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Italo Calvino, il mio Maestro interstellare

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  13 ottobre)

Italo Calvino, l’intellettuale italiano più amato dagli italiani, ha avuto una vita e un’anima cosmopolita. A cominciare dalla sua nascita, avvenuta a Cuba, il 15 ottobre di novantasei anni fa, quando Mario, suo padre, agronomo, si era trasferito a Santiago di Cuba per effettuare studi sulla canna da zucchero. Insieme con la moglie, Eva Mameli esperta di botanica e prima docente italiana della materia presso l’università, la famiglia Calvino ritorna in Italia, a Sanremo, quando Italo ha cinque anni. Una prima infanzia lontana dalla patria e molto verde,quella dello scrittore che ricorderà la passione paterna per il verde nel racconto “La strada di San Giovanni”, pubblicato nel ’61. Dieci anni dopo la morte del padre con il quale da ragazzo attraversava in silenzio questa strada che li conduceva dalla città alla campagna.

Quando nell’estate del ’44 Calvino, ventenne, s’arruola nell’esercito dei partigiani, sceglie come nome in codice “Santiago”, proprio la città in cui era nato. Nel ’62, quasi 20 anni dopo l’esperienza partigiana in cui Calvino conosce anche il carcere, torna a Cuba e lì sposa Chichita, la moglie argentina, una traduttrice dell’Unesco che diventerà l’inseparabile consigliera dello scrittore. Nel frattempo in Italia, Calvino è già uno degli scrittori con maggiore seguito tra lettori e intellettuali, le sue anime gemelle tra cui Primo Levi, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale vive a lungo a Torino, una città che trova a lui somigliante: priva di fronzoli, solenne e dedita al lavoro. Qui nasce il personaggio per ragazzi, “Marcovaldo”, il cittadino naif inadatto al grigiore industriale in cerca di natura e bellezza ad ogni angolo. Calvino è astuto nel creare dentro la realtà macchiette fantastiche che simbolicamente sono la riprova delle prima fragilità della nostra società. Ad uno dei suoi racconti più sarcastici, “Furto nella pasticceria” si ispirerà Mario Monicelli per creare i personaggi di “I soliti ignoti” (1958), divenuto un cult della commedia all’italiana. La commistione con altri tipi di scrittura, Calvino la sperimenta anche con una breve esperienza di cantautorato pop (la cui canzone più riuscita “Oltre il ponte” è stata ripresa più di recente dai Modena City Ramblers).

Alla fine degli anni Sessanta, dopo la nascita della figlioletta Giovanna, Calvino si trasferirà a Parigi con la famiglia. Un tentativo autentico, seppure chic, di rendersi invisibile rispetto al sempre più cresciuto consenso editoriale: “Quando mi trovo in un ambiente in cui mi illudo di essere invisibile sto bene, agli scrittori esibirsi di persona non conviene affatto.”

Calvino fin dal suo esordio, con il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), una favola di bosco sulla guerra civile, coltiva il sogno di essere invisibile. Introverso di natura, serio fino a non avere altri “passatempi” all’infuori del lavoro di scrittore e di redattore e ufficio stampa per l’Einaudi, Italo Calvino ha scritto storie che sono il contrario della noia. È stato un uomo autoironico, definiva l’autoironia “la condizione prima dell’intelligenza”. L’aspetto giocoso dell’autore si avverte nello sguardo con cui inventa i personaggi. Cosimo, “Il Barone Rampante” è un ragazzino che sceglie di vivere su un albero, lontano dalla famiglia e dalla realtà. Il libro esce nel 1957, nello stesso anno in cui lo scrittore lascia per sempre il PCI con una lettera pubblicata su “L’Unità”: La via seguita dal PCI […] attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m’è apparsa come la rinuncia ad una grande occasione.”

Nella sua vita ha realizzato più cose di quante forse ne immaginava. Compreso quel viaggio americano, a New York. Dopo il quale in “Un ottimista in America” scrive: “Negli Stati Uniti sono stato preso da un desiderio di conoscenza e di possesso totale di una realtà multiforme e complessa e altra da me, come non mi era mai capitato. È successo qualcosa di simile a un innamoramento”.

Partigiano, giornalista, redattore, intellettuale, disegnatore, soggettista e autore tradotto in oltre 50 lingue. Italo Calvino ha scritto con gli occhi immersi nella totalità del mondo. Ha creato personaggi surreali, città invisibili, mondi impossibili, rifugi inespugnabili per “(…) cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino è morto vicino Siena, nel 1985, poco prima di pronunciare le famose “Lezioni Americane” all’Università di Harvard e pubblicate postume nel 1988, come cartoline interstellari provenienti, queste sì, dal paradiso.

Caro Italo,

sei stato uno scrittore interstellare. Qualche galassia è lassù che splende, in attesa di essere riconosciuta come un’altra meraviglia che hai creato tu. Tra qualche millennio scopriremo il pianeta Calvino, abitato da Marcolvaldo, dove distese e distese di alberi fanno da tana a frotte di ragazzini che crescono spontanei sui rami. Un luogo governato da Palomar, un governatore che si esprime attraverso il silenzio. “Il signor Palomar non riesce a spiccicare parola. Il fatto è che lui più che affermare una sua verità vorrebbe fare delle domande, e capisce che nessuno ha voglia di uscire dai binari del proprio discorso per rispondere a domande che, venendo da un altro discorso, obbligherebbero a ripensare le stesse cose con altre parole, e magari a trovarsi in territori sconosciuti, lontani dai percorsi sicuri.”

Nel pianeta Calvino ci sarà sempre qualcuno disposto a mordersi la lingua prima di parlare a vuoto, per non ripetere sempre le stesse cose. Dai torrenti, lungo le montagne “Cosmicomiche”, sgorgherà un’acqua magica che appena bevuta corregge tutti i congiuntivi. Anzi, fa molto di più! Li inonda di senso. Così non avremo solo gente che sa il congiuntivo ma anche gente che alla forma associa un significato. Fine delle belle frasi fatte.

Il pianeta Calvino, come scopriranno presto, sarà circondato da sei costellazioni: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza. Si potrà scegliere la propria a patto di esserle fedele, sempre: “Per riconoscere una costellazione la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama”, dice Palomar. Caro Italo, nel Calvino restituiremo un significato alle parole e allora leggerezza significherà di nuovo “assenza di pesi sul cuore” e smetterà di equivalere ad “assenza di compassione”; chi cercherà interazione e condivisione, sbarcherà sulla costellazione Molteplicità che smetterà di essere sinonimo di “confusione”, come avviene oggi sulla Terra.

Grazie a te, Italo Calvino per il pianeta che hai formato, per le nuove costellazioni, per tutti gli alberi e per tutti i ragazzini. Noi siamo pronti a trasferirci in massa. Se anche tu che ci stai leggendo, vuoi trasferirti sul Calvino, devi stare solo attento a una cosa, intanto che vivi sulla Terra: “prima di guardare le stelle devi togliere il coperchio al telescopio”.

Cristina Campo, la mia Maestra Imperdonabile

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cristina Campo, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  6 ottobre)

Cara Cristina, la perfezione è un delitto. Allora come mai continuiamo ad essere sue complici?  Non c’è niente di meglio di un’imperfezione. Un neo improbabile sul viso oppure una spigolatura nel carattere. Una storia d’amore incompiuta o un matrimonio fallito. Una domenica barricata in casa, una frittata sfatta. Nessuno è perfetto, eppure è così che vogliamo essere. Le donne ultimamente sono tutte imperdonabili, a prescindere da ciò che fanno o desiderano. Da te ho imparato che la nobile arte di essere imperdonabili ha a che fare con la nobile arte della perfezione. Se sei imperfetta, ti perdonano tutto. Se sei perfetta, a volte non oltrepassi nemmeno la soglia di casa. “Gli imperdonabili” è il titolo del tuo saggio più famoso, oggi se dovessi riscriverlo potresti aggiornarlo al femminile. “Le imperdonabili”. Di imperdonabili sono rimasti in pochi, una dozzina ogni mille. Non voglio esagerare. Agli altri 988 si perdona la sciatteria e l’arroganza, che poi sono la stessa cosa; si chiude un occhio per l’incompetenza e la strafottenza, che poi sono la stessa cosa. Se i 988 mostrano superficialità vengono premiati, addirittura vengono amati. Quella sporca perfetta dozzina invece no. Non può permettersi una virgola fuori posto. Non una giornata di riposo o una banale scivolata su una buccia di banana. Mentre chi non cerca altro ristoro se non l’auto-compiacimento può permettersi perfino di viverci, su una buccia di banana. Non solo di capitarci per caso e magari cadere.

