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Antonia Pozzi, la mia Maestra forever young

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Antonia Pozzi, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  11 agosto)

Cara Antonia,

della tua poesia ho paura come ho paura delle vertigini. Non sosto in spazi troppo alti, non mi affaccio dagli ultimi piani, non mi sporgo sulle scogliere. La vertigine che provo leggendo le tue poesie è simile a queste che temo. Perciò, esito a leggerti. Tu sei vertigine. Sensazione da cui si è attratti per far girare la testa e provare un’emozione incosciente. Forse chi ha paura delle vertigini, ha paura della vita. Tu invece la vita sostenevi essere un dono ogni giorno. La tua cara vita.

“Oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano
“.

Non è facile trovare una gioia così grande come quella che devi aver provato tu, quando la vita te la sei tolta. Nessuno può dire se questo sia un bene o un male. Nessuno sa cosa vive un’altra persona quando vive e soprattutto quando scegliere di non vivere più.

“Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.”

C’è una frase che sento spesso dire: Tu non puoi capire. E questo si riferisce di solito a chi parla o esprime un’opinione pur non essendo (faccio esempi a caso): un omosessuale, un vegano, un genitore, un extracomunitario, un cervello in fuga, un cassaintegrato, un poeta. Come se per avere un pensiero o un contatto con il mondo bisogna avere sempre la patente. Come se a guidare un’auto siano bravi tutti quelli che lo fanno. Seguendo questo ragionamento, chi non produce poesia non deve nemmeno parlarne. I poeti invece, quelli come te possono parlare di tutto e di tutti. Hanno un potere. Hanno la poesia. Hanno il contatto con il mondo. Non giudicano, mostrano la vita. La vita che è molto diversa da quella sognata. Vale per tutti ma pochi lo sanno. I poeti lo sanno. I falsi poeti invece non sanno niente e giudicano.

Non si prova nessuna vertigine quando un poeta è un semplice aggregatore di parole dolorose dentro buone intenzioni. Chi sono i poeti? Si dice siano quelli che invece di vivere vanno oltre la vita. Ed è vero. Motivo per cui, Antonia cara, non deve essere stata bella la tua giovinezza. Sei nata avendo già cento anni più di tutti. Crescendo ti restava solo una possibilità: rimpicciolirti. Invece sei diventata immensa, te stessa. Ti immagino nuda in ogni azione che hai compiuto, in ogni frase che hai scritto, in ogni immagine che hai fermato dentro una foto. Solo così, nuda, non ho più le vertigini.

RITRATTO

Antonia Pozzi è stata una poetessa italiana che a 26 anni sul prato antistante l’Abbazia di Chiaravalle, a sud di Milano (città dove era nata), immersa nella neve. Come l’Ofelia pre-raffaellita di John Everett Millais, distesa sul ruscello con le mani aperte verso il cielo. Quel giorno, un sabato, Antonia è distesa sull’erba fittamente avvolta dalla neve dopo aver ingoiato un quantitativo di barbiturici sufficiente per liberarsi dalla sua disperazione. Ma non dalla vita. La ritrovarono tra la vita e la morte. Ma era troppo tardi. Era un sabato, quel giorno, il 3 dicembre 1938. Lo stesso anno in cui il fascismo comincia ad applicare le leggi razziali in Italia.

“Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.”

L’esistenza di Antonia Pozzi è stata una vita solo sognata. Non realmente vissuta. Al suo fedele amico, il filosofo Dino Formaggio, prima di morire scrisse “che tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia: tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù”.

ll sogno non vissuto di Antonia comincia quando, al liceo Manzoni di Milano, si innamora di Antonio Maria Cervi, il suo professore di greco. Di lui Antonia ama la capacità di risalire all’etimologia delle parole ( e come darle torto) e il senso di perdita, dovuto alla morte del fratello di Cervi durante la Grande Guerra. La relazione forse si compie, forse no. Forse vive nella clandestinità, forse alla luce del sole. Un sole che si oscura nel 1933 quando il professore viene trasferito a Roma. Lontano dalla troppo giovane Antonia che lo idealizza al punto da renderlo l’unica ragione della sua vita, appunto, sognata. Una vita impedita dalla fermezza con cui la famiglia, il padre in particolare, bloccò la relazione con il professore e contemporaneamente la vita della poetessa.

Chi mi vende oggi un fiore?
Io ne ho tanti nel cuore:
ma serrati
in grevi mazzi –
ma calpesti –
ma uccisi.
Tanti ne ho che l’anima
soffoca e quasi muore
sotto l’enorme cumulo
inofferto.
Ma in fondo al nero mare
è la chiave del cuore –
in fondo al nero cuore
peserà
fino a sera
la mia inutile messe
prigioniera.

