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Goliarda Sapienza, una donna lavica

Tutto quello che le donne non scrivono, Goliarda Sapienza lo ha scritto. Quasi un anno fa, sempre dentro una cascante sera estiva (ed è simbolico perché lei proprio una desolante sera estiva morì, il 30 agosto), ho scritto una lettera a Goliarda Sapienza, si intitola L’odore dei limoni. Lei per me è aspra, avvolgente, dissetante e dissacrante come l’odore dei limoni specie di quelli buoni anche se in apparenza non sono ancora maturi. Non matureranno mai, non avranno l’aspetto giallo e teso del limone comune: resteranno limoni in apparenza diversi e, per chi si fida, più saporiti.

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Il mio racconto “Carote” pubblicato sulla rivista Carie

By alessandra Miei racconti

C A R O T E
di Alessandra Minervini

La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.mana delle carote
La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.

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(Illustrazione di Viola Gesmundo)

Cosa leggi questa estate? I consigli dall’universo «Altri Animali» 2018

Anche quest’estate i miei consigli (e non solo miei) di lettura per i mesi estivi.

Le letture estive sono quelle più importanti, le agogno per un anno intero in attesa di attenuare le letture professionali e concentrami solo su quelle che desidero. I desiderata di questa estate sono (e saranno) alcune recenti uscite: Parlarne tra amici di Sally Rooney; Come un giovane uomo di Carlo Carabba; Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo. I recuperi letterari adorati:Corpo CelesteL’iguana e Le piccole persone di Anna Maria Ortese; Inseparabile di Lalla Romano; La storia di un matrimonio di A. S. Greer. Una graphic novel: Limoni di Emanuele Rosso. E infine un saggio: L’amore rende liberi di Dan Savage. Se non affogo mi riprometto anche di rileggere Corporale di Volponi.

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Raccontare Jane Austen su ExLibris20

Jane Austen, una donna virale

Raccontare Jane Austen (16 dicembre 1775 – 18 luglio 1817) significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Se di Colette ho scritto che si trattava di una donna infinita, di Jane Austen posso affermare che si tratta di una donna virale. Proprio come l’influenza. Esiste la “austenite”, non è una malattia vera e propria e nemmeno un morbo. È una sorta di virus che possiede chi della scrittrice inglese ama non solo le storie, ma anche l’epoca e il punto di vista con il quale vengono raccontate.

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Colette, una donna infinita

Colette è stata una donna infinita. Questo è  il motivo per cui la amo e per cui la considero una donna che mi ispira. Mi piace leggerla, mi piace raccontare la sua vita e le sue opere, che poi sono spesso la stessa cosa, a chi non la conosce. Mi piace difenderla, anche se non ne ha bisogno, davanti a chi storce il naso considerandola una figura in fondo non poi così rilevante. Per via di quelle storie di sentimenti sfrenati e di quelle parole così intime da sembrare scontate. Se solo fossimo in grado di dare anche noi parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” e così via. Ma tratteggiando con uno sguardo che viviseziona il cuore umano. Forse ci accorgeremmo anche noi di averlo, il cuore. E che non è poi così male.

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AllYouCanRead: schede di lettura in promozione

By alessandra Uncategorized

ALL YOU CAN READ – Valutazione manoscritti in offerta per un mese

La scheda di lettura è uno strumento che fornisco agli autori con i seguenti obiettivi:

1. analisi approfondita del manoscritto (storia, trama, mondo narrativo, personaggi)

2. analisi critica dello stile, della voce, della lingua dell’autrice

3. giudizio accurato sulle questioni strutturali del romanzo

4. giudizio schietto e indipendente sulle eventuali modifiche da effettuare

5. indicazioni specifiche sulla collocazione editoriale del romanzo: case editrici, agenti, self publishing

La scheda non comprende servizio di correzione bozze ed editing, servizi di promozione o di agenzia, stesura della sinossi o tutoraggio face to face. Sono servizi con costi a parte. La scheda è composta da un minimo di due a un massimo di quattro cartelle dattiloscritte.

Questo lavoro normalmente costa tra gli 80 e i 200 euro a seconda del manoscritto, della complessità di lettura e della profondità dell’analisi.

#allyoucanread è una promozione con la quale la scheda di valutazione costa molto meno ma solo se il manoscritto viene inviato alla mia casella di posta elettronica nel seguente periodo: dal 16 al 30 luglio. L’offerta è valida anche per case editrici, agenzie letterarie e liberi professionisti editoriali (con un massimo di 3 manoscritti). Ogni scheda di valutazione sarà composta da un massimo di 2 cartelle dattoloscritte e consegnata entro 30 giorni lavorativi dalla data di invio del testo.

La promozione è la seguente:

  • 50 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) fino a 250.000
  • 60 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) da 251.000 battute in poi (non oltre le 350.000 battute)
  • Se non si fornisce il manoscritto stampato e spedito il prezzo della scheda avrà una maggiorazione tra i 5.00 e gli  8.00 euro

L’offerta è valida solo per chi al 12 luglio 2018 risulta iscritto alla mia newsletter.

La vita inedita di una scrittrice #31

By alessandra vitainedita

Ho visto la registrazione televisiva del Premio Strega, effettivamente vengo inquadrata (come mi hanno riferito). Ciò che invece non sapevo è che la prima inquadratura avviene mentre la Leosini, immaginando un ipotetico giallo ambientato allo Strega, dice: ” Inizia con la misteriosa scomparsa di una scrittrice”.

