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“Una storia tutta per sé” arriva a Taranto

Una storia tutta per sé: come raccontare se stessi ed essere felici

Corso intensivo di scrittura autobiografica

Sabato 11 Giugno  

dalle ore 10 alle ore 18

 Libreria Mondadori di Taranto (Via G. De Cesare 37)

La scrittura può essere esplorata in diverse maniere tante almeno quante sono le esistenze di chi scrive. Una di queste è la scrittura del sé. Tutti abbiamo una storia da raccontare ma non sempre sappiamo come farlo. Un ricordo, la nostalgia dell’infanzia, un fatto luttuoso o una gioia infinita, l’inizio o la fine di un amore o più semplicemente una giornata particolare. Sono tantissimi gli stimoli e le suggestioni che ci fanno sedere davanti a un computer, o prendere in mano una penna, per cominciare a scrivere. Prima di iniziare però è importante sapere cosa vogliamo scrivere e per scoprirlo uno dei passi essenziale è sapere chi siamo. Gli scrittori si confrontano con la propria vita. A volte la raccontano sotto forma di diario o di romanzo biografico, altre volte la immaginano creando mondi alternativi.

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Alla fine del primo modulo di “Una storia tutta per sé” si impara a conoscere la propria storia e si inizia a scriverla. Livello raggiunto (in media): ideazione storia e stesura incipit.

Per informazioni e iscrizioni leggete qui.

Dieci motivi per non perdere il #Degenerati tour in #Puglia

By alessandra Appuntamenti
  1. Amleto De Silva è l’autore di “Stronzology”. Non fate finta che non sia questo il primo motivo. So che amate quel libro e che vi siete divertiti a seguire il suo primo tour in Puglia.
  2. Non avete seguito lo scorso tour pugliese e non potete mancare questo. A meno di gravi disturbi autolesionistici.
  3. Amleto De Silva è Amlo. Il suo è il blog più insultato di tutti i tempi. Quindi uno dei migliori, in Italia. Non risparmia nessuno, del resto Amleto è un vero signore, generoso come pochi al mondo.
  4. “Degenerati”  è il saggio più attuale e, contemporaneamente, visionario che sia stato pubblicato negli ultimi tempi.
  5. “Nessuno parlava con le scimmie. L’idea era che le scimmie dovessero parlare solo tra loro, e che dovessero farlo altrove. Nessuno voleva parlare con le scimmie e nessuno voleva essere una scimmia. E invece hanno vinto loro. Anzi nemmeno scimmie: neoscimmie, uomini degenerati, con i difetti dell’una e dell’altra specie”.
  6. Ascoltare dalla sua viva voce l’aneddoto, contenuto nel libro: “l’effetto calciatori fotografati in discoteca”.
  7.  Scoprire, finalmente, cosa vuol dire loser. E sentirsi subito chiamati in causa, con orgoglio.
  8. Sentire come salvarsi da un mondo di idioti con il metodo Cyrano, e amare – ancora di più-  questo straordinario personaggio letterario.
  9. Subito dopo innamorarsi totalmente del guascone. Altro che il principe azzurro.
  10. ” La mattina quando ti svegli puoi essere leone o puoi essere gazzella ma stai sicuro che ‘e sciem ti raggiungono sempre “. Questa cosa non è nel saggio “Degenerati” ma l’ha scritta il Nostro sul suo profilo facebook. Vale lo stesso.
  11. Detesto scrivere “le dieci” qualunque esse siano.  Per cui se l’ho appena fatto, un buon motivo ci sarà. Specie che adesso sono “undici”.

Qui tutti gli appuntamenti del tour.

“FSE” di Franco Chiarpei #dopolavoroletterario n. 4

Franco Chiarpei  ha lavorato per “Interview“, rivista fondata da un tale Andy W.. Franco ha girato tutto il mondo, e in parte continua a farlo.  A un certo punto della sua vita ha scelto di vivere in Puglia che venera come un’edicola sacra scovata per caso, e di iniziare a scriverla. Ci siamo incontrati, e il suo progetto mi ha convinta. Lo sguardo narrativo di Franco è rivelatore di stupore e di bellezze inattese. “FSE” è il primo racconto di questa serie di storie sulla Puglia: inconsuete serigrafie letterarie, mappe inesplorate in cui risplende la meraviglia. Buona lettura.

( L’immagine è dello stesso autore).

FSE

di Franco Chiarpei

Fermo davanti al passaggio a livello lasciavo che una brezza mattutina mi accarezzasse, trasformando quella breve attesa in un inaspettato piacere. Poi, annunciato da una sirena rauca arrivò il treno. Fuori dai finestrini abbassati degli unici due vagoni, motrice e passeggeri, sventolavano tendine di stoffa marrone che ricordavano le braccia di persone che salutavano festose.

Questo episodio, fugace e apparentemente senza importanza, mi ha portato a distanza di mesi, a progettare un viaggio da Cisternino a Gagliano del Capo, nel Basso Salento, all’andata via Zollino, al ritorno via Novoli.

Le Ferrovie del Sud Est, malgrado siano in via di ammodernamento, utilizzano ancora su alcune tratte vecchi treni diesel, costruiti nel dopoguerra dalla Breda e dalla FIAT per i percorsi a scartamento ridotto delle linee ferroviarie pugliesi.

