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Cicchetti n. 8 “Pronti a morire per toccare il cuore del lettore”

By alessandra cicchetti

Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse.

Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi – da Carver a Cechov a Flannery O’Connor al Tolstoj della Morte di Ivan Il’ic al Pynchon dell’Arcobaleno della gravità – sia dare qualcosa al lettore. Quando il lettore si allontana dalla vera opera d’arte pesa di più di quando ci si è avvicinato. È più ricco. Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio. Quello che è velenoso e deleterio, nell’ambiente culturale di oggi, è che rende tutto questo tanto spaventoso da dissuaderci a farlo. Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.

David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008)

Cicchetti N. 7: “INVECE ERA UN’ALTRA”

By alessandra cicchetti

Quello che mi faceva arrabbiare era pensare che lei veniva con me come sarebbe andata con un altro, per esempio con Ferruccio. Mentre eravamo sul prato glielo dissi.

– Senti, tu vieni con me perché sono io o come vieni con me potresti andare con un altro, per esempio con Ferruccio?

E lei rispose: – Vengo con te perché sei te.

 E io le dissi: – Giuralo, Teresa.

E lei fece: – Teresa?

– Così – dissi io.

Invece lei: – Ma io sono Bianchina – disse.

Era vero. Era Bianchina, non Teresa.

– E Teresa? – chiesi.

– Non so – disse.

– Mi sembra d’averla vista andare con un altro, per esempio con Ferruccio.

A me seccava. Poi ci pensai.

– Ferruccio? – chiesi.

– Così – disse lei.

Allora mi ricordai: – Ma sono io Ferruccio.

Era vero. Ero Ferruccio, non Michele.

– Ci si confonde sempre – disse lei.

– Davvero – dissi io – capita sempre di confondersi uno con l’altro. Ma adesso siamo a posto.

– Sì – fece lei – tanto poi è lo stesso.

E si rimase sul prato fino a sera.

Italo Calvino, Invece era unaltra, in Calvino – Romanzi e Racconti

(Immagine: Conrad Roset)

Cicchetti n. 6, Goffredo Parise, “Il padrone”

By alessandra cicchetti

Di questi oranghi si dice che siano tristi per il loro stato di prigionia, per la nostalgia delle origini e della libera esistenza nelle foreste. Ma non è vero. L’orango diventa triste per la lunga consuetudine all’uomo, per la dimestichezza con quei tratti fisici che tanto somigliano ai suoi, per il desiderio oscuro di diventare anch’esso un uomo.

In tanti anni di meccanica imitazione l’orango incomincia a intuirne i privilegi, i ricordi ancestrali della naturale libertà nella foresta svaniscono e l’orango comincia a sperare in un futuro non lontano in cui le sbarre verranno tolte e esso potrà far parte di quella società multicolore che sfila davanti ai suoi occhi dal mattino fino alla sera e di cui ha imparato oramai tutti i comportamenti civili.

Siccome è il più vecchio e dunque l’esemplare di maggiore esperienza, comincia a disprezzare gli individui della sua stessa specie, quasi che la speranza stesse per diventare realtà.  Ma col passare del tempo la speranza è delusa, l’orango si sente fisicamente indebolito, intuisce che la morte è vicina e non avrà mai nell’occhio la limpidezza e la profondità che tanto lo attirano, che quelle sue affinità somatiche non erano che un’illusione: si lascia andare, le blatte si moltiplicano indisturbate su di lui, non accetta più nulla di quanto gli uomini gli offrono se non quanto è necessario a mantenersi in vita, la curiosità si affievolisce e sta per svanire, il sedere si riempie di piaghe ed egli stesso sente che null’altro gli rimane se non l’esibizione dell’oscenità  di cui tanto si era vergognato nei primi anni di zoo.

