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Pedro Salinas, il mio Maestro semplice

(Questa è la versione integrale del ritratto di Pedro Salinas , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 marzo)

“Chi ama e chi è amato sono entrambi arricchiti dal sentimento.” Pedro Salinas è stato il poeta del quotidiano, della convenzione, dell’evidenza, della semplicità. Quanto di più difficile da esprimere attraverso la scrittura. Perché non c’è cosa più complicata dell’essere semplici.
Madrileno di nascita, avvenuta nel 1891,Salinas è facile da raccontare: era un poeta. Il più noto della cosiddetta generazione del ’27: quei poeti di origine ispanica che esplosero letteralmente in tutto il mondo facendo conoscere i loro versi controversi. Tra cui Borges, Neruda, Lorca e molti altri. Erano tutti consapevoli che le brutture del mondo non si debellano ma si possono raccontare e attraverso il racconto si possono immaginare diversamente. Ecco la poesia di Salinas a cosa serve (se la poesia in generale serve a qualcosa): con i suoi versi il poeta madrileno cambia il modo di osservare la realtà. Su questo punto, l’osservazione della realtà, si è espresso Salinas che è spesso indicato come il cantore dell’invisibile. Federico Garcia Lorca, suo amico e collega, è stato tra i primi a notare una delle eccezionalità dei versi di Salinas, cioè il suo comporre poesie non in rima ma come fossero piccole prose: isolotti spontanei nel mare della poesia di estrazione più tradizionale. Ispirazione principale di Salinas è il sentimento amoroso, quello che si conosce e di perde e si passa la vita a immaginare “come sarebbe stato se…” L’amore poetico di Salinas coniuga intelligenza e amore. Per questo è un poeta eccezionale, pur nella sua prevedibile normalità. Amare è una forma di intelligenza e l’intelligenza è un’espressione dell’amore. Facciamoci caso, rileggendo le sue stranote liriche contenute in La voce a te dovuta. “Non ho bisogno di tempo per sapere come sei: conoscersi è luce improvvisa.”
Salinas ha una formazione molto classica. Diplomatosi nel 1908, si iscrive alla facoltà di Legge che lascia per seguire i corsi di Lettere. Nel 1913 si laurea in lettere e continua con il dottorato di ricerca che terminerà tre anni dopo. Da giovanissimo soggiorna a Parigi come docente della Sorbona e nel frattempo perfeziona i suoi studi di letteratura spagnola tenendo conferenze presso enti ed istituti di lingua ispanica.
Nel 1914 sposa Margarita Botilla a cui scrive ogni giorno, dal primo giorno, una lettera d’amore; epistolario poi raccolto in un volume spagnolo dalla figlia Soledad. Meno nota, invece, è stata la sorte di un altro epistolario amoroso tra Salinas e la sua studentessa americana Katherine, conosciuta nel’32 durante uno dei suoi corsi di letteratura e amata dal primo momento con una passione lucida. “La realtà cominciò a insinuarsi per le nubi del nostro “amor en vilo”. Anche così, ancora eravamo innamoratissimi e durante l’inverno successivo le lettere andavano e venivano con la stessa frequenza ed entusiasmo di prima.” I due amanti si incontrarono fino al giorno in cui la moglie scopre la loro relazione. Non si vedono più, ma Salinas continua a scriverle per oltre dieci anni e si pensa che “La voce a te dovuta” sia proprio quella di questa giovane ragazza, bellissima e consapevole che il suo amore non poteva, pur volendo, darle di più: “Io non posso darti di più. Non sono che quello che sono.”
Salinas pubblica le prime poesie nel 1923 fino alla fine degli anni ’40, poco prima di morire a Boston, nel 1951. Poliglotta e curioso per natura, ha tradotto in spagnolo la Recherche di Proust e scrisse romanzi e racconti meno memorabili e poco diffusi in Italia, poichè non ancora tradotti. Il suo lavoro poetico è diviso in tre fasi: la prima più intima di poesia pura «Presagi» (1923), «Assicurazione casuale» (1928) e «Favola e segno» (1931); quella della pienezza d’amore: “La voce dovuta a te” (1933), «Razón de amor» (1936) e infine l’ultima fase legata all’esilio: «Il contemplato (1946)»,«Tutto più chiaro e altre poesie» (1949) e «Fiducia», titolo postumo.
Quando nel 1935 scoppia la guerra civile in Spagna, si trasferisce in America e lì rimane per sempre. Prima insegnando al Wellesley College e poi trasferendosi a Puerto Rico,le cui atmosfere lo fanno sentire a casa. La modernità oscura degli Stati Uniti lo sconcerta, soprattutto per la perdita della appartenenza linguistica che a Porto Rico recupera, entrando anche in una piccola ma prodigiosa comunità di poeti ispanici in esilio. “Oggi, per me, la lingua è il miglior ricordo del mio paese, e mentre lo studio e lo spiego risulta che senza volerlo, senza voler ricordare, me lo ricordo sempre.” In realtà, nonostante fosse avvenuto in circostanze forzate dalla guerra, l’abbandono dell’amata patria diventa pian piano una scelta saggia e consapevole. Stupisce che un uomo che ha vissuto di e per la poesia sia stato una mente così poco sperimentale, posata eppure non piatta. Salinas è amatissimo, seguito e citato ormai ovunque. È il poeta dei messaggi d’amore, da leggere davanti a un tramonto abbracciati alla persona che si ama oppure prima di dormire, come un mantra della buona notte. Se dovessimo immaginarlo in una dimensione non poetica, allora questa sarebbe la scultura. Fu uno scultore di emozioni attraverso le parole, avrebbe potuto essere lui l’artista della Pietà o di Amore e Psiche. Con la scultura, la sua poesia, condivide la nettezza degli intenti artistici e la salvaguardia dei sentimenti. Eppure, guardando la Pietà si guarda l’invisibile come leggendo Salinas.”La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco.”

Flannery O’Connor – La mia Maestra Spirituale

(Questa è la versione integrale del ritratto di Flannery O’Connor , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 marzo)

“Un bisogno disperato degli altri, che rimane inappagato, può farti prendere un indirizzo creativo.” Flannery O’Connor viveva la scrittura come un atto di spirito, un’esperienza più simile a una visione profetica che a un esercizio di stile. Il valore letterario di questa scrittrice, erroneamente misconosciuta, risiede nella sua capacità di offrire, ai lettori dei suoi libri, un terzo occhio con cui osservare il mondo: “Per lo scrittore di narrativa tutto trova verifica nell’occhio.” Per questo è importante recuperarla, donare una prospettiva nuova a qualcuno è cosa preziosa e irrinunciabile.

Nata il 25 marzo del 1925 a Savannah, in Georgia, nel cuore del profondo sud americano Flannery O’ Connor, come molte scrittrici del sud, non fece mai mistero del legame intenso con la sua terra natia. Sosteneva infatti che una buona storia si deve sentire anche nell’intonazione territoriale dei suoi personaggi. Un luogo non può rimpiazzare un altro nella scelta di un’ambientazione narrativa. Nota per il suo piglio polemico, criticò a lungo l’atteggiamento di alcuni scrittori suoi contemporanei: “Siamo qui a un convegno di scrittori del Sud. Tutti i racconti recavano indirizzi della Georgia o del Tennessee, eppure della particolare atmosfera del Sud non c’è traccia. I pochi nomi geografici sparsi qua e là, come Savannah, Atlanta o Jacksonville, avrebbero potuto benissimo essere rimpiazzati da Pittsburgh o Passaic, senza che per questo la storia richiedesse altre modifiche. I personaggi parlavano come se non avessero mai sentito un linguaggio diverso da quello uscito dal televisore. Qualcosa non quadra.”

Il sud della O’Connor è un mondo che non tutti possono abitare. Intendendo l’inclusione non come un privilegio piuttosto come una naturale affinità. È un mondo terribile e insieme affascinante. Se “l’abilità di creare vita con le parole è essenzialmente un dono. Se ce l’hai già in partenza, puoi perfezionarla; se invece non ce l’hai, tanto vale lasciar perdere”; allora stessa regola, mutatis mutandis, va apposta prima di aprire uno dei suoi libri: leggere Flannery O’Connor è essenzialmente un dono. Se non lo si ha, meglio lasciar perdere.