“Le imperdonabili” invece sono sempre in aumento. Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole…come cantava Zucchero in “Donne” un bel po’ di decenni fa.

Cara Cristina, non può che trasformarsi in preghiera questa mia piccola imperdonabile lettera con cui ti porgo gratitudine per essere riuscita ogni tanto a perdonarti, lasciandoci le tue immagini fatate e nutrienti con cui guardavi la vita ogni giorno. Cara Cristina, le imperdonabili hanno bisogno di te anche se non ti conoscono. Spero che questa mia preghiera possa arrivare a chi non ha mai fatto uno sgambetto, non ha mai dimenticato l’esistenza di un’amica, non ha mai giudicato nessuno. Questa preghiera spero arrivi a chi ha usato il suo tempo per cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per ascoltarle.

RITRATTO

“Nasce il 29 aprile del 1923 e viene battezzata Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina. Dai genitori e dagli amici sarà sempre chiamata con il suo nome anagrafico, Vittoria Guerrini, ma per tutti gli altri è Cristina Campo.” Comincia così “Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo” (a cura di Cristina De Stefano) che della scrittrice di origini bolognesi, traccia il ritratto di una donna che viveva dentro le parole. A cominciare dai tanti nomi che le hanno dato. Questa ricerca costante di perfezione lessicale l’ha resa una creatura mitologica: una specie di unicorno celeste, di mosca bianca. Un elefante rosa. Cristina Campo è stata una entità prima che un essere umano.

A discapito dei molti nomi con cui fu accolta alla nascita, è stata una donna tutta d’un pezzo. Algida come la sua bellezza. È tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, con quel viso come dipinto ad acquerello. Di temperamento era irreprensibile. Per questo ad alcuni lettori risulta lontana dall’empatia che si esige da chi scrive libri. Inquieta, più per cultura che per natura. A cominciare dalla scelta di cambiare nome per pudore. Non poteva permettere a se stessa di pubblicare con tutto il peso della famiglia di appartenza. Una famiglia altoborghese con cui condivise un’infanzia stravagante. Cristina Campo crebbe nell’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, abitando nella residenza del celebre ortopedico Vittorio Putti, zio della scrittrice. Dunque crebbe sì in mezzo ai coetanei, ma ricoverati dentro un letto d’ospedale. Lei stessa aveva una malformazione al cuore che le precluse la classica spensieratezza infantile, sottoponendo la sua crescita alle continue ansie dei genitori.

Avevo nove o dieci anni… pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: ‘Di tutto questo, nulla’ mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: ‘Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male’”. Così è stato.

Cristina Campo era una lettrice fortissima, robusta. Ingoiava traduzioni dall’inglese e dal tedesco, lingue studiate da autodidatta a Firenze dove, durante la guerra, si era trasferita con i genitori per consentire al padre di dirigere il Conservatorio fiorentino. Tra il ‘ 43 e il ’45 furono pubblicate le sue prime traduzioni di poesie tedesche e alcuni racconti di Katherine Mansfield, sua scrittrice feticcio.

Forse la cautela a cui i genitori la educarono, la devozione per scrittrici e poetesse di culto (nelle sue lettere e appunti si possono leggere veri e propri dialoghi immaginari con Simone Weil e Marianne Moore) la costrinsero a rinchiudersi nel culto della parola. Fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “La passione della perfezione viene tardi. O per meglio dire si manifesta tardi come passione cosciente. È un carattere aristocratico anzi è in sé la suprema aristocrazia.” Considerata una trappista della perfezione, scriveva poco e pubblicava ancora meno. I suoi lavori principali mostrano una penna “appartata”, come il suo stile di vita.

Solo quando a metà degli anni Cinquanta si trasferisce a Roma, le collaborazioni per case editrici e riviste acquistano una maggiore visibilità.

Cristina Campo resta una scrittrice poco nota. In pieno accordo con il suo karma che le imponeva, quasi, di essere inafferrabile. Vale la pena immergersi nelle sue storie fiabesche e delicate, scritte da una Trilli erudita: un folletto delizioso che vagava con la mente alla ricerca di leggerezza per il suo cuore doloroso e pesante. Lo stesso cuore che non reggerà, nel 1977, quando a 54 anni Cristina Campo è morta. Molto amata da amiche e amici, legati a vario modo al mondo della scrittura e della letteratura, è vissuta a lungo nel ricordo di questi. Tra cui l’eclettico Guido Ceronetti che la considerava una scrittrice/scrittore, cioè uno scrittore nato in un corpo di donna. Per quella sua continua ossessione per la perfezione e l’infallibilità: “L’erudizione non era che il manifestarsi della sua ispirazione, il rivelarsi in lei della parola abcondita.

Ernest Hemingway, il mio Maestro sobrio

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Ernest Hemingway originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 settembre

Quella faccia da schiaffi di Ernest Hemingway è il volto più fotografato della storia della letteratura contemporanea. Se ne può ricostruire la vita a partire dalle sue foto. Alcune improbabili. Tipo quando posò come testimonial, ante litteram, per promuovere una località turistica. Altre memorabili. Tipo quando posava per il suo amico, tra i fotografi più famosi al mondo, Robert Capa. Nato nella patria del blues, nei sobborghi di Chicago, nel 1899: precisamente 120 anni fa, Ernest Hemingway è lo scrittore con vite dei gatti (con cui pure è stato immortalato in numerose foto).

Narcisista e macho, l’iconografia di questo personaggio leggendario lo ritrae come un uomo viveva con la guerra dentro. Da ragazzino lottava contro i suoi coetanei.

Durante la scuola manifestò il desiderio di dare di boxe per difendersi dai compagni che lo avevano picchiato. Dopo la scuola scelse deliberatamente di non laurearsi e divenne nel 1917 cronista per il quotidiano locale di Kansas City, città dove aveva scelto di vivere per allontanarsi dai suoi.

Da giovane si arruolò come volontario nella Prima Guerra Mondiale, in cui ebbe un ruolo come assistente di trincea sulla riva del Basso Piave. Dove si ferì, fu operato a Milano, si innamorò di un’infermiera tedesca ma lei lo rifiutò, così lui scrisse “Addio alle armi”. Cosa sarebbe la letteratura senza le delusioni d’amore di chi la scrive.

La sua implicazione bellica ebbe un seguito con la partecipazione alla guerra civile spagnola che raccontò in “Per chi suona la campana”, in cui coglie un aspetto inconsueto del conflitto mostrando come sia stato strumentalizzato per le trame della politica internazione dell’epoca.

La guerra addosso Hemingway non se la scansa nemmeno nel periodo parigino, quando vive una guerra di riflesso. Una siuazione incorniciata dalla sentenza di Gertrude Stein, scrittrice “perduta” che presiedeva il salotto parigino delle avanguardie artistiche dove Hemingway insieme con T. S. Eliot, Ezra Pound e W. Faulkner (per dirne alcuni) si intratteneva a leccarsi le ferite trasformandole in arte: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta“.

All’emotività della definizione, che ha creato un’epoca artistica, lo scrittore americano rispose lucidamente: “Tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state.” La guerra per lui è un fuoco che brucia dappertutto, non solo sui campi di battaglia. Questi anni parigini li racconterà, in parte, in Fiesta, l’esordio da romanziere (1926) che contiene l’indimenticabile: “Mai tornare nei posti dove si è stati felici.”

Hemingway ha rivoluzionato l’immagine e l’immaginario dello scrittore contemporaneo. La prima attraverso le oltre diecimila foto che lo ritraggono, un vero record che non potrebbe essere uguagliato nemmeno dal più volenteroso posatore letterario di oggi. E meno male. Con i baffi o con la barba bianca, con una quantità di animali di varie specie (uccelli, pesci, tori, gatti), con la sua macchina da scrivere, con la bottiglia mezza vuota in una mano, in costume da bagno, con le quattro moglie, con Inge Feltrinelli, con Fernando Pivano, con Ava Gardner, con il pullover a collo alto, con le braghe calate, con il doppio petto, dentro un bar o sulla spiaggia di Cuba, nella Plaza de Toro a Madrid, enrest hemingway ha fotodocumentato quasi tutto. Perfino il fucile. Si racconta che a dieci anni possedesse già un fucile. Proprio l’arma che puntò contro se stesso nel 1961, quando si uccise: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.»