Partendo da Bari, attraversano la Murgia e la Valle d’Itria dividendosi, nei pressi di Lecce, in due diversi tragitti, a Ovest e a Est, che si ricongiungono a Gagliano, distante solo qualche chilometro da Santa Maria di Leuca, l’estremo punto meridionale della penisola salentina. I modelli delle carrozze negli anni sono cambiati ma, salvo rare occasioni, i colori sono rimasti gli stessi: bianco e azzurro, con una linea rossa che corre sottile lungo i finestrini per poi allargarsi in una fascia frontale dove sono collocati i fari e il nome della fabbrica costruttrice, inciso all’interno di una vittoria alata.  Questa livrea ha agito sulla mia immaginazione da richiamo, come il piumaggio degli uccelli durante la stagione del corteggiamento.

Per preparare il viaggio sono tornato diverse volte nella piccola stazione di Cisternino, un locale semivuoto affacciato sui binari, dove lavora un’impiegata molto gentile che svolge le mansioni di bigliettaio, controllore e capostazione. Studiare insieme a lei i treni da prendere, gli orari e le coincidenze, era diventato una piacevole interruzione alla monotonia della sua giornata. Il giorno della mia partenza si era truccata più del solito.

Il treno delle FSE per Lecce Zollino, un Breda AD 59 atteso alle le 8:40, arrivò puntuale, ero l’unico passeggero. Seduto, con l’animo colmo di quel senso di libertà che l’inizio di ogni viaggio suscita, incominciai a guardarmi intorno: i sedili in Skai marrone, le pareti rivestite in fòrmica gialla, le tendine parasole beige. Le maniglie, i portapacchi e i serramenti, erano avvitati uno per uno con viti a stella, quando la porta si chiudeva il rumore era un colpo secco, l’aria odorava di ferro.

Boschi di querce, vigneti ordinatamente disposti in bassi filari, colonie di fichi d’India, muretti a secco: il veloce scorrere del panorama era velato dal vetro che anni di intemperie avevano reso opaco. Arrivò il controllore, vestito in borghese, che dopo aver colto il mio interesse per la motrice sulla quale stavamo viaggiando, mi portò con sollecitudine nella cabina del macchinista, anche lui in abiti civili, dove la strumentazione di guida era più simile a quella del Nautilus di Jules Verne che a quella di un treno. La scocca che conteneva i tachimetri e le manopole in bachelite, un pezzo da collezione, era stata dipinta negli anni con diversi strati di vernice bordeaux, non sempre uguali, e avrebbe potuto trovare posto sui banchi del marché aux puces di Parigi.

– Questa motrice è stata prodotta dalla Breda alla fine degli anni ‘50 soltanto in trenta esemplari, dal numero 51 all’ 80. Questa è la 59. – Mentre la linea dei binari si srotolava davanti a noi, ascoltavo il macchinista parlare, la fiducia da lui riposta nel treno era simile a quella di un pastore nei confronti del suo vecchio cane.

Tra macchinista e controllore correva familiarità. La stessa che riscontrai esserci alla fermata di Pascarosa, un edificio isolato in mezzo agli ulivi, tra il capostazione e un anziano signore che aveva chiesto, prima di salire in treno, di andare in bagno. Perdemmo qualche minuto; in attesa che il vecchio ritornasse, macchinista e controllore si sporsero fuori dal finestrino per scambiare qualche battuta col capostazione, in un dialetto stretto ma sufficiente per comprendere quanto la ferrovia legasse personale e viaggiatori in una specie di parentela, nata negli anni lungo i binari, dove tutti si conoscevano e tutti avevano qualcosa da dirsi. Con un semplice – Via! – si ripartì, i pochi passeggeri che salirono dovettero attraversare con ampie falcate le rotaie, in queste stazioni non esistono sottopassaggi.

Dal mio scompartimento, ormai cosparso di giornali, taccuini e occhiali, guardavo il paesaggio macchiato dagli alberi di mimose e di biancospino, e i prati di calendule che, come fiumi gialli, esondavano oltre i tratturi. Recupero, Galante, Femmina Morta, le contrade della Valle d’Itria si susseguivano; insieme ai loro strani nomi riaffioravano le persone che quasi quotidianamente incontravo in quelle campagne: nei piccoli negozi di alimentari, crocevia di giocatori di scopa, o nelle masserie, dove i contadini insistevano sempre per farmi assaggiare qualcosa.

Superata la linea di confine che corre tra Taranto e Ostuni, la “soglia messapica”, lo scenario cambia, i boschi e le colline si diradano, la terra rossa e scura della Murgia, nell’alto Salento diventa calcarea e grigia. Prima di Novoli il treno si fermò in mezzo ai campi, in una di quelle soste apparentemente senza motivo, in cui mi chiesi quale arcano richiamo seguissero le nuvole che vedevo affrettarsi verso Oriente, e sotto quali latitudini si sarebbero infine radunate. Ripartimmo.

A Lecce la coincidenza per Gagliano attendeva al secondo binario, la stazione era affollata di studenti, di giovani africani e di contadini venuti in città che occuparono, in pochi istanti, i posti a sedere del nuovo treno, un Breda AD 79, riempiendo l’aria di voci animate e accenti sconosciuti. – Padre nošciu… ma lìbberane de lu male… e cussì ssia. – al mio fianco, il sommesso mormorare di una vecchia vestita di nero si perdeva nel chiasso del vagone.