La Pozzi era nata in una famiglia molto ricca, molto colta, molto nota a Milano. Cresce legandosi alle due nonne e a una zia. Da loro si sente più amata che dai genitori che pure adora e invoca spesso nelle sue poesie. Il padre (un avvocato in vista) e la madre (una contessa) sono molto felici di avere una figlia come Antonia a patto che questa figlia viva per esaudire i loro desideri. Così Antonia cresce tra i libri di greco e di latino, tra alberghi costosi e passeggiate in montagna, tra corsi di inglese e traduzioni francesi di Flaubert a cui dedicò la tesi di laurea, in Lettere e Filosofia, avvenuta alla Statale di Milano nel 1935: “Due mesi pazzeschi in cui riuscii a buttar giù una tesi, in cui — forse — c’è tutto il meglio di me, la storia e il programma — forse — della mia vita, o almeno di un aspetto della mia vita”.

Una volta cresciuta diventa donna scalando le cime della sua amata valle, occupando palchi riservati alle prime della Scala, praticando sport eleganti come il tennis e l’equitazione. Si distingue dal resto delle sue coetanee per la precocità: suona il piano, dipinge, fotografa. Scrive. Un quadretto perfetto se non fosse per quel buco che l’amore impossibile con il suo professore le fora il cuore. Ogni giorno. Piano piano. Come una crepa che inesorabile sfonda una parete.

Tutto ciò che non è scritto nelle sue poesie, si può leggere dentro le sue scarpe. Antonia ne indossava di grosse e resistenti. Scarpe da montagna che poco si addicevano alla ragazza tutta pianoforte e solfeggio che i genitori credevano di avere in casa. Con le sue scarpe pesanti aveva il passo leggero di una poetessa. Camminava per ore, trascorreva giorni sulle montagne dove nutriva il suo sguardo e il suo cuore, alternando la composizione poetica alla passione viscerale per la fotografia. Entrambi i talenti, parole e immagini, in lei si assomigliano. Sono come un vento che salva dalle intemperie le giornate di sole minacciate dalle nuvole. I suoi album di fotografie (raccolti nel libro “Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima” Àncora editrice, 2007) non sono meno intimi delle lettere e dei diari. Ciò che fissa con lo sguardo è della stessa natura di ciò che fissa con il cuore. In proposito scrive all’amico filosofo: “Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Conservale per mio ricordo, per ricordo del nostro incontro.” Come le storie delle sue poesie, anche le foto, sono nude senza troppi personaggi in mezzo e senza peli sulla lingua. Come sentiva e come vedeva le cose, così le restituiva. La giovinezza, più che la vita, deve esserle sembrata uno scherzo del destino. Non è un caso che quando viene finalmente scoperta e apprezzata come poetessa Antonia Pozzi, nel 1945 Eugenio Montale uno dei suoi più pervicaci sostenitori ed estimatori proclamò di Antonia e della sua poesia: “forever young”.

“Scrivere un romanzo. Davvero.” – Laboratorio di editing con Alessandra Penna

Da quest’anno c’è un laboratorio completamente dedicato, e riservato, a chi ha seguito una o più lezioni dei miei laboratori. Intendo anche i laboratori passati (cioè dal 2013 a oggi) e non solo svolti a Bari (venite a trovarmi, così ci rivediamo pure!).

Saremo in pochi, come nelle storie serie.

Massimo 7 persone iscritte.

Il laboratorio si chiama “Scrivere un romanzo. Davvero.” . Si tratta di un progetto di scrittura a più mani finalizzata a capire come funziona davvero un romanzo e dove e come l’editing interviene per migliorarlo e renderlo più spendibile per essere pubblicato.

Sono felice di condividere questo laboratorio con Alessandra Penna, amica ma soprattutto eccellente editor di Newton Compton. Alessandra seguirà il lavoro svolto dai corsisti per arrivare, alla fine del percorso, a finire una prima bozza di una commedia a più mani.

Si parte ad ottobre e si finisce a maggio. Scrivetemi per saperne di più. (Dove, come,quanto e quando.)

Vi aspetto!