“L’amore compreso” di Pierangela Colosio – Dopolavoroletterario n. 23

Questo racconto fa parte delle prove finali di “Scrivere i sentimenti”, il mio corso online a cura della Scuola Holden (che riparte a Settembre!).

Trovo che questo sia un racconto così meraviglioso, di quelli che si appiccicano come qualcosa che non doveva restare addosso ma poi ci resta e ci piace.  In un corso in cui si legge  e si scrive per imparare a raccontare i sentimenti dentro una storia, il rischio è  far esplodere una voce che viene da lontano e ci stringe con il rischio di strozzarci. Ne “L’amore compreso” questo non avviene, non si sente la stretta  e la voce di chi racconta si allarga fino ad accogliere anche la nostra.  Buona lettura (la foto è dell’autrice).

L’AMORE COMPRESO

di Pierangela Colosio

Quel giorno c’era un bel sole, che potevamo stare nel cortile col grembiule soltanto. I maschi correvano in tondo, come fanno i cagnolini quando sono felici. Si sentivano tanti strilli che facevano una musica ed erano sempre i bambini a gridare di più quando correvano. Le bambine erano tante, ma io provavo invidia per i maschi, facevo finta di niente e stavo seduta da sola sulla panchina e sentivo il freddo della pietra, ma quando lui correva davanti a me si faceva un buco troppo caldo nella mia pancia. Anche se i maschi volevano correre senza femmine, gli correvo vicino con il coraggio, volevo sapere se mi amava come io sapevo di amarlo, ma lui si teneva tutto chiuso dentro. Il fiocco azzurro del suo grembiule era lungo e volava dietro al collo e mi faceva ridere, i suoi capelli rimanevano immobili come una spazzola bionda, gli occhi verdi mi guardavano senza muovere la faccia che teneva dritta davanti, mi faceva venire in mente quegli uomini col cappello e la sigaretta che si vedono al cinema, quelli che non guardano le donne. E questo mi dava tanto dispiacere. Il simbolo sul mio grembiule era una chiesetta, avrei voluto avere il coccodrillo, lui invece aveva un dado. Si chiamava Costanzo io Marta, aveva la mia stessa età, cinque anni, come nella canzone, quella che inizia con Bang Bang.

A casa per consolarmi facevo le prove col cuscino di come avrei potuto baciare. Avevo sentito che sua mamma si chiamava Maria e che suo papà l’avrebbe voluta uccidere e così, per evitare di ammazzarla, se ne era andato di casa. Era amica con mia mamma che si chiamava Lucia perché mio papà era amico del suo di papà, e un giorno che mia sorella era dai nonni, avevamo potuto andare a trovarli mentre mio papà era andato lontano proprio a cercare il suo. Anche lui aveva le sorelle, una più di me, già grandi che erano partite per studiare, per cui eravamo noi, soli con le due mamme, che si sa, appena possono si mettono a chiacchierare mentre cucinano. Maria, la sua mamma, forse aveva capito qualcosa del mio amore ed era stata molto brava perché nella bella cucina con i mobili dipinti di bianco, aveva tagliato le verza sottili per noi, le aveva messe nella padella e poi con l’aceto aveva fatto i crauti. C’era un tavolino piccolo contro il muro, sempre dipinto di bianco ed era solo per noi due, che mangiavamo di fronte, non mi sembrava vero che lui mi era proprio davanti, a volte abbassavo gli occhi perché poi mi piaceva così tanto rialzarli e rivederlo, tant’è che muovevo le gambe sotto il tavolino dalla contentezza. Oltre al fatto che avevo le calze bianche traforate e le scarpe di vernice con il laccio e il bottoncino, nuove fiammanti, che più felice di così non potevo. Ah! Come era stata brava la sua mamma: sorrideva un po’ nel vederci così, anche se era pure triste. Alla mia di mamma piaceva di sembrare la più perfetta con la sua gonna rossa a sbuffo e la collana di perle. Ascoltava la signora Maria facendo di sì con la testa, poi sorrideva morbida per farle capire che era buona e le toccava piano la spalla, mentre la signora Maria tirava su col naso.