Nel corso dei secoli Magrebino, Greco ed Ebraico si erano mescolati, dando vita a una Babele di lingue, dialetti e riti, mai abbandonati, e rivestendo questa “Terra di mezzo” di un’aura magica e sacra. Gli sporadici paesi che riuscivo a individuare mi venivano segnalati in lontananza dalla presenza dei cipressi lungo i viali dei cimiteri, il resto erano ville isolate, antiche masserie, capannoni industriali; di fronte a uno di questi, bloccati in quell’immobilità incomprensibile a noi umani, stavano fermi due cavalli.

Per lavori lungo la linea, a Poggiardo si dovette scendere e salire su un pullman di collegamento, a Tricase avremmo ripreso il treno per Gagliano. In corriera, circondato dalle promesse di eterno amore scarabocchiate dagli studenti sul retro dei sedili, riflettevo sul significato di questo viaggio e sulla sua lentezza, che favoriva momenti di contemplazione e permetteva alle visioni e agli incontri di raggiungere le regioni più intime. Assorto in questi pensieri raggiunsi la stazione di Tricase, non prima di avere notato, disposto in bell’ordine, il gruppetto di statuine e simboli che decoravano il cruscotto di guida dell’autista, una Madonna di Lourdes, un Padre Pio, un cornetto rosso portafortuna, un San Cristoforo, una foto di famiglia e, appeso allo specchietto retrovisore, un crocefisso e uno scudetto del Lecce.

A Gagliano del Capo, fuori dalla stazione, sostai qualche minuto sotto una luce accecante a osservare il cielo terso e la strada che mi stava di fronte, dove un cagnolino marrone sembrava aspettarmi. Con la prospettiva di mangiare qualcosa ci avviammo insieme verso il centro abitato, il cane faceva strada. Ai piedi di un monumento in Piazza Bitonti, la famiglia nobile locale, ci dividemmo un sandwich che mi ero portato da casa mentre una vecchia, a cavallo di un motorino, attraversava la piazza, rompendo il silenzio. Ascoltando l’eco di quel rumore che si perdeva nei vicoli e osservando le imposte delle finestre chiuse e le panchine vuote, ebbi l’impressione che il paese fosse rimasto disabitato, come un set cinematografico sostenuto da impalcature, dove ormai non si girava più.

Lasciatomi alle spalle quelle case sgombre di anime, lungo la strada che portava alla stazione mi soffermai qualche minuto all’ombra di due alti eucalipti, alberi la cui corteccia, sfogliandosi in larghe porzioni cascanti, riduce i tronchi a brandelli, quasi a lasciare le piante scuoiate che adesso, viste dal basso, apparivano come ricoperte di stracci.

In attesa che giungesse il treno scambiai due chiacchere con il capostazione che con, dovizia di particolari, mi spiegò il funzionamento degli scambi, dei semafori e dei passaggi a livello, tutti comandati a mano mediante un complesso sistema di cavi; ingranaggi, leve e manopole, collocati lungo il muro della stazione e ricoperti da uno spesso strato di grasso, avevano più di cent’anni. Gagliano era una delle poche stazioni ad avere ancora gli scambi azionati manualmente, a breve sarebbe diventato tutto elettronico. Differenziali e catene avrebbero lasciato posto a tastiere e schermi, l’acuto stridio delle ruote dentate sotto sforzo si sarebbe perso nell’oblio, sostituito da mute spie luminose.

Chi risale il Salento percorrendo la dorsale occidentale in direzione di Nardò Novoli, può constatare quanto siano avanzati i lavori di ammodernamento della linea ferroviaria: l’armamento, così è chiamata la combinazione dei binari, è quasi totalmente rinnovato e consente il transito a treni più veloci, come quello sul quale adesso mi trovavo, un ATR 220 di produzione polacca costruito nel 2008, disegnato con linee aerodinamiche e dal muso un po’ corrucciato, tipico degli scooters e di certe macchine sportive. Qualche sedile più avanti, lungo il corridoio, notai una valigia di pelle marrone. Del suo proprietario spuntava solo il cappello e di tanto in tanto la mano che stringeva la maniglia. La corda che avvolgeva quel bagaglio dall’aspetto consunto mi fece pensare alle valige degli emigranti che da queste stazioni partivano, invasi di speranze e sgomento, per l’America del Sud, per il Canada o l’Australia. Quel semplice pezzo di spago, tirato e annodato con l’aiuto della moglie nella cucina di casa poche ore prima dell’addio, avrebbe protetto averi e ricordi, custodito in ogni singolo nodo una preghiera, un voto, una sorta di rosario di canapa.

Il veloce fluire del paesaggio s’interrompeva in corrispondenza di piccole stazioni perse in mezzo alla campagna, edifici risalenti al primo ‘900, alcuni abbandonati, come quello di Ugento, abitato solo da fichi d’India e rovi. Verso Nardò le rotaie incominciarono a moltiplicarsi e incrociarsi, annunciando l’imminente arrivo in una grande stazione, che adesso appariva imponente, rosa e circondata da palme. – A Nardò Centrale confluiscono tutti i treni provenienti da Zollino, Gallipoli, Casarano e Novoli – mi diceva il controllore paludato come uno steward – Un tempo c’era anche una rimessa per le locomotive –.

Nella comodità della poltrona ascoltavo assopito i nomi delle stazioni, Lecce, Manduria, Francavilla Fontana. Attutita dalla sonnolenza la voce dell’altoparlante sembrava arrivare alle mie orecchie da lontano, poi, improvvisamente, Cisternino.  Casa.