Goffredo Parise, Il padrone (Mark Ryden – The Tree Show)

Cicchetti n. 5: William Somerset Maugham, “La luna e sei soldi”

By alessandra cicchetti

Non rammento chi raccomandava agli uomini, per il bene dell’anima, di fare ogni giorno due cose a loro sgradite: costui era un saggio, ed è questo un precetto che io ho sempre seguito scrupolosamente; infatti, ogni giorno mi sono alzato e sono andato a letto.

C’è però nella mia natura una vena di ascetismo, e ogni settimana ho sottoposto la carne a una mortificazione più dura: leggere il supplemento letterario del “Times”. Considerare il vasto numero di libri che si scrivono, le belle speranze degli autori nel vederli pubblicati, e il destino che li attende, è una disciplina salutare. Quali probabilità ha un qualsiasi libro di farsi strada in quella moltitudine? E i libri di successo non sono che il successo di una stagione. Sa il Cielo le fatiche, le amare esperienze, i patemi d’animo sofferti dall’autore per dare a fortuiti lettori qualche ora di svago o di ricreazione dalla noia di un viaggio.  E a giudicare dalle recensioni, molti di questi libri sono scritti bene, con finezza, composti con gran dispendio di intelligenza; ad alcuni sono state dedicate addirittura le cure trepidanti di una vita.

La morale che ne traggo è che lo scrittore deve cercare ricompensa nel piacere del suo lavoro e nel sollievo dal fardello dei suoi pensieri; e indifferente a quant’altro, non tenere in alcun conto lode o biasimo, successo o fallimento.

William Somerset Maugham in “La luna e sei soldi”

Cicchetti n. 4: Mariangela Gualtieri “Naturale sconosciuto”

Per tutte le costole bastonate e rotte.

Per ogni animale sbalzato dal suo nido

e infranto nel suo meccanismo d’amore.

Per tutte le seti che non furono saziate

fino alle labbra spaccate alla caduta

e all’abbaglio. Per i miei fratelli

nelle tane. E le mie sorelle

nelle reti e nelle tele e nelle

sprigionate fiamme e nelle capanne

e rinchiuse e martoriate. Per le bambine

mie strappate. E le perle nel fondale

marino. Per l’inverno che mi piace

e l’urlo della ragazza

quel suo tentare la fuga invano.

Per tutto questo conoscere e amare

eccomi. Per tutto penetrare e accogliere

eccomi. Per ondeggiare col tutto

e forse cadere eccomi.

Che ognuno dei semi inghiottiti

si farà in me fiore

fino al capogiro del frutto

lo giuro.

Che qualunque dolore verrà

puntualmente cantato, e poi anche

quella leggerezza di certe

ore, di certe mani delicate, tutto sarà

guardato mirabilmente

ascoltata ogni onda di suono, penetrato

nelle sue venature ogni canto ogni pianto

lo giuro adesso che tutto è

impregnato di spazio siderale.

Anche in questa brutta città appare chiaro

sopra i rumorosissimi bar

lo spettro luminoso della gioia.

Questo lo giuro.

Mariangela Gualtieri,“Naturale sconosciuto

Cicchetti n. 3 “Chiedi alla polvere”

By alessandra cicchetti

Cara mamma e caro Hackmuth, il grande editore. A loro era indirizzata la maggior parte delle lettere che scrivevo, praticamente tutte. Il vecchio Hackmuth con il suo cipiglio e i capelli con la riga in mezzo, il grande Hackmuth con la penna come una spada, che mi guardava dalle parete dove avevo appeso la sua fotografia, firmata a caratteri cinesi. Ehilà, Hackmuth, gli dicevo, che razza di calligrafia! Poi vennero i giorni di magra e cominciai a mandargli delle gran lettere. Dio mio, signor Hackmuth, c’è qualcosa che non funziona, lo slancio creativo se n’è andato e io non riesco più a scrivere. Signor Hackmuth, crede che dipenda dal clima? La prego, mi dia un consiglio. Crede che ce la farò a scrivere come William Faulkner? Attendo una sua opinione. Crede che il sesso c’entri in qualche modo?