Io ero così contenta di aver conosciuto i crauti che sono una pietanza che mangiano i grandi e mi sembrava che io e lui stavamo per diventare gemelli che non si separano più. Mi piaceva l’odore di quella casa che sapeva di margarina, perché il suo papà dietro la casa produceva la margarina, non adesso che era andato via e l’impianto era tutto fermo, ma l’odore si sentiva forte e a me piaceva tanto perché era quello di casa sua. Ma anche i bambini a volte sono strani o forse solo le bambine, io mentre mangiavamo mi sentivo grandissima, avrei voluto fare con lui le prove che facevo a casa, quando baciavo il cuscino. Non lo facevo apposta, ma ero come il latte quando bolle sotto la pellicola di panna e spinge per uscire tutto fuori dal pentolino. Lo guardavo dritto per fargli capire l’amore, lui invece faceva le smorfie per far ridere le mamme. La sua di mamma con le braccia strette sul petto faceva finta di ridere, poi abbassava gli occhi e si passava le mani arrossate ai lati del suo vestito scolorito. Nella mia testa c’era una nuvoletta di pensieri che non riuscivo a spostare, i maschi forse non amano baciare e per questo scappano lontano. Poi le mamme volevano anche loro sedersi al tavolino piccolo della cucina per bersi il loro caffè e ci mandarono via. Allora per la prima volta, quando non ci poteva vedere nessuno, lui mi toccò la mano, me la prese e io mi sentivo la corrente elettrica dentro le vene, come tanti spilli leggeri che fanno crescere il calore e poi mi era spuntato un sorriso bello grande che fa capire tutto, ma si vedeva che lui non era ancora pronto. Lasciò subito la mia mano e salì le scale a due a due per farmi vedere come era veloce anche se io lo sapevo già. Aveva aperto la porta della camera di sua sorella, poi quella dell’altra sorella, a me non piaceva quel momento. Lui forse si era accorto che mi stavo intristendo e allora entrò nella sua di camera. C’erano due lettini piccoli uno vicino all’altro, uniti, (come facevo io con mia sorella quando lei aveva paura degli spiriti), con i copriletti a fiori uguali alle pareti. Erano dei fiori non troppo da femmine e per me erano bellissimi, proprio quelli che avrei desiderato anch’io, davanti ai lettini c’era un armadio che mi piaceva molto perché era di legno chiaro con uno specchio cosi grande che la stanza sembrava prolungarsi dall’altra parte e invece un altro spazio non c’era. Lui mi disse di togliermi le scarpe. Ci avevo messo un po’ a togliermi le scarpe perché di natura non sono molto brava a slacciare i bottoncini. Poi lui a voce più bassa mi disse di togliere anche le calze. Lo guardai con lo stupore perché mi sembrava una cosa importante tra noi. Le calze erano sudate e si erano appiccicate alle gambe ed essendo traforate avevano lasciato tanti disegni sulla pelle, ma togliendole mi sentivo il sollievo e il fresco che andava dai piedi fino alla pancia.

Lui mi disse vieni sul letto.

Era in piedi sul letto e cominciò a saltare io cominciai a saltare ed era bello perché ci potevamo vedere dentro lo specchio e lui mi toccava la mano, mentre andava su e giù, e facevamo a gara a chi saltava più in alto e ridevamo e io mi sentivo che forse quello era il momento in cui era iniziato l’amore.

Passò una stagione, avevo tagliato i capelli e l’amore mi usciva dappertutto. Proprio la domenica che nevicò il suo papà era tornato a casa e per fare festa ci eravamo incontrati. Suo papà si chiamava Mario. Forse i suoi genitori avevano litigato per via dello stesso nome, pensavo che se maschio e femmina hanno lo stesso nome si arrabbiano di più degli altri con i nomi diversi. Il signor Mario era molto alto e tanto simpatico, anche se aveva il naso lungo che faceva un’ombra scura sopra la bocca piccola. Quella domenica pomeriggio era stata brutta perché avevano portato anche quella rompiscatole di mia sorella che di amore non capiva proprio niente e perché non ci avevano neanche messo vicini, io volevo la Coca Cola invece Costanzo era diverso da me e prendeva l’aranciata, come a farlo apposta. Io ero triste perché i papà e le mamme non ci capivano, parlavano come se fossero soli. Per loro eravamo come animaletti stupidi che devono stare legati alla catena per non creare guai, io per questo facevo i dispetti, mettevo le dita nel naso, facevo rumore con la cannuccia, non ascoltavo la mamma che a casa per colpa mia aveva litigato col papà. Prima di andare via i grandi ci avevano dato la bella notizia che quando sarebbe arrivata l’estate saremmo andati al mare tutti insieme. La mia mamma si era chinata su di me come se non fossi la sua bambina e sorrideva con una faccia brutta che non sembrava più la sua e aveva detto sei contenta che starai al mare con Costanzo e poi si era messa a ridere con gli altri, mentre Costanzo faceva finta di niente con gli occhi bassi sull’aranciata. Le mie guance erano diventate rosse, ero arrabbiata che proprio lei osava prendermi in giro. L’amore non lo sentivo più, avevo la vergogna di essere piccola e avrei voluto nascere senza i genitori.

Durante il freddo la nonna cucì per me e mia sorella molti vestitini e qualche costume, ma era proprio fissata col prendere il sole sulla schiena, così niente parte sopra del due pezzi.

Arrivò finalmente il primo giorno d’estate, il papà aveva sistemato nella macchina prima le valigie, poi me e mia sorella ancora addormentate. Partimmo che era ancora buio, ci erano volute molte ore, poi finalmente vedevamo dappertutto il chiaro del mare che diventava cielo.

Andammo ad abitare in due case vicine sulla spiaggia con un unico cortile, ma noi eravamo arrivati per primi. Quando dopo tanti giorni arrivò la signora Maria, aveva sempre il mal di testa, teneva le finestre chiuse e non veniva mai al mare, mentre il papà di Costanzo fumava molto nel cortile, seduto su una roccia e si capiva che aveva tante preoccupazioni perché guardava la terra e non rideva mai. Non gridavano loro due, non come il papà e la mamma, lui diceva alla signora Maria parole brevi a bassa voce. A volte, quando lei usciva che suo marito non c’era, mi sembrava di vedere le lacrime ferme nei suoi occhi. Ma lei diceva che era colpa del raffreddore. Era tanto bianca, non come mia mamma che era già molto scura. Forse era triste perché Costanzo era ancora dai nonni e anche a me dispiaceva tanto. Io dormivo in una stanza piccola con i letti a castello insieme a mia sorella che dopo due giorni si ammalò di tonsillite e le venne pure la febbre alta, era anche venuto un dottore del posto, così anch’io ogni mattina dovevo per forza andare con lei e la mamma nella pineta, come le aveva ordinato il dottore. Al mare di pomeriggio tutti dormivano sotto gli ombrelloni, io dovevo aspettare l’agonia delle quattro per fare il bagno.

