix erotico e sensuale a ritmo di sogni, speranze ed emozioni. Lì, tra innumerevoli persone che lottavano contro il loro paese e i suoi pregiudizi, Francesca si sentì in famiglia. Libera dai suoi mostri interiori, felice di stare con il suo popolo così energico e amorevole. Fece un bel respiro, poi assetata si attaccò alle labbra una bottiglietta di acqua e la bevve tutta, ritornando poi nuovamente ricaricata a marciare per la sua città. Orgogliosa di lei, così aperta e umana e di se stessa, così orgogliosa e forte.

Francesca avrebbe voluto abbracciare e baciare tutti i presenti, gridando, come stava facendo, la propria libertà sessuale; desiderava essere amata, Francesca si sentì pervasa da un dolce profumo di vittoria: non era sola a dover combattere contro i pregiudizi del suo paese. In Piazza Statuto il Coordinamento Torino Pride fece il discorso conclusivo tra gli applausi scroscianti della Piazza affollata. Francesca nonostante fosse intenta ad ascoltare con ammirazione, non staccò gli occhi dalla figura longilinea che si era sistemata davanti a lei per fotografare l’evento.

Cosa faccio adesso?

Si slegò la bandiera, si accovacciò per terra e la tirò sulle scarpe di tela di quella ragazza, poi scattante si raddrizzò.

Scusa, è tua questa?” chiese Sara girandosi all’indietro, dopo aver raccolto la bandiera.

Sara… ciao!” esordì Francesca, poi allungando la mano prese la sua bandiera.

Non si era per nulla dimenticata della sera prima, Francesca non avrebbe trovato una scusa per andarsene. Sara era per lei una cura, un effetto placebo che solo guardandola si sentiva meglio, anche quando prendeva pesci in faccia.

Sara le stava per volgere le spalle e ritornare così a fotografare la manifestazione quando Francesca posò la sua mano destra sopra l’avambraccio scheletrico della sua ex compagna di scuola, e sporgendosi verso di lei le chiese timidamente: “Ma… se ti chiedessi di allontanarci da qua e andare a bere qualcosa insieme, tu cosa mi risponderesti?”.

Sara mise via la sua macchina fotografica, fece un ampio sorriso e accennò di sì con la testa alla proposta, presa dall’entusiasmo di quella giornata di festa nella sua città; che solo ora iniziava a guardare non più con occhi e sguardo ostile. Sara si rivolse a Francesca in modo amichevole, sentendo in lei, in quel momento un cambiamento più cordiale e confidenziale.

Si ritrovarono sedute comodamente in un piccolo dehor di un bar a pochi metri dalla Piazza.

Cosa prendi da bere… un caffè?” le domandò Francesca. Contemporaneamente a quella domanda, altre le si materializzarono nella mente: non sapeva i gusti di chi amava.

Tu cosa prendi?” ribatté Sara.

Vorrei sapere a te cosa piace” le rispose Francesca che presa dall’ansia si accese una sigaretta, “Fumi?” le chiese.

Non sapeva nemmeno se fumasse o no, non sapeva assolutamente nulla delle sue abitudini eppure Francesca si perdeva dentro il suo sguardo, si lasciava trasportare dal suo profumo e adorava il timbro della sua voce così sensuale all’ascolto. Francesca si sentì invadere da un godimento fisico che solamente Sara riusciva a trasmetterle.

Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

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“Cera” di Alessandra Fumagalli – DopoLavoroLetterario n. 37

“Cera” è una storia delicata e sottile, come la voce dell’autrice che la racconta. La storia è ambientata in un’isola che si chiama Cera, da cui una volta lette le prime pagine si fa fatica ad andare via. Come si fa fatica a dimenticare il guardiano del faro, che sembra più il guardiano del Fato della protagonista, Alice: una giovane donna che ritrova se stesso in messo agli spietati silenziosi segreti di una comunità che pare Dogville. Bellissimo manoscritto che deve non solo può trovare una casa (editrice) per dare rifugio ai molti lettori che lo ameranno.

(Questo è uno stralcio del romanzo, la foto è dell’autrice)

Capitolo tre

Fu di notte che incontrai il guardiano del faro: fumava sul dondolo in veranda. I suoi riccioli mi sembrarono trucioli di legno appena caduti sul pavimento. Gli passai accanto sorridendo e andai a sedermi sui gradini, senza smettere di succhiare il ciondolo. Finsi di interessarmi alle stelle e rimasi per un po’ con la testa inclinata all’indietro. Ritornai in una posizione più naturale e sbirciai nella sua direzione. Il guardiano alzò i piedi da terra e prese a muoversi avanti e indietro. Lo interpretai come una specie di richiamo. Non volevo sembrargli scortese e mi decisi a fare un mezzo giro verso di lui, senza sollevare il sedere dal legno. Ora lo avevo di fronte. Aumentò il ritmo. La struttura cigolava nelle discese e nelle risalite. Lui sembrava godere del mio sbigottimento: ero preoccupata che il dondolo si potesse staccare dagli ancoraggi. Sobbalzavo se l’intensità del cigolio mutava. Poi di colpo puntò al suolo i talloni e il rumore cessò. La sigaretta spenta la teneva ancora stretta tra le labbra. Notai che pur se nascoste dalla barba, le aveva carnose e di un rosa vivo. Lo fissavo come facevo da bambina con le luminarie dell’albero di Natale.

-Qual è la parte della rosa che preferisci? – disse il guardiano alzandosi.

Ci pensai e senza sapere cosa stessi per dire mi uscì:

-Le spine.

-Perché? – mi chiese avvicinandosi.

-Perché sopravvivono.

-Una isolata dall’altra, però- disse gettando il mozzicone oltre la ringhiera. Si accostò alla lanterna appesa all’ingresso del portico. Sputai fuori il ciondolo che ancora tenevo sotto la lingua, richiusi le gambe e intrappolai le braccia al loro interno, tese e umide.

-Mi chiamo Alice – mi sbrigai a dire prima che mi raggiungesse.

-Lo so. Un nome però non mi basta.

-E cosa, allora?

Inclinai la testa verso destra e mi alzai.

-Vuoi veramente che te lo dica? – chiese mostrandomi i denti in un sorriso che mi parve un ghigno.

Io deglutii più volte mentre scendevo i due scalini che mi separavano dalla strada.

Lui mi passò vicino e ci sfiorammo: la sua camicia svolazzante contro la mia gonna a pieghe.

Si muoveva con leggerezza nonostante la corporatura da orso.

La luna nuova ne illuminava il passo mentre ritornava nella sua tana.

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