L’immaginario che ha cambiato ha invece a che fare con una certa idea del ruolo dello scrittore. Per essere uno scrittore non basta sentirle le cose, “Non sono mica Henry James” ha più volte dichiarato. No, lo scrittore deve scrivere di ciò che ha conosciuto vivendo. Lo spirito d’avventura e l’amore per la lotta sono gli strumenti con cui Hemingway ha toccato la verità delle sue storie; il sentimento del nulla e il destino d’infelicità sono invece gli occhi con cui lo scrittore ha osservato il mondo, rendendolo poi nelle sue pagine più reale che in qualsiasi fotografia.

Caro Ernest,

write drunk, edit sober! Ho una spilletta che mi ha portato una mia amica da New York su cui sono incise queste parole. Senza il nome di chi le ha pronunciate. Allora, spesso, durante le mie riunioni o nel bel mezzo di una revisione editoriale, insomma mentre lavoro, un autore o un’autrice, che fino a qualche minuto prima non avevano avuto il coraggio di chiedere lumi in merito, tergiversando senza far notare che stanno per farmi la domanda del secolo, mi chiedono:

  • Cosa c’è scritto?

  • Write drunk, edit sober.

  • E cosa vuol dire?

  • Scrivi ubriaco, edita sobrio.

  • In che senso?

  • Cioè per ispirarsi ci si può abbandonare ma poi quando c’è da tirare le fila di una storia bisogna essere razionali e lucidi.

  • E chi l’ha detto?

  • Indovina? (Faccio io, solitamente, come un gioco all’impiccato abbastanza sadico.)

A quel punto si alternano nomi e cognomi di varia natura, c’è chi si arrende subito. E allora smorzo la tensione rivelando che chi diceva che bisogna scrivere da brilli ma correggere da lucidi eri tu: Ernest Hemingway. Una buona, una ottima dello scrivere. E anche della vita. Tipo un conto è innamorarsi, un altro è stare insieme. Un conto è scrivere, un altro è revisionare il testo.

Questo smarrimento spaesato che provochi, a partire da una spilletta che tengo ben appuntata sulla pettorina del mio severo trench nero, mi diverte.

Non è la tua sbornia che ti rende sconosciuto quanto la tua lucidità. Il fatto che tu bevessi a colazione due bottiglie di vino, prima di metterti a scrivere sconvolge meno del fatto che le assorbissi per bene prima di dare agli editori le tue storie. A ben pensarci, non c’è nulla di cui meravigliarsi. La tua è una scrittura che fa dell’onestà della mente il perno. Sempre attenti a non dire mai una cosa di troppo, i tuoi personaggi sono all’erta da te stesso e hanno stile a prescindere da te. Questo prendilo come un gran complimento.

Tu sei come una nota blues. Rappresenti uno stato d’animo per intere generazioni di lettori e di scrittori che dicono di aver ereditato qualcosa da te. Ma il blues ce l’hai solo tu. La musica della tua Chicago ti ha reso: Hemingway l’uomo in blues. Colui che vuole disperatamente arrivare al cuore di tutti pur mantendendo, anzi imponendo, un canone e un pensiero mai orientati alla fiducia verso il prossimo e alla vita ma indirizzati verso quello che non c’è. Un vuoto esistenziale che brucia l’anima come una nota blues troppo lunga.

Mary Shelley, la mia Maestra Materna

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Mary Shelley originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 settembre)

Duecento anni fa, nel 1818, una ragazza inglese di 19 anni termina il suo manoscritto, questo è “Frankestein”. La storia dell’ossessione di un uomo per la creazione della vita e del successivo abbandono della sua creazione. Una storia che punisce la doppia morale rispetto al “diverso” e colpisce l’ambizione eccessiva dell’uomo. È la storia di una società che condanna i propri mostri, dimenticando che i mostri li generiamo noi stessi. Sono i nostri figli.

“Frankestein”, sostanzialmente, è la storia di una madre e di suo figlio.

“Dicevano che ero nata sotto una buona stella. Puoi vedere ora quanto fosse vera quella profezia. Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità.”

Mary Shelley nasce nel 1797 a Londra, sin da piccola vuole essere una figlia ideale per sua madre. Peccato che la madre, Mary Wollstonecraft, intellettuale londinese che nel ‘700 scriveva: è tempo di restituire alla donne la dignità perduta, è morta dieci giorni dopo averle dato la vita. Il padre, William Godwin,filosofo anarchico con la testa calda, cresce sua figlia nella libertà di pensiero, cura la sua formazione (le insegna persino a leggere tracciando le lettere sulla lapide della madre), la rende partecipe ai simposi poetici. Per questo il poeta più famoso del momento, Percy Shelley, viene subito colpito da Mary: una creatura pallida, con un tripudio di capelli rosso-oro, silenziosa fino a quando non arriva il suo turno e sbalordisce letteralmente il poeta, per le intelligenti allusioni e citazioni che rivelano la sua splendida unicità. Il padre dunque ha fatto un buon lavoro con Mary, deve aver pensato. Fino a quando sua figlia non le appare un mostro. A 16 anni Mary scappa con Shelley, sposato e padre di due figli. Il suo gesto è piena espressione del Romanticismo: se due persone sono innamorate, nulla deve ostacolare la loro strada. Come sua madre, che prima di lei aveva avuto una bimba illegittima, Fanny, che si suiciderà oppressa dalla condizione di “bastarda”, Mary diventa un mostro perfino per il padre che dimentica le idee radicali e non rivolge più parola alla figlia.

Nel 1814 Mary attraversa l’Europa al seguito di Shelley, ufficialmente suo compagno more uxorio. I due si uniscono presto a Lord Byron, il poeta più famoso dell’epoca. Come gli Shelley, era stato respinto dalla società londinese per il suo comportamento scandaloso. Lontano dall’Inghilterra e vicino a personalità inquiete, e multiple, come gli amici del suo Percy (oltre che Percy stesso) Mary si sente ispirata. In Svizzera, dopo settimane di pioggia, che li costringe in casa Byron sfida la coppia a scrivere la storia di fantasmi più spaventosa possibile. Mary scopre per gioco che dentro di lei abita qualcun altro: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai lo ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre ragazzi irrequieti.

Quando nel 1818 termina il manoscritto, Mary si è sposata da poco con Shelley (divenuto vedovo in seguito al suicidio della prima moglie) e non conosce il sapore della sua nemesi: quell’etterno dolore che provocherà la perdita prematura di tre figli a cui seguirà quella del marito, annegato a Viareggio nel 1822. Per questo, nel 1831 revisiona ”il mostro” e dà alle stampe la nuova versione, con il suo nome bene inciso sul frontespizio come quello di un defunto sulla propria lapide. I critici letterari mormorano che Mary Shelley è una donna mostruosa e immorale. Una madre sola che si mantiene scrivendo. Eppure quando l’incontrano, scoprono una persona signorile e riservata. Umile, inconsapevole di aver segnato la storia della fantascienza: “Quanto è pericoloso l’acquisizione della conoscenza e quanto più felice è quell’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di chi aspira a diventare più grande di quanto la sua natura permetterà”.

Cara Mary,

tu sapevi cosa vuol dire mettere al mondo un figlio. L’hai capito a sedici anni. Da queste parti, invece oggi, abbiamo ancora difficoltà a (ri)conoscere le nostre madri. Figuriamoci i nostri figli.

Quello che insegna la tua storia è questo. Il mostro è negli occhi di chi guarda e non è escluso che quegli occhi possano essere quelli di sua madre.

Cos’è la maternità? Significa guardare le cose dal punto di vista del creato e non del creatore. Significa essere ambivalente riguardo alla prospettiva che gli uomini creano la vita. L’istinto materno dovrebbe portare avanti questa consapevolezza. Senza distruzione non esiste creazione, così come senza fine non esiste inizio. E senza morte, non può esserci la vita.

Chi siamo disposti a far morire per far nascere qualcuno?

Cara Mary, hai dato alla luce un bambino che amavi, ma hai anche perso un altro bambino e tua madre è morta a causa del parto. Se gli uomini potessero controllare la vita e la morte, non avresti subito queste tragedie. Tu stessa suggerisci: i mostri sono di nostra creazione. In una lettera hai giustificato la nascita di Frankestein nella tua testa, annotando che si è trattato di un sogno, anzi di in incubo. Hai dovuto giustificarti, hai scagionato perfino il tuo inconscio per ciò che con la penna hai messo al mondo: Quando ho appoggiato la testa sul cuscino, non ho dormito né mi è stato detto di pensare. La mia immaginazione, nascosta, mi possedeva e mi guidava, regalando le immagini successive che sorsero nella mia mente con una vividezza ben oltre i soliti limiti della fantasticheria.