In cosa consiste questo immaginario così ardito? In due ispirazioni ben precise: l’infanzia e la spiritualità della scrittrice. A proposito della prima, scrive: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Parole sacre per Flannery, complici due avvenimenti della sua stramba infanzia. Il primo è legato a un pollo che cammina al contrario, il secondo a un angelo custode preso a pugni. Nella fattoria di famiglia la piccola Flannery addomestica un pollo, come fosse un gattino, insegnandogli a camminare all’indietro. Fa scalpore al punto che da New York mandano un giornalista televisivo a riprendere il fenomeno e la bambina si esibisce in una proto-corrida di mini-dilettanti allo sbaraglio. Il secondo “trauma infantile” avviene dopo qualche anno, quando comincia a studiare dalle suore e accade l’inverosimile. L’episodio lo racconta in una lettera del 1956: “Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa“.

A un’infanzia allegramente bizzarra segue un’adolescenza tristemente tesa. Suo padre si ammala e muore a causa del lupus eritematoso, una malattia che attacca il sistema immunitario e si trasmette per ereditarietà. Flannery sa che il male da quel momento non l’abbandonerà, si sbaglia di poco. Infatti morirà della stessa sorte a soli 39 anni nel 1964.

Ma, dopo i primi periodi di naturale assestamento, riprende in mano la sua vita senza mai rinunciare alla lotta. Terminati gli studi, prima al College e poi all’università, frequenta un master di scrittura creativa dove concede spazio e tempo alla sua ossessione: inventare storie: “Avevo un insegnante di scrittura molto bravo che diceva: Scava il tema. Colpisci il lettore ma non fargli mai capire cosa lo ha colpito; se lui capisce cosa l’ha colpito, non riuscirai più a colpirlo di nuovo.”

A vent’anni diventa fervente cattolica, attraverso un percorso intimo e di purificazione dello spirito e dello sguardo. (Tradirà il suo proverbiale misantropismo solo per andare dal Papa, in Vaticano, nel 1962.) Per Flannery O’Connor la scrittura è mistero, non meno della Fede.

Pur avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere racconti, in America è considerata la madre delle short stories,la scrittrice esordisce in sordina con il romanzo “La saggezza del sangue nel ’52. A cui segue nel ’60 il secondo romanzo “Il cielo dei violenti”. Entrambi incentrati sui temi del perdono, della redenzione contro il buon senso e l’ottimismo dell’America benpensante: “Quando ho cominciato a scrivere, questa faccenda di scandalizzare la gente mi preoccupava non poco, convinta com’ero di scrivere cose incendiarie. La gente non fa che scandalizzarsi non solo di quanto per sua natura è scandaloso ma di quanto non lo è. Il fatto è che per non scandalizzarsi bisogna avere una visione d’insieme delle cose, e sono in pochi ad averla.”

I suoi prestigiosi racconti videro la luce editoriale solo nel ’64, dopo che diede tutta se stessa alla loro stesura, nonostante le osse piegate e spezzate dalla malattia.

Flannery O’Connor aveva un modo maestoso di mettere in scena la vita di gente di campagna, rossa in volto come quel piccolo fazzoletto di “terra rossa” tutta di un pezzo come l’animo di chi la abita. Severa ma giusta, si deve a lei il monito, caro a chi scrive e aspira a pubblicare: Show don’tell. Cioè: mostra, non riferire. Non serve dichiarare un dolore o una gioia, in una pagina scritta, se non si è in grado di mostrarla con una penna precisa come un ferro chirurgico. Si tratta della prima donna che ha ufficialmente fatto della scrittura non solo il proprio mestiere ma anche quello dei suoi studenti universitari, giovani aspiranti scrittori. Eccentrica fino alla fine, al punto da dedicarsi all’allevamento dei pavoni con la stessa intensità con cui si dedicava all’insegnamento della scrittura creativa: “Ho intenzione di tener duro e di lasciare che i pavoni si moltiplichino, perché sono sicura che, alla fine, l’ultima parola è dei pavoni”, diceva a chi le chiedeva lumi sul mistero di scrivere. Le poche foto esistenti la ritraggono tra i suoi pennuti bellissimi, appoggiata alle stampelle, gli occhiali a doppio fondo e un’eleganza che illumina pure il buio.

Charlotte, Emily, Ann Brontë: le mie Maestre sotto copertura

(Questa è la versione integrale del ritratto delle Brontë , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 marzo)

Se c’è un aspetto fastidioso di un romanzo sentimentale questo è la finzione. Non quella narrativa, l’escamotage letterario. Piuttosto la falsità di chi scrive una storia d’amore. È una protesi del cuore che invece di incitare il lettore lo stona di fronte a un sentimento fasullo. Questo fastidio romanzesco e sentimentale non lo si trova nelle opere letterarie delle sorelle Brontë, scrittrici autenticamente romantiche su più piani. Tre donne che non hanno mai raccontato l’amore con il cuore delle altre ma con il proprio pur costretto dentro le stringhe dei corsetti vittoriani.

Charlotte, Emily e Ann sono le sorelle più famose della letteratura. Sono le figlie del reverendo irlandese Patrick Prunty (o più probabilmente “Brunty”) che tanto amava l’ammiraglio Nelson, nominato duca della cittadina sicula Bronte, da decidere che il cognome di famiglia sarebbe diventato il più elegante “Brontë”. E così è stato. Le sorelle si portano pochi anni di differenza. La prima, Charlotte è nata nel 1816, la seconda nel ’18 e la terza, Anne, due anni dopo nel 1820. Anche se viene ricordata come la maggiore, Charlotte era nata dopo altre due sorelle e un fratello. Tutti destinati a una fine funesta, per malattia e indigenza fino al delirio tremens (da cui fu affetto l’unico maschio). Non esiste forse nella storia letteraria una serie di traversie così spaventose come quelle di casa Brontë. A cominciare dalla madre, morta molto giovane un anno dopo la nascita dell’ultimogenita. Da quel momento, le tre sorelle più piccole vengono affidate prima a una serie di governanti e poi finiscono in un collegio, che chiamare tugurio è un eufemismo. Sarà Charlotte, molti anni dopo nel 1847, a raccontare la cruda esperienza in quello che diventerà il suo romanzo più noto, Jane Eyre. “Un gelo invernale era sopraggiunto a metà dell’estate; una tempesta di dicembre si era scatenata nel mese di giugno. Il ghiaccio aveva distrutto le frutta mature e le rose fiorenti; la brina aveva ricoperto le mèssi. Ieri i sentieri erano olezzanti di fiori, oggi monti di neve incontaminata li rendono impraticabili, e i boschi, che dodici ore prima erano agitati dalla brezza profumata, si stendono ora deserti e bianchi, come le foreste di abete della Norvegia.”