#dopolavoroletterario è la rubrica riservata a chi ha seguito uno dei miei corsi. Per partecipare basta inviarmi un testo, magari frutto del lavoro svolto insieme. Per conoscere le novità in arrivo scrivimi o iscriviti alla mia newsletter).

Scrivere di “Allori” ascoltando i Nirvana

“Allori” è un racconto che ho scritto questa estate, nei giorni in cui non riuscivo ad andare al mare. “Allori” è il primo racconto che scrivo con una voce femminile.

Il racconto è breve. Un ramo secco che, cadendo, lascia che l’albero possa rinverdire, ultimare la mutazione, rinascere più forte.  Questo è un po’ quello che mi porta a scrivere.  Scrivo per lasciare andare il ramo secco e accogliere le foglioline nuove.

Quando l’ho scritto ascoltavo uno dei miei pezzi preferiti, questo e l’ho smontato dandogli una nuova vita abbastanza lontana dal vero. Se non ci fosse stata la musica non sarei riuscita a sentire l’odore degli allori.

Una persona mi ha detto che leggendolo ci si sente liberati. Per cui: buona liberazione. Per quello che so scriverlo mi ha riappacificato con il mare, qualunque cosa questo significhi.

Il racconto potete leggerlo qui. Grazie alla redazione di Cadillac.

Racconti italiani stupendi bellissimi da leggere obbligatoriamente

Questo messaggio si autocancellerà. Ma prima: qualche suggerimento per racconti italiani stupendi bellissimi da leggere obbligatoriamente.
 
Questa cosa l’ho scritta sul mio profilo facebook il 22 marzo. Mi servivano delle idee e delle conferme e della compagnia per scrivere un pezzo dedicato ai dieci racconti italiani più amati, più letti, più più. Il pezzo fa parte della rubrica Le notti bianche e da oggi potete leggerlo online qui.
Alla fine ho scelto dieci racconti che ho amato in modo diverso, per motivi diversi e in diversi periodi della mia vita da lettrice. Mi auguro che piacciano anche a voi, ovvero: leggeteli se non l’avete fatto.
Ma. Torniamo al post. Ho ricevuto molte risposte, davvero tante. A un certo punto mi scoppiava il cuore dalla contentezza, infatti mi sono ritratta come accade quando sono nel panico da felicità.
Per cui ho pensato di integrare l’articolo ufficiale con una versione non ufficiale ed è nata una splendida bibliografia di narrativa breve grazie ai consigli di amici, scrittori, colleghi. Consigli che ho seguito per prima io e per questo ringrazio tutti infinitamente.
  • Rosso Malpelo di Verga
  • Andreuccio da Perugia di Giovanni Boccaccio
  • Bestie di Federigo Tozzi
  • Il contrario di uno di Erri de Luca
  • Libertà di Giovanni Verga
  • Le donne muoiono di Anna Banti
  • Dieci di Andrej Longo
  • Il custode delle voci di Paolo Bertolani
  • Tu sanguinosa infanzia di Michele Mari
  • Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi
  • Carezza di Goffredo Parise
  • Il seme tra le spine e Necessità di morire di Giuseppe Berto
  • “Tutta la vita”di Alberto Savinio
  • La sposa bambina e Il gorgo di Beppe Fenoglio
  • Le singole Favole della Genesi di Vincenzo Cardarelli
  • Paolo Zardi
  • Gianni Celati
  • La filosofia in trentadue favole di Ermanno Bencivenga
  • Destini di Martino Sgobba
  • I racconti di Antonio Delfini
  • La città involontaria di Anna Maria Ortese
  • Il gioco segreto di Elsa Morante
(Il disegno è di Dino Buzzati)

“Le montagne hanno gli occhi verdi” di Ilaria Amoruso #dopolavoroletterario n. 3

Apprezzo molto la sobria malinconia con cui Ilaria Amoruso racconta questa storia, senza sbavare o eccedere. Questo suo controllo narrativo invece di ridurre l’effetto drammatico, lo amplifica.E rende Ilaria un’autrice fantastica. Il lessico ben curato, le sinestesie dell’anima, fanno di Dante (protagonista della storia) un eroe memorabile.  Questo romanzo  mi fa pensare a una scatola cinese. Sia nel modo di procedere  sia nel tipo di storia. Una storia in cui il Male non è mai retorica ma strumento di narrazione. Una volta terminato, questo romanzo, illuminerà non solo chi l’ha scritto ma anche chi lo legge. (L’immagine è del geniale Mark Ryden)