Dopo sette giorni arrivò Costanzo, ma insieme a lui arrivò qualcosa di molto brutto, come una disgrazia che non avrei mai voluto che arrivasse. Si chiamava Andreino.

Era un bambino di due anni più grande di noi, andava per i dieci. Anche se non era proprio brutto, faceva un po’ paura perché rideva troppo ad alta voce, ruttava, faceva sempre scherzi stupidi e cosa più brutta di tutte non amava le bambine. Costanzo aveva l’armonia, io lo amavo per quello, ma quando c’era Andreino diventava come un palloncino che si fa piccolo quando scompare nel cielo e ti dispiace un sacco.

Un pomeriggio, quando l’aria era più bollente e tutti dormivano, stavo seduta sulla sabbia calda dietro l’ombrellone dei genitori.

La signora Maria che era uscita per la prima volta dalla casa, russava forte con la testa spinta indietro e le spalline del costume tutte giù e le gambe allargate. La signora Maria aveva dei brutti peli neri che le uscivano dal costume, uguali a quelli dritti che aveva sotto le ascelle. Glielo avrei voluto dire che poi suo marito la voleva ammazzare, erano molto brutti, ma avevo paura di farle dispiacere, io sapevo che anche lei era triste come me e le lacrime si sa, in questi casi sono già pronte dentro agli occhi. Mentre pensavo questo e facevo un disegno sulla sabbia con le conchiglie che aveva trovato mio papà la mattina, arrivarono Costanzo e Andreino. Scivolarono sulla sabbia con le ginocchia e si misero tutti e due di fronte a me. Andreino stava in ginocchio e mi guardava come fossi un pupazzo in vetrina. Costanzo stava sdraiato sul fianco, aveva la pelle coperta di peli biondi luminosi, lunghi sulle gambe e sulle braccia e sottili sulla pelle abbronzata attorno all’ombelico. Teneva in bocca un filo di paglia chiara come i suoi capelli, che erano quasi bianchi vicino alla fronte, fissava la sabbia e non disse una parola quando Andreino si era messo a criticare i miei capelli corti e il mio costume senza la parte sopra. Con la faccia crudele continuava a chiedermi se ero sicura di essere una femmina. Io non gli rispondevo nemmeno, ma guardavo Costanzo per vedere se poteva fermare la cattiveria del suo amico. Lui non faceva niente, l’unica volta che alzò gli occhi per guardarmi, mi sembrava che volesse dirmi che non poteva essere diverso, ma io penso che non voleva fare vedere a quel bambino che sentiva l’amore. Se ne andarono senza neanche salutarmi.

Il bagno nel mare lo facevo sempre da sola con la guardia di mio papà, era una vacanza non tanto allegra, nelle fotografie di quella volta si vede la mia faccia con una brutta espressione, venivo come stritolata tra i genitori molto alti, che ridevano e pensavano solo al loro bene, con mia sorella in braccio bianca cadaverica che non voleva proprio guarire. Una foto c’era con me e Costanzo sul moscone vicini vicini. Per fortuna avevo il prendisole bianco e rosso a pezzo intero, sembravo una ballerina e in quella foto lui sorride contento. Ma quello che avevo capito duramente, che comunque un po’ di mal di gola mi era venuto, era che l’amore non era come lo avevo nei sogni e poi che i bambini cattivi esistono.

In quinta avevamo la stessa classe, avevamo lo stesso banco, si andava a scuola un po’ di mattina le femmine, e un po’ di pomeriggio i maschi e poi si cambiava. Gli avevo lasciato sotto il banco un bigliettino con scritto se ci vedevamo dietro la scuola dove le bambine un po’ facili incontravano i ragazzi per baciarsi e fumare le sigarette, ma lui non mi rispose mai. Io avrei voluto provare ad essere come quelle facili, almeno una volta. Ero così offesa che quasi mi sembrava di non sentire più niente per lui. Il giorno della festa dell’albero, con tutti a scuola, maschi e femmine contemporaneamente, nel corridoio c’era un ragazzino ripetente, molto grosso e cattivo che urlava come un matto e voleva picchiare tutti, anche le femmine. Costanzo senza paura si era avvicinato a lui, a voce alta come fosse già grande, gli aveva detto di stare calmo e quello si era messo buono, forse perché Costanzo aveva la fama di essere il più bravo di tutti in aritmetica. Ero arrossita da paura e con il rossore sulle guance avevo sentito di nuovo l’amore che ritornava. Ma lo avevo fermato a metà, un nodo che si ferma in gola e non scende giù, avevo deciso che era finita, questa storia difficile rimaneva nel mio cuore con il dispiacere di non esserci baciati mai neanche abbracciati almeno una volta, quella passione mi bruciava le tonsille, ma non era altro che un vasetto di marmellata buona che stava andando a male, dimenticato su uno scaffale pieno di polvere.