Durante i loro tre anni al Cowan Bridge, le ragazzine subiscono le angherie delle istitutrici. Soffrono il freddo, la fame. Si ammalano rovinosamente. Vengono come punte dall’indigenza ai polmoni, con conseguenze respiratorie che le debilitano per tutta la vita. Ma è nella scomodità che le sorelle cominciano a scrivere e a leggere. Prima storielle fantastiche, poi piccoli racconti illustrati fino alle pagine di diario, tenute custodite come fossero armi senza licenza. Scrivono. Leggono. Cominciano a prendere coscienza di sé. E se ne vergognano. La loro vita di fanciulle in fiore è più immaginata che vissuta. Crescono diventando ragazze sotto copertura. Proprio così. Quella delle sorelle Brontë è stata la vita di tre donne sotto copertura. Spie di se stesse, inclini al nascondimento e al sotterfugio pubblico. Non ebbero modo di far esplodere il femminile, pure molto potente, che era in loro. Soprattutto fu difficile per Emily e Ann che morirono molto presto, entrambe nel 1848 a distanza di pochi mesi e in seguito alle complicazioni respiratorie dovute alla vita in collegio. Charlotte invece visse fino al 1855, ed è quella che delle sorelle viene ricordata come l’unica in grado di auto-affermarsi, nonostante si fosse sposata per sopperire alla mancanza delle sorelle e della conseguente solitudine. In un periodo storico in cui le donne erano viste come portatrici sane di perseveranza, disciplina e pazienza, loro sono anime inquiete. L’inquietudine si fa parola. Molto presto cominciano a scrivere di donne che si realizzano al di fuori della vita di famiglia e dei dettami patriarcali. Come la Agnes Grey (1847) della giovane Ann, la più piccola e la più tenebrosa delle tre. Poetessa lucida e implacabile che metteva a nudo la natura umana borghese e rispettabile, dando alle sue eroine la possibilità di parlare cioè di esprimere se stesse. Oppure come la più travagliata delle eroine di casa Brontë: Cathy, protagonista di Cime tempestose (1847), figlia di carta di Emily che oscura le altre sorelle. “Sii sempre con me, prendi qualsiasi forma, portami alla follia. Solo non lasciarmi in quest’abisso, nel quale non riesco a trovarti.” Come dice bene Lyndall Gordon nella biografia “Charlotte Brontë, una vita appassionata” (Fazi Editore), l’incedere letterario delle sorelle fu un “camminare invisibile”. L’invisibilità è il tratto fondamentale della donna vittoriana che per i canoni dell’epoca ambisce a un buon matrimonio, una casa, una famiglia. La donna vittoriana è una donna stanziale e sedentaria, sia fisicamente che mentalmente. Le Brontë invece sono l’opposto. La loro invisibilità concerne il loro talento. Non hanno freno per la fantasia, adorano la brughiera inglese in cui sono nate e cresciute ma sognano Londra dove si recano alla scoperta di quel futuro che mai vedranno realizzato in pieno.

Poco più che ventenni non si chiedono quale uomo sposare ma come dire al padre, e al mondo, che l’unico amore della loro vita è scrivere. Impossibile da ammettere. Per questo, al momento di firmare i loro romanzi, si trasformano nei fratelli Bell, terrorizzate dall’idea che una donna non possa accedere quanto un uomo alla pubblicazione, men che meno tre sorelle fisicamente malandate e poco inclini alla dovizia di argomenti domestici.

Una volta diventate scrittrici la loro trasformazione in donne sotto copertura si compie definitivamente. Rileggerle oggi significa appropriarsi non solo di strutture narrative perfette, precedenti qualsiasi teoria e tecnica. Significa scoprire storie di ragazze dalla rara preziosità, piratesse dei sentimenti che rifiutano convenzioni e leggi sociali per dire al mondo una cosa molto semplice: siamo donne, oltre le signore c’è di più.

“Educazione sentimentale 2020” – I miei amori letterari e non su “The period”

Articolo originariamente pubblicato sulla newsletter “The period”, il 14 febbraio 2020

L’educazione sentimentale di noi lettrici viscerali passa attraverso le storie d’amore letterarie più belle. E anche se finiscono male, ci immedesimiamo: siamo Emma, siamo Anna, siamo Modesta, siamo Lizzie e Cathy. Siamo innamorate sulla carta, amiamo le loro storie e i loro amori, anche quelli maledetti. Sappiamo sempre di chi si innamorano i personaggi letterari. Invece, di chi si innamorano le donne che li hanno inventati non lo sappiamo (quasi mai). Innamorate? Be’, innamorate è un eufemismo. Illudersi che donne molto intelligenti facciano scelte altrettanto intelligenti quando si tratta di relazioni, ecco è un’idea sbagliata. Una specie di mistificazione. Spoiler: a me non è andata meglio.
A vent’anni, se mi chiedevano: “Sei femminista?”, io rispondevo stupidamente: “Sono maschilista”. Ma ero ingenua, anche un po’ scema. Sottintendevo al maschilismo un significato emotivo, non letterale. Non mi sentivo certo una crocerossina, piuttosto una buona affiancatrice, che è una cosa ben diversa. Ero ammalata di un maschilismo inconsapevole e ovattato. Lo stesso da cui era affetta Mary Shelley. La scrittrice inglese ha inventato “Frankenstein” per un gioco letterario con l’adorato John Keats. Lui, il poeta maledetto, per la situazione letteraria, era l’unico deputato a “vincere” con l’idea migliore. Invece la vittoria andò a “Frankenstein” che non sarebbe nato se lei non avesse vissuto qualche pagina indietro rispetto al marito: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai l’ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre anime irrequiete: Shelley il marito e l’amichetto Lord Byron. Perché ve ne parlo? Perché il teamShelley esiste, vive e lotta insieme a noi ed è un team di donne innamorate, scrittrici e non, che con il “siamo maschiliste” ammirano e sostengono (senza se e senza ma) i propri compagni. Prestandogli il fianco, rendendoli fieri di sé, senza osare immaginare che un giorno non solo raggiungeranno gli stessi risultati dei propri uomini, ma faranno perfino di meglio con o senza il loro sostegno. Proprio come successe a Mary con “Frankenstein” o a me, con innumerevoli uomini meno interessanti di Shelley.

Quando sono diventata più adulta, e sono aumentate le esperienze e di conseguenza le letture, insomma quando sono passata da “Frankenstein” a “Memorie di una ragazza perbene”, mi si è ingrandito tutto. In primis, il punto di vista. Ho capito che anche Simone de Beauvoir, davanti alle bizze di Jean Paul Sartre, “sputava il veleno”, tanto per citare un caro amico scrittore che, quando gli raccontai della rovinosa fine di una mia storia (confessandogli che la perdita del mio orgoglio mi faceva impazzire più della di lui assenza), questi placido come solo un brav’uomo sa essere, mi consolò dicendomi: “Bella: e di che ti meravigli? Pure Simone De Beauvoir sputava il veleno appresso a Sartre”. Proprio lei che in “Una donna spezzata” scrisse: “È così stancante detestare uno che si ama”. Ma veramente Simone, chi ce lo fa fare?
Non va meglio a quelle che, alla stregua delle attuali poliamorose, si invaghiscono di uomini apertamente infedeli proprio come fece Anaïs Nin e il suo, si fa per dire, Henry Miller o Gabrielle Sidonie Colette e il maniacale marito Willy. Il teampoliamorose si nutre dall’inconsapevole idealizzazione dell’unicità: “ci sono altre donne, ma la sua femmina sono io”. Come se un uomo o una donna possano essere una giostra su cui scendere e salire a piacimento. Una giostra che si incrocia con quella che io chiamo la ruota delle sadiche: a metà tra la ruota della fortuna e quella del criceto. La scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ebbe una relazione more uxorio con Citto Maselli per quasi vent’anni, mentre lui restava legalmente unito alla moglie.
Perché noi donne, diciamolo, quando amiamo siamo disposte ad accettare tutto. Prendi Sylvia Plath: il marito, il poeta inglese Ted Hughes, non le concedeva nemmeno la sua ombra sulla quale l’innamoratissima poetessa si sarebbe volentieri genuflessa. Sylvia amava Ted in modo assillante per se stessa. Più che accanto, gli stava dieci passi dietro. E così, mentre si immaginava poetessa famosa, le occasioni editoriali le sfuggivano a favore di Hughes che con lei invece raggiunse le prime glorie letterarie. Solo quando lui se ne andrà con un’altra (la migliore amica della moglie), Sylvia troverà l’energia per dedicarsi alle sue parole: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei”. Ma perché non farlo prima cara Sylvia? Se non è sadismo quest’amore, allora cos’è? “Le coppie di letterati sono una peste”, scriveva Elsa Morante a proposito della sua relazione con Alberto Moravia. Oggigiorno non va meglio a noialtre che non siamo Elsa e neanche Mary o Sidonie. Per questo, se dovessi fare il test a quale scrittrice innamorata appartieni?, probabilmente risulterei affine a tutte. Ho amato, come loro, fino alla disperazione, urlando, piangendo ma dalle vite di queste scrittrici, romanzate o meno, e dalla vita mia ho capito che la differenza in queste nostre stupide storie d’amore la fa lo sguardo. Il nostro e di nessun’altra. Fare le cose per il piacere di farle, aveva ragione Sylvia, resta l’unico vero dono degli dei. Il resto, arriverà.

