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Sylvia Plath, la mia Maestra bellissima

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  19 gennaio)

Se Sylvia Plath fosse un mantra sarebbe: “Le persone mi piacciono molto oppure per niente.” Una frase che lei stessa partorì, tra una poesia e una pagina di diario. Sylvia era nero o bianco. Dentro o fuori. La nettezza del pensiero è la qualità più riconosciuta alla poetessa americana, nata il 27 ottobre del 1932 in una famiglia di origine tedesca, trasferitasi a Boston.

Sylvia Plath, con i suoi enigmi in versi, “Non sono crudele, sono solo veritiera”, rappresenta una delle figure più misteriose della letteratura contemporanea. Tanto mistero, tanto fascino. Come lo Scorpione, il segno zodiacale del vedo non vedo/faccio non mostro. Un segno che unisce la Plath alla sua anima gemella letteraria, Anne Sexton. Entrambe poetesse, entrambe discepole del poeta statunitense Robert Lowell, padre della poesia confessionale che, alla fine degli anni Cinquanta, diffonde una scrittura in versi ispirata alla vita personale.Si conoscono da ragazze durante un corso di scrittura creativa a Boston, dove Sylvia si era trasferita da poco con il neomarito, sposato nel ’56, Ted Hughes, anche lui poeta, con cui visse in America dal ’57 al ’59. Entrambe, Sylvia e Anne, affette da un eccesso di sé tipico del disturbo bipolare, troppo vive per continuare a vivere, autrici di meravigliosi versi anticonformisti, accumunate dalla disperazione fino a togliersi la vita.

Quando si è visto Dio, qual è il rimedio?/Quando si è stati afferrati e sollevati senza che una sola parte sia tralasciata/non un dito, non un capello, e usati,/usati fino in fondo,… qual è il rimedio?

Il rimedio non esiste, per lei esiste solo il disturbo. Bambina iper-intelligente, capace di scrivere la sua prima poesia a otto anni, in seguito alla prematura morte del padre; prima della classe a scuola; autrice di racconti apprezzati da giovanissima. Studentessa modello e genio precoce. “Non mi avevano detto che sei anche bella!” le dicono al College. Ed è vero. Sylvia Plath era bellissima: bionda, sorridente, con le ciglia lunghe. Una strega magica. Amava il rossetto e lo smalto per unghie color ciliegia di Revlon. Aveva una vera passione per l’estetica e per la moda, collabora al femminile Mademoiselle. Nei suoi look non manca quasi mai un tocco di rosso – ballerine rosse, sciarpe rosse. Poi arriva il 1953. Ha poco più di 20 anni e non viene ammessa al corso di scrittura creativa, considerato il lasciapassare definitivo verso il beneamato mondo delle lettere. Lo stop esterno si trasforma in uno stop interiore e poco tempo dopo tenta, per la prima volta, il suicidio. Un anno dopo torna allo Smith College, con una diagnosi del disturbo bipolare in una mano e la domanda per studiare a Cambridge nell’altra. Finito il College lascia l’America per l’Inghilterra. Qui conosce Ted Hughes, croce e delizia, amore della sua vita. Entrambi poeti, giovani belli ambiziosi, vivranno alcuni anni di estasi alternata a burroscose liti. Tutta l’esistenza della Plath è stata una giostra lenta e meccanica, un’altalena di vuoto che si alterna al pieno. Prima tanto amore per un uomo, poi tanto odio per lo stesso. Prima un effluvio di parole, poi la loro definitiva dissoluzione.

In continuo rapporto dialogico tra carnale e intellettuale, bellezza ed etica, la Plath ha scritto talmente tanto di sé che si finisce per non saperne mai abbastanza. Si rimane assetati di Plath. Scrive tanto: le lettere alla madre, l’inseparabile diario, le prime poesie, tutte parole da bere fino all’ultima goccia.

Gli Hughes tornati in Inghilterra con i due figlioletti, sembrano felici. Fino a quando Ted abbandona la famiglia per Assia Wevill, poetessa che vive nello spettro di Sylvia: all’inizio sua amica poi rivale, ne emulerà miseramente perfino la modalità di suicidio. Dopo la separazione coniugale, avvenuta all’inizio del ’62, Sylvia è decisa a riprendere in mano l’attività letteraria: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei.”

La sua vitalità naufraga, però, nella dipendenza affettiva per Hughes, senza il quale si sente persa. È una madre infelice. La maternità è oscurata dall’abbandono, dedica poesie tetre ai figlioletti: “Dici che quei gattini dovrei affogarli. Che puzza! E affogare anche la bambina. Se è matta a due anni, a dieci taglia la gola. Il pupo sorride, lumacone paffuto, dalle lustre losanghe del linoleum arancione. Roba da mangiarselo. È un maschio.” Più volte accuserà Hughes di averla vessata e manipolata. Interi diari e lettere sull’argomento vengono disintegrati dal marito, dopo la morte di Sylvia.

A parte i diari, gli anni della separazione (dal ’61 fino alla morte avvenuta nel ’63) sono quelli in cui termina le opere più importanti. Ariel (che resta la sua silloge più acclamata); una visionaria e proto-femminista opera teatrale Tre donne (“Sono solitaria come l’erba. Che cos’è che mi manca? Lo troverò mai, questo qualcosa che non so?”); libri per bambini, tra cui Max e il vestito color zafferano che racconta la difficoltà di un ragazzino ad entrare in abiti troppo grandi per la sua età. Una settimana prima di togliersi la vita, pubblica il suo primo (e unico) romanzo semiautobiografico, sotto pseudonimo, La campana di vetro di Victoria Lucas.

«Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.» Romanzo che consacra la depressione, paragonandola a una campana di vetro, nella quale finchè si sta dentro “si sta bene”. Il romanzo vede la luce in America quasi 10 anni dopo, quando la Plath non c’è più e invece il suo nome (vero) campeggia indomito sulla copertina. La campana di vetro ha cambiato schemi e strutture del romanzo tradizionale, una sorta di Giovane Holden al femminile.

Tutta l’opera della Plath si è rivelata una macabra autoprofezia per la sua vita. La fine è nota, ci sono perfino delle sue foto in circolazione con la testa affondata nel forno a gas.

In uno dei suoi versi più noti, dai tratti autobiografici, Sylvia scrive:

Dalla cenere io rinvengo
con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.

Noi la aspettiamo la nostra “Lady Lazarus” che ancora ha nove volte per morire, e altrettante per tornare.

Umberto Eco, il mio Maestro sensato

(Questa è la versione integrale del ritratto di Umberto Eco, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  12 gennaio)

Se è vero che il nome spesso contiene la nostra storia, il destino, quello di Umberto Eco non è da meno. Ogni suo pensiero, anche minimo, ha prodotto un’eco, cambiando il senso della vita di chi quel pensiero l’ha fatto proprio. Umberto Eco, nato esattamente ottantotto anni fa: il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, è stato filosofo, semiologo, medievalista, giornalista, scrittore. Eco è diventato, forse suo malgrado, il “supereroe di massa”, parafrasando uno dei suoi saggi più rivoluzionari (1976) in cui smaschera retoriche e ideologie popolari. Per esempio. Analizzando il melò, campione di incassi, “Love story” (1970) scrisse che quel film faceva piangere tutti perché era stato pensato, a livello strutturale, come un film che facesse piangere tutti. L’intreccio disperato, la retorica sentimentale devastante a cominciare dalla premessa narrativa (questi due sono destinati a lasciarsi perché sin dall’inizio sappiamo che lei è malata e morirà), consentivano allo spettatore/lettore di vivere l’esperienza con i fazzoletti pronti. L’attesa della tragedia è essa stessa tragedia. Abbracciare le teorie sulla comunicazione di Eco, per l’epoca, era come ascoltare Copernico, o il successivo Galileo, sostenere che è la terra a girare intorno al Sole e non il contrario. Fino a buona parte degli anni Novanta, e per certi versi ancora oggi, le teorie di Eco sulla cultura di massa erano purtroppo appannaggio solo della cultura elitaria. E per molto tempo soprattutto in America, dove Eco venne subito considerato un cervello fuori dal comune. Quando nel 1995 Vogue America lo intervistò, chiedendogli: “Come mai i suoi romanzi, pur non essendo affatto facili, hanno così tanto successo?”, Umberto Eco, dando ulteriore prova della sua demistificatoria iroina, rispose: “La sua domanda mi offende, è come chiedere a una donna come mai ci sono uomini interessati a te?”