E così alle medie quando ero stata al mare avevo trovato un ragazzo biondo che si chiamava Luca che aveva la mia età, sui tredici e un altro più grande che si chiamava Giorgio. Appena riuscivo, di pomeriggio scappavo da mio padre, che era molto severo, e andavo ad incontrare Luca alle dune dove non ci vedeva nessuno. E la sera, con la scusa di comprare il latte per il giorno dopo, correvo alla discoteca sull’acqua e per dieci minuti vedevo Giorgio e sentivo il tumulto dentro la pancia per la musica che rimbombava dentro di me e per gli uomini più grandi che mi guardavano in un modo che mi faceva venire i brividi, poi correvo a casa nel letto ad ascoltare quei brividi al buio.

Per il liceo mi mandarono a studiare in un’altra città, dove c’erano scuole più grandi, tornavo a casa solo d’estate.

Costanzo si era fidanzato con una ragazzina non tanto bella,  suo padre era morto e sua madre era ringiovanita. Aveva continuato a studiare e non aveva tralasciato nemmeno il lavoro del papà. Una volta, d’estate, ormai sui sedici, avevo indossato una gonna cortissima, come quella delle pattinatrici, dal bel colore turchese. Per andare a trovare mia nonna dovevo passare davanti al bar sport dove si riunivano tutti i ragazzi del paese. Se ne stavano tutti fuori per fare commenti volgari sulle donne che passavano davanti a loro. Io lo sapevo e prima di uscire avevo fatto le prove davanti allo specchio. Con il coraggio camminavo davanti al bar sport senza guardare. Avevo sentito dei fischi come quelli dei muratori quando passa una donna, poi qualcuno aveva chiamato Marta! Era Costanzo, uguale a come era sempre stato, solo più grande. Attraversò la strada e venne a prendermi per mano e con una dolcezza che non ci potevo credere mi portò dentro al bar sport e disse ad alcuni ragazzi che ero la sua più grande amica Marta e nei suoi occhi verdi che brillavano avevo visto che provava vera ammirazione per me e per noi due. Avevo capito che mi aveva amato, ma che prima di me aveva compreso che anche se c’è l’amore, non è detto che si vada nello stesso posto pensando gli stessi pensieri.

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“Scrivere storie fantastiche” alla Libreria Nuova Macelleria Patella di Altamura

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE
Laboratorio sul racconto a cura di Alessandra Minervini

“Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà. Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”
{Flannery O’Connor}

• DURATA e FREQUENZA
3 incontri:
– sabato 29 settembre dalle ore 14.30 alle 19.30
– sabato 6 ottobre dalle ore 14.30 alle 19.30
– domenica 14 ottobre dalle ore 10.30 – 13.30 alle 14.30 – 17.30

• IL CORSO
Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe.
In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.
Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.
Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi).

• NUMERO DI ISCRITTI
Il laboratorio è rivolto a un minimo di 5 iscritti e un massimo di 12.

• TEMI DEL CORSO
Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:
1. Il senso del narrare (i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);
2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);
3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);
4. La riscrittura (editing)

• MODALITÀ DI ISCRIZIONE E COSTI
Per iscriversi o ricevere informazioni inviare una mail a libreria.nuovamacelleria@gmail.com o telefonare al 3470012007.
Il costo dell’intero laboratorio è di 150 euro. Per gli iscritti entro il 31 agosto 2018 il costo sarà di 125 euro.

Verrà fornita una bibliografia di riferimento (da leggere prima dell’inizio del laboratorio) a tutti gli iscritti, dopo la conferma dell’iscrizione.

L’uomo di cui è innamorata di Verdiana Mastrofilippo – Dopolavoroletterario n. 22

Verdiana ha partecipato ad “Una storia tutta per sé” che si è tenuto a Molfetta, al Ghigno. Questo racconto viene dopo acver partecipato al laboratorio, dopo aver ammesso che per lei il problema dello scrivere è la fine che non vorrebbe avvenisse mai e prima di aver compreso invece che finire una storia tutta per sé è il primo passo verso un inizio. Quello che le auguro. (Immagine presa da qui http://www.joewebbart.com)

L’UOMO DI CUI E’ INNAMORATA

di VERDIANA MASTROFILIPPO

Le si aprono gli occhi sul cielo di intonaco della sua stanza. Scrostato un po’ al centro, in un ritaglio seghettato che somiglia ad una nuvola. Stende le braccia nel fresco del cotone delle lenzuola, per un attimo non fa nulla, il fianco fa un po’ male, nemmeno tanto, proprio poco.

I secondi calano fiacchi, tutti intimamente uguali, riempiendosi del sapore della segatura: la sensazione di qualcosa che rimpicciolisce, perdendosi nel fango dei tessuti molli e delle ossa cave.  La colpisce sinistro il fremito del vuoto in pancia, che sembra succhiare con la cannuccia la volizione a mettere i piedi a terra per alzarsi dal letto. 

Capisce che non è solo pigrizia.

Capisce che, fino a quando è immobile, non succede nulla.

La terrorizza quel pensiero, si alza con uno scatto fulmineo che le frusta il collo. 

Caffè. Latte. Dolcificante alla stevia, che magari è una cazzata che fa bene o fa meglio o non fa tanto male, ma credere ad una cazzata in più non le risulta che sia tutto questo granché.

Sorriso alla madre. Sorriso al padre. Sorriso al fratello. Poi aggiungere anche qualche sbuffo e una parolaccia soffocata, che fa meno pubblicità delle merendine della Kinder.

Sneakers rosse, poco trucco, già in ritardo.