Ritratto di signore a Bari – “Emily e le altre”

(Articolo originariamente pubblicato su Repubblica Bari, 6 febbraio 2020)

Emily e le altre

di Alessandra Minervini

Il silenzio è tutto ciò che temiamo./C’è riscatto in una voce./Ma il silenzio è infinità./In sé non ha un volto“. Può sembrare contraddittorio che una donna, tanto sola e silenziosa, in realtà sia una poetessa così rumorosa e prorompente. Perfino aggressiva, nei suoi versi, rispetto ai canoni di fine ‘800. Eppure, è proprio così che è andata. La storia della poetessa americana Emily Dickinson sarà raccontata questa sera da Giorgia Antonelli, docente ed editrice, per il secondo appuntamento di “Ritratto di signore”.

“Ritratto di signore” è un ciclo di incontri dedicati alla narrazione al femminile. La nostra rassegna letteraria ha esordito tre anni fa alla libreria Campus, dove ogni anno per tradizione inauguriamo gli appuntamenti, anche se con il tempo le nostre scrittrici sono state ospitate da altre realtà pugliesi. Come ci è venuto in mente? Onestamente, non è un progetto nato a tavolino. Piuttosto è il risultato di un flusso di (in)coscienza. Come molte lettrici viscerali, io e Giorgia giochiamo al “fare a essere”: il classico gioco dei bambini che si mettono nei panni di qualcun altro. Solo che noi lo facciamo con le sacerdotesse della scrittura. Facciamo che io ero la Austen e tu la Stein? Facciamo che sono la Plath e tu la De Beauvoir? Al posto nostro come si comporterebbero? Che cosa direbbero? Mettersi nei panni di qualcuno, in fondo, non è altro che il fine nobile del gesto di scrivere. Così, davvero senza alcuna pretesa né identitaria né accademica, è nato “Ritratto di signore”. Qui diamo spazio e voce alle scrittrici più toste della letteratura. Donne che non l’hanno mai mandata a dire, fino a pagare anche con la propria sorte una tale autenticità. In uno dei suoi frammenti più noti, il 1263, Dickinson svela il mistero delle sue verità eterne: “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua/il successo è nel cerchio/(…) se con dolci parole lo si attenua/così la verità può gradualmente illuminare/altrimenti ci accieca“.

Il senso della rassegna, dunque, non è divulgativo ma passionale. È come quando ci si innamora di qualcuno e non si perde tempo a raccontarlo a tutti, perchè quella persona ci sembra la migliore la più bella la più tutto. Ecco, se dovessi dire cosa succede durante i nostri incontri letterari direi questo: dichiariamo il nostro amore alle scrittrici e alle poetesse che amiamo (tra le quali, nelle passate edizioni, ci sono:Colette, Morante, Ortese, Sapienza e Ginzburg).

Ogni anno la rassegna alterna autrici italiane con autrici straniere. Ho inaugurato il 2020 con un ritratto di una donna che di voce ne aveva fin troppa. La poetessa americana Sylvia Plath che di sé diceva, serissima: “Sono abitata da un grido“. Questo grido era la sua verità. Sylvia Plath viveva il femminile nella scrittura, non intendendolo come superiorità di genere e nemmeno come alternativa al maschile. La parola per lei è desiderio. Scrivendo, frammenti e pagine e pagine di diario, proclamava l’autoaffermazione del suo modo di vedere il quotidiano, filtrato attraverso una voce nuda e dannata: “Non sono crudele, sono solo veritiera“.

Emily Dickinson la considero una Sylvia Plath ante-litteram, così moderna da bastare a se stessa ma così tenacemente orgogliosa da apparire come un ramoscello fragile e bianco (per via della sua scelta di recludersi in casa, vestendo solo di bianco). In realtà, nessuno può escludere che la Dickinson non vivesse reclusa per soffrire, né per autoflagellarsi. Viveva nella pace dell’identità a lei più cara: la sua personalità poetica.

Se c’è una cosa che è evidente da questi ritratti è il contrario del luogo comune secondo cui la scrittura femminile possiede qualcosa in più di quella maschile. La verità è che queste signore letterarie quando scrivono restano donne, cioè quello che sono. Non si aggrappano a qualche archetipo o non scimmiottano le colleghe. Sono se stesse, come diceva la scrittrice francese Colette: “Non ho mai potuto diventare qualcun altro“.

Nel terzo appuntamento della rassegna, previsto per venerdì 20 marzo, racconterò la vita e l’opera di una scrittrice meno nota ai più eppure esemplare. Si tratta di Flannery O’Connor, scrittrice soprattutto di racconti, che aveva un modo maestoso di mettere in scena la vita quotidiana del sud dell’America, quel piccolo fazzoletto di “terra rossa” nella vasta Georgia dove era nata, a Savannah nel 1925. In una lettera del 1956, a proposito della sua educazione, scrive: “Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire“. La O’Connor è un modello di scrittura tutta di un pezzo. Si deve a lei il monito, caro a chi scrive: “Show don’tell”. Mostra, non riferire. Da lei ho imparato che non serve dichiarare un dolore o una gioia, in una pagina scritta, se non si è in grado di mostrarla con una penna precisa come un ferro chirurgico. Si tratta della prima donna ufficialmente annoverata tra chi della scrittura ha fatto non solo il proprio mestiere ma anche quello dei suoi studenti universitari, giovani aspiranti scrittori. Eccentrica al punto da dedicarsi all’allevamento dei pavoni con la stessa intensità con cui si dedicava all’insegnamento della scrittura creativa: “L’ultima parola è dei pavoni“, diceva a chi le chiedeva lumi sul mistero di scrivere.

L’ultimo appuntamento, a cura di Giorgia Antonelli, è previsto per venerdì 3 aprile ed è dedicato a Simone De Beauvoir. Quando pubblica, nel 1967, La donna spezzata, il ritratto di tre donne devastate dall’assenza di un uomo, il suo femminismo non è pretesto letterario ma scoperta del sé: “La chiamano indulgenza, saggezza, quest’inerzia del cuore; e invece è la morte che si installa in noi poco a poco.” Ci sono numerose sorelle di Simone; eppure non esiste ancora un’altra personalità atlantica, capace di caricarsi addosso il vulcano con tutta la lava: “Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere”.

Tutti gli appuntamenti sono alle ore 19.00, con ingresso libero fino ad esaurimento posti, presso Campus Libreria in via Toma 76, obbligatoria la prenotazione chiamando 080 926 0560 oppure scrivendo a giant@liberaria.it e a info@alessandraminervini.info.

Simone de Beauvoir, la mia Maestra Circolare

(Questa è la versione integrale del ritratto di Simone De Beauvoir, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  23 febbraio)

“Il destino delle donne è uguale a quello degli uomini.” Nel maggio del 1949 esce in Francia, per la casa editrice Gallimard, Il secondo sesso, l’opera simbolo di generazioni di donne. A scriverlo è Simone De Beauvoir. Vent’anni prima, nel 1929 alla Sorbona, la ragazza perbene di Francia (bella borghese e baciata dalla fortuna) conosce l’uomo della sua vita, Jean Paul Sartre. Entrambi sono studenti di lettere, fisicamente non ci azzeccano molto l’uno con l’altra( lei algida ed elegante, lui bassino e non particolarmente curato), eppure da quel momento un’appartenenza, che supera il sentimento amoroso e l’attrazione sessuale, li legherà per tutta la vita. Tra Simone e Sartre immediatamente si instaura un legame panottico: nelle loro vene scorre lo stesso sangue. Vent’anni dopo l’uscita del noto volume, nel pieno del maggio francese sessantottino, i due saranno considerati gli intellettuali simbolo della protesta giovanile contro tutto e contro tutti. Cos’ come visse lei, Simone De Beauvoir, sempre sulle barricate tanto da sembrare, ai suoi lettori meno ammirati, mossa da pose esageratamente antisessiste. “Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo.”