Vorrei sapere piuttosto chi non abbiamo messo al mondo e come e se continueremo a non (ri)conoscere chi ci ha generati e dunque a non generare di riflesso. Se fossi tu a scrivermi adesso, la domanda sulla creazione che mi porresti è: se essa fosse un’esperienza non solo naturale ma anche artificiale, chi metteremmo al mondo? Potrei darti un sacco di risposte e tu ne saresti quasi orgogliosa. Ma non so se felice di sapere che, con o senza artifici, mettiamo al mondo noi stessi. Come tu hai messo al mondo nel tuo figlio forse più sofferto, il tuo romanzo, quelle parti di te che altrove non potevano vivere. Non è difficile mettere al mondo. È il contrario che snerva e snatura. È conoscere chi e cosa non nasce il difficile, l’inverosimile mistero. Allo stesso modo in cui non riusciamo a scrivere ciò che abita in noi e lo lasciamo in un cassetto che peraltro, in verità e a dirla tutta, questo cassetto non esiste.

DFW, il mio Maestro Stoico

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a DFW originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  15 settembre)

Gli scrittori sono spesso esseri umani tediosi. Il loro silenzio, in odore di autismo, si interrompe solo quando parlano di se stessi o dei loro libri. Che poi è la stessa cosa. Non fa eccezione David Foster Wallace.
Un genio? Probabile. Ma fondamentalmente era uno scrittore.
Tutto qui.
«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive».
David Foster Wallace quando non parlava della sua vita raccontava di come voleva che fosse (la sua vita) oppure di come pensava che gli altri volevano che (la sua vita) fosse. Cioè è vero che alla fine parlava sempre di se stesso. Ma la differenza sta nel modo in cui lo faceva: perfino quando raccontava dei suoi cani, delle loro deiezioni, si desiderava il bis. Scrivilo ancora, David!
Come faceva a vedere certe sfumature della vita che per noi praticamente non esistono eppure ci appartengono? Da dove venivano le sue visioni?
L’unica risposta possibile è nel suo volto. Il volto di David Foster Wallace esprimeva stoicismo. Lo stoico è associato a personalità dogmatiche e irreprensibili, razionali e fataliste. Si dimentica un aspetto fondamentale dello stoicismo: l’ottimismo. David Foster Wallace era sì stoico ma lo era in quanto ottimista. Un ottimismo determinato dall’estrema fiducia nella sua forza mentale, qualità che contraddistingue lo stoico. Solo con un forte ottimismo della volontà poteva terminare il suo romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1997 quando lo scrittore, nato vicino New York, ad Ithaca, aveva appena compiuto 25 anni.
Leggendo i suoi libri si prova una specie di imbarazzo compulsivo sostentato dagli alambicchi della ragione. Nel complesso ha scritto tre romanzi e quattro raccolte di racconti in mezzo ai quali ha mantenuto alta la sua attività saggistica (dando prova di un’intelligenza fuori dal comune) che spazia dalla musica rap al tennista Federer.
Leggendolo appare sulle pagine, come una dolce sindone, il suo viso. Un viso in cui è facile perdersi: un labirinto da lui stesso costruito.
La sua scrittura «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi sia dare qualcosa al lettore. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore».
Per lui scrivere era soprattutto il suo modo per farsi leggere. Non è così scontato.
La differenza sta di nuovo nel suo volto. I suoi occhi sono occhi piccoli e sinceri, incapaci di guardare diversamente dalle parole che ci ha lasciato.
La sua vita è terminata il 12 settembre del 2008 in California a Claremont. Qui viveva con sua moglie, Karen Green, conosciuta nel 2002 quando lui insegnava Scrittura Creativa all’università e lei era un’artista, pronta a realizzare dei pannelli per rendere visibili le parole di lui. In particolare quelle di un racconto, La persona depressa. Qualche anno dopo si sposano.
Lui non smette di andare in terapia e di sostenersi con gli psicofarmaci ma sta meglio. Viaggia, scrive, accetta seppure con difficoltà di essere diventato uno scrittore già di culto presso i suoi lettori.
Poi c’è quella mattina, quel 12 settembre, David invita la moglie – sempre attenta a non lasciarlo solo e a ogni suo repentino cambio di umore – a uscire, per andare a organizzare la sua prossima attesa mostra. Lei si lascia convincere: in fondo suo marito è il suo più grande ammiratore. Quando torna, la sera, trova David nel patio appeso ad una corda.
L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono. Un’idea all’apparenza semplicissima: su un foglietto si scrive l’azione subita o compiuta per la quale si chiede perdono. Il foglietto viene inserito in un enorme marchingegno che lo trita. Perché perdonare davvero gli altri e se stessi non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Nel suo memoir “Il ramo spezzato”, Karen Green confessa: “Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia”. Sembra di ascoltare, dentro “ogni conchiglia”, accostata ad un orecchio, lo scrittore americano che sussurra: “L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.Si tratta di una delle frasi più significative del famoso discorso che David Foster Wallace fece in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005.

L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono:”Scrivevi la cosa che volevi perdonare o per la quale volevi essere perdonato. Un aspiratore risucchiava il foglietto e lo restituiva sull’altra estremità, in brandelli.” Perchè perdonare non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Caro DFW,

mi manca chiunque. È uno dei tuoi pensieri più citati. Si potrebbe tappezzare una parete con le traduzioni in tutte le lingue di questa frase. Ma anche solo per una persona che la sta leggendo per la prima volta adesso, vale la pena citarla ancora.

Ne vale la pena perché mi manca chiunque è la storia della tua vita fino a quando sei stato in vita; è diventata la storia della nostra quando ce l’hai consegnata in eredità.

Se si potesse riassumere in breve, e non si può farlo ovviamente, la depressione ecco forse mi manca chiunque sarebbe la sintesi perfetta. Caro DFW come hai fatto a sentire tutta questa folla intorno a te?

“Ehi, non volevo metterti tristezza. – Dice a un certo punto ne La scopa del sistema un personaggio – Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Caro David, com’è difficile scriverti questa lettera. L’unica consolazione, il fatto che non la leggerai, è pure materia di afflizione, per lo stesso motivo.

Ecco, la depressione – di cui si è parlato espressamente solo dopo la tua vita – è una forma di tristezza privata. Non condivisile. Scrivere è stato darle uan forma, pubblicare è stato renderla altro. Un romanzo, un racconto. Fino a diventare un’icona. Quello che sei diventato tu con quel fazzoletto sulla fronte, con cui ti stringi la testa quasi a volerla fermare questa tristezza che dici non essere un nostro problema ma una tristezza tua. Su quel fazzoletto, con cui appari nelle ultime foto che ti ritraggono, io leggo una scritta e questa è: mi manca chiunque.

Sono piena di curiosità morbose e inespresse, ma anche se potessi non ti farei una domanda una. Non c’è niente che posso scrivere o pensare oltre ciò che hai scritto e pensato tu. La sensazione che ho, leggendo e rileggendoti, è quella di partecipare ad una cena in cui la tavola è apparecchiata per una persona in più. Un posto fisso per qualcuno che non si sa se arriverà. Ma è bene che questa persona sappia che è atteso, che chi ha preparato la cena, lo sta aspettando. Una testimone invisibile di cui la letteratura contemporanea oggi avrebbe un gran bisogno.

Wislawa Szymborska, la mia Maestra caustica

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Wislawa Szymborska, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 settembre)

RITRATTO

La sua vita è stata un paradosso. Il paradosso è una contraddizione rispetto al senso comune, è l'etica del dubbio. Consiste in un ragionamento logico e corretto ma solo se visto a dispetto di qualcosa e di qualcuno. La vita e l'opera di Wislawa Szymborska si possono immaginare così: a dispetto di. 

Non amava dire nulla, rilasciare interviste e tantomeno commentare i suoi versi. Ogni tanto si lanciava in (paradossali, appunto) pennellate agrodolci come, tra le più note: ''Io tendo all'aforisma e alla concisione e ormai credo sia un'inclinazione incurabile''. Tradotto: sono una poetessa a dispetto della poesia.

Wislawa Szymborska è considerata tra le poetesse più importanti del 21 secolo. Solo che a lei questa considerazione pesava come un paradosso. La si può immaginare sinceramente infastidita, più di una rockstar volutamente snob, sollevare le spalle mentre apprende nel 1996 di aver vinto il Nobel per la letteratura. Che paradosso, avrà pensato. Si racconta, peraltro, che abbia passato la maggior parte della cena di gala a Stoccolma fumando sui balconi e bacchettando i commensali ex-fumatori con l'espressione: "Perchè così adesso pensa di non morire?"