Touchè.

Pur avendo attraversato almeno tre epoche culturali, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio scorso, fino al 2016 (anno della sua morte, sono certamente i Novanta gli anni in cui Eco estese la propria popolarità.

La sua grandezza non sta solo nell’inarrivabile cultura, nell’eleganza con cui metteva a posto mezza e più popolazione italiana. Si recuperino, a questo proposito, gli scritti de La bustina di Minerva, la storica rubrica che Eco tenne sull’Espresso fino al ’98 in cui “prediceva” il presente ai lettori, riflettendo sulla società italiana. La grandezza di Eco sta nell’applicazione della teoria alla pratica. Per questo possiamo considerarlo il secondo Vate della lingua italiana, dopo Dante Alighieri.

Si deve a lui l’evoluzione, per molti versi in positivo, delle discipline umanistiche nelle Università italiane. Nel 1971, fu tra i primi proporre l’istituzione del DAMS di Bologna (il primo corso di laurea italiano in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Nei primi anni Ottanta ha promosso e realizzato i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione, prima a Bologna e Siena, ora estesi in tutta la penisola.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.

Prima della sua carriera universitaria, cominciata nei primi anni Sessanta, Eco ebbe una lunga storia intellettuale e pratica con i movimenti dei giovani cattolici, ad Alessandria e poi a Torino, dove nel 1954 si laureò con una tesi su Tommaso D’Aquino che cambiò per sempre la sua concezione sulla fede cattolica. Studiando san Tommaso abbracciò definitivamente una posizione atea che poi ne caratterizzò pensiero e azione. “Tutte le cose di questo mondo, per esempio un fiore, nascono perché nella materia preesistente esse sono in potenza, poi sopraggiunge la forma-fiore e sboccia il fiore come sostanza. Se dunque Dio avesse dovuto imporre le varie forme su una materia preesistente questo significherebbe che il mondo, come materia informe, ovvero pura possibilità, esisteva prima del suo atto creatore, il che è impossibile. Tuttavia Dio ha creato gli angeli senza che ci fosse materia preesistente (infatti l’angelo non ha materia ed è pura forma), quindi non è necessario che Dio crei da una materia preesistente.”

Dalla fine degli anni settanta, affiancò la critica letteraria agli studi di semiotica. Portò in Italia questa disciplina che interpreta le culture attraverso i loro segni e simboli (parole, icone religiose, divi cinematografici, feticci televisivi, cartoni animati, canzoni). Pubblicò più di 20 saggi sull’argomento. “La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.”

Come romanziere non si separò dalla semiotica, cercando nelle sue storie un altro significato dentro quello più apparente. Il suo successo mondiale, Il nome della rosa, best seller che solo nel 1980, anno di pubblicazione, ha venduto 10.000 copie in Italia, coinvolge più di una delle sue “preoccupazioni” semiotiche. Il romanzo, oggi riconosciuto come uno dei libri italiani più famosi nel mondo, con oltre 50 milioni di copie vendute e più di 40 traduzioni, gli valse il Premio Strega nel 1981, a cui seguì la trasposizione cinematografica con l’indimenticabile Sean Connery nei panni di Gugliemo da Baskerville.

Anni dopo, dichiarò di odiare a volte il suo best seller e di amare molto di più i successivi romanzi (6 in tutto) che a suo avviso avevano più valore del primo. Ma i lettori non sono mai stati d’accordo. Come romanziere resta “quello” de Il nome della rosa. Il best seller fa ormai parte dell’immaginario collettivo, divenendo di proprietà dei suoi lettori.

In tal senso (…) ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, una sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la compresione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale. (…) In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata.”

Il nome della rosa l’abbiamo scritto noi non meno di quanto l’abbia fatto Eco. Dimostrando che se il destino di un uomo è nel nome, il destino di uno scrittore è nei lettori della sua opera.

Lewis Carroll, il mio Maestro delle Meraviglie

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  20 ottobre)

Questo è il ritratto di uno scrittore che non si è mai definito uno scrittore. Charles Lutwidge Dodgson, a tutti noto con lo pseudonimo letterario di Lewis Carroll, nacque in Inghilterra nel 1832 da una felice famiglia vittoriana, di origine irlandese. Il padre era reverendo, severo ma giusto capace di imprimere ai suoi undici figli cultura ed educazione; la madre era dedita alla casa e alla famiglia e lo crebbe con devote attenzioni. I problemi cominciarono con l’adolescenza. Da ragazzino Carroll soffriva di balbuzie e quando i suoi lo iscrissero alla Rugby School (1850), annotò l’esperienza come tra le più infelici. Mancino, troppo alto e troppo magro, riccioluto e scuro ma dai vispi occhi chiari, oltre alla balbuzie Carroll ebbe problemi con l’udito e per tutto la vita soffrì di una forma di emicrania che lo isolava dal mondo intorno. Ma, fin da ragazzino, era un genio. Scriveva poemetti e poesie, enigmista della parola e funambolo del fraseggio non-sense. Appassionato di fotografia, matematico di professione. Seduttivo nella sua ambiguità creativa, dalla quale furono ispirati alcuni dei più eccelsi artisti del Novecento: J. Joyce, J. L. Borges e John Lennon. Il leader dei Beatles al mondo delle meraviglie di Carrol ha dedicato più di una canzone. La più nota è “Lucy in the sky with diamonds” della quale Lennon disse: “Era Alice nella barca. Mentre compra un uovo, si trasforma in Humpty Dumpty. La donna che la serve nel negozio si trasforma in una pecora e il minuto dopo stanno entrambe remando in una barca per andare da qualche parte, chissà dove.”

Dopo aver scattato ritratti a personaggi famosi, tra cui il poeta italiano DG Rossetti e il pittore inglese John Millais, i suoi soggetti fotografici divennero le ragazzine. Sebbene la fotografia fosse principalmente un hobby, Carroll vi dedicava molto tempo. Era il suo modo per stare in mezzo alla gente,osservandola dietro l’obbiettivo. Fotografava bambine in ogni possibile situazione, compresa la nudità. Nonostante le congetture, non ci sono prove reali di abusi sui minori contro di lui.

Nel 1856, la famiglia Liddell e le tre figlie si trasferì a Christ Church, diventando i vicini di casa dei Dogson. Carroll conquistò la loro fiducia, divenendo l’amico di famiglia. Spesso portava le tre sorelle, Lorina, Edith e Alice, a fare lunghi giri in barca sul Tamigi. Fu in una di queste spedizioni che gli venne l’ispirazione per “Alice nel paese delle meraviglie”. Proprio nel 1856 iniziò a scrivere le prime opere umoristiche e divenne “Lewis Carroll” traducendo il suo nome e il suo secondo nome in latino, invertendo il loro ordine, e poi traducendoli nuovamente in inglese. Lewis è infatti la versione inglese di Ludovicus, da cui deriva Lutwidge, il suo secondo nome, mentre Carroll è l’anglicizzazione del latino Carolus, cioè Charles.