Scappa nell’ingresso, il padre nel vano della porta. Saluti monchi alla porta chiusa. 

Sei sempre stata una bambina.
Argento vivo, vita ad orecchio, cuore in panne, meteora a spruzzi di luce continua sulla mia vita: volevo un’altra come tua madre per vincerla sfinita alla lotteria della vita e per farti innamorare di me, riottosa e sconfitta, come lei si è innamorata di me.

Poi nasci tu, involto di coperte rosa, peso tra le braccia, e spalanchi gli occhi. E già so che non sarai come lei, ma inaspettatamente come me. Che quasi mi ero tolto da quell’equazione di sangue ed ossa che ti aveva generato, quasi come se fossi figlia solo di lei, e mai di me. Ed invece ti vincevo in un modo diverso, dandoti un’eredità pesante, bambina mia.
Tutto passa, tutto entra, granelli e minuzie di vita. Detonano e fanno danni come pianetini ed asteroidi impazziti. Eppure, se non vivi così, muori. Se lasci fuori qualcosa, muori. Lo capii vedendo i tuoi occhi. Azzurri, aperti di cielo e mare. Sconfinati.
Saresti stata persino peggio di me, più affamata, più vogliosa, più aperta e pronta a tutto. A vivere, a sentire. Io avevo dalla mia la superficialità di scegliere cose poco importanti. Mi sono sempre difeso così. Con la leggerezza. Non mi facevo tanto male. Ma tu in più avevi ereditato la profondità caparbia ed ostinata di tua madre, non avresti mai tralasciato nulla. Ti avrebbero fatto a pezzi.
Sarei stato la tua armatura. Non avrei concesso nessun ingresso al tuo cuore. A nessuno.
Io, con le mie storie arroganti, la musica dei Guns n’ Roses in macchina, la cioccolata bianca nascosta nelle federe dei cuscini, il gelato al pistacchio la domenica mattina, le corse a perdifiato: sarei stato io il tuo muro e fossato e difesa.
Ma le principesse non dormono nei castelli dentro le foreste di spine, protette da un drago che chiamano papà.

Le principesse ad un certo punto, prendono ed escono fuori e guardano il sole e guardano il cielo ed abbandonano le storie arroganti, la musica dei Guns n’ Roses in macchina, la cioccolata bianca nascosta nelle federe dei cuscini, il gelato al pistacchio la domenica mattina, le corse a perdifiato, ed anche i fiocchi rosa, le palle rosse, i peluche verdi, le scarpette di vernice: e si innamorano. Ecco che fanno. Si innamorano.

Corre per strada, l’ufficio pare la Mecca in un deserto di cemento e asfalto bagnato, la gente come cammelli stitici di saluti. Giacca canarino troppo leggera, di panno, ha cominciato a piovere. Marzo.  La pressione azzurra del cielo contro le nuvole grigie e nere sul fondo delle antenne della tv: un ritaglio incoerente ed inconsistente, quasi falso, quasi attaccato all’orizzonte come una cartolina sbiadita.

Balzelli, saltelli sulle pozzanghere, come una cavalletta dalle zampe mai stanche. Ogni giorno risparmia quel minuto che non le ridaranno indietro in moneta, rispetto, considerazione. Corre, musica nelle orecchie, una canzone triste, le canzoni tristi fanno effetto a chi è infelice, lei è felice, meravigliosamente felice.  Lui occhieggia da un piccolo portachiavi appeso alla borsa, braccio attorno al collo, presa forte, non lasciarmi andare.

Non la lascia andare mai.

Corre, le scarpe di tela bagnate di rosso, pensa ai calzini grigi macchiati come di sangue, le scarpe stingono, sua madre chi se la sente. Un colpo di vento le soffia in faccia un singulto di odore di fiori freschi, non c’è niente nella pioggia, eppure le si affannano gli occhi di malinconia.

La pensilina della metro, posti solo in piedi, la pioggia resta fuori almeno, ruggisce sul tetto di alluminio. La musica si interrompe, squilla il cellulare, un trillo, due, tre. Una suoneria specifica, corruga la fronte, la riconosce.

Sbuffo, calcio in pancia, stomaco sottosopra.

Una suoneria impostata per qualcuno di specifico: quello lontano, quello che metteva in guardia, quello che non vede più.

Amico.

“Non è mai stato un vero amico, credimi, amore. Ti voleva scopare e basta”. 

La mano si scotta come nelle fiamme.

Il telefono in tasca, di nuovo, impostato sul silenzioso.

La chiamata che accende la tasca di luce tremula.