Raymond Carver – Il mio maestro paterno

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a R. Carver, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  4 agosto)

Caro Ray,

questa è la storia di una relazione tra due persone. Comincia quando due persone si lasciano. Dopo che si sono amate tantissimo. Hanno passato una buona parte della vita insieme. Hanno dei figli. Animali domestici. Sanno cosa pensa l’altro prima che questo lo dica. Hanno amici in comune. Si divertono con loro, bevono e cenano e ogni tanto sfumacchiano. Fino a qualche giorno fa, progettavano vacanze tutti insieme. Poi è successa “la cosa tremenda”. “Voi altri siete insieme da 18 mesi e vi amate, si vede benissimo, spruzzate gioia da tutti i pori. Senonché tutti e due avete amato altri prima di incontrarvi. Siete stati entrambi sposati, proprio come noi. E probabilmente prima di sposarvi avete amato altre persone ancora (…) E la cosa tremenda, la cosa veramente tremenda, ma anche la cosa buona, la benedizione del cielo, per dirla così, è che se a uno di noi due succedesse qualcosa (..), insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona, soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare e tutto questo, tutto questo amore (…), diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello.”

Insomma, i protagonisti di questa relazione hanno incontrato un’altra persona. Adesso, non è importante che tu sappia chi ha incontrato prima chi. Se è stata la donna oppure suo marito. Adesso voglio chiederti come si fa quando succede la cosa tremenda? Te la ricordi, la cosa tremenda? Quella che “va tutto bene,grazie” fino a quando all’improvviso ci si rende conto di vivere in una bolla falsa e questa bolla scoppia. Presto dentro presto fuori. Lo dicevi della scrittura, durante le tue lezioni all’università. Un po’ come il segreto per scrivere meglio: entrare subito in una storia per uscirne prima possibile. E cominciarne un’altra. Chissà che non valga pure per la relazione di queste due persone. Appena ci parlo, dico loro che ti ho scritto e che mi hai risposto così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Sentirmi chiamare amato, sentirmi
amato sulla terra.

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI RAYMOND CARVER

Un uomo può restare senza parole, ma le parole non possono restare senza l’uomo”. Alla perfezione di questa frase, si può aggiungere solo questo: uno scrittore può restare senza racconto ma un racconto non può restare senza Carver.

Raymond Carver in una frase poteva racchiudere un universo. Considerato il padre del minimalismo letterario, ha raccontato l’America sbugiardando le sue distorsioni quotidiane. Così preciso nel scaraventare l’anima degli americani per terra, senza scampo, che ai suoi racconti si è ispirato Robert Altman per il film del 1990 “America Oggi”. “Sono così eppure uccidono la gente sulla sedia elettrica.”, scriveva a proposito degli americani.

Carver è il sovrano delle short stories. Per alcuni versi si può dire che ha reinventato le storie brevi, dando loro la completezza e l’essenzialità di una scrittura senza fronzoli.

Di Carver si parla soprattutto quando si parla di editing e cioè quando si parla del suo editor Gordon Lish, fautore del successo e della frustrazione dello scrittore. Di Carver si parla quando si parla di racconti e di minimalismo letterario (canone che esclude tutte i pensieri non necessari, di cui “Cattedrale” è considerato il manifesto). Di Carver si parla quando si pensa agli scrittori come esseri (sovra)umani disperati, poveri, alcolizzati, soli e depressi.

Non si parla mai, invece, di Carver genitore. Del fatto che la prima cosa bella, o comunque la più importante e per certi versi devastante, della sia vita fu la paternità. Aveva 19 anni, era il 1957 e sua moglie, di anni 17 e appena sposata, gli sfornò Christine e un anno dopo, un maschio: Vance.

Quanti scrittori hanno cominciato a fare gli scrittori giovanissimi e con due figli a carico? Ecco, si dovrebbe parlare di Carver a cominciare da questo.

Mentre la moglie lo rende bis-padre, lo spinge anche ad iscriversi ai corsi di letteratura e scrittura creativa dell’università. E meno male. Perché è l’occasione per conoscere John Gardner, nel 1958 all’università di Chico in California. Gardner diventa il suo maestro, il mentore e il vate. Esattamente quello che Carver diventerà in seguito per i suoi studenti quando insegnerà a sua volta scrittura creativa dagli anni 70 fino alla morte nel 1988.

Ma nel frattempo: figli e libri. Cosa viene prima? La fame o la sete? Carver non lavora se non saltuariamente preso com’è dalla vampa della scrittura. Nel 1961 su una rivista letteraria,Toyon, appare uno dei suoi primi racconti importanti e guarda caso si intitola “Il padre”. Ma intanto i suoi ragazzi hanno fame. E le riviste pagano un dollaro a poesia. Dopo vari tentativi di lavorare alla meno peggio in librerie e biblioteche, si trasferisce a Sacramento dove alterna la scrittura al lavoro di giorno in libreria e a quello di notte come custode in una clinica ospedaliera.