LE MONTAGNE HANNO GLI OCCHI VERDI

di Ilaria Amoruso

Patrizia è nuda nel mio letto. Il suo libro preferito, una copia ingiallita, rovinata e mutila, del Principe di Machiavelli è adagiata sul cuscino. È intenta a leggere e mi lascia ammirare la sua schiena candida sulla quale poggiano con delicata perfezione i capelli corvini. Rami morbidi e vellutati di un albero che ricadono sino al bacino e attirano il mio sguardo, simile ad una falena alla ricerca della luce. Mi brucio e muoio, mentre mi avvicino e soffio per farli ondeggiare. Ipnotizzato, lei mi osserva con aria curiosa. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che mi sono guardato con attenzione. Non sono uno di quegli uomini che si guarda allo specchio per toccarsi il viso, contare il numero di rughe o controllare lo stato della barba. La mattina non faccio mai caso a quel me, appeso lì sul lavandino, che mi guarda addormentato e spaesato. So che ci sono e mi lascio stare: sospeso, intrappolato, circondato da contorni arrugginiti.
Patrizia è indecisa, un pensiero attraversa i suoi occhi profondi nei quali è facile  lasciar cadere  la carne, i muscoli, le ossa, per arrivare al midollo, all’anima e perdere tutto. Le sorrido e lei mi posa una mano sulle mie: si sfregano lentamente una con l’altra, in una danza infinita. Si china verso il comodino e dalla borsa verde con i manici intrecciati in cuoio, prende uno specchietto con bordature bianche, molto semplice. Devo assolutamente vedere, mi dice. La sua voce non lascia scampo e addolcito ancora dall’idea dei nostri corpi uniti e sudati a stropicciare le lenzuola azzurrine comprate a poco prezzo, mi specchio. Il mio riflesso è inghiottito dai pensieri che sanno di soldatini, armadi in legno e luce offuscata dalla polvere. Cristalli verdi lambiscono i confini di una stanza oscura e lontana, costernata dai punti neri dei pori. È  una landa sconosciuta e deserta che continua a risucchiarmi giù nel suo tunnel.
Devo assolutamente vedere un dettaglio che non vedo. Patrizia me lo indica, accarezzando la mia guancia sinistra e andandosi a fermare sotto l’orecchio. Sento la pressione delle sue dita leggera. I mondi del mio inconscio ritornano a sintonizzarsi sugli elementi che compongono Me Stesso.
Signori e signori, Me Stesso ha una fronte, un paio di occhi, un naso e anche una bocca! L’attrazione del giorno ci mostra un esemplare di maschio sulla trentina con un nuovo particolare: un piccolo bozzo a sinistra, tra l’incavo del collo e l’orecchio. Una pallina da tennis rotonda e smussata. Delicata, se la sfiori.

2

Driiiiin. La campanella della scuola suona e tutti cominciano a saltare, a correre, a lanciarsi le penne invece di metterle nell’astuccio come dice la maestra Genna. Le mie orecchie fanno iiiiii e mi fa male sotto il petto.  Tonio e Andrea, i miei compagni di banco,  hanno gettato il mio quaderno di matematica per terra e  io devo prendere la matita di Tonio e cercare di buttarla nel cestino vicino alla porta della classe. Altrimenti Tonio mi dice che sono una femminuccia. E io non sono una femminuccia. Non si frigna e i compagni si coprono sempre. Così dice Tonio, così faccio io. Non posso portarmi le mani alle orecchie perché poi sarei un fifone, come quando ho pianto dopo che Francesco era stato spinto per terra da Tonio. Mi hanno detto che sono un fifone e i maschi non piangono come le femminucce. Driiin. La campanella numero cinque fa driiin e io vorrei solo coprirmi le orecchie ma non posso. Come ogni giorno devo correre con gli altri e tornare a casa, facendo a gara a chi corre più veloce. Ma io quando corro sento solo iii e non smette mai. Ho provato anche a dirlo alla maestra Genna ma lei non mi ha creduto. Dice che i bravi bambini non dicono le bugie e nessun bambino può sentire iii nelle orecchie quando corre verso casa. Io le ho detto che non sono un bugiardo e non sono nemmeno una femminuccia. Sono un maschio come Tonio e ho detto la verità. Le mie orecchie fanno iii e mi fa male sotto la faccia. La maestra Genna ha detto che non si dice sotto la faccia, che quello è il petto, mi fa male il petto. Così ogni volta che quella campanella fa driin io salto sulla sedia imitando Francesco, Tonio, Andrea, Marco e li guardo sorridendo, lanciando una matita o un colore. Lo ripeto ogni volta che suona e le mie orecchie fanno male, le conto le volte come ha detto di fare la maestra Genna. C’è la uno. Arrivo a scuola e lei suona tante volte e tutti ci sediamo e mettiamo i libri sul banco. C’è la due e facciamo la matematica ma io non riesco a contare bene, allora la maestra Genna si siede vicino a me e mi aiuta con le mani. C’è la tre e facciamo la merenda. C’è la quattro e mi fa male sotto la faccia, il petto, mi guardo attorno perché non vorrei che Tonio capisse e mi vedesse fare le smorfie. Rimango in silenzio e aspetto la cinque. Tutti corrono e si agitano e io devo correre e agitarmi perché non sono una femminuccia. Devo prendere il quaderno di Andrea o di Marco e buttarlo a terra, così Tonio mi fa l’occhiolino e non sono una femminuccia. Devo mettere tutto in cartella senza sistemare le penne nell’astuccio come ci dice la maestra, e lasciarla aperta e andare verso la porta insieme agli altri. Devo seguire Tonio nel cortile, anche se mi fa male il petto e corro tenendomi le mani addosso. Le orecchie mi fanno ancora più male e sento solo iiiiiiiiiiii e non capisco cosa gli altri mi dicano, li seguo fuori dalla scuola.
Mi fa male e sento iii. Io e Andrea corriamo verso casa. Facciamo a chi arriva prima all’inizio della strada dove viviamo, continuo a sentire iii nelle orecchie. Lui abita prima di me, mi saluta e sparisce. Io invece non ci torno a casa, vado via. Non ci voglio passare da quella porta grigia e salire le scale, le orecchie fanno iii sempre più forte e mi fa così male il petto che non posso prendere aria. Ci sono delle montagne davanti a me e la maestra Genna ha detto che è pericoloso scalare le montagne e io non posso finire giù. Se finisco giù, il mio fratellino Hermes, resta da solo,  lui che mi rincorre sempre per giocare con me con i soldatini di ferro e fare la battaglia navale. Dice Daaaaaan quando mi vede ma lui non sa che ho scalato tante montagne per arrivare a casa. Lui le montagne non le vede, batte solo le mani felice come fanno Tonio, Francesco, Marco e Andrea quando sentono la campanella fare driiin. Mi porta sempre un soldatino o un disegno fatto da lui davanti alla porta grigia e vuole che gli dico che sono belli e lui è stato bravo, e batte le mani da capo. Lui non lo sa e non lo dico perché non sono una femminuccia ma torno solo perché sorrido anche io quando batte le mani e cammina in quel modo buffo verso di me e spalanca gli occhi.