Gli raccontai della ragazza bionda che avevo incontrato nel parco, di come me l’ero lavorata e di come lei era crollata. Gli raccontai l’intera storia, solo che non era vera, era una dannata bugia. Oh ragazzi, era fantastico! Mi rispondeva subito, un grand’uomo, sensibile ai problemi dei giovani di talento. Nessuno ricevette tante lettere da Hackmuth quante ne ricevetti io; e io le portavo con me; le leggevo e le rileggevo, e le baciavo. Mi piazzavo davanti alla sua fotografia, piangendo a calde lacrime, e gli dicevo che questa volta aveva fatto centro; un grande scrittore quel Bandini, Arturo Bandini, io, un tipo davvero fantastico. Giorni di magra, carichi di determinazione perchè proprio di questo si trattava: Arturo Bandini, seduto davanti alla sua macchina da scrivere per due giorni, deciso a farcela. Ma non funzionò.

Fu l’attacco di testardaggine più lungo e violento di tutta la sua vita, ma non ne uscì neanche un rigo, solo due parole ripetute per tutta la pagina, su e giù, sempre le stesse: la palma, la palma, la palma, una lotta all’ultimo sangue tra me e la palma, e la palma vinse: eccola là che ondeggia nell’aria azzurina, che scricchiola piano dell’aria azzurra. Vinse dopo due giorni di lotta e io scavalcai il davanzale e mi sedetti ai suoi piedi. Passò del tempo, un attimo o due, e mi addormentai, mentre piccole formiche brune scorazzavano tra i peli delle mie gambe.

John Fante, Chiedi alla polvere

La paura fa 40 (PPP)

By alessandra cicchetti

Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi.I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: “un genocidio delle culture viventi”.Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società di consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l’italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest’incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.L’uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell’uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l’uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l’uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.

“LA RABBIA” di Pier Paolo Pasolini

cicchetti #2

By alessandra cicchetti

I due, stesi sull’erba, vestiti, si guardano in faccia

tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli

e poi morde nell’erba. Sorride scomposta, tra l’erba.

L’uomo afferra la mano sottile e la morde

e s’addossa col corpo. La donna gli rotola via.

Mezza l’erba del prato è così scompigliata.

La ragazza, seduta, s’aggiusta i capelli

e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.

Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia

nella sera, e i passanti non cessano mai.

Ogni tanto un colore più gaio li distrae.

Ogni tanto lui pensa all’inutile giorno

di riposo, trascorso a inseguire costei,

che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.

Se le tocca col piede la gamba, sa bene

che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso

e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano

non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano

con un uomo stanotte. O che forse ogni donna

ama solo chi perde il suo tempo per nulla.

Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa

alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.

Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,

interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.

Stringe a sè il mazzo verde – raccolto sul sasso

di una grotta – di bel capevenere e volge al compagno

un’occhiata struggente. Lui fissa il groviglio

degli steli nericci tra il verde tremante

e ripensa alla voglia di un altro groviglio,

presentito nel grembo dell’abito chiaro,

che la donna gli ignora. Nemmeno la furia

non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce

ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.

Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:

tornerà a casa rotto di schiena e intontito,

ma assaporerà almeno nel corpo saziato

la dolcezza del sonno sul letto deserto.

Solamente, e quest’è la vendetta, s’immaginerà

che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,

senza pudori, in libidine, quello di lei.

Cesare Pavese, “Lavorare stanca”

Cicchetti #1

By alessandra cicchetti

“Il silenzio non è una pausa che s’inserisce quando si parla, ma un fatto in sé. Quando non si parla mai di sé stessi, non si discorre molto. Uno faceva sentire la propria presenza quanto più era in grado di tacere. A casa, come tutti, avevo imparato anch’io a interpretare nell’altro il movimento delle rughe del viso, delle vene sul collo, delle narici o degli angoli della bocca, del monto o delle dita, e non mi aspettavo che parlasse.
Nel silenzio generale che regnava nella casa, gli occhi di ognuno di noi avevano imparato a conoscere lo stato d’animo dell’altro. Ascoltavamo più con gli occhi che non con gli orecchi. Era nato un piacevole stato di lentezza, un sovraccaricarsi delle cose che si trascinavano e che noi ci portavamo dietro.