L’unico modo in cui si sentiva se stesso era dentro quello pseudonimo che lo proteggeva dal suo ruolo sociale di professore emerito in matematica a Oxford. L’insegnamento non era il suo lavoro ideale, la balbuzie rendeva difficile tenere lezione. Molti dei suoi studenti non erano interessati alla sua materia. Tuttavia Carroll escogitò astuti enigmi matematici e domande di logica per cercare di rendere più attraenti i suoi discorsi spezzettati. Nel corso della sua vita, ha suggerito soluzioni per molte questioni, comprese alcune regole per i tornei di tennis. Ma, soprattutto, ideò la nyctografia: un sistema per scrivere al buio. Carroll si svegliava di notte con alcuni pensieri che voleva annotare. All’epoca scrivere nel cuore della notte significava accendere la lampada ad olio per poi rispegnerla dopo poco. Un sistema poco congeniale. Così Carroll s’ingegnò.”Chiunque abbia avuto, come spesso ho fatto io, la necessità di uscire dal letto alle 2 del mattino in una notte invernale, accendere una candela, e appuntarsi alcuni pensieri che avrebbe altrimenti dimenticato, converrà con me quanto scomodo possa essere. Tutto ciò che devo fare adesso, se mi sveglio e penso qualcosa che desidero appuntare, è prendere da sotto il cuscino un piccolo taccuino contenente il mio nyctografo, scrivere alcune righe senza nemmeno dover mettere le mani fuori dalle coperte, rimettere a posto il libretto, e tornare a dormire. Ho prima provato ad utilizzare le file di fori quadrati (poco più di mezzo cm quadrato l’uno -la misura che ho trovato più comoda), come contenitori per le lettere; non è stata una brutta idea, ma le lettere risultavano ancora illeggibili. Quindi mi sono detto “Perchè non inventare un alfabeto quadrato, usando solo punti agli angoli e linee ai lati?” Ho presto scoperto che, per rendere più facile la scrittura, era necessario sapere dove iniziassero esattamente i quadratini. Per questo ho stabilito la regola secondo la quale ogni lettera-quadrata doveva contenere un chiaro puntino nero nell’angolo in alto a sinistra.Sono riuscito ad ottenere 23 diverse lettere-quadrate, somiglianti alle lettere che devono sostituire. Pensate al numero di ore di solitudine trascorse da un uomo cieco, spesso passate a non far nulla, quando egli sarebbe probabilmente felice di annotare i propri pensieri; e vi renderete conto di quale benedizione gli concederete donandogli un piccolo “indelebile” libro di memorie con un nyctografo e insegnandogli l’alfabeto-quadrato.” La versione finale della sua invenzione fu registrata nel 1891.

Poco prima del suo 66esimo compleanno, Carroll ha avuto un grave caso di influenza, sfociata in polmonite. Morì il 14 gennaio 1898, lasciandoci alle spalle un enigma irresolvibile. La sua anima.

Caro Lewis Carroll,

“di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente”. Professor Carroll o Dogson come preferisce, vorrei con la presente obbligare ufficialmente alla lettura della tua Alice, soprattutto nelle scuole dell’obbligo. Il motivo è semplice. Alice non solo è irresistibile. Ha una caratteristica essenziale per la crescita e il benessere dei ragazzi, futuri adulti, non c’è morale. Questo è il dono che ci fa una ragazzina che, in realtà, non ha genere sessuale come non ha età. Vive dentro ognuno dei suoi lettori, non appena questi si immergono nelle sue meraviglie. A differenza di Pinocchio, per esempio. Dove invece la morale è più forte della personalità del ragazzo di legno. Se i due si fossero incontrati a metà strada, tra il Paese delle meraviglie e quello dei Balocchi, la ragazzina al burattino gliela avrebbe fatta passare presto tutta quella voglia di mentire.

“Non immaginarti mai di non essere altro da quello che potrebbe sembrare agli altri che ciò che eri o potevi essere stata non fosse altro da ciò che eri stata e che avrebbe potuto loro sembrare essere altrimenti”.

Alice è un mito, vive di luce propria. Come tutti sbaglia, ma non si fa abbagliare dai suoi errori. A differenza dei burattini, quando Alice fa una sciocchezza se ne rende conto. Da sola. Questo è il prezzo che paga. La consapevolezza. Non aspetta che qualche fata turchina o grillo “pedante” le indichi la strada per la redenzione. Alice sa che la redenzione non esiste. Esiste la vita che non ha senso tanto vale caricarla di non-sense.

“Ultimamente erano successe tante di quelle cose strane che Alice aveva cominciato a credere che di impossibile non ci fosse quasi più nulla”.

Caro Lewis, come hai fatto a creare una roba come Alice dentro l’Inghilterra vittoriana e rigida, capace di indebolire i deboli senza dare loro il beneficio del dubbio? I dubbi sono le pile della crescita psicologica e il fatto che Alice ne sia invasa non fa che renderla la cittadina ideale di un Paese delle Meraviglie che oggi, come allora, possiamo abitarlo solo ad occhi chiusi o in punta di penna.

“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti”.

Marguerite Yourcenar, la mia Maestra di roccia e vento

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  27 ottobre)


Era fatta di roccia e di vento. Ha condotto una vita saggia, suggellata da una grande verità che suona più o meno così: se la mente è concentrata su qualcosa non può concentrarsi su altro. Lei si riferiva alla scrittura, croce e delizia. Ma cambiando l'ordine delle priorità il risultato non cambia. Sopravvivere alle proprie ossessioni è un'impresa. Un'impresa che a questa scrittrice è riuscita.
Marguerite Antoinette Jeanne Marie Ghislaine Cleenewerck di Crayencour, conosciuta come Marguerite Yourcenar, è  nata nel 1903 a Bruxelles. Sua madre muore dieci giorni dopo la nascita e dunque la scrittrice cresce  con la nonna, che non sopporta, e si lega molto a suo padre, Michel de Crayencour di cui Yourcenar è l'anagramma. Si può dire che la scrittrice abbia avuto due uomini importanti nella sua vita. Il primo è stato il padre dal quale ha indubbiamente ereditato il gusto spassionato per i viaggi e il secondo è stato Adriano, l'imperatore di Roma.

Marguerite Yourcenar trascorre i ruggenti anni Venti visitando l’Europa e i suoi musei, mostrandosi appassionata di arte classica, di storia e di letteratura. Il suo primo romanzo, “Alexis o il Traité du vain combat”, è del 1929. Nel 1930 cede alla sua passione e si trasferisce in Grecia, dove vive per un anno, scrivendo con meticolosità le sue prime novelle. Nel 1934 inizia le ricerche su questo personaggio che l’attrae irresistibilmente: l’imperatore Adriano. Dichiarerà di esserne attratta in un momento della sua vita in cui aveva perso fiducia nei miti e nelle divinità, nella fede e nei suoi contemporanei. Quando nel 1939 scoppia la guerra, Marguerite Yourcenar parte per gli Stati Uniti con la sua compagna Grace Fricks, conosciuta un anno prima. Per un po’ insegna letteratura comparata al Sarah Lawrence College, vicino a New York. Diventerà anche traduttrice, perfino della Woolf di cui traduce “Le onde”, scelta azzeccata per il suo temperamento fluttuante. Concepiva la traduzione come un intermezzo volontario nei periodi d’intenso lavoro creativo, una sorta di straordinario esercizio ginnico, tanto più proficuo quanto più lo spirito dell’opera originale è estraneo a quello di chi la traduce. Nel 1947 ottiene la nazionalità americana. Ma lo stesso anno abbandona la cattedra e si ritira in un’isola nello stato del Maine, l’isola di Monts-Deserts con la sua compagna. Un ritiro attivo che dedica totalmente alla sua ossessione, Adriano, che continua a perseguitarla giorno e notte, riempendo quaderni e quaderni di ricerche e spunti per raccontare la sua storia. Quando ritrova in un vecchio baule una bozza del primo manoscritto, decide che da allora lui sarà “l’uomo della sua vita” e non lo abbandona fino alla stesura definitiva. La sessualità e le relazioni dolorose sono temi ricorrenti nel suo lavoro di scrittrice, poetessa e saggista. Marguerite Yourcenar è stata una filosofa della parola, scrittore, come si faceva chiamare, non è abbastanza. È diventata la prima donna a unirsi all’Académie française, dove è rimasta dal 1980 fino alla sua morte nel 1987. “(…) Voi mi avete accolta, questo me incerto e fluttuante, questa entità di cui io stessa ho contestato l’esistenza… eccolo come è, circondato, accompagnato da una schiera di donne invisibili che avrebbero dovuto ricevere molto prima questo onore, al punto di spostarmi da un lato per lasciar passare le loro ombre: Madame de Stael, una delle migliori menti del secolo, George Sand, Colette.”

All’inizio degli anni Cinquanta, una Francia sconcertata accoglie la storia della passione di Adriano per il giovane Antonino, e frasi come “questo bellissimo levriero avido di carezze e ordine si sdraiò sulla mia vita” mostra al mondo che si poteva essere allo stesso tempo un grande imperatore e un grande amante che attingeva la sua forza nell’ossessione amorosa. Se alla fine del XX secolo l’omosessualità non è più punita, come lo era ancora in Francia negli anni Cinquanta, è in parte a Yourcenar e al suo Adriano che lo dobbiamo.