La sua giovinezza si svolge al di fuori della brama poetica. Si svolge in una Cracovia, in Polonia, assediata dalle persecuzioni naziste e antisemite (1941 – 1943) alle quali sfugge impiegandosi nelle ferrovie. In questo periodo scopre di avere un talento e pensa che questo sia il disegno. È in questi anni che, dopo il lavoro, comincia a realizzare illustrazioni. Quella di illustratrice, in particolare di libri per ragazzi, è una passione che poi si trasformerà in professione. Quando nel 1945 viene pubblicata la sua prima poesia, Wislawa ha 22 anni. La letteratura la chiama a sé. Alla fine degli anni 40 comincia a lavorare per alcune redazioni di riviste letterarie, occupazione che manterrà con diverse difficoltà. Anzi, si può dire che – paradossalmente – essere una letterata le è costato la carriera.

Quando, infatti, nel 1952 aderisce al Partito Operaio Unificato Polacco, dunque diventa ufficialmente un'intellettuale socialista, esce il suo primo volume di poesie, Per questo viviamo, che lei rinnegherà insieme con il secondo, Domande poste a me stessa. Entrambe le sillogi sono state occultate per sempre dalla stessa autrice. La vita intellettuale polacca è molto fertile, nonostante e forse anche proprio per le persecuzioni prima e il regime comunista poi. Wislawa diventa oltre che illustratrice, redattrice e, oggi si chiamerebbe così, editor: specializzata nella scoperta di autori esordienti. Quando però nel 1966, lascia il Partito, in cui non crede più, Wislawa perde lavoro e spazio e la sua voce, fino ad allora considerata di riferimento, nel suo Paese andrà lentamente svanendo. Intellettuale autentica, e dunque dalla verve caustica, commentò l'emarginazione intellettuale così: "È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo ".

Dagli anni Settanta continua l'attività letteraria in clandestinità al seguito dell'Unione dei letterati polacchi e la sua ricerca poetica si distanzia dalla politica e dalle questioni civili: "Non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente."

Aderire al Partito per Wislawa, come per i suoi colleghi intellettuali, corrispondeva a realizzare un'utopia. Fino a quando questa non è diventata un paradosso. Come la storia ha mostrato. La morte, avvenuta nel 2002, la consacra poetessa globale. Al punto da avere, adesso – paradossalmente - lettori e scrittori che non la amano. E si compiacciono di comunicarlo al mondo. Lei saprebbe come metterli a posto, confermando che nel paradosso c'è più verità che nella normalità: "Devo molto a quelli che non amo. Il sollievo con cui accetto che siano più vicini a un altro. La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro e in libertà con loro, e questo l'amore non può darlo, né riesce a toglierlo." 

Cara Wislawa,

dubito di me stessa. Vorrei si potessero far sparire i dubbi come un refuso su word o un libricino fuori edizione. Eppure, non mi contraddico. Invece è proprio la coerenza estrema che fa dubitare delle proprie scelte, spesso anche delle persone e delle situazioni che portano a compierle. Non deve essere stato molto diverso il tuo dubitare. Quella mattina, la immagino un'alba, "sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì. È bella una tale certezza ma l'incertezza è più bella." la poesia si chiama "Amore a prima vista" e questo ne è l'incipit. Ho sempre dubitato si trattasse di una storia sentimentale. In fondo anche di un ideale, di un progetto,di un'idea ci si innamora a prima vista. Anzi a prima vita. Ma la trama di ogni vita non vale nulla senza gli scherzi del destino. Questo forse è diventare poeti: raccogliere gli scherzi del destino e trasformarli in versi, in sensazioni a cui nessuno ha fatto caso prima di leggerle.

Deve essere stata una mattina, all'alba vero? Quando hai preso le tue raccolte socialiste e le hai fatte fuori come si divide la plastica dall'organico per la differenziata. Quella mattina, nel tuo sacchetto immaginario o magari anche fisico, hai preso i tuoi dubbi e li hai trasformati in certezze. Vorrei poterci arrivare anche io. Vorrei che tutte le persone che sentono dei dubbi profondi, quando scrivono o quando si innamorano (di una persona, di un'idea, di un progetto) " a prima vita", siano in grado di differenziare così bene le proprie parole. Da un lato quelle di plastica che nuociono gravemente alla salute del Pianeta; dall'altro i dubbi organici e le parole biodegradabili. Le parole che si decompogono facilmente, favorendo la crescita di un ecosistema più solido. Amore a prima vista nel finale sostiene il miglior dubbio del mondo: "Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà."

Cesare Pavese, il mio Maestro sotto la pioggia

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cesare Pavese, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  1 settembre)

Ogni volta che Cesare Pavese ha dato vita a un personaggio, anche solo ad uno di passaggio, ci siamo innamorati. Dentro ogni gesto, ogni parola, dentro ogni sbattere di ciglia delle sue “ballerine dalle cosce nude” e i suoi antieroi irrisolti c’è l’autore. Per questo è importante tendere loro la mano e portarli in giro. Come si farebbe con lui.

Cesare Pavese è nato in Piemonte, in provincia di Cuneo a Santo Stefano Balbo, nel 1908. È nato su una collina, in mezzo alle Langhe, una collina dalla quale simbolicamente non è mai sceso. Il suo è stato un guardare la vita dall’alto; sembrava sempre altrove, sulla cima di qualche pensiero inesorabile. La scrittrice Natalia Ginzburg, sua amica devota, del suo suicidio ha scritto: “Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. (…) Era più che mai presente, su quella proda della collina”. Successe in estate, il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo, l’Hotel Roma a Torino, morì ingerendo sonniferi.

La sua vita è stata una ricerca continua di se stesso. Non riusciva ad attraversare le cose, la politica, l’amore, la scrittura, il lavoro. Ci rimaneva inesorabilmente immerso. Il suo mestiere di vivere è stato quello di un veliero incagliato perennemente sulla riva. Non in grado di salvarsi da solo e incapace di chiedere soccorso.

“Per me era strano, inaccettabile che il fuoco, la politica, la morte sconvolgessero quel mio passato. Avrei voluto trovare tutto come prima, come una stanza (che era) stata chiusa.”

De Gregori lo cita in Alice: “E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’.” L’episodio è vero. Gli è successo da liceale. Si era innamorato di una ballerina. L’aveva attesa tutta la notte sotto la pioggia, davanti l’uscita. Ma lei aveva preferito l’uscita laterale e un altro uomo. Da allora, quel ragazzino è rimasto in attesa di un Amore impossibile. Ballerine, attrici, scrittrici, ex alunne l’hanno imprigionato in una sfilza di amori non corrisposti rendendolo un grandissimo scrittore ma un piccolo misogino: “Una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a un rottame. Ci riesce sempre.” Ma tutto questo Alice non lo sa.

Gli studi liceali così come l’università avvengono a Torino, sua prediletta città d’adozione nella quale ambienta molti dei suoi romanzi. Nel 1930 si laurea in Lettere, mostrando un interesse spasmodico per la letteratura e la lingua inglesi che lo conducono ad un’intensa attività di traduttore. Sarà lui a tradurre in Italia, tra gli altri: Melville, Dickens, Stein, Joyce, Faulkner. La parola per lui si consolida in un’altra lingua, l’inglese appunto, e in un’altra forma, aliena, la poesia. Pavese è poeta, “decadente sì, ma titanico”. Leone Ginzburg provò a dargli la grazia editoriale che non riusciva a trovare per via delle sue poesie, lontane dagli echi ungarettiani “di regime”. Ma non fu semplice. Anche per l’ostinata mania di perfezionismo del poeta Pavese che lascerà la poesia per la prosa – arrendendosi – come si passa dalle stelle alle stalle.

Nel 1934 viene assunto nella redazione della neonata Einaudi. Un anno dopo si dimette, poi riprenderà a lavorarci fino a diventarne un factotum dopo la seconda guerra mondiale, sempre in anticonformista polemica con l’editore. In una lettera datata 1942, scrive: “Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.”

Nel 1936, durante il suo anno di confino in Calabria voluto dalla censura fascista, viene pubblicata la prima edizione di “Lavorare stanca”. Pavese autore prende forma, fino a consolidarsi nel ’41 con la pubblicazione di Paesi tuoi. Da quel momento l’attività di redattore, traduttore e scrittore diventano riconosciute e apprezzate in modo unanime, fino alla consacrazione nel 1950 del Premio Strega.

Eppure, Pavese è fradicio d’infelicità. “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

La vita e l’opera di Pavese erano intrise di una febbre costante. La febbre di non essere abbastanza bravo, abbastanza amato, abbastanza compreso. A lui dobbiamo un modo di scrivere malinconico ma mai compassionevole. “Il segreto della vita è di fare come se ciò che ci manca più dolorosamente noi l’avessimo.” A lui non mancava niente, a noi invece manca ogni giorno.