Resto nella piazza ad aspettare che Tonio e Andrea vengano a giocare con me. Faccio i compiti per terra e passo da Gino, il panettiere, che mi regala un pezzo di focaccia. Mi siedo sui gradini della piazzetta e guardo il mare che sta di fronte, e immagino Hermes che mi aspetta e batte le mani per farmi vedere il nuovo disegno che ha fatto o il nuovo soldatino che ha trovato. E allora vorrei frignare ma non posso, e aspetto, tanto il buio arriva sempre e devo tornare dalle montagne quando il buio arriva, devo andare nella bottega di Nicola, mio padre.

Nicola dice che ci posso stare solo io nella bottega, mio fratello è troppo piccolo, romperebbe tutto,  il legno è delicato,  deve essere curato. Io faccio quello che mi dice, altrimenti le montagne diventano ancora più brutte. Nicola mi lascia toccare il legno che ha nella bottega. Il legno non puzza come le montagne, è dolce, mi piace. Prendo un pezzetto e me lo tengo in tasca e mi siedo nel mio angolino. Lì devo aspettare che lui lavori e ogni tanto mi fa avvicinare per aiutarlo. Accanto a lui ci sono molte montagne ma non le vede, le sento che puzzano ma non posso andarmene, si arrabbiano. Nicola dice che il legno è una cosa vivente e deve essere pulito e lucidato, che è silenzioso e sa mantenere i segreti. Ma se parli e riveli i segreti del legno a qualcuno o ai tuoi amici, allora il legno si trasforma e ti fa del male, e poi non vuole più essere toccato da te. Il legno è tuo amico ma non puoi tradirlo, così ripete sempre Nicola. Io lo ascolto mentre le montagne mi guardano e mi fa male il petto e mi viene da frignare, ma non posso, non sono mica una femminuccia. Non posso tornare a casa e far vedere a Hermes che sono una femminuccia, io sono il capitano dell’esercito e i capitani non frignano davanti ai soldatini. Nicola mi ha detto di rimanere nella bottega e di aspettarlo. Deve comprare della colla. Lo aspetto in silenzio nel mio angolo, e gioco con il pezzetto di legno che ho rubato dal pavimento, vicino al tavolo. La bottega di Nicola è piccola, il legno è per terra. Hermes voleva venire ma mamma non lo ha permesso. In questo posto ci posso entrare solo io. Hermes è troppo piccolo, dice mamma. Hermes ha pianto ed è corso a prendere un soldatino. Era il capitano, quello che muovo io. Me lo ha dato e poi mi ha fatto uno dei suoi sorrisi. Ha detto che mi aspetta così poi possiamo giocare insieme. Sto facendo volare il soldatino sul pezzetto di legno. Il capitano vola, vola in alto e poi precipita sul pavimento. Le montagne non sono ancora arrivate ed è tutto così chiaro. Non posso andare da Tonio a giocare a pallone perché devo restare qui. Non posso muovermi e devo mantenere i segreti del legno. Lui mi piace, lui è silenzioso.
Quando Nicola torna, tornano le montagne. Gli stanno tutte intorno ma lui non le vede. Si mette seduto dietro il tavolo e prende la colla dalla busta. Dice che la colla serve per incollare le gambe alla sedia di legno che sta facendo. Dice che è in legno ciliegio. Io non rispondo perché a Nicola non si risponde. Devo rimanere nel mio angolino. Nicola incolla un pezzo lungo di legno alla sedia. Dice che inserisce la gamba nel buco sotto il pannello. Io lo guardo e capisco che deve mettere quattro pezzi nei buchi. Così diventa una sedia. Ho ancora in mano il mio soldatino e il pezzetto di legno. Li nascondo nella tasca dei pantaloni. Nicola non vuole che mi metto a giocare qui. Ma questo soldatino me lo ha dato Hermes e devo riportarlo da lui. Così potremo portare in guerra il nostro esercito.
Nicola mi chiama. Lo guardo in silenzio. So che quando mi chiama devo andare da lui. Nicola mi chiama ancora, vuole che prendo il pezzo di legno e lo aiuto a incollarlo. Mi dice di alzarmi. Mi alzo e con la testa bassa vado da Nicola. Prendo il pezzo di legno e lui ci mette sopra la colla, poi me lo fa mettere al suo posto. Mi dice di rimanere fermo ma io non voglio stare lì perché le montagne sono sempre più vicine e  inizio a sentire iii nelle orecchie. Mi viene da frignare come una femminuccia. Le montagne mi chiamano, hanno la voce di Nicola. Mi fissano, hanno gli occhi verdi di Nicola. Mi manca l’aria, potrei morire. Ma se muoio non posso ridare a Hermes il soldatino e non possiamo giocare insieme. Il pezzo di legno mi cade dalle mani. Le montagne mi schiacciano.