Guardando la sua ultima intervista, pochi mesi prima della sua morte, rilasciata completamente in italiano al giornalista Giovanni Minoli, che a lei dedicò una puntata del programma di culto “Mixer”, si resta incantati. Come davanti all’ultima imperatrice. La scrittrice ipnotizza l’intervistatore con il suo piglio imbarazzato,come se la più grande scrittrice francese contemporanea non si sentisse all’altezza nemmeno di se stessa. In un’altra famosa intervista, precedente a questa, teorizza il paradosso dello scrittore che è quello di perdere la sua vita a scriverla mentre in realtà dovrebbe uscire e viverla. Una frase che riassume bene la filosofia di questa donna forte, che si è fatta strada da sé.

Cara Marguerite,

lo scrittore deve vivere e contemporaneamente radicarsi nel nulla per esprimere a parole quello che la sua mente produce. Scrivere è un’abitudine come impastare e mangiare ciò che si è creato dal nulla.

“Le abitudini servono alla creazione letteraria, perché nelle abitudini c’è un che di rituale. Alzarsi la mattina, scendere ad accendere il fuoco in cucina, dar da mangiare agli uccelli, guardare il sole dalla terrazza, sono altrettanti riti che finiscono col diventare assolutamente impersonali.”

Da te edotta con questo piccolo grande precetto, l’altra sera ho impastato per la prima volta. Farina, olio, lievito, sale. Non eri tu quella che diceva che scrivere è come fare il pane? Bisogna sporcarsi le mani, impastare dal niente, aspettare la forma naturale di una creatura e darle poi il contenuto che le spetta.

Saper mettere le mani in pasta e poi attendere. Che grande lezione di cucina letteraria. In effetti, impastando molti aspetti che sfuggono quando si addenta un pezzo di pane bello e pronto, non sfuggono. Non sfugge, con le mani sporche di massa, quell’odore inconsistente della mancanza di una forma ancora da prefissare. Perchè uno scrittore sceglie determinati personaggi rispetto ad altri? Li sceglie seguendo un mistero o una verità? Entrambi, credo. Insomma questo insegni tu. E non arricciare il naso davanti alla parola “insegni”. Tu l’hai fatto e continui a farlo ai tuoi lettori eterni.

Si scrive di cosa si sa. Come si sceglie un periodo storico e i suoi personaggi? Forse con lo stesso criterio degli ingredienti per una focaccia? Alcuni sono indispensabili e universali, altri invece fanno parte del nostro mondo noto. Li abbiamo “assaggiati” da qualche parte in un altro spazio-tempo e proviamo a metterli in scena per vedere l’effetto che fa. E il sapore che avranno. Se questo sapore ci assomiglia, anche se viene da luoghi lontani ed epoche lontane. Ogni libro è come una focaccia impastata per la prima volta. Non sappiamo che gusto avrà, non sappiamo che cottura e che forma prenderà. Non possiamo prevederne la consistenza. Ma sappiamo che sarà assolutamente fedele alla realtà, alla nostra realtà. Che può essere a volte anche solo la realtà di una domenica pomeriggio d’autunno, in questo caso già diversa dalla prossima.

Emily Dickinson, la mia Maestra di Verità

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Emily Dickinson, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  24 novembre)

“Il Silenzio è tutto ciò che temiamo.
C’è Riscatto in una Voce.

Ma il Silenzio è Infinità.
In sé non ha un volto.”

Può sembrare contraddittorio che una poetessa così sola e silenziosa nella vita, sia stata un’autrice tanto rumorosa e prorompente, e per certi versi, aggressiva nella sua opera. Eppure, è andata così.

Emily Elisabeth Dickinson, nata ad Amherst in Massachussets nel 1830, e morta nella casa paterna nel 1886 a 55 anni, per una nefrite, è vissuta nel silenzio eppure la sua opera esplodeva. Di parole, di immagini, di verità eterne, di desideri che fanno rumore. Più aggressiva a parole che nei fatti, violenta – mai nei toni – nei temi dei suoi versi, basti pensare che la sua ossessione narrativa è stata la verità. Emily Dickinson è stata una donna moderna ante-litteram. Una donna che bastava a se stessa.

La sua storia famigliare è l’esempio, per l’epoca visionario, di come una grande mente cresca e si nutra di grandi mancanze. Nonostante appartenesse a una facoltosa, borghese e popolosa genealogia famigliare, Emily ingoiò subito il suo destino di “ragazza appartata” quando intravide nel padre una figura assente: “Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.

A 25 anni, nel 1855, scelse di vivere reclusa nella propria stanza, senza avere grossi scambi con l’esterno e consacrò questa scelta vestendo per tutta la sua vita di bianco, colore della purezza e dell’assenza. La sua famiglia, in vista e molto religiosa, le aveva impedito di sentirsi libera, di fare delle scelte individuali (come, ad esempio, evitare di iscriversi a qualsivoglia associazione cattolica). E dunque lei, non potendo compiere altre scelte, ne fece una: smise di fare scelte. Visse reclusa. Per molti visse infelice. Ma su questo non c’è da giurarci. Amava la poesia di Shakespeare, di Keats e la prosa delle Bronte. Adorava cucinare. Il suo dolce più riuscito era la torta di cocco, la cui ricetta è rinvenuta insieme a mille altre, scritta in bella copia sulle etichette degli ingredienti utilizzati. Cucinava nel pieno della sua voragine creativa che la mangiava viva: “Questa fame fredda, senza sosta, senza fine.” Il cibo in fondo per lei, come per tutti, non era che un’altra forma di amore: “Prima di amare, io non ho mai vissuto pienamente”.

Non sappiamo cosa avveniva nella sua mente quando chiudeva la porta di casa e poi della sua stanza e volava dentro le sue parole. Si può essere molto felici, anche in silenzio. Il tema della reclusione che pure appare dominante non è necessariamente un segno di una libertà negata. Secondo alcuni, si rinchiuse in quanto malata di epilessia. Secondo altri lo fece perchè respinta dall’uomo di cui si era innamorata, il reverendo Charles Wadsworth già sposato con figli. Ma chi ci vieta di pensare che si recluse per amor proprio? Chi ci dice che Emily Dickinson non abbia vissuto con la persona che rispettava e che amava di più, ovvero se stessa? Intendendo per se stessa non una mera auto-rappresentazione egocentrica del suo io ma la sua anima creativa e creatrice. La reclusione non è stato il segreto del suo successo in vita. Ma di certo le ha conferito una vita eterna. Ripresa peraltro, poco tempo fa, nella prima serie tv dedicata alla poetessa, Dickinson, prodotta dalle Apple Tv e molto attesa anche da noi.

Dopo la sua morte, la sorella scoprì più di un centinaio di poesie, lettere, componimenti in versi che Emily per tutta la vita scrisse su foglietti ripiegati e cuciti a mano e poi relegati dentro un raccoglitore. La poetessa non ha mai visto le sue poesie pubblicate, se non un paio su riviste di poco conto, e non ha mai avuto contatti con qualcuno che potesse averne la curatela. Le sue parole sono rimaste avvinghiate a loro stesse per decenni. È dovuto cambiare un secolo per vederle messe insieme, tradotte in tutto il mondo e amate come meritavano di essere.

Cara Emily,

soffocarsi di mancanze.

Non scrivo e mai scriverò una poesia, ma immaginando questa sera di farlo, solo per una volta e solo per una persona, la mia insana poesia sarebbe questa e sarebbe per te.

Soffocarsi di mancanze.

Un frammento inesistente della mia poetica inesistente. Il corrispettivo del tuo Frammento 1263. Il frammento più bello. Dovrebbe essere scritto sui muri delle scuole non come atto di vandalismo ma come atto di verità.

Di’ tutta la verità ma dilla obliqua –
il successo è nel cerchio –
sarebbe troppa luce per la nostra
debole gioia
la superba sorpresa del vero –

Non esiste un’immagine migliore, per raccontare l’esplosione di una parola buona dentro una vita quotidiana meno buona. Se non cattiva. Una volta qualcuno mi ha detto: non tutto ciò che non è giusto è sbagliato. Quanto è vero. Tu lo sai bene: le tue poesie raccontano storie non giuste ma niente affatto sbagliate. La delicatezza dei tuoi versi viene spesso identificata come la rappresentazione di una martire. Per molti è martire chi non compie le stesse scelte che compiono tutti o la maggioranza. L’individualismo è accettato come devianza artistica. L’individualità come la debolezza di chi non arrivando all’uva racconta che è acerba. Non credo sia stato così per te. Non credo sia così.  Tu sein stata una donna che non si ri-conosceva nelle altre. Una donna che oggi si presuppone di conoscere. Forse non ancora del tutto. Eri un’autrice con una personalità. Capace non solo di riconoscere il vero dal falso ma anche di saperlo raccontare a chi non ha i mezzi per comprenderlo sulla propria pelle.