Ave Cesare,

tutti i timidi ti salutano.

Una volta ho letto un commento che ti descrive nel periodo in cui facevi supplente nei licei vicino Torino. Avevi 25 anni e occhiali troppo spessi per sorridere: “Era un timido e per questo assumeva un’aria austera, ma aveva un’umanità ricchissima e una sensibilità addirittura esasperata. Le sue lezioni erano di una chiarezza cristallina, prive di ogni enfasi retorica e compiacimento.”

Dietro quei cosidetti fondi di bottiglia c’erano i tuoi occhi timidi, quella rivoluzione introversa che ti portò a essere incorruttibile con il Regime e mellifluo con le ragazze: Io, di suppliche, ne ho fatte qualche volta a una donna, mai ad altri.

Se dovessi affidare un manuale per ragazze innamorate ma stronze a qualcuno, lo affiderei a te. So che molte di loro non volevano te. Ma cosa tu volessi da loro forse può aiutarci a dipanare la matassa.

Tu le volevi così com’erano. Alcune mezze tonte, altre miopi, certe addirittura perfide o, peggio, già sposate. Solo che loro, amico caro, non accettavano se stesse al punto da accettare il tuo amore. Tu le vedevi veramente, anche senza fondi di bottiglia sugli occhi. Loro non sapevano chi erano nemmeno davanti allo specchio. Non erano persone, erano folle di gente. Mentre tu eri un uomo di passione, non solo ma solitario.

Caro Cesare, se potessi fare il gioco dei dieci desideri impossibili uno di questi sarebeb ricevere una lettera da te. E mi imbarazza adesso scriverne io una per te. Ho letto più volte il tuo carteggio con Bianca (Garufi): Noi siamo una bellissima coppia discorde, ci cerchiamo perché diversi. Hai indirizzato a lei le parole più belle che potessi leggere tra un uomo timido e una donna cattiva, come una volta l’hai salutata tu. Ma lei non era cattiva. Cattivo era il vostro amore. Tutti gli amori leali sono incattiviti dall’orgoglio.

Caro Cesare, il problema dei timidi è lo stesso degli artisti. Chi li mette a tacere non è come loro, cioè un puro, ma un arrogante e peggio ancora un cinico. Il cinismo di oggi ha surclassato la timidezza. Meglio essere feroci che poco disinvolti. Spero che un giorno tutto questo cinismo ci sarà utile. Nel frattempo sono convinta che anche oggi un “Pavese” ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via. Un “Pavese” vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Vladimir Nabokov, il mio maestro invidiato

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Vladimir Nabokov, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  25 agosto)

Nella postfazione del suo romanzo simbolo, Lolita, Vladimir Nabokov a proposito di oscenità in letteratura racconta come la banalità equivalga alla mediocrità e facendo l’esempio di Lolita denuncia le critiche che gli furono rivolte da chi si aspettava una maggiore oscenità intesa come pornografia evidente. Mentre lui accenna, senza spalancare, costruisce intorno a un amore dichiarato apertamente fin dalle prima pagine un mistero mai risolto. Per Nabokov è banale, e dunque mediocre, la letteratura delle idee, la scrittura dichiarativa (la chiama così) che vuole insegnare qualcosa, indicando con il dito al lettore dove puntare i sentimenti. Lolita è il capolavoro per eccellenza, la trappola più riuscita della letteratura. Lui, fine maestro di sentimenti, non è uno scrittore didattico, è un esteta. Scrive storie in cui i sentimenti scatenano una piccola silenziosa esplosione di famigliare tepore. Una spia luminosa. La definisce, così l’ispirazione letteraria.

Questa spia luminosa, nella sua vita, ha avuto un nome e un ruolo: Vera Slonim, sua moglie.

Vladimir Nabokov è nato a San Pietroburgo, nel 1899, da una famiglia di alta caratura militare e nobiliare. Sin da bambino conosceva altre lingue, in particolare l’inglese, e ha passato l’adolescenza immerso in una lettura autistica di pilastri come: Flaubert, Verlaine, Tolstoj, Cechov, Conan Doyle.

In seguito alla Rivoluzione del 1917, i Nabokov si stabiliscono in Gran Bretagna dove, a Cambridge, Vladimir si laurea in lingue romanze e poi parte per Berlino. Qui, nel 1923, ad una festa conosce Vera Slonim. Lei ha il volto coperto da una maschera di raso nero, e lo ama già. Sa le sue poesie a memoria. Lui ha il cuore spezzato da un’altra donna che l’ha lasciato. Lei se ne frega, e lo ascolta. Fino a quando, due anni dopo lo sposa e nel 1934 nasce Dmitri, l’unico loro figlio. Il loro matrimonio è straziante. Per quanto bello.

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia”?

Vera capiva eccome. Capiva mentre leccava francobolli al suo posto o gli apriva l’ombrello o correggeva in compiti degli studenti o redigeva le bozze dei manoscritti del marito. Non si può parlare della vita di Vladimir senza parlare di quella di Vera. Erano simbiotici e nessuno potrà stabilire chi era il dittatore. Di certo il loro matrimonio è stato un regime totalitario, durato fino alla morte di lui nell’estate del ’77 per una polmonite. Si dice che esiste la sindrome dei Nabokov. Investe la moglie quando questa è devota morbosamente al marito e investe il marito quando questi non fa che rendere subalterna la vita di lei alla sua. Ma chi ama questo scrittore sa pure che è stato il primo a riferire che la realtà in fondo non esiste, esiste la sua versione amplificata. Lo stesso si può dire del loro matrimonio e dei pettegolezzi che lo circondavano.«Senza Véra non avrei mai scritto una riga». Nabokov dedicò tutta la vita alla moglie, incluso il suo riconoscimento letterario e professionale anche in ambito finanziario. Forse aleggia molta invidia su di loro, l’invidia del bene.

Il suo primo romanzo risale al 1926 (“Masenka”, mai tradotto in Italia) a cui seguono “Re donna fante”, “La difesa di Luzin” ( sulla sua ossessione per gli scacchi), “L’occhio”, “Camera oscura”, “Gloria”, “Invito a una decapitazione” fino a “Il dono” che segna la fine del periodo russo. Nel 1940 Nabokov scopre l’America e nel 1955 l’America scopre Nabokov. In quell’anno esce “Lolita” e lui diventa una star, grazie anche al successo della trasposizione cinematografica firmata da Stanley Kubrick.

Nel periodo americano, lo scrittore russo diventa ufficialmente uno scrittore ibrido. Sia per il linguaggio che per lo stile. Non si capisce più dove inizia il savoir faire di derivazione anglosassone, che lo distingueva per portamento ed eleganza algidi, e dove finisce il pathos sovietico che invece lo portava a toccare il fuoco delle cose senza timore di bruciarsi. C’è chi dice che dobbiamo tutto alla sua collezione di farfalle. La sua vita americana coincide con quella da entomologo, esperto ossessionato dagli insetti, le farfalle in particolare (ne scoprì una che cacciava e conservava con la tenacia di un maniaco. Nelle farfalle svolazzanti e poi schiantate nelle sue raccolte lui ci vedeva il senso dello scrivere e delle parole. Del resto tutta la sua produzione letteraria restituisce uno sguardo dall’alto, quello dell’entomologo che trova più importante la sfumatura di un azzurro invece che la risposta “giusta” in un dialogo. La letteratura e la caccia alle farfalle sono “una sorta di magia, l’una e l’altra un intrico di incanti e inganni”. Immaginiamolo ancora a caccia di storie come a caccia di farfalle, in preda alla costruzione di trame come dentro una finale a scacchi: perennemente alla ricerca di un equilibro tra passione e raziocinio.

Carissimo Professor Nabokov,

mi sono iscritta virtualmente al suo corso di “letteratura sconcia” circa 15 anni fa. Quando ho sbirciato in una biblioteca e ho preso a prestito, idealmente senza restituirli mai, i suoi libri. Lolita per primo e in seguito gli altri fino a Lezioni di letteratura.

Vorrei dirle prima di tutto una cosa. Io la invidio. Non è un sentimento che mi appartiene nel quotidiano, per questo posso dirlo con fermezza. Io la invidio dal profondo del mio cuore. La invidio per la sua capacità di insegnare senza volerlo e di essere amato senza desiderarlo.