Le parole non hanno un peso simile perché non si fermano. Subito dopo aver finito di parlare, appena dette, le parole sono già mute. E si lasciano dire solo singolarmente, una dopo l’altra. A ogni frase tocca il suo turno solo quando è finita quella prima. Invece quando si tace viene fuori tutto insieme, e vi resta attaccato tutto quello che da lungo tempo non è stato detto, perfino ciò che non verrà mai detto. E’ una condizione più stabile che si racchiude in sé stessa. E il parlare è un filo che si spezza e che deve essere sempre riannodato.

Quando arrivai in città mi meravigliai di quanto parlassero le persone, per sentire sé stesse, per essere amiche o nemiche le une delle altre, per dare o ottenere qualcosa. E soprattutto di quanto si lamentassero quando parlavano di sé stesse. Nella maggior parte dei loro discorsi si coglieva l’abbinamento continuo di arroganza e autocommiserazione, tutto il corpo era mosso da un atteggiamento narcisista. Se ne andavano in giro con quel loro io sulla bocca, trito e ritrito. […]

Avevo bisogno di una spiegazione e scelsi la più semplice: quando i piedi poggiano su un terreno liscio, la lingua può o deve parlare senza avere pensieri nella testa.”

Herta Muller, Il fiore rosso e il bastone

come mi è venuto in mente di farmi il sito invece della barca

Non mi piace molto la parola sito. Mi sembra un sinonimo non riconosciuto di salma o di mausoleo. Preferisco web o rete. La prima rinfresca, la seconda espressione fa calore. Una commistione che mi assomiglia molto. Riesco a essere gelida e calorosa nello stesso sguardo.
È così che ho immaginato di iniziare a lavorare per questo spazio. Avendo bene in mente una rete, che partendo dalla vita e dall’esperienza, si è poi codificata nelle pagine che avete appena letto o state per leggere. Queste pagine raccontano quello che ho fatto, quello che voglio fare e quello che farò. Sono pagine senza tempo presente. Al presente ci penserà il blog. Che si intitola #unastoriatuttapersé. Sarà questo il salone delle feste, la piscina raso terra, il menù gourmant. Il posto dove voglio raccogliere le storie. A partire da oggi.
Andiamo per ordine. Funziona più o meno così.
#unastoriatuttapersé, è una specie di casa di scrittura, un ibrido che non esiste e che nasce dalle mie ossessive competenze: editing e creative writing.
Nel blog  racconterò alcuni libri che mi hanno fatto impazzire come la mayonese quando ci sono troppe uova. Ci sarà spazio anche per i libri degli amici che saranno appositamente evidenziati in giallo: “questo libro è di un mio amico/ mia amica” come è giusto che sia.

Ci saranno le mie storie, racconti, brevi reportage e soprattutto ci saranno le storie dei miei corsisti. E infatti. Chi ha partecipato a un mio laboratorio può, se vuole, spedirmi un racconto (creato durante il corso o meno) e io sarò lieta di renderlo pubblico perché se ho un’arma questa è a doppio taglio, ed è una fiducia estrema nelle storie di chi seguo anche a discapito delle mie.

Altre rubriche presenti nel blog:
#cicchetti, un sorso nudo e crudo di alcuni autori che amo molto
#guestbook, un libro consigliato da un mio amico o una mia amica
#abuso di parole, un dizionario riscritto da me su alcuni termini oggi violentati
#scrittorinvisibili, ironici ritratti inventati di scrittori che non incontrerete mai (forse)

– Quindi sei una blogger?

– No.

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