Nata a Parigi nel 1908 da una famiglia alto-borghese, caduta in disgrazia per la bancarotta del nonno materno, Simone si immerge presto nei libri. “Tutta la mia educazione mi assicurava che la virtù e la cultura contano più del denaro e i miei gusti mi portavano a crederlo; perciò accettavo serenamente la modestia della nostra condizione. Fedele al mio atteggiamento ottimista, mi convincevo perfino che essa era invidiabile.”

Nei primi anni ’30, dopo la laurea alla Sorbona, si dedica alla scrittura e all’insegnamento di filosofia all’università, per poi accettare la cattedra in un liceo di Parigi. Sempre elegante e in tiro, con acconciature all’ultima moda, labbra dipinte di rosso, Simone troverà stretta la la mansione di insegnante che infatti abbandonerà presto per dedicarsi alla scrittura.

Sono gli anni in cui scopre l’Europa, compresa l’adorata Italia, al fianco di Sartre. Sartre si rivolge spesso a lei chiamandola “castoro”: “Ti abbraccio con tutta la mia forza, mio caro castoro dolce, e ti amo con tutto il cuore. Mi manchi”. Castoro per la laboriosità, per l’operosità e probabilmente anche per l’alacrità con cui procurava nuove prede al suo uomo. Non è possibile raccontare la De Beauvoir senza accennare almeno al suo uomo. Bizzarro destino, per chi alle donne consigliava: “Liberatevi, elevati, non relegatevi in un ruolo marginale. Avete mente, cuore, cervello, pensiero. Rialzatevi e porgete le spalle, se è necessario.” Durante la guerra i due, invece, si rifugiano nelle campagne francesi. Scrivono, si amano, vogliono cambiare il mondo a cominciare dal proprio. Nel ’42 Simone pubblica il suo primo romanzo, L’invitata.

Impegno politico, attivismo femminista, lavoro da scrittrice e da filosofa, il ritratto letterario di Simone De Beauvoir interseca necessariamente quello personale. Scrive per farsi conoscere al suo pubblico, rimuovere le ipocrisie e le ambiguità che inchiodano gli scrittori a “non esseri umani”, cioè a esseri al di sopra degli altri. Dentro ogni sua pagina c’è un pensiero per le donne a cui Simone dice, sostanzialmente: “Tutte le donne si credono diverse; tutte pensano che certe cose, a loro, non possano succedere. E si sbagliano tutte.”

Senza voler indugiare troppo sulla gloriosa relazione sentimentale dei due esistenzialisti francesi, è importante però leggerla come una sorta di “molotov” che seppure a scoppio ritardato ha drasticamente influenzato la visione generale della vita di coppia. Il forte legame che i due instaurano si struttura sulla totale fiducia professionale e personale. Sartre non scrive niente che non sia approvato da Simone, Simone non ama altre persone che non siano amate anche da Sartre: ragazze, soprattutto studentesse. Si susseguono nella loro vita Olga, Natalia, Wanda:  “Ammaliati e ammaliatori al tempo stesso, ci amavamo di un amore circolare”. Quando pubblica, nel 1967, La donna spezzata, il ritratto di tre donne abbandonate, devastate dall’assenza di un uomo, il suo femminismo non è pretesto letterario ma scoperta del sé. Se è diventata la paladina delle donne è stato per la capacità di mettersi in gioco, di gettare le sue stesse ferite in pasto alle parole. “La chiamano indulgenza, saggezza, quest’inerzia del cuore; e invece è la morte che si installa in noi poco a poco.” L’amore circolare è un amore libero ma vigilato in cui la fedeltà, come promessa di scelta a priori, viene sempre rispettata. Infatti quando si trasferiscono in America, alla fine degli anni ’40, s’innamorano visceralmente di altre persone, ma mai nessuno prende il posto di Simone e di Jean Paul nelle rispettive vite. Saranno sempre l’uno al fianco dell’altra. Quando nel 1980 Sartre muore, lei lo veglia tutta la notte ed è l’unica a baciarlo prima di lasciarlo andare. La vita letteraria di Simone trova il suo culmine alla fine degli anni ’70, quando alla scrittura saggistica alterna un fervore politico che la porta a prendere posizioni radicali su questioni come l’aborto, il Cile, la questione sovietica e infine quella palestinese.

Oggi di Simone De Beauvoir amiamo la purezza dell’artificio, la capacità di strutturare un romanzo come una vita e viceversa. Quando è morta, nel 1986, ha lasciato un’eredità di vita e di pensiero che nessuna donna, ad oggi, da sola, è riuscita a caricarsi addosso. Ci sono tante figlie e sorelle di Simone, ma non esiste, e non esisterà, un’altra personalità atlantica come lei.

Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”

Edmondo De Amicis, Il mio Maestro riscoperto

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  2 febbraio)
Con tutto il bene che si può provare per Edmondo De Amicis non può sfuggire che più di qualsiasi altro scrittore italiano, l’autore del Libro Cuore è affetto da secoli di pregiudizi legati al buonismo e alla portata patriottica del suo pensiero letterario. L’educazione d’un popolo si giudica dal contegno ch’egli tien per la strada. Con Cuore, l’opera che a partire dalla sua prima pubblicazione, nel 1886, ha consacrato l’autore a simbolo della buona educazione giovanile sia a scuola che in famiglia, è cresciuta la popolazione italiana, volente o nolente leggendo le avventure di Enrico e della sua classe: “Coraggio piccolo soldato dell’esercito. I libri son le tue mani, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera e la vittoria è la civiltà umana.”

La sua fu tutt’altro che un’esistenza all’insegna del buonismo, ne è scorso di sangue sul suo nome. Innanzi tutto De Amicis, a dispetto dei luoghi comuni su di lui, non ha mai fatto l’insegnante. Nonostante non esista, forse, città italiana senza un istituto scolastico dedicato allo scrittore di origine ligure ma naturalizzato piemontese. Edmondo De Amicis nasce vicino Imperia (Oneglia) nel 1846 da una famiglia ricchissima che si trasferisce, due anni dopo, prima a Cuneo e poi a Torino, che diventerà la città di elezione dello scrittore. La sua è stata una formazione di matrice militare. A sedici anni era già nel collegio militare di Torino e a 22 parteciò alla battaglia di Custoza, nel 1866. Non si può raccontare De Amicis escludendo questo suo aspetto risorgimentale-patriottico. Per un ragazzo ricco e colto di allora non era un dovere, più una vocazione. La vita militare e i valori risorgimentali rappresentano un sogno. Rappresentano la libertà, la via di fuga dai “padroni austriaci”, l’indipendenza e soprattutto: educazione e cultura. Una casa senza libri è come un giardino senza fiori.” Essere risorgimentali significava essere giovani. Tutt’altro che parrucconi monarchici. Ora non immaginiamoci nemmeno De Amicis come un rivoluzionario maledetto. Nemmeno però come un secchione, ecco. A questo momento storico e personale dello scrittore si deve la stesura di Vita militare e l’inizio della sua attività di giornalista, a Firenze, specializzato in bozzetti militari.

Qualche anno dopo, intorno al 1870, spostò ilsuo interesse letterario dai campi di battaglia ai viaggi. Inn poco tempo, si dedicò al racconto di viaggio, ancora oggi considerato un ottimo esempio di reportage narrativo, girando per l’Europa e il Sud America.