Quando esco dalla bottega mi hanno schiacciato tutte le braccia, ma non posso frignare come una femminuccia, devo tornare da Hermes e dobbiamo giocare. Sono il suo capitano, ferito nella battaglia.

(#dopolavoroletterario è una rubrica riservata a tutti quelli che hanno seguito uno dei miei corsi. Per partecipare basta inviarmi un tuo lavoro, magari frutto di quello svolto insieme. Per conoscere le novità in arrivo, scrivimi o iscriviti alla mia newsletter.)

“Cosa c’è di nuovo, Gina” arriva a Bari

Carissime lettrici e carissimi lettori,
siete tutti invitati alla prima presentazione barese di “Effe”, una rivista letteraria a cui tengo molto. Per un motivo parecchio semplice ovvero dentro il numero #3 dedicato alle nuove voci femminili e che presenteremo sabato prossimo, c’è un mio racconto. Si scrive anche per condividere quello che si scrive, magari nella propria città.
Ma quello dell’orgoglio personale non è l’unico motivo per incontrarci sabato. Il più importante è che per una volta, una delle poche volte, a Bari si potrà discutere direttamente, a tu per tu si diceva negli anni Ottanta, con l’intera filiera produttiva dell’editoria indipendente. Le persone che interverranno sono professionisti che, ognuno nel suo ruolo, accompagnano un autore inedito verso la pubblicazione. Agente letterario, direttore editoriale, editor, art director ed editore. Per chi scrive e vorrebbe pubblicare questa è un’occasione preziosa per capire, chiedere, discutere, confrontarsi sulle possibilità editoriali di oggi. Poi parleremo anche di libri belli, quello sempre e comunque.
Per tutti i dettagli, segue comunicato stampa.

COMUNICATO STAMPA

Sabato 19 marzo alle ore 19.00 siete tutti invitati da SPINE Temporary Small Press Bookstore, a Bari, per la terza tappa di EFFE in tour. Un’occasione per scoprire effe – Periodico di Altre Narratività, ma anche per parlare di autori esordienti, di racconti e di narrativa inedita insieme a:
Giorgia Antonelli, editore di LiberAria Editrice
Alessandra Minervini, editor di LiberAria e autrice di “Cosa c’è di nuovo, Gina”, pubblicato in effe #3
Dario De Cristofaro, direttore editoriale del progetto effe
Carlotta Colarieti, editor junior del volume
Alessandra De Cristofaro, illustratrice e art editor del progetto
Modera Ines Pierucci, Presidente Ampi Margini
Vi aspettiamo!

Il volume
effe – Periodico di Altre Narratività è un volume semestrale di narrativa inedita illustrata, realizzata da Flanerí, in collaborazione con lo studio editoriale 42Linee – Editoria e Servizi. Ogni numero contiene racconti di autori noti e di esordienti, insieme alle illustrazioni di giovani creativi della scena italiana contemporanea. In questa ultima uscita del 2015 (#4), a tiratura limitata, sono presenti, tra gli altri, i racconti di Vins Gallico e Paolo Zardi, due voci tra le più attive della narrativa italiana contemporanea.

Ingresso: 3 euro con tesseramento all’Ass. Cult. SPINE.

La cucina del racconto #6

Mercoledì 16 marzo alle ore 20, presso Eataly Bari, torna, e questa volta per l’ultimo appuntamento: “La cucina del racconto”, il mio format di scrittura e di cucina. Quello dove si impara a scrivere cucinando e viceversa. Siamo alla fine, o alla frutta, o al dolce. Siamo solo all’inizio.  #lacucinadelracconto diventa una piccola rubrica all’interno di Cucina Mancina. E non solo. Ad aprile nasce una nuova, molto intima, versione di questo laboratorio in collaborazione con Maison Lizia.

Del resto, è compito di una buona storia quello di generare altre buone storie.

Cose da dire sul prossimo appuntamento.

  • Dopo i primi cinque appuntamenti con Gianni Rana, per l’ultimo incontro sarò in compagnia di Dominga Gargano, esperta cake designer e raffinata pasticcera.
  • Per la nostra serata speciale, Dominga preparerà delizie ispirate (anche) ad alcune scrittrici e ai loro romanzi.
  • Sarà una serata all’insegna dei dolci e delle donne. Scopriremo cosa cucinavano Colette, Goliarda Sapienza, Virginia Woolf ed Elsa Morante. Tra le altre. Scopriremo alcuni segreti per cucinare libri e scrivere ricette indimenticabili.

Cose da portare.

  • Un quaderno e una penna per appuntarsi le ricette.
  • Un romanzo o un racconto scritto da una donna e ispirato a uno dei cinque sensi, meglio se il gusto.
  • Un’idea per una ricetta da scrivere insieme.
  • La puntualità.

Per prenotazioni: Tel. 080 6180401 oppure online 

Dogville, Premio Ferrero

DOGVILLE Trappole, scorciatoie, recinzioni

Dogville, l’ultimo film di Lars Von Trier, è una trappola.

C’è una piccola cittadina popolata da venti anime che mimano la vita.

C’è un uomo che simula mascolinità.