Come il lampo è accettato dal bambino
se con dolci parole lo si attenua –
così la verità può gradualmente
illuminare – altrimenti ci accieca –

Italo Calvino, il mio Maestro interstellare

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  13 ottobre)

Italo Calvino, l’intellettuale italiano più amato dagli italiani, ha avuto una vita e un’anima cosmopolita. A cominciare dalla sua nascita, avvenuta a Cuba, il 15 ottobre di novantasei anni fa, quando Mario, suo padre, agronomo, si era trasferito a Santiago di Cuba per effettuare studi sulla canna da zucchero. Insieme con la moglie, Eva Mameli esperta di botanica e prima docente italiana della materia presso l’università, la famiglia Calvino ritorna in Italia, a Sanremo, quando Italo ha cinque anni. Una prima infanzia lontana dalla patria e molto verde,quella dello scrittore che ricorderà la passione paterna per il verde nel racconto “La strada di San Giovanni”, pubblicato nel ’61. Dieci anni dopo la morte del padre con il quale da ragazzo attraversava in silenzio questa strada che li conduceva dalla città alla campagna.

Quando nell’estate del ’44 Calvino, ventenne, s’arruola nell’esercito dei partigiani, sceglie come nome in codice “Santiago”, proprio la città in cui era nato. Nel ’62, quasi 20 anni dopo l’esperienza partigiana in cui Calvino conosce anche il carcere, torna a Cuba e lì sposa Chichita, la moglie argentina, una traduttrice dell’Unesco che diventerà l’inseparabile consigliera dello scrittore. Nel frattempo in Italia, Calvino è già uno degli scrittori con maggiore seguito tra lettori e intellettuali, le sue anime gemelle tra cui Primo Levi, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale vive a lungo a Torino, una città che trova a lui somigliante: priva di fronzoli, solenne e dedita al lavoro. Qui nasce il personaggio per ragazzi, “Marcovaldo”, il cittadino naif inadatto al grigiore industriale in cerca di natura e bellezza ad ogni angolo. Calvino è astuto nel creare dentro la realtà macchiette fantastiche che simbolicamente sono la riprova delle prima fragilità della nostra società. Ad uno dei suoi racconti più sarcastici, “Furto nella pasticceria” si ispirerà Mario Monicelli per creare i personaggi di “I soliti ignoti” (1958), divenuto un cult della commedia all’italiana. La commistione con altri tipi di scrittura, Calvino la sperimenta anche con una breve esperienza di cantautorato pop (la cui canzone più riuscita “Oltre il ponte” è stata ripresa più di recente dai Modena City Ramblers).

Alla fine degli anni Sessanta, dopo la nascita della figlioletta Giovanna, Calvino si trasferirà a Parigi con la famiglia. Un tentativo autentico, seppure chic, di rendersi invisibile rispetto al sempre più cresciuto consenso editoriale: “Quando mi trovo in un ambiente in cui mi illudo di essere invisibile sto bene, agli scrittori esibirsi di persona non conviene affatto.”

Calvino fin dal suo esordio, con il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), una favola di bosco sulla guerra civile, coltiva il sogno di essere invisibile. Introverso di natura, serio fino a non avere altri “passatempi” all’infuori del lavoro di scrittore e di redattore e ufficio stampa per l’Einaudi, Italo Calvino ha scritto storie che sono il contrario della noia. È stato un uomo autoironico, definiva l’autoironia “la condizione prima dell’intelligenza”. L’aspetto giocoso dell’autore si avverte nello sguardo con cui inventa i personaggi. Cosimo, “Il Barone Rampante” è un ragazzino che sceglie di vivere su un albero, lontano dalla famiglia e dalla realtà. Il libro esce nel 1957, nello stesso anno in cui lo scrittore lascia per sempre il PCI con una lettera pubblicata su “L’Unità”: La via seguita dal PCI […] attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m’è apparsa come la rinuncia ad una grande occasione.”

Nella sua vita ha realizzato più cose di quante forse ne immaginava. Compreso quel viaggio americano, a New York. Dopo il quale in “Un ottimista in America” scrive: “Negli Stati Uniti sono stato preso da un desiderio di conoscenza e di possesso totale di una realtà multiforme e complessa e altra da me, come non mi era mai capitato. È successo qualcosa di simile a un innamoramento”.

Partigiano, giornalista, redattore, intellettuale, disegnatore, soggettista e autore tradotto in oltre 50 lingue. Italo Calvino ha scritto con gli occhi immersi nella totalità del mondo. Ha creato personaggi surreali, città invisibili, mondi impossibili, rifugi inespugnabili per “(…) cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino è morto vicino Siena, nel 1985, poco prima di pronunciare le famose “Lezioni Americane” all’Università di Harvard e pubblicate postume nel 1988, come cartoline interstellari provenienti, queste sì, dal paradiso.

Caro Italo,

sei stato uno scrittore interstellare. Qualche galassia è lassù che splende, in attesa di essere riconosciuta come un’altra meraviglia che hai creato tu. Tra qualche millennio scopriremo il pianeta Calvino, abitato da Marcolvaldo, dove distese e distese di alberi fanno da tana a frotte di ragazzini che crescono spontanei sui rami. Un luogo governato da Palomar, un governatore che si esprime attraverso il silenzio. “Il signor Palomar non riesce a spiccicare parola. Il fatto è che lui più che affermare una sua verità vorrebbe fare delle domande, e capisce che nessuno ha voglia di uscire dai binari del proprio discorso per rispondere a domande che, venendo da un altro discorso, obbligherebbero a ripensare le stesse cose con altre parole, e magari a trovarsi in territori sconosciuti, lontani dai percorsi sicuri.”

Nel pianeta Calvino ci sarà sempre qualcuno disposto a mordersi la lingua prima di parlare a vuoto, per non ripetere sempre le stesse cose. Dai torrenti, lungo le montagne “Cosmicomiche”, sgorgherà un’acqua magica che appena bevuta corregge tutti i congiuntivi. Anzi, fa molto di più! Li inonda di senso. Così non avremo solo gente che sa il congiuntivo ma anche gente che alla forma associa un significato. Fine delle belle frasi fatte.

Il pianeta Calvino, come scopriranno presto, sarà circondato da sei costellazioni: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza. Si potrà scegliere la propria a patto di esserle fedele, sempre: “Per riconoscere una costellazione la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama”, dice Palomar. Caro Italo, nel Calvino restituiremo un significato alle parole e allora leggerezza significherà di nuovo “assenza di pesi sul cuore” e smetterà di equivalere ad “assenza di compassione”; chi cercherà interazione e condivisione, sbarcherà sulla costellazione Molteplicità che smetterà di essere sinonimo di “confusione”, come avviene oggi sulla Terra.

Grazie a te, Italo Calvino per il pianeta che hai formato, per le nuove costellazioni, per tutti gli alberi e per tutti i ragazzini. Noi siamo pronti a trasferirci in massa. Se anche tu che ci stai leggendo, vuoi trasferirti sul Calvino, devi stare solo attento a una cosa, intanto che vivi sulla Terra: “prima di guardare le stelle devi togliere il coperchio al telescopio”.

Cristina Campo, la mia Maestra Imperdonabile

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cristina Campo, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  6 ottobre)

Cara Cristina, la perfezione è un delitto. Allora come mai continuiamo ad essere sue complici?  Non c’è niente di meglio di un’imperfezione. Un neo improbabile sul viso oppure una spigolatura nel carattere. Una storia d’amore incompiuta o un matrimonio fallito. Una domenica barricata in casa, una frittata sfatta. Nessuno è perfetto, eppure è così che vogliamo essere. Le donne ultimamente sono tutte imperdonabili, a prescindere da ciò che fanno o desiderano. Da te ho imparato che la nobile arte di essere imperdonabili ha a che fare con la nobile arte della perfezione. Se sei imperfetta, ti perdonano tutto. Se sei perfetta, a volte non oltrepassi nemmeno la soglia di casa. “Gli imperdonabili” è il titolo del tuo saggio più famoso, oggi se dovessi riscriverlo potresti aggiornarlo al femminile. “Le imperdonabili”. Di imperdonabili sono rimasti in pochi, una dozzina ogni mille. Non voglio esagerare. Agli altri 988 si perdona la sciatteria e l’arroganza, che poi sono la stessa cosa; si chiude un occhio per l’incompetenza e la strafottenza, che poi sono la stessa cosa. Se i 988 mostrano superficialità vengono premiati, addirittura vengono amati. Quella sporca perfetta dozzina invece no. Non può permettersi una virgola fuori posto. Non una giornata di riposo o una banale scivolata su una buccia di banana. Mentre chi non cerca altro ristoro se non l’auto-compiacimento può permettersi perfino di viverci, su una buccia di banana. Non solo di capitarci per caso e magari cadere.