Le sue lezioni mi hanno incantato, dimostrandomi che per scrivere bene non dobbiamo spiegare niente a nessuno. Bensì: dobbiamo scendere dalle cattedre, dai palchetti; dobbiamo sentire mancare la terra sotto i piedi. Così quando scriviamo, ogni passo che compiremo nel vuoto, ci detterà il sentimento invincibile dei personaggi.

Mi sembra di sentirla mentre mi bacchetta: Meno vorrai insegnare, più sarai interessante. Perché sarai meno vanitosa, il voler mostrare un sapere è pura vanità.

Da Lei ho imparato che la letteratura e l’amore, dalla notte dei tempi, sono entrambi privi di moralità e di intenzioni didattiche.

La domanda che le pongo è: per scrivere una storia d’amore serve più realtà o più finzione? E quando in una storia d’amore la finzione si maschera dentro la realtà e quando in un romanzo la realtà dentro la finzione? Rispondere è una responsabilità di cui non mi sento all’altezza. Ecco di nuovo che si manifesta l’invidia. Questo sentimento scabroso. Non come la gelosia che ammette la presenza dell’altro, seppure in modo morboso. L’invidia esclude ogni contendente. E se per tutti questi anni ho escluso me, caro professore, adesso ho deciso di vivere fino in fondo la nebulosa dell’ego e ammettere che per invidiarla al meglio io devo eliminarla.

Proprio come fa Lolita con il professor Humbert. La sua assenza, all’improvviso, esalta l’elemento erotico della narrazione, un’attrazione che io ho sempre letto come una forma di invidia tra i due. Il vecchio invidia la ragazzina per ovvi motivi e la ragazzina invidia il vecchio per altrettanti (opposti) ovvi motivi. Il desiderio che nutre entrambi non è l’amore ma l’annientamento reciproco.

Per prima cosa, da domani, entrerò nell’ordine delle idee che Lei professore a forza di farmi capire cosa c’è dietro le storie, mi ha impedito di scriverle. E se non me l’ha impedito quantomeno mi ha inibito. Basta. Evviva l’istinto. Nella scrittura ce ne vuole tantissimo.

L’istinto governa il più insensato dei meccanismi narrativi: dire ti amo senza dire ti amo. Come si fa, allora? Be’, inziare scrivendo amore mio ti IN-VI-DIO può essere un buon inizio.

Gabriel Garcia Marquez, il mio Maestro disobbediente

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Gabriel Garcia Marquez, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  18 agosto)

Gabriel Garcia Marquez non è nato a Macondo dove avrebbe voluto. È nato, nel 1927, ad Aracataca, un paesino fluviale della Colombia. È qui che è cresciuto fino a 8 anni, ascoltando le leggende della nonna e obbedendo all’educazione del nonno colonnello (che diventerà il protagonista di “Cent’anni di solitudine”, romanzo che consacra Gabito al mondo).

Gabriel García (come il padre, telegrafista) Márquez (come la madre, chiaroveggente) aveva un legame sacro con i luoghi che sono stati croce e delizia della sua vita, obbligandolo a dare loro un sentimento letterario. I paesi, le cittadine, così come le case e le stanze, nei suoi romanzi sono mondi narrativi autonomi così veri da essere inventati. Così riconoscibili da non esistere. Così numerosi che si potrebbe fare il giro del mondo seguendo i paesaggi incantevoli delle storie di Gabo. Ma il posto più bello dove avrebbe voluto vivere non esiste. Eppure, ci siamo stati tutti. È Macondo. «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Dopo la morte del nonno, vive per un po’ a Bogotà e poi si trasferisce a Cartagena dove si iscrive a Legge. “Vedrai, a Cartagena de Indias ogni cosa è diversa. Questa solitudine senza tristezza, questo oceano incessante, questa immensa sensazione di essere arrivato“. Inizia a collaborare con diverse agenzie di stampa colombiane. Lascia l’università. Si trasferisce a Barranquilla. Il lavoro lo appassiona, per due motivi. Gli consente di approfondire lo stato delle cose del suo Paese; lo connette al mondo esterno. Lo proietta elettricamente in quel modo di vedere le storie che codificherà il realismo magico per cui è noto agli adoranti lettori. Un po’ come Picasso che, nei suoi ritratti, prima di spostare gli occhi al posto delle labbra, ha dipinto pose umane precise da far invidia ai madonnari, così Gabo ha conosciuto e scritto precisamente la realtà del mondo prima di decostruirlo e trasformarlo nel suo mondo, reale nella misura in cui è immaginifico.

L’attività di reporter lo trasporta nel 1955 a Roma. Qui, da corrispondente per “El Espectador”, incontra gli esponenti del neorealismo che lo incantano, non senza in seguito influenzarlo artisticamente. «È tutta una favola, solo che realizzata in un ambiente insolito e mescolata in modo geniale, fantasia e realtà, fino al punto estremo che in molti casi non è possibile sapere dove cominci l’una e dove finisca l’altra». A Cinecittà partecipa in qualità di assistente in “Peccato che sia una canaglia” di Blasetti. Da quel momento instaura un rapporto d’amicizia solido e perenne con Cesare Zavattini che considererà suo mentore. Dunque il realismo magico di Gabo in un certo senso nasce in Italia, figlio del neorealismo.

Dopo l’esperienza romana, Parigi e Londra sono le mete europee che frequenta prima di atterrare definitivamente nel suo sudamerica. In Venezuela sposa la sua Baranchilla (da cui avrà due figli maschi) e continua a lavorare per agenzia di stampa, sempre più grosse. Conosce Fidel Castro e poi Che Guevera. Due incontri stregati come stregato è il luogo dove avvengono: Cuba. Dagli anni Sessanta fino alla morte, avvenuta nel 2014 per una polmonite, partecipa alle questioni politiche e umane (dal colpo di Stato in Cile all’embargo cubano); viene spiato dalla Cia, picchiato con un pugno in faccia dal suo (ex) migliore amico lo scrittore Mario Vargas Llosa, ricevuto e stimato da Bill Clinton, insignito del premio Nobel nel 1981 e consacrato scrittore sudamericano più noto al mondo. Colui che avrà pure vinto premi, combattuto battaglie politiche, litigato ogni giorno della sua vita, e tante altre avventure degne al contempo di un eroe e di un anti-eroe, viene ricordato per averci insegnato che cosa vuol dire amare.

Per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni Florentino Ariza ha perseverato nel suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza del Caribe. Ha resistito alle minacce del padre di lei e non ha perso le speranze neppure davanti al matrimonio di Fermina Daza con il dottore Urbino.”

Ecco di cosa è capace un vero uomo come Florentino Ariza, dare il tempo all’amore di superare il tempo.

Caro Gabo,

se c’è una storia che si ripete questa è l’estate. Ogni anno mette in scena lo stesso racconto, fatto di canzoni da cantare e pagine da leggere. Entrambe, prevedibili. E poi il caldo, i temporali nel deserto, gli insetti insopportabili, le persiane socchiuse, il fresco risicato sulle pareti bianche e antiche delle case umide di mare. Immagini straviste. Eppure le aspettiamo ogni anno, come si aspetta una persona che al contempo si ama e si odia.

Ogni tanto mi chiedo cosa sia stata l’estate per te. Ti immagino nel tuo paesino, circondato dall’affetto dei nonni, in preda alle prime voraci curiosità che chissà perché si acuiscono sempre in estate.

Se c’è una canzone che mi fa estate questa è Il mondo di Jimmy Fontana. Un’associazione insolita. Non compare mai la parola “mare” e nemmeno “sole”. Eppure è questa canzone, lontanissima dalla mia generazione, a proiettarmi l’estate dentro. Dove l’ho ascoltata la prima volta, non lo so. Quando l’ho imparata a memoria, nemmeno lo so. L’avrò ascoltata attraverso un juke box sperduto, in uno di quei lidi del sud dove si sbarca solo per comodità, per nascondersi dalla folla o per contrastare il caldo insopprimibile. Quei luoghi in cui tutto si muove alla stessa maniera e, origliando da un ombrellone all’altro, perfino le persone fanno discorsi identici. Quei luoghi dove l’estate si ripete e la storia pure.

Se c’è uno scrittore che mi riconnette alla sensazione di inatteso tipicamente estivo questo sei tu. La mia prima avventura estiva. La marachella, la disobbedienza sentimentale.