La sua vita cambia drasticamente intorno al 1884 quando si traferisce con la moglie e i figli a Torino e, ispirandosi alla vita scolastica di questi ultimi, compone Cuore. Ma dimentichiamoci di immaginarci la famiglia De Amicis come la famiglia Cuore. Quella di De Amicis è stata una vita famigliare tormentata dalle numerose liti con la moglie a cui lo legava una relazione letteralmente senza cuore. Non sappiamo dove e a chi appartenga la verità. Sappiamo che la loro fu un’unione caratterizzata da continue scenate di gelosie e che Teresa soffrisse il suo essere in ombra sia come donna che come scrittrice, attività a cui avrebbe voluto dedicarsi anima e corpo. Il figlio dei due, Ugo, è l’unico ad aver intrapreso la carriera del padre dedicandosi alla scrittura di libri per ragazzi che, negli anni Cinquanta, ebbero una buona diffusione. Ma il dramma che spezzò definitivamente i cuori di tutti avvenne nel 1898 quando: Il suo figlio primogenito Furio, vinto forse da quella triste melanconia che incombe sulle anime la dolorosa morbosità dei giorni nostri, al primo disinganno si uccideva nel pomeriggio di ieri, in circostanze che il cronista, stretto dall’ingrato suo ufficio, narra più avanti. Verso il tocco di ieri un giovane sui venticinque anni (imprecisione), civilmente vestito, si recava al Valentino sulla montagnola di fronte alla Vaccheria Svizzera, e sedutosi sopra una panca si esplodeva un colpo di rivoltella alla nuca. Il corpo fu trasportato all’ospedale San Giovanni e colà venne da alcuni studenti di medicina riconosciuto pel lor compagno Furio De Amicis, figlio primogenito dell’illustre scrittore.
Nei primi del ‘900, De Amicis affianca l’attività letteraria all’impegno in alcune mansioni istituzionali. Diventa prima socio dell’Accademia della Crusca e poi consulente speciale del Governo nei temi legati all’istruzione e alla scuola. Muore nel 1908 per emorragia cerebrale, in Liguria. Viene seppellito nella sua adorata Torino. Il legame tra lo scrittore e il capoluogo piemontese non si estingue con la sua morte. Al Comune di Torino, per volontà di De Amicis, sono destinati tutti i diritti del libro Cuore. La sua intenzione era di istituire delle borse di studio per bambini poveri. Intenzione che sarebbe diventata realtà lla morte dell’unico figlio rimasto, Ugo, che avvene nel 1962. Ma il lieto fine non è previsto. Nonostante le direttive dello scrittore, il comune di Torino riceve solo ciò che corrisponde ai diritti italiani del libro Cuore. I diritti stranieri sono tuttoggi spariti in una misteriosa cassetta in Svizzera, dove si pensa ci sia anche il manoscritto originario del libro italiano per ragazzi più famoso nel mondo. Il caso De Amicis, negli anni Ottanta, diventa di interesse nazionale, ne parlano i giornali, ma nessuno è in grado di capire dove siano girati i soldi dei diritti esteri. La vita, anche dopo la sua morte, di De Amicis non è stata quel rose e fiori che superficialmente ci si aspetta. Perfino a livello letterario non ebbe così tanto seguito come si crede. Nonostante l’evidente impegno civile e umano che offrì al suo Paese, configurando per primo la bellezza che l’accoglienza nei confronti dei più deboli determina, quando gli altri erano gli italiani che emigrano verso Nord o inseguivano il sogno americano. Fu Italo Calvino, agli inizi degli anni ’70 a riscoprire lo scrittore, pubblicando le opere minori tra cui
Amore e ginnastica, dove lo scrittore rivela più di un impeto carnale e perfino ironico. Esiste anche un lato giocoso e spensierato di De Amicis. La cosa divertente è che corrisponde al suo lato oscuro, in perfetta asimmetria con quello che ci si aspetta e scoraggiando qualsiasi luogo comune. Evviva!

Sylvia Plath, la mia Maestra bellissima

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  19 gennaio)

Se Sylvia Plath fosse un mantra sarebbe: “Le persone mi piacciono molto oppure per niente.” Una frase che lei stessa partorì, tra una poesia e una pagina di diario. Sylvia era nero o bianco. Dentro o fuori. La nettezza del pensiero è la qualità più riconosciuta alla poetessa americana, nata il 27 ottobre del 1932 in una famiglia di origine tedesca, trasferitasi a Boston.

Sylvia Plath, con i suoi enigmi in versi, “Non sono crudele, sono solo veritiera”, rappresenta una delle figure più misteriose della letteratura contemporanea. Tanto mistero, tanto fascino. Come lo Scorpione, il segno zodiacale del vedo non vedo/faccio non mostro. Un segno che unisce la Plath alla sua anima gemella letteraria, Anne Sexton. Entrambe poetesse, entrambe discepole del poeta statunitense Robert Lowell, padre della poesia confessionale che, alla fine degli anni Cinquanta, diffonde una scrittura in versi ispirata alla vita personale.Si conoscono da ragazze durante un corso di scrittura creativa a Boston, dove Sylvia si era trasferita da poco con il neomarito, sposato nel ’56, Ted Hughes, anche lui poeta, con cui visse in America dal ’57 al ’59. Entrambe, Sylvia e Anne, affette da un eccesso di sé tipico del disturbo bipolare, troppo vive per continuare a vivere, autrici di meravigliosi versi anticonformisti, accumunate dalla disperazione fino a togliersi la vita.

Quando si è visto Dio, qual è il rimedio?/Quando si è stati afferrati e sollevati senza che una sola parte sia tralasciata/non un dito, non un capello, e usati,/usati fino in fondo,… qual è il rimedio?

Il rimedio non esiste, per lei esiste solo il disturbo. Bambina iper-intelligente, capace di scrivere la sua prima poesia a otto anni, in seguito alla prematura morte del padre; prima della classe a scuola; autrice di racconti apprezzati da giovanissima. Studentessa modello e genio precoce. “Non mi avevano detto che sei anche bella!” le dicono al College. Ed è vero. Sylvia Plath era bellissima: bionda, sorridente, con le ciglia lunghe. Una strega magica. Amava il rossetto e lo smalto per unghie color ciliegia di Revlon. Aveva una vera passione per l’estetica e per la moda, collabora al femminile Mademoiselle. Nei suoi look non manca quasi mai un tocco di rosso – ballerine rosse, sciarpe rosse. Poi arriva il 1953. Ha poco più di 20 anni e non viene ammessa al corso di scrittura creativa, considerato il lasciapassare definitivo verso il beneamato mondo delle lettere. Lo stop esterno si trasforma in uno stop interiore e poco tempo dopo tenta, per la prima volta, il suicidio. Un anno dopo torna allo Smith College, con una diagnosi del disturbo bipolare in una mano e la domanda per studiare a Cambridge nell’altra. Finito il College lascia l’America per l’Inghilterra. Qui conosce Ted Hughes, croce e delizia, amore della sua vita. Entrambi poeti, giovani belli ambiziosi, vivranno alcuni anni di estasi alternata a burroscose liti. Tutta l’esistenza della Plath è stata una giostra lenta e meccanica, un’altalena di vuoto che si alterna al pieno. Prima tanto amore per un uomo, poi tanto odio per lo stesso. Prima un effluvio di parole, poi la loro definitiva dissoluzione.

In continuo rapporto dialogico tra carnale e intellettuale, bellezza ed etica, la Plath ha scritto talmente tanto di sé che si finisce per non saperne mai abbastanza. Si rimane assetati di Plath. Scrive tanto: le lettere alla madre, l’inseparabile diario, le prime poesie, tutte parole da bere fino all’ultima goccia.

Gli Hughes tornati in Inghilterra con i due figlioletti, sembrano felici. Fino a quando Ted abbandona la famiglia per Assia Wevill, poetessa che vive nello spettro di Sylvia: all’inizio sua amica poi rivale, ne emulerà miseramente perfino la modalità di suicidio. Dopo la separazione coniugale, avvenuta all’inizio del ’62, Sylvia è decisa a riprendere in mano l’attività letteraria: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei.”