Sei sempre stata una bambina.
Tiravi. Strattonavi. Mano nella mia. E ti venivo dietro,  incosciente.
Alberi come castelli, cani come draghi, mondo stupido e violento come paese da fiaba: e tu non eri regina, principessa, compita dama seduta su un cuscino cremisi. No: eri Lancillotto, Mercuzio, Orlando, Achille. Come me. Accanto a me. A nasconderti la gonna, a legarti i capelli, a sorridere mascolina di grazia assente.
Mano piccola nella mia, sempre nella mia. Mano adesso pulita, sempre, perché c’è la scuola, lo studio, il disegno, il canto. Mano che però tira sempre, ed ancora dove ce l’hai nascosta questa forza, che sei fuscello, ramoscello, stecco. Entusiasta, sempre: occhi azzurri di ricerca e conquista, di dolcezza e rabbia, di magnete e marea: “Vuoi venire con me a studiare matematica?”, “Mi spieghi il teorema di Pitagora?”, “Lo sai che adesso riesco a fare il ritratto perfetto della mia professoressa Isabella?”.
Tiravi ancora. Strattonavi ancora. Mano nella mia. E ti venivo dietro, incurante, indifferente. Incosciente.
Sei ancora cavaliere della Tavola rotonda, ma adesso non nascondi più la gonna, non leghi i capelli, non sorridi maschile. Raccogli adepti, commilitoni, soldati: fedeli scudieri della tua grazia incolta.
Io sono tuo pari, tuo amico, tuo compagno. Gli altri sono solo gli altri. Io sono il solo custode del tuo segreto, celato nella tua mano chiusa nella mia. Sei nata senza sesso, senza odore, senza colore. Solo per essere mia sorella e mio fratello, mio amico ed amica, mio tutto e mio niente assieme.
Mano piccola nella mia, mai più nella mia. Mano liscia, sempre, perché c’è l’amica, la confidente, il ragazzo più grande. Lui. Mano che non tira più, anzi sguscia via lontana, e stringe con forza altro, e mi chiedo dove ce l’hai nascosta quella forza, che sei fata, vento, farfalla. Bellissima, sempre: occhi azzurri di amore e morte, di passione e redenzione, di magnete e marea: “Lasciami in pace”, “Se vuoi bene a me, devi voler bene anche a lui”, “E’ meglio che non ci vediamo mai più”.
Non tiri più, non strattoni più. E io… incosciente.
Sei stella, luce riottosa e pianeti attorno: gonna che gira, capelli che ondeggiano, sorrisi che esplodono. Amanti, amati, ammirevoli amori da tre giorni ed ammirati amori da una vita intera. Ma gli altri sono gli altri. Io sono il solo custode del tuo segreto, scivolato dalla tua mano fuori dalla mia, spezzettatosi nel cuore che ti ho spezzato e sfioratosi nel bacio che ti ho sfiorato.
Sei nata senza sesso, senza odore, senza colore. Ma solo per me.

La gente si stupisce quando uno ride da solo, non quando piange.

Fuori programma con le amiche. Karaoke, pizza, birra. Non esci mai, stai sempre con lui. Poche ore soltanto. Accetta, le gambe tremano un po’, la voce meno mentre parla al telefono: stanca, è terribilmente stanca, le misure della vecchia, mi faccio un passato di verdure e vado a letto. Pare convinto, pare mansueto, il fianco smette persino di fare male, nonostante la borsa a tracolla che preme sempre come un promemoria tattile che non ascolta. Bugia, menzogna, inganno. Innocente omissione, dice dopo allo specchio mentre si trucca, prende la macchina, esce. Locale solito, insegna che ronza sempre un po’, pizza margherita a tre euro e cinquanta.

Loro sono alte, aguzze, occhi complementari come un quadro: ridono troppo, chiacchierano troppo. Una si sposa, l’altra si è lasciata di nuovo, un’altra ancora si è trovata uno per una botta e via, sono tutti coglioni.

Lei non parla. Lei ha il principe azzurro, lei non merita di lamentarsi.

Ride un po’, beve un drink verde e ghiaccio, addenta la decorazione di limone per bruciarsi la lingua.

L’attrattiva è il palco illuminato di faretti scadenti, lo schermo con le parole che vanno ad intermittenza, il microfono aperto.

Canterà ancora, di nuovo, solo per quella sera, promesso, guarda la porta, ogni sagoma sembra lui.  Si fa piccola sulla sedia.

Bancone, di nuovo. Un altro drink passato di mano in mano fino al destinatario.

“Di nuovo qui sei, razza di isterica?”, “Solo per dar fastidio a te, idiota!”.

Volta le spalle magre ostinatamente ai bicchieri che continua a servire.

Quello, invece, punta gli occhi dentro l’incavo tra le scapole, fingendo di avere lo sguardo assente.

E’ un punto morbido, tremulo, lo segue mentre lei va a cantare, le amiche che urlano ancora.

Canta, un po’ persino urla, un’altra canzone triste, le canzoni tristi fanno effetto a chi è infelice, lei è felice, meravigliosamente felice.  Tra i liquori e le birre, le mani ferme sul bancone, non smette un secondo di guardarla.