Per lungo tempo sei stato lo scrittore di famiglia. Famigliare nel senso di facilmente accessibile, famigliare nel senso di inaccessibile. I tuoi libri hanno vissuto nelle librerie dei miei nonni da quando ho imparato a leggere. Adesso le stesse librerie con quegli stessi libri sono miei. Per molte estati, trascorse con la nonna, lo scaffale Marquez è stato un vedere senza toccare. Non erano letture per una ragazzina curiosa. Ci ho creduto. Fino a quando non ho disobbedito. L’estate in cui ho iniziato a leggerti, quella invece non è uguale alle altre. E non è mai tornata. Secondo me è la stessa in cui ho scoperto Il mondo. Avevo più o meno l’età di Sierva Maria, la rossa di “Dell’amore e altro demoni”. Non avevo i suoi capelli ramati. Nonostante qualche demone iniziasse a veleggiare dentro di me. Non mi interessa quanto la sensazione di pericolo di essere scoperta abbia influito sul piacere della lettura disobbediente. So che da te ho imparato cosa significa mantenere un segreto, assaggiare le cose ispirandosi ai colori, ascoltare con le orecchie gli strusciamenti tattili dei corpi delle tue donne di carta. Come un tramonto in cui il sole diventa una mongolfiera al contrario, invece di volare affonda nell’acqua del mare, Così ho capito che ogni tanto disobbedire a qualcuno o a qualcosa è il modo più sincero per conoscere se stessi. Soprattutto d’estate, la stagione più bugiarda dell’anno.

Antonia Pozzi, la mia Maestra forever young

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Antonia Pozzi, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  11 agosto)

Cara Antonia,

della tua poesia ho paura come ho paura delle vertigini. Non sosto in spazi troppo alti, non mi affaccio dagli ultimi piani, non mi sporgo sulle scogliere. La vertigine che provo leggendo le tue poesie è simile a queste che temo. Perciò, esito a leggerti. Tu sei vertigine. Sensazione da cui si è attratti per far girare la testa e provare un’emozione incosciente. Forse chi ha paura delle vertigini, ha paura della vita. Tu invece la vita sostenevi essere un dono ogni giorno. La tua cara vita.

“Oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano
“.

Non è facile trovare una gioia così grande come quella che devi aver provato tu, quando la vita te la sei tolta. Nessuno può dire se questo sia un bene o un male. Nessuno sa cosa vive un’altra persona quando vive e soprattutto quando scegliere di non vivere più.

“Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.”

C’è una frase che sento spesso dire: Tu non puoi capire. E questo si riferisce di solito a chi parla o esprime un’opinione pur non essendo (faccio esempi a caso): un omosessuale, un vegano, un genitore, un extracomunitario, un cervello in fuga, un cassaintegrato, un poeta. Come se per avere un pensiero o un contatto con il mondo bisogna avere sempre la patente. Come se a guidare un’auto siano bravi tutti quelli che lo fanno. Seguendo questo ragionamento, chi non produce poesia non deve nemmeno parlarne. I poeti invece, quelli come te possono parlare di tutto e di tutti. Hanno un potere. Hanno la poesia. Hanno il contatto con il mondo. Non giudicano, mostrano la vita. La vita che è molto diversa da quella sognata. Vale per tutti ma pochi lo sanno. I poeti lo sanno. I falsi poeti invece non sanno niente e giudicano.

Non si prova nessuna vertigine quando un poeta è un semplice aggregatore di parole dolorose dentro buone intenzioni. Chi sono i poeti? Si dice siano quelli che invece di vivere vanno oltre la vita. Ed è vero. Motivo per cui, Antonia cara, non deve essere stata bella la tua giovinezza. Sei nata avendo già cento anni più di tutti. Crescendo ti restava solo una possibilità: rimpicciolirti. Invece sei diventata immensa, te stessa. Ti immagino nuda in ogni azione che hai compiuto, in ogni frase che hai scritto, in ogni immagine che hai fermato dentro una foto. Solo così, nuda, non ho più le vertigini.

RITRATTO

Antonia Pozzi è stata una poetessa italiana che a 26 anni sul prato antistante l’Abbazia di Chiaravalle, a sud di Milano (città dove era nata), immersa nella neve. Come l’Ofelia pre-raffaellita di John Everett Millais, distesa sul ruscello con le mani aperte verso il cielo. Quel giorno, un sabato, Antonia è distesa sull’erba fittamente avvolta dalla neve dopo aver ingoiato un quantitativo di barbiturici sufficiente per liberarsi dalla sua disperazione. Ma non dalla vita. La ritrovarono tra la vita e la morte. Ma era troppo tardi. Era un sabato, quel giorno, il 3 dicembre 1938. Lo stesso anno in cui il fascismo comincia ad applicare le leggi razziali in Italia.

“Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.”

L’esistenza di Antonia Pozzi è stata una vita solo sognata. Non realmente vissuta. Al suo fedele amico, il filosofo Dino Formaggio, prima di morire scrisse “che tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia: tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù”.

ll sogno non vissuto di Antonia comincia quando, al liceo Manzoni di Milano, si innamora di Antonio Maria Cervi, il suo professore di greco. Di lui Antonia ama la capacità di risalire all’etimologia delle parole ( e come darle torto) e il senso di perdita, dovuto alla morte del fratello di Cervi durante la Grande Guerra. La relazione forse si compie, forse no. Forse vive nella clandestinità, forse alla luce del sole. Un sole che si oscura nel 1933 quando il professore viene trasferito a Roma. Lontano dalla troppo giovane Antonia che lo idealizza al punto da renderlo l’unica ragione della sua vita, appunto, sognata. Una vita impedita dalla fermezza con cui la famiglia, il padre in particolare, bloccò la relazione con il professore e contemporaneamente la vita della poetessa.

Chi mi vende oggi un fiore?
Io ne ho tanti nel cuore:
ma serrati
in grevi mazzi –
ma calpesti –
ma uccisi.
Tanti ne ho che l’anima
soffoca e quasi muore
sotto l’enorme cumulo
inofferto.
Ma in fondo al nero mare
è la chiave del cuore –
in fondo al nero cuore
peserà
fino a sera
la mia inutile messe
prigioniera.

La Pozzi era nata in una famiglia molto ricca, molto colta, molto nota a Milano. Cresce legandosi alle due nonne e a una zia. Da loro si sente più amata che dai genitori che pure adora e invoca spesso nelle sue poesie. Il padre (un avvocato in vista) e la madre (una contessa) sono molto felici di avere una figlia come Antonia a patto che questa figlia viva per esaudire i loro desideri. Così Antonia cresce tra i libri di greco e di latino, tra alberghi costosi e passeggiate in montagna, tra corsi di inglese e traduzioni francesi di Flaubert a cui dedicò la tesi di laurea, in Lettere e Filosofia, avvenuta alla Statale di Milano nel 1935: “Due mesi pazzeschi in cui riuscii a buttar giù una tesi, in cui — forse — c’è tutto il meglio di me, la storia e il programma — forse — della mia vita, o almeno di un aspetto della mia vita”.

Una volta cresciuta diventa donna scalando le cime della sua amata valle, occupando palchi riservati alle prime della Scala, praticando sport eleganti come il tennis e l’equitazione. Si distingue dal resto delle sue coetanee per la precocità: suona il piano, dipinge, fotografa. Scrive. Un quadretto perfetto se non fosse per quel buco che l’amore impossibile con il suo professore le fora il cuore. Ogni giorno. Piano piano. Come una crepa che inesorabile sfonda una parete.

Tutto ciò che non è scritto nelle sue poesie, si può leggere dentro le sue scarpe. Antonia ne indossava di grosse e resistenti. Scarpe da montagna che poco si addicevano alla ragazza tutta pianoforte e solfeggio che i genitori credevano di avere in casa. Con le sue scarpe pesanti aveva il passo leggero di una poetessa. Camminava per ore, trascorreva giorni sulle montagne dove nutriva il suo sguardo e il suo cuore, alternando la composizione poetica alla passione viscerale per la fotografia. Entrambi i talenti, parole e immagini, in lei si assomigliano. Sono come un vento che salva dalle intemperie le giornate di sole minacciate dalle nuvole. I suoi album di fotografie (raccolti nel libro “Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima” Àncora editrice, 2007) non sono meno intimi delle lettere e dei diari. Ciò che fissa con lo sguardo è della stessa natura di ciò che fissa con il cuore. In proposito scrive all’amico filosofo: “Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Conservale per mio ricordo, per ricordo del nostro incontro.” Come le storie delle sue poesie, anche le foto, sono nude senza troppi personaggi in mezzo e senza peli sulla lingua. Come sentiva e come vedeva le cose, così le restituiva. La giovinezza, più che la vita, deve esserle sembrata uno scherzo del destino. Non è un caso che quando viene finalmente scoperta e apprezzata come poetessa Antonia Pozzi, nel 1945 Eugenio Montale uno dei suoi più pervicaci sostenitori ed estimatori proclamò di Antonia e della sua poesia: “forever young”.

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