La sua vitalità naufraga, però, nella dipendenza affettiva per Hughes, senza il quale si sente persa. È una madre infelice. La maternità è oscurata dall’abbandono, dedica poesie tetre ai figlioletti: “Dici che quei gattini dovrei affogarli. Che puzza! E affogare anche la bambina. Se è matta a due anni, a dieci taglia la gola. Il pupo sorride, lumacone paffuto, dalle lustre losanghe del linoleum arancione. Roba da mangiarselo. È un maschio.” Più volte accuserà Hughes di averla vessata e manipolata. Interi diari e lettere sull’argomento vengono disintegrati dal marito, dopo la morte di Sylvia.

A parte i diari, gli anni della separazione (dal ’61 fino alla morte avvenuta nel ’63) sono quelli in cui termina le opere più importanti. Ariel (che resta la sua silloge più acclamata); una visionaria e proto-femminista opera teatrale Tre donne (“Sono solitaria come l’erba. Che cos’è che mi manca? Lo troverò mai, questo qualcosa che non so?”); libri per bambini, tra cui Max e il vestito color zafferano che racconta la difficoltà di un ragazzino ad entrare in abiti troppo grandi per la sua età. Una settimana prima di togliersi la vita, pubblica il suo primo (e unico) romanzo semiautobiografico, sotto pseudonimo, La campana di vetro di Victoria Lucas.

«Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.» Romanzo che consacra la depressione, paragonandola a una campana di vetro, nella quale finchè si sta dentro “si sta bene”. Il romanzo vede la luce in America quasi 10 anni dopo, quando la Plath non c’è più e invece il suo nome (vero) campeggia indomito sulla copertina. La campana di vetro ha cambiato schemi e strutture del romanzo tradizionale, una sorta di Giovane Holden al femminile.

Tutta l’opera della Plath si è rivelata una macabra autoprofezia per la sua vita. La fine è nota, ci sono perfino delle sue foto in circolazione con la testa affondata nel forno a gas.

In uno dei suoi versi più noti, dai tratti autobiografici, Sylvia scrive:

Dalla cenere io rinvengo
con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.

Noi la aspettiamo la nostra “Lady Lazarus” che ancora ha nove volte per morire, e altrettante per tornare.

Umberto Eco, il mio Maestro sensato

(Questa è la versione integrale del ritratto di Umberto Eco, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  12 gennaio)

Se è vero che il nome spesso contiene la nostra storia, il destino, quello di Umberto Eco non è da meno. Ogni suo pensiero, anche minimo, ha prodotto un’eco, cambiando il senso della vita di chi quel pensiero l’ha fatto proprio. Umberto Eco, nato esattamente ottantotto anni fa: il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, è stato filosofo, semiologo, medievalista, giornalista, scrittore. Eco è diventato, forse suo malgrado, il “supereroe di massa”, parafrasando uno dei suoi saggi più rivoluzionari (1976) in cui smaschera retoriche e ideologie popolari. Per esempio. Analizzando il melò, campione di incassi, “Love story” (1970) scrisse che quel film faceva piangere tutti perché era stato pensato, a livello strutturale, come un film che facesse piangere tutti. L’intreccio disperato, la retorica sentimentale devastante a cominciare dalla premessa narrativa (questi due sono destinati a lasciarsi perché sin dall’inizio sappiamo che lei è malata e morirà), consentivano allo spettatore/lettore di vivere l’esperienza con i fazzoletti pronti. L’attesa della tragedia è essa stessa tragedia. Abbracciare le teorie sulla comunicazione di Eco, per l’epoca, era come ascoltare Copernico, o il successivo Galileo, sostenere che è la terra a girare intorno al Sole e non il contrario. Fino a buona parte degli anni Novanta, e per certi versi ancora oggi, le teorie di Eco sulla cultura di massa erano purtroppo appannaggio solo della cultura elitaria. E per molto tempo soprattutto in America, dove Eco venne subito considerato un cervello fuori dal comune. Quando nel 1995 Vogue America lo intervistò, chiedendogli: “Come mai i suoi romanzi, pur non essendo affatto facili, hanno così tanto successo?”, Umberto Eco, dando ulteriore prova della sua demistificatoria iroina, rispose: “La sua domanda mi offende, è come chiedere a una donna come mai ci sono uomini interessati a te?”

Touchè.

Pur avendo attraversato almeno tre epoche culturali, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio scorso, fino al 2016 (anno della sua morte, sono certamente i Novanta gli anni in cui Eco estese la propria popolarità.

La sua grandezza non sta solo nell’inarrivabile cultura, nell’eleganza con cui metteva a posto mezza e più popolazione italiana. Si recuperino, a questo proposito, gli scritti de La bustina di Minerva, la storica rubrica che Eco tenne sull’Espresso fino al ’98 in cui “prediceva” il presente ai lettori, riflettendo sulla società italiana. La grandezza di Eco sta nell’applicazione della teoria alla pratica. Per questo possiamo considerarlo il secondo Vate della lingua italiana, dopo Dante Alighieri.

Si deve a lui l’evoluzione, per molti versi in positivo, delle discipline umanistiche nelle Università italiane. Nel 1971, fu tra i primi proporre l’istituzione del DAMS di Bologna (il primo corso di laurea italiano in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Nei primi anni Ottanta ha promosso e realizzato i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione, prima a Bologna e Siena, ora estesi in tutta la penisola.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.

Prima della sua carriera universitaria, cominciata nei primi anni Sessanta, Eco ebbe una lunga storia intellettuale e pratica con i movimenti dei giovani cattolici, ad Alessandria e poi a Torino, dove nel 1954 si laureò con una tesi su Tommaso D’Aquino che cambiò per sempre la sua concezione sulla fede cattolica. Studiando san Tommaso abbracciò definitivamente una posizione atea che poi ne caratterizzò pensiero e azione. “Tutte le cose di questo mondo, per esempio un fiore, nascono perché nella materia preesistente esse sono in potenza, poi sopraggiunge la forma-fiore e sboccia il fiore come sostanza. Se dunque Dio avesse dovuto imporre le varie forme su una materia preesistente questo significherebbe che il mondo, come materia informe, ovvero pura possibilità, esisteva prima del suo atto creatore, il che è impossibile. Tuttavia Dio ha creato gli angeli senza che ci fosse materia preesistente (infatti l’angelo non ha materia ed è pura forma), quindi non è necessario che Dio crei da una materia preesistente.”

Dalla fine degli anni settanta, affiancò la critica letteraria agli studi di semiotica. Portò in Italia questa disciplina che interpreta le culture attraverso i loro segni e simboli (parole, icone religiose, divi cinematografici, feticci televisivi, cartoni animati, canzoni). Pubblicò più di 20 saggi sull’argomento. “La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.”

Come romanziere non si separò dalla semiotica, cercando nelle sue storie un altro significato dentro quello più apparente. Il suo successo mondiale, Il nome della rosa, best seller che solo nel 1980, anno di pubblicazione, ha venduto 10.000 copie in Italia, coinvolge più di una delle sue “preoccupazioni” semiotiche. Il romanzo, oggi riconosciuto come uno dei libri italiani più famosi nel mondo, con oltre 50 milioni di copie vendute e più di 40 traduzioni, gli valse il Premio Strega nel 1981, a cui seguì la trasposizione cinematografica con l’indimenticabile Sean Connery nei panni di Gugliemo da Baskerville.

Anni dopo, dichiarò di odiare a volte il suo best seller e di amare molto di più i successivi romanzi (6 in tutto) che a suo avviso avevano più valore del primo. Ma i lettori non sono mai stati d’accordo. Come romanziere resta “quello” de Il nome della rosa. Il best seller fa ormai parte dell’immaginario collettivo, divenendo di proprietà dei suoi lettori.

In tal senso (…) ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, una sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la compresione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale. (…) In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata.”

Il nome della rosa l’abbiamo scritto noi non meno di quanto l’abbia fatto Eco. Dimostrando che se il destino di un uomo è nel nome, il destino di uno scrittore è nei lettori della sua opera.