“Le imperdonabili” invece sono sempre in aumento. Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole…come cantava Zucchero in “Donne” un bel po’ di decenni fa.

Cara Cristina, non può che trasformarsi in preghiera questa mia piccola imperdonabile lettera con cui ti porgo gratitudine per essere riuscita ogni tanto a perdonarti, lasciandoci le tue immagini fatate e nutrienti con cui guardavi la vita ogni giorno. Cara Cristina, le imperdonabili hanno bisogno di te anche se non ti conoscono. Spero che questa mia preghiera possa arrivare a chi non ha mai fatto uno sgambetto, non ha mai dimenticato l’esistenza di un’amica, non ha mai giudicato nessuno. Questa preghiera spero arrivi a chi ha usato il suo tempo per cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per ascoltarle.

RITRATTO

“Nasce il 29 aprile del 1923 e viene battezzata Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina. Dai genitori e dagli amici sarà sempre chiamata con il suo nome anagrafico, Vittoria Guerrini, ma per tutti gli altri è Cristina Campo.” Comincia così “Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo” (a cura di Cristina De Stefano) che della scrittrice di origini bolognesi, traccia il ritratto di una donna che viveva dentro le parole. A cominciare dai tanti nomi che le hanno dato. Questa ricerca costante di perfezione lessicale l’ha resa una creatura mitologica: una specie di unicorno celeste, di mosca bianca. Un elefante rosa. Cristina Campo è stata una entità prima che un essere umano.

A discapito dei molti nomi con cui fu accolta alla nascita, è stata una donna tutta d’un pezzo. Algida come la sua bellezza. È tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, con quel viso come dipinto ad acquerello. Di temperamento era irreprensibile. Per questo ad alcuni lettori risulta lontana dall’empatia che si esige da chi scrive libri. Inquieta, più per cultura che per natura. A cominciare dalla scelta di cambiare nome per pudore. Non poteva permettere a se stessa di pubblicare con tutto il peso della famiglia di appartenza. Una famiglia altoborghese con cui condivise un’infanzia stravagante. Cristina Campo crebbe nell’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, abitando nella residenza del celebre ortopedico Vittorio Putti, zio della scrittrice. Dunque crebbe sì in mezzo ai coetanei, ma ricoverati dentro un letto d’ospedale. Lei stessa aveva una malformazione al cuore che le precluse la classica spensieratezza infantile, sottoponendo la sua crescita alle continue ansie dei genitori.

Avevo nove o dieci anni… pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: ‘Di tutto questo, nulla’ mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: ‘Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male’”. Così è stato.

Cristina Campo era una lettrice fortissima, robusta. Ingoiava traduzioni dall’inglese e dal tedesco, lingue studiate da autodidatta a Firenze dove, durante la guerra, si era trasferita con i genitori per consentire al padre di dirigere il Conservatorio fiorentino. Tra il ‘ 43 e il ’45 furono pubblicate le sue prime traduzioni di poesie tedesche e alcuni racconti di Katherine Mansfield, sua scrittrice feticcio.

Forse la cautela a cui i genitori la educarono, la devozione per scrittrici e poetesse di culto (nelle sue lettere e appunti si possono leggere veri e propri dialoghi immaginari con Simone Weil e Marianne Moore) la costrinsero a rinchiudersi nel culto della parola. Fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “La passione della perfezione viene tardi. O per meglio dire si manifesta tardi come passione cosciente. È un carattere aristocratico anzi è in sé la suprema aristocrazia.” Considerata una trappista della perfezione, scriveva poco e pubblicava ancora meno. I suoi lavori principali mostrano una penna “appartata”, come il suo stile di vita.

Solo quando a metà degli anni Cinquanta si trasferisce a Roma, le collaborazioni per case editrici e riviste acquistano una maggiore visibilità.

Cristina Campo resta una scrittrice poco nota. In pieno accordo con il suo karma che le imponeva, quasi, di essere inafferrabile. Vale la pena immergersi nelle sue storie fiabesche e delicate, scritte da una Trilli erudita: un folletto delizioso che vagava con la mente alla ricerca di leggerezza per il suo cuore doloroso e pesante. Lo stesso cuore che non reggerà, nel 1977, quando a 54 anni Cristina Campo è morta. Molto amata da amiche e amici, legati a vario modo al mondo della scrittura e della letteratura, è vissuta a lungo nel ricordo di questi. Tra cui l’eclettico Guido Ceronetti che la considerava una scrittrice/scrittore, cioè uno scrittore nato in un corpo di donna. Per quella sua continua ossessione per la perfezione e l’infallibilità: “L’erudizione non era che il manifestarsi della sua ispirazione, il rivelarsi in lei della parola abcondita.

Ernest Hemingway, il mio Maestro sobrio

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Ernest Hemingway originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 settembre

Quella faccia da schiaffi di Ernest Hemingway è il volto più fotografato della storia della letteratura contemporanea. Se ne può ricostruire la vita a partire dalle sue foto. Alcune improbabili. Tipo quando posò come testimonial, ante litteram, per promuovere una località turistica. Altre memorabili. Tipo quando posava per il suo amico, tra i fotografi più famosi al mondo, Robert Capa. Nato nella patria del blues, nei sobborghi di Chicago, nel 1899: precisamente 120 anni fa, Ernest Hemingway è lo scrittore con vite dei gatti (con cui pure è stato immortalato in numerose foto).

Narcisista e macho, l’iconografia di questo personaggio leggendario lo ritrae come un uomo viveva con la guerra dentro. Da ragazzino lottava contro i suoi coetanei.

Durante la scuola manifestò il desiderio di dare di boxe per difendersi dai compagni che lo avevano picchiato. Dopo la scuola scelse deliberatamente di non laurearsi e divenne nel 1917 cronista per il quotidiano locale di Kansas City, città dove aveva scelto di vivere per allontanarsi dai suoi.

Da giovane si arruolò come volontario nella Prima Guerra Mondiale, in cui ebbe un ruolo come assistente di trincea sulla riva del Basso Piave. Dove si ferì, fu operato a Milano, si innamorò di un’infermiera tedesca ma lei lo rifiutò, così lui scrisse “Addio alle armi”. Cosa sarebbe la letteratura senza le delusioni d’amore di chi la scrive.

La sua implicazione bellica ebbe un seguito con la partecipazione alla guerra civile spagnola che raccontò in “Per chi suona la campana”, in cui coglie un aspetto inconsueto del conflitto mostrando come sia stato strumentalizzato per le trame della politica internazione dell’epoca.

La guerra addosso Hemingway non se la scansa nemmeno nel periodo parigino, quando vive una guerra di riflesso. Una siuazione incorniciata dalla sentenza di Gertrude Stein, scrittrice “perduta” che presiedeva il salotto parigino delle avanguardie artistiche dove Hemingway insieme con T. S. Eliot, Ezra Pound e W. Faulkner (per dirne alcuni) si intratteneva a leccarsi le ferite trasformandole in arte: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta“.

All’emotività della definizione, che ha creato un’epoca artistica, lo scrittore americano rispose lucidamente: “Tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state.” La guerra per lui è un fuoco che brucia dappertutto, non solo sui campi di battaglia. Questi anni parigini li racconterà, in parte, in Fiesta, l’esordio da romanziere (1926) che contiene l’indimenticabile: “Mai tornare nei posti dove si è stati felici.”