C’è una donna che incarna la crudeltà della bellezza e la bellezza della crudeltà. Perfetta. C’è la Grande Depressione nell’America dei gangster, del proibizionismo, della miseria morale e materiale; in un luogo e in un tempo in cui nessuno dà senza ricevere per la sicurezza della comunità.

Il film è un sistema intelligente nel quale tutti gli elementi di natura sintattica, semantica, corporea, audiovisuale e simbolica convergono intorno allo stesso asse: un linguaggio condiviso.

La prima esca è la trama.

Grace (Nicole Kidman), in fuga da un gruppo di gangster, arriva a Dogville dove incontra per primo Tom (Paul Bettany) un aspirante scrittore, che si mostra disponibile ad ospitarla per beneficare la cittadina, dice. Tom riunisce il Gran Consiglio di Dogville per decidere del destino della fuggitiva che, potrà restare, purché compensi la comunità. In qualche modo…

Sotto le sembianze di una parabola meta-religiosa si cela la triste storia di Dogville: un sincero e commovente racconto di come sia impossibile per l’uomo sfuggire alla sua penosa natura e di quanto questa scoperta sia alienante.

C’è un rapporto di sudditanza dell’istinto sulla ragione per una buona parte del film: gli attori/personaggi sono trattati dal regista come materiale grezzo, cavie da laboratorio; automi che simulano i modelli comportamentali degli esseri umani.

Grace e gli abitanti di Dogville (dog-villani?) deambulano in una cittadina cerebrale: lo spazio è un ibrido tra il classico laboratorio dello scienziato pazzo e il teatro di posa avanguardista.

Non c’è luce naturale nella cittadina, solo chiaroscuri umorali a descrivere il buio dell’interiorità disumana.

Spostarsi tra i perimetri ingessati di Dogville dimostra la pervicace crudeltà di cui i suoi cittadini sono portatori. Ma Ginger (Lauren Bacall) sgrida impietosamente Grace mentre passa per un piccolo sentiero tra i cespugli di uvaspina. Leggi pure: lo star system di vecchio stampo ammonisce le facili scorciatoie della new Hollywood

Spostarsi da Dogville, poi, è impossibile.

È una trappola dove non è lo spazio nè le azioni dei personaggi ad opprimere.

Non solo.

È lo sguardo asfittico ed ossessivo della macchina da presa che comprime nel primo piano i volti degli attori.

È la macchina da presa che si muove o sta ferma come lo zoom di una fotocamera digitale si avvicina o si allontana dal corpo di uno scarafaggio per verificare che, al fondo, uno scarafaggio è un insetto peloso e orribile. La macchina da presa, stretta sui personaggi, è una lente di ingrandimento che parla il linguaggio asfittico del film. Soffoca. Toglie il fiato. Comprime e dice che non si scappa da Dogville

È il linguaggio della claustrofobia quello che l’occhio della mdp mette in scena: il primo piano dei personaggi è la tecnica più azzeccata per ricordarci che l’occhio umano può diventare lo schermo senza soluzione di continuità.

Gli attori si guardano raramente negli occhi: li chiudono, guardano in giù, in su, fissano un fuoricampo che non ci viene mai mostrato perché è nei loro occhi. Girarci intorno è inutile, dicono gli stacchi a vista, isterici, durante i dialoghi volutamente barocchi per termini ridondanti ed argomentazioni pretestuose.

La vile malvagità dell’animo umano è qui dentro, ribadiscono le scritte (Eros e Psiche e Dictum ac Factum) collocate alle spalle di Grace in due momenti, precisi, del film. Il narratore sornione e i titoli dei capitoli, tutt’altro che assertivi, confermano che è proprio vero: qui c’è una sola lingua.

La lingua dell’affabulazione.

Nessuna via di scampo: né per Grace né per i dog-villani né per i senza tetto americani. Nemmeno per noi.

Meglio criminali che gente perbene.

(Questa recensione è stata pubblicata su CINEFORUM 441, dopo aver vinto il Premio Adelio Ferrero nel 2005).

Cicchetti n. 4: Mariangela Gualtieri “Naturale sconosciuto”

Per tutte le costole bastonate e rotte.

Per ogni animale sbalzato dal suo nido

e infranto nel suo meccanismo d’amore.

Per tutte le seti che non furono saziate

fino alle labbra spaccate alla caduta

e all’abbaglio. Per i miei fratelli

nelle tane. E le mie sorelle

nelle reti e nelle tele e nelle

sprigionate fiamme e nelle capanne

e rinchiuse e martoriate. Per le bambine

mie strappate. E le perle nel fondale

marino. Per l’inverno che mi piace

e l’urlo della ragazza

quel suo tentare la fuga invano.

Per tutto questo conoscere e amare

eccomi. Per tutto penetrare e accogliere

eccomi. Per ondeggiare col tutto

e forse cadere eccomi.

Che ognuno dei semi inghiottiti

si farà in me fiore

fino al capogiro del frutto

lo giuro.

Che qualunque dolore verrà

puntualmente cantato, e poi anche

quella leggerezza di certe

ore, di certe mani delicate, tutto sarà

guardato mirabilmente

ascoltata ogni onda di suono, penetrato

nelle sue venature ogni canto ogni pianto

lo giuro adesso che tutto è

impregnato di spazio siderale.

Anche in questa brutta città appare chiaro

sopra i rumorosissimi bar

lo spettro luminoso della gioia.

Questo lo giuro.

Mariangela Gualtieri,“Naturale sconosciuto

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