Sei sempre stata una bambina.
Guance rosse, occhi lucidi, smorfia e broncio: odiosa, insopportabile, voce leziosa di mamme dimenticate e mai esistite. Calzettoni colorati, trecce e nastri, saltelli sul posto, pozzanghere evitate, schizzi d’acqua ed urla. Giravolte, balzi, filastrocche. E voce d’angelo dannato.
No.
Voce di bambina fastidiosa, che se ne cammina a naso alzato senza capire nulla del mondo e della vita, che insulta la vita vivendo, che sbeffeggia la povertà essendo ricca di sole, mare, cielo, posti che sa solo lei. Che non esistono. Che non possono esistere. Che stanno tutti annegati e sepolti in quegli occhi azzurri che ci fai l’amore solo a guardarli.
No.
Occhi azzurri, storti, nascosti da palpebre fastidiose, frementi, ticchettanti di domande e di risposte che non fai manco in tempo a darle. E chissenefrega che la pensassi diversamente, tanto ha sempre ragione lei, tanto ce l’ha scritto addosso che ha sempre ragione lei, tanto è nata con il destino giusto e la vita giusta ed il mondo giusto. E che Dio non glielo tolga mai il suo mondo giusto.
No.
Glielo tolga quel mondo giusto, che si sporchi del mondo sbagliato, che cresca una santissima volta nella vita, che non si canta così con quella voce da cuore di vetro che poi lo vedono tutti come sei fatta dentro e ti fanno a pezzi cinque secondi dopo, una dannata battuta dopo, una decina di note dopo. Ma lei no, lei non la fanno a pezzi, lei la vita la morde e sfida, la mangia e spolpa, e in compenso quella si moltiplica come pane e pesce tra le sue dita voraci. Le sue dita piccole, tenere, lievi, che accarezzano il microfono come io accarezzavo la chitarra, come accarezzerebbe chi se la prende per la prima volta, come accarezzerebbe me per la prima volta.
No.
Pedofilo, maniaco, bestia ed animale: con le bambine non ci si deve avere nulla a che fare. Nulla, con i capricci, le smorfie, i pianterelli isterici, i sorrisi delle prime volte, la bellezza da bocciolo appena nato. Manco se tu hai pochi anni più di lei, ma bambino non sei stato mai, e quindi la sporcherai e basta, la violenterai e basta, la inzozzerai e basta. Di sangue, marciume, lercio, lordume. Che è vita anche quella. E lei non c’entra niente, e non deve c’entrarci niente, deve starsene fuori nella sua cupola da fantasma da fiaba, non permettendosi neanche di aprire bocca e di giudicare, labbra rosse che chissà come baciano, no, labbra rosse che quando stanno chiuse fanno un piacere al mondo. Canta lei, usignolo con una spina nel cuore a colorare le rose.
Crepasse lei d’amore. Tu non sai che fartene dell’amore. Non dà da mangiare, da bere, da vivere.
Affama, asseta, uccide. Se lo tenesse lei l’amore.
Tu vomiti note su una chitarra scordata, dimenticandoti persino come si accorda, scordandoti che sono solo bicchieri da riempire. Il suono così falsato distorce meglio i pensieri, disturba le orecchie, fa eco ai pensieri, confonde.
Quella nenia. Quella canzone. Quella litania.
Fa che sia io. Fa che non sia mai io. Magari fossi io. Che gran rottura se fossi io. Dimmi che sono io. Cantami che sono io. Chissenefrega se sono io.
L’uomo di cui sei innamorata.

Esce fuori nella notte, ha smesso di piovere, pare tutto sereno, freddo intenso, pungente, spilli ruvidi e bollenti sulla pelle delle guance, velluto denso e nero a pesare sulle case.

Saluta le amiche, si danno un appuntamento monco, giovedì ho palestra, e mercoledì? Manuela lavora fino alle 20, nel weekend è impossibile, dai allora ci sentiamo, certo ci sentiamo, guida piano, chiama quando arrivi, manco mia madre.

I passi sul selciato, tacchi quadrati contro pietre tonde, ticchettio di un orologio che chiama Cenerentola all’umiliazione del sogno distrutto e della carrozza diventata ortaggio.

La macchina, accelera il passo, cerca le chiavi nella borsa sempre troppo piena, bottiglietta d’acqua, ombrello, cuffie, le chiavi finalmente.

Lo vede, d’improvviso, appoggiato con il fianco allo sportello. Sorride dolciastro: un sorriso rancido come in suppurazione, gli angoli della bocca quasi agli zigomi, “dove credi di andare”, è la bocca di “dove credi di andare”. La riconosce subito.

“Piccola idiota, dove penserai mai di andare? Non sai fare nemmeno tre passi senza di me”.

Parole di rosso: come negli occhi del toro. Ma al contrario, perché il rosso ce l’ha sempre lui negli occhi, nelle mani, nei denti, nei gomiti, nelle ginocchia. Si accende veloce, un semaforo bloccato ed intermittente che non dà mai segnale di via.

Ce l’ha ovunque il rosso, dappertutto, è una macchia carminio che cammina, mastica, sputa e si rapprende poi sul blu dei suoi occhi.

Spegnendoli, chiudendoli.

Quando lo guarda, adesso, lo sa, lo trattiene disperatamente nella testa. Ma dopo se ne dimenticherà daccapo, bella addormentata che dorme altri mille minuti di attesa non del bacio, ma dello schiaffo.

Schiena che rovina di sudore, granchi ghiacciati a passeggiare isterici sulla colonna vertebrale, piedi chiusi nelle ballerine rosse che restano incollati ai sanpietrini scivolosi che graffiano la suola.

Balbetta qualcosa, indossa come un manto quell’abito di vergogna vereconda che lui le fa calzare con il sorriso lascivo, accondiscendente, infinitamente gentile e generoso: mi ci hai costretto tu, dirà dopo, lo sai che io non sono così.

Si avvicina, un passo, due, tre, quattro, otto. Troppi. 

Il cuore le schiaffeggia le costole prima ancora che lo faccia lui.

Prima ancora che lui urli, minacci, gridi, percuota, calci e faccia sanguinare.

Lo guarda dal basso, quando gli occhi si stanno per chiudere pesti, rosso nel blu.

Implora lo sguardo del padre, dell’amico, del finto nemico.

Ma lui non la vede neppure, non la pensa neppure, occhi di fiera mangiata dai tarli.

Non la guarda neppure.

L’uomo di cui è innamorata.

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