Hemingway ha rivoluzionato l’immagine e l’immaginario dello scrittore contemporaneo. La prima attraverso le oltre diecimila foto che lo ritraggono, un vero record che non potrebbe essere uguagliato nemmeno dal più volenteroso posatore letterario di oggi. E meno male. Con i baffi o con la barba bianca, con una quantità di animali di varie specie (uccelli, pesci, tori, gatti), con la sua macchina da scrivere, con la bottiglia mezza vuota in una mano, in costume da bagno, con le quattro moglie, con Inge Feltrinelli, con Fernando Pivano, con Ava Gardner, con il pullover a collo alto, con le braghe calate, con il doppio petto, dentro un bar o sulla spiaggia di Cuba, nella Plaza de Toro a Madrid, enrest hemingway ha fotodocumentato quasi tutto. Perfino il fucile. Si racconta che a dieci anni possedesse già un fucile. Proprio l’arma che puntò contro se stesso nel 1961, quando si uccise: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.»

L’immaginario che ha cambiato ha invece a che fare con una certa idea del ruolo dello scrittore. Per essere uno scrittore non basta sentirle le cose, “Non sono mica Henry James” ha più volte dichiarato. No, lo scrittore deve scrivere di ciò che ha conosciuto vivendo. Lo spirito d’avventura e l’amore per la lotta sono gli strumenti con cui Hemingway ha toccato la verità delle sue storie; il sentimento del nulla e il destino d’infelicità sono invece gli occhi con cui lo scrittore ha osservato il mondo, rendendolo poi nelle sue pagine più reale che in qualsiasi fotografia.

Caro Ernest,

write drunk, edit sober! Ho una spilletta che mi ha portato una mia amica da New York su cui sono incise queste parole. Senza il nome di chi le ha pronunciate. Allora, spesso, durante le mie riunioni o nel bel mezzo di una revisione editoriale, insomma mentre lavoro, un autore o un’autrice, che fino a qualche minuto prima non avevano avuto il coraggio di chiedere lumi in merito, tergiversando senza far notare che stanno per farmi la domanda del secolo, mi chiedono:

  • Cosa c’è scritto?

  • Write drunk, edit sober.

  • E cosa vuol dire?

  • Scrivi ubriaco, edita sobrio.

  • In che senso?

  • Cioè per ispirarsi ci si può abbandonare ma poi quando c’è da tirare le fila di una storia bisogna essere razionali e lucidi.

  • E chi l’ha detto?

  • Indovina? (Faccio io, solitamente, come un gioco all’impiccato abbastanza sadico.)

A quel punto si alternano nomi e cognomi di varia natura, c’è chi si arrende subito. E allora smorzo la tensione rivelando che chi diceva che bisogna scrivere da brilli ma correggere da lucidi eri tu: Ernest Hemingway. Una buona, una ottima dello scrivere. E anche della vita. Tipo un conto è innamorarsi, un altro è stare insieme. Un conto è scrivere, un altro è revisionare il testo.

Questo smarrimento spaesato che provochi, a partire da una spilletta che tengo ben appuntata sulla pettorina del mio severo trench nero, mi diverte.

Non è la tua sbornia che ti rende sconosciuto quanto la tua lucidità. Il fatto che tu bevessi a colazione due bottiglie di vino, prima di metterti a scrivere sconvolge meno del fatto che le assorbissi per bene prima di dare agli editori le tue storie. A ben pensarci, non c’è nulla di cui meravigliarsi. La tua è una scrittura che fa dell’onestà della mente il perno. Sempre attenti a non dire mai una cosa di troppo, i tuoi personaggi sono all’erta da te stesso e hanno stile a prescindere da te. Questo prendilo come un gran complimento.

Tu sei come una nota blues. Rappresenti uno stato d’animo per intere generazioni di lettori e di scrittori che dicono di aver ereditato qualcosa da te. Ma il blues ce l’hai solo tu. La musica della tua Chicago ti ha reso: Hemingway l’uomo in blues. Colui che vuole disperatamente arrivare al cuore di tutti pur mantendendo, anzi imponendo, un canone e un pensiero mai orientati alla fiducia verso il prossimo e alla vita ma indirizzati verso quello che non c’è. Un vuoto esistenziale che brucia l’anima come una nota blues troppo lunga.

Mary Shelley, la mia Maestra Materna

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Mary Shelley originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 settembre)

Duecento anni fa, nel 1818, una ragazza inglese di 19 anni termina il suo manoscritto, questo è “Frankestein”. La storia dell’ossessione di un uomo per la creazione della vita e del successivo abbandono della sua creazione. Una storia che punisce la doppia morale rispetto al “diverso” e colpisce l’ambizione eccessiva dell’uomo. È la storia di una società che condanna i propri mostri, dimenticando che i mostri li generiamo noi stessi. Sono i nostri figli.

“Frankestein”, sostanzialmente, è la storia di una madre e di suo figlio.

“Dicevano che ero nata sotto una buona stella. Puoi vedere ora quanto fosse vera quella profezia. Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità.”

Mary Shelley nasce nel 1797 a Londra, sin da piccola vuole essere una figlia ideale per sua madre. Peccato che la madre, Mary Wollstonecraft, intellettuale londinese che nel ‘700 scriveva: è tempo di restituire alla donne la dignità perduta, è morta dieci giorni dopo averle dato la vita. Il padre, William Godwin,filosofo anarchico con la testa calda, cresce sua figlia nella libertà di pensiero, cura la sua formazione (le insegna persino a leggere tracciando le lettere sulla lapide della madre), la rende partecipe ai simposi poetici. Per questo il poeta più famoso del momento, Percy Shelley, viene subito colpito da Mary: una creatura pallida, con un tripudio di capelli rosso-oro, silenziosa fino a quando non arriva il suo turno e sbalordisce letteralmente il poeta, per le intelligenti allusioni e citazioni che rivelano la sua splendida unicità. Il padre dunque ha fatto un buon lavoro con Mary, deve aver pensato. Fino a quando sua figlia non le appare un mostro. A 16 anni Mary scappa con Shelley, sposato e padre di due figli. Il suo gesto è piena espressione del Romanticismo: se due persone sono innamorate, nulla deve ostacolare la loro strada. Come sua madre, che prima di lei aveva avuto una bimba illegittima, Fanny, che si suiciderà oppressa dalla condizione di “bastarda”, Mary diventa un mostro perfino per il padre che dimentica le idee radicali e non rivolge più parola alla figlia.

Nel 1814 Mary attraversa l’Europa al seguito di Shelley, ufficialmente suo compagno more uxorio. I due si uniscono presto a Lord Byron, il poeta più famoso dell’epoca. Come gli Shelley, era stato respinto dalla società londinese per il suo comportamento scandaloso. Lontano dall’Inghilterra e vicino a personalità inquiete, e multiple, come gli amici del suo Percy (oltre che Percy stesso) Mary si sente ispirata. In Svizzera, dopo settimane di pioggia, che li costringe in casa Byron sfida la coppia a scrivere la storia di fantasmi più spaventosa possibile. Mary scopre per gioco che dentro di lei abita qualcun altro: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai lo ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre ragazzi irrequieti.

Quando nel 1818 termina il manoscritto, Mary si è sposata da poco con Shelley (divenuto vedovo in seguito al suicidio della prima moglie) e non conosce il sapore della sua nemesi: quell’etterno dolore che provocherà la perdita prematura di tre figli a cui seguirà quella del marito, annegato a Viareggio nel 1822. Per questo, nel 1831 revisiona ”il mostro” e dà alle stampe la nuova versione, con il suo nome bene inciso sul frontespizio come quello di un defunto sulla propria lapide. I critici letterari mormorano che Mary Shelley è una donna mostruosa e immorale. Una madre sola che si mantiene scrivendo. Eppure quando l’incontrano, scoprono una persona signorile e riservata. Umile, inconsapevole di aver segnato la storia della fantascienza: “Quanto è pericoloso l’acquisizione della conoscenza e quanto più felice è quell’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di chi aspira a diventare più grande di quanto la sua natura permetterà”.

Cara Mary,

tu sapevi cosa vuol dire mettere al mondo un figlio. L’hai capito a sedici anni. Da queste parti, invece oggi, abbiamo ancora difficoltà a (ri)conoscere le nostre madri. Figuriamoci i nostri figli.

Quello che insegna la tua storia è questo. Il mostro è negli occhi di chi guarda e non è escluso che quegli occhi possano essere quelli di sua madre.