Lewis Carroll, il mio Maestro delle Meraviglie

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  20 ottobre)

Questo è il ritratto di uno scrittore che non si è mai definito uno scrittore. Charles Lutwidge Dodgson, a tutti noto con lo pseudonimo letterario di Lewis Carroll, nacque in Inghilterra nel 1832 da una felice famiglia vittoriana, di origine irlandese. Il padre era reverendo, severo ma giusto capace di imprimere ai suoi undici figli cultura ed educazione; la madre era dedita alla casa e alla famiglia e lo crebbe con devote attenzioni. I problemi cominciarono con l’adolescenza. Da ragazzino Carroll soffriva di balbuzie e quando i suoi lo iscrissero alla Rugby School (1850), annotò l’esperienza come tra le più infelici. Mancino, troppo alto e troppo magro, riccioluto e scuro ma dai vispi occhi chiari, oltre alla balbuzie Carroll ebbe problemi con l’udito e per tutto la vita soffrì di una forma di emicrania che lo isolava dal mondo intorno. Ma, fin da ragazzino, era un genio. Scriveva poemetti e poesie, enigmista della parola e funambolo del fraseggio non-sense. Appassionato di fotografia, matematico di professione. Seduttivo nella sua ambiguità creativa, dalla quale furono ispirati alcuni dei più eccelsi artisti del Novecento: J. Joyce, J. L. Borges e John Lennon. Il leader dei Beatles al mondo delle meraviglie di Carrol ha dedicato più di una canzone. La più nota è “Lucy in the sky with diamonds” della quale Lennon disse: “Era Alice nella barca. Mentre compra un uovo, si trasforma in Humpty Dumpty. La donna che la serve nel negozio si trasforma in una pecora e il minuto dopo stanno entrambe remando in una barca per andare da qualche parte, chissà dove.”

Dopo aver scattato ritratti a personaggi famosi, tra cui il poeta italiano DG Rossetti e il pittore inglese John Millais, i suoi soggetti fotografici divennero le ragazzine. Sebbene la fotografia fosse principalmente un hobby, Carroll vi dedicava molto tempo. Era il suo modo per stare in mezzo alla gente,osservandola dietro l’obbiettivo. Fotografava bambine in ogni possibile situazione, compresa la nudità. Nonostante le congetture, non ci sono prove reali di abusi sui minori contro di lui.

Nel 1856, la famiglia Liddell e le tre figlie si trasferì a Christ Church, diventando i vicini di casa dei Dogson. Carroll conquistò la loro fiducia, divenendo l’amico di famiglia. Spesso portava le tre sorelle, Lorina, Edith e Alice, a fare lunghi giri in barca sul Tamigi. Fu in una di queste spedizioni che gli venne l’ispirazione per “Alice nel paese delle meraviglie”. Proprio nel 1856 iniziò a scrivere le prime opere umoristiche e divenne “Lewis Carroll” traducendo il suo nome e il suo secondo nome in latino, invertendo il loro ordine, e poi traducendoli nuovamente in inglese. Lewis è infatti la versione inglese di Ludovicus, da cui deriva Lutwidge, il suo secondo nome, mentre Carroll è l’anglicizzazione del latino Carolus, cioè Charles.

L’unico modo in cui si sentiva se stesso era dentro quello pseudonimo che lo proteggeva dal suo ruolo sociale di professore emerito in matematica a Oxford. L’insegnamento non era il suo lavoro ideale, la balbuzie rendeva difficile tenere lezione. Molti dei suoi studenti non erano interessati alla sua materia. Tuttavia Carroll escogitò astuti enigmi matematici e domande di logica per cercare di rendere più attraenti i suoi discorsi spezzettati. Nel corso della sua vita, ha suggerito soluzioni per molte questioni, comprese alcune regole per i tornei di tennis. Ma, soprattutto, ideò la nyctografia: un sistema per scrivere al buio. Carroll si svegliava di notte con alcuni pensieri che voleva annotare. All’epoca scrivere nel cuore della notte significava accendere la lampada ad olio per poi rispegnerla dopo poco. Un sistema poco congeniale. Così Carroll s’ingegnò.”Chiunque abbia avuto, come spesso ho fatto io, la necessità di uscire dal letto alle 2 del mattino in una notte invernale, accendere una candela, e appuntarsi alcuni pensieri che avrebbe altrimenti dimenticato, converrà con me quanto scomodo possa essere. Tutto ciò che devo fare adesso, se mi sveglio e penso qualcosa che desidero appuntare, è prendere da sotto il cuscino un piccolo taccuino contenente il mio nyctografo, scrivere alcune righe senza nemmeno dover mettere le mani fuori dalle coperte, rimettere a posto il libretto, e tornare a dormire. Ho prima provato ad utilizzare le file di fori quadrati (poco più di mezzo cm quadrato l’uno -la misura che ho trovato più comoda), come contenitori per le lettere; non è stata una brutta idea, ma le lettere risultavano ancora illeggibili. Quindi mi sono detto “Perchè non inventare un alfabeto quadrato, usando solo punti agli angoli e linee ai lati?” Ho presto scoperto che, per rendere più facile la scrittura, era necessario sapere dove iniziassero esattamente i quadratini. Per questo ho stabilito la regola secondo la quale ogni lettera-quadrata doveva contenere un chiaro puntino nero nell’angolo in alto a sinistra.Sono riuscito ad ottenere 23 diverse lettere-quadrate, somiglianti alle lettere che devono sostituire. Pensate al numero di ore di solitudine trascorse da un uomo cieco, spesso passate a non far nulla, quando egli sarebbe probabilmente felice di annotare i propri pensieri; e vi renderete conto di quale benedizione gli concederete donandogli un piccolo “indelebile” libro di memorie con un nyctografo e insegnandogli l’alfabeto-quadrato.” La versione finale della sua invenzione fu registrata nel 1891.

Poco prima del suo 66esimo compleanno, Carroll ha avuto un grave caso di influenza, sfociata in polmonite. Morì il 14 gennaio 1898, lasciandoci alle spalle un enigma irresolvibile. La sua anima.

Caro Lewis Carroll,

“di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente”. Professor Carroll o Dogson come preferisce, vorrei con la presente obbligare ufficialmente alla lettura della tua Alice, soprattutto nelle scuole dell’obbligo. Il motivo è semplice. Alice non solo è irresistibile. Ha una caratteristica essenziale per la crescita e il benessere dei ragazzi, futuri adulti, non c’è morale. Questo è il dono che ci fa una ragazzina che, in realtà, non ha genere sessuale come non ha età. Vive dentro ognuno dei suoi lettori, non appena questi si immergono nelle sue meraviglie. A differenza di Pinocchio, per esempio. Dove invece la morale è più forte della personalità del ragazzo di legno. Se i due si fossero incontrati a metà strada, tra il Paese delle meraviglie e quello dei Balocchi, la ragazzina al burattino gliela avrebbe fatta passare presto tutta quella voglia di mentire.

“Non immaginarti mai di non essere altro da quello che potrebbe sembrare agli altri che ciò che eri o potevi essere stata non fosse altro da ciò che eri stata e che avrebbe potuto loro sembrare essere altrimenti”.

Alice è un mito, vive di luce propria. Come tutti sbaglia, ma non si fa abbagliare dai suoi errori. A differenza dei burattini, quando Alice fa una sciocchezza se ne rende conto. Da sola. Questo è il prezzo che paga. La consapevolezza. Non aspetta che qualche fata turchina o grillo “pedante” le indichi la strada per la redenzione. Alice sa che la redenzione non esiste. Esiste la vita che non ha senso tanto vale caricarla di non-sense.

“Ultimamente erano successe tante di quelle cose strane che Alice aveva cominciato a credere che di impossibile non ci fosse quasi più nulla”.

Caro Lewis, come hai fatto a creare una roba come Alice dentro l’Inghilterra vittoriana e rigida, capace di indebolire i deboli senza dare loro il beneficio del dubbio? I dubbi sono le pile della crescita psicologica e il fatto che Alice ne sia invasa non fa che renderla la cittadina ideale di un Paese delle Meraviglie che oggi, come allora, possiamo abitarlo solo ad occhi chiusi o in punta di penna.

“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti”.

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