La sua vita diventa un continuo e tormentato assillo, con un’unica preoccupazione: trovare il tempo di scrivere. Togliendolo al matrimonio, ai figli, al lavoro, alla notte. Qualsiasi cosa pur di raccontare le sue storie. In questo senso il 1967 è strategico. Carver incontra Gordon Lish che inizia a seguirlo come editor e accetta di pubblicare nel 1971 su Esquire “Vicini”: un memorabile racconto sull’invidia del vicino che pare abbia sempre una vita migliore della nostra fino a quando non indossi (materialmente e non) i suoi panni.

Da quel momento in poi Carver inizia a pubblicare più assiduamente ma senza però riuscire a campare la famiglia, nemmeno con il sussidio di disoccupazione. Alcolismo e depressione fanno il resto. Il successo tuttavia lo travolge nel 1976 quando esce la prima raccolta di racconti “Vuoi stare zitta per favore?”, titolo cooptato da una frase di Hemingway del racconto “Colline come elefanti bianchi”.

Di Carver padre, pian piano, non si hanno più tracce. Se non in alcuni scritti e diari in cui lo scrittore rivela, senza troppi preamboli, che figli e libri non sono molto in sintonia. Almeno, lui li soffre. Non può concentrarsi. Non può accontentarsi del poco e niente. Carver non ha paura della povertà. Ha paura di non scrivere.

Nel ’77 fallito il matrimonio, Carver si trasferisce dalla madre. Senza soldi e senza i suoi figli. Nello stesso anno “Vuoi star zitta per favore?” viene candidato al National Book Award. Carver immagina la storia per un romanzo che non scriverà mai, preferendo per tutta la vita le storie brevi. Nello stesso anno conosce la donna con cui condividerà la seconda parte della sua vita, la poetessa Tess Gallagher che resterà con lui, divenendo sua moglie. I due conducono quella vita felice che nessuno degli antieroi della working class americana, protagonista delle sue storie, ha mai raggiunto.

Carver muore il 2 agosto del 1988 per una grave infezione ai polmoni, a 50 anni. Muore da scrittore noto e amato. Osannato, si può dire. E mai dimenticato. Ancora oggi viene considerato il padre della scrittura breve, del minimalismo, dell’America proletaria. Raymond Carver ricalca un destino di padre e i suoi figli quello di orfani.

Una delle sue frasi mantra suona più o meno così: i sogni sono ciò da cui ti svegli. Non è difficile immaginarlo mentre ripete questa frase ai suoi figli, prima di farli addormentare. 

Paolo Volponi – Il mio Maestro corporale

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Paolo Volponi. Originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 luglio)

Pur essendo un autore nostro contemporaneo, o forse proprio per questo, di Paolo Volponi si sa poco. Non si sente tanto parlare. Un’ipotesi di questa dimenticanza, grave, può essere dovuta all’immaginario narrativo di questo grande scrittore italiano. Il lavoro. L’alienazione che ne deriva. La massacrante prigione che produce dentro l’uomo.

Non prendere il lavoro come un nemico, e non farne nemmeno l’unica ragione della tua vita.” 

Nato a Urbino nel 1924 e morto ad Ancona nel 1994, Paolo Volponi appartiene ad un’italia che non esiste più. Quella Repubblica fondata sul lavoro che oggi ci appare da esso sfondata. Fa sorridere rileggerlo, un sorriso amaro, nella sue totali diatribe contro lo sfruttamento dei lavoratori, quelli delle fabbriche in particolari, oggi che lavorare è diventato un lusso che invece di ripagare si paga.

Volponi fu una mente perversa dal punto di vista letterario. Esordì nel 1948 con “Ramarro”, raccolta di poesie, molto legate per temi e visioni al neorealismo italiano: “Nelle vastissime notti io sento il rumore dell’ossatura delle cose.” La produzione poetica, raccolta dalla casa editrice Einaudi, lo tenne in qualche modo avvinghiato ancora alla vita. Abbraccio che invece si spezza completamente quando passa alla narrativa.

La vicende professionali e politiche della sua vita sono il nutrimento da cui nascono gli indimenticabili, indefessi e stolti per quanto idealisti personaggi. Personaggi d’altri tempi che credono che la differenza tra vivere e l’essere al mondo sia nella lotta per qualcosa, un ideale, uno stipendio più alto, una vita interiore libera.

Quando nel 1955 viene assunto dalla Olivetti a Ivrea, secondo il progetto di Adriano Olivetti che voleva fortemente circondare la sua azienda di menti illuminate, scrittori e intellettuali, credendo che l’integrazione dell’anima potesse stringere alleanza con l’alienazione del corpo, Volponi si dedicò moltissimo alla gestione democratica e umana delle relazioni tra lavoratori e padroni. Un ruolo che occupò dal 1972 