Cos’è la maternità? Significa guardare le cose dal punto di vista del creato e non del creatore. Significa essere ambivalente riguardo alla prospettiva che gli uomini creano la vita. L’istinto materno dovrebbe portare avanti questa consapevolezza. Senza distruzione non esiste creazione, così come senza fine non esiste inizio. E senza morte, non può esserci la vita.

Chi siamo disposti a far morire per far nascere qualcuno?

Cara Mary, hai dato alla luce un bambino che amavi, ma hai anche perso un altro bambino e tua madre è morta a causa del parto. Se gli uomini potessero controllare la vita e la morte, non avresti subito queste tragedie. Tu stessa suggerisci: i mostri sono di nostra creazione. In una lettera hai giustificato la nascita di Frankestein nella tua testa, annotando che si è trattato di un sogno, anzi di in incubo. Hai dovuto giustificarti, hai scagionato perfino il tuo inconscio per ciò che con la penna hai messo al mondo: Quando ho appoggiato la testa sul cuscino, non ho dormito né mi è stato detto di pensare. La mia immaginazione, nascosta, mi possedeva e mi guidava, regalando le immagini successive che sorsero nella mia mente con una vividezza ben oltre i soliti limiti della fantasticheria.

Vorrei sapere piuttosto chi non abbiamo messo al mondo e come e se continueremo a non (ri)conoscere chi ci ha generati e dunque a non generare di riflesso. Se fossi tu a scrivermi adesso, la domanda sulla creazione che mi porresti è: se essa fosse un’esperienza non solo naturale ma anche artificiale, chi metteremmo al mondo? Potrei darti un sacco di risposte e tu ne saresti quasi orgogliosa. Ma non so se felice di sapere che, con o senza artifici, mettiamo al mondo noi stessi. Come tu hai messo al mondo nel tuo figlio forse più sofferto, il tuo romanzo, quelle parti di te che altrove non potevano vivere. Non è difficile mettere al mondo. È il contrario che snerva e snatura. È conoscere chi e cosa non nasce il difficile, l’inverosimile mistero. Allo stesso modo in cui non riusciamo a scrivere ciò che abita in noi e lo lasciamo in un cassetto che peraltro, in verità e a dirla tutta, questo cassetto non esiste.

DFW, il mio Maestro Stoico

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a DFW originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  15 settembre)

Gli scrittori sono spesso esseri umani tediosi. Il loro silenzio, in odore di autismo, si interrompe solo quando parlano di se stessi o dei loro libri. Che poi è la stessa cosa. Non fa eccezione David Foster Wallace.
Un genio? Probabile. Ma fondamentalmente era uno scrittore.
Tutto qui.
«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive».
David Foster Wallace quando non parlava della sua vita raccontava di come voleva che fosse (la sua vita) oppure di come pensava che gli altri volevano che (la sua vita) fosse. Cioè è vero che alla fine parlava sempre di se stesso. Ma la differenza sta nel modo in cui lo faceva: perfino quando raccontava dei suoi cani, delle loro deiezioni, si desiderava il bis. Scrivilo ancora, David!
Come faceva a vedere certe sfumature della vita che per noi praticamente non esistono eppure ci appartengono? Da dove venivano le sue visioni?
L’unica risposta possibile è nel suo volto. Il volto di David Foster Wallace esprimeva stoicismo. Lo stoico è associato a personalità dogmatiche e irreprensibili, razionali e fataliste. Si dimentica un aspetto fondamentale dello stoicismo: l’ottimismo. David Foster Wallace era sì stoico ma lo era in quanto ottimista. Un ottimismo determinato dall’estrema fiducia nella sua forza mentale, qualità che contraddistingue lo stoico. Solo con un forte ottimismo della volontà poteva terminare il suo romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1997 quando lo scrittore, nato vicino New York, ad Ithaca, aveva appena compiuto 25 anni.
Leggendo i suoi libri si prova una specie di imbarazzo compulsivo sostentato dagli alambicchi della ragione. Nel complesso ha scritto tre romanzi e quattro raccolte di racconti in mezzo ai quali ha mantenuto alta la sua attività saggistica (dando prova di un’intelligenza fuori dal comune) che spazia dalla musica rap al tennista Federer.
Leggendolo appare sulle pagine, come una dolce sindone, il suo viso. Un viso in cui è facile perdersi: un labirinto da lui stesso costruito.
La sua scrittura «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi sia dare qualcosa al lettore. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore».
Per lui scrivere era soprattutto il suo modo per farsi leggere. Non è così scontato.
La differenza sta di nuovo nel suo volto. I suoi occhi sono occhi piccoli e sinceri, incapaci di guardare diversamente dalle parole che ci ha lasciato.
La sua vita è terminata il 12 settembre del 2008 in California a Claremont. Qui viveva con sua moglie, Karen Green, conosciuta nel 2002 quando lui insegnava Scrittura Creativa all’università e lei era un’artista, pronta a realizzare dei pannelli per rendere visibili le parole di lui. In particolare quelle di un racconto, La persona depressa. Qualche anno dopo si sposano.
Lui non smette di andare in terapia e di sostenersi con gli psicofarmaci ma sta meglio. Viaggia, scrive, accetta seppure con difficoltà di essere diventato uno scrittore già di culto presso i suoi lettori.
Poi c’è quella mattina, quel 12 settembre, David invita la moglie – sempre attenta a non lasciarlo solo e a ogni suo repentino cambio di umore – a uscire, per andare a organizzare la sua prossima attesa mostra. Lei si lascia convincere: in fondo suo marito è il suo più grande ammiratore. Quando torna, la sera, trova David nel patio appeso ad una corda.
L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono. Un’idea all’apparenza semplicissima: su un foglietto si scrive l’azione subita o compiuta per la quale si chiede perdono. Il foglietto viene inserito in un enorme marchingegno che lo trita. Perché perdonare davvero gli altri e se stessi non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Nel suo memoir “Il ramo spezzato”, Karen Green confessa: “Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia”. Sembra di ascoltare, dentro “ogni conchiglia”, accostata ad un orecchio, lo scrittore americano che sussurra: “L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.Si tratta di una delle frasi più significative del famoso discorso che David Foster Wallace fece in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005.

L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono:”Scrivevi la cosa che volevi perdonare o per la quale volevi essere perdonato. Un aspiratore risucchiava il foglietto e lo restituiva sull’altra estremità, in brandelli.” Perchè perdonare non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Caro DFW,

mi manca chiunque. È uno dei tuoi pensieri più citati. Si potrebbe tappezzare una parete con le traduzioni in tutte le lingue di questa frase. Ma anche solo per una persona che la sta leggendo per la prima volta adesso, vale la pena citarla ancora.

Ne vale la pena perché mi manca chiunque è la storia della tua vita fino a quando sei stato in vita; è diventata la storia della nostra quando ce l’hai consegnata in eredità.

Se si potesse riassumere in breve, e non si può farlo ovviamente, la depressione ecco forse mi manca chiunque sarebbe la sintesi perfetta. Caro DFW come hai fatto a sentire tutta questa folla intorno a te?

“Ehi, non volevo metterti tristezza. – Dice a un certo punto ne La scopa del sistema un personaggio – Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Caro David, com’è difficile scriverti questa lettera. L’unica consolazione, il fatto che non la leggerai, è pure materia di afflizione, per lo stesso motivo.

Ecco, la depressione – di cui si è parlato espressamente solo dopo la tua vita – è una forma di tristezza privata. Non condivisile. Scrivere è stato darle uan forma, pubblicare è stato renderla altro. Un romanzo, un racconto. Fino a diventare un’icona. Quello che sei diventato tu con quel fazzoletto sulla fronte, con cui ti stringi la testa quasi a volerla fermare questa tristezza che dici non essere un nostro problema ma una tristezza tua. Su quel fazzoletto, con cui appari nelle ultime foto che ti ritraggono, io leggo una scritta e questa è: mi manca chiunque.

Sono piena di curiosità morbose e inespresse, ma anche se potessi non ti farei una domanda una. Non c’è niente che posso scrivere o pensare oltre ciò che hai scritto e pensato tu. La sensazione che ho, leggendo e rileggendoti, è quella di partecipare ad una cena in cui la tavola è apparecchiata per una persona in più. Un posto fisso per qualcuno che non si sa se arriverà. Ma è bene che questa persona sappia che è atteso, che chi ha preparato la cena, lo sta aspettando. Una testimone invisibile di cui la letteratura contemporanea oggi avrebbe un gran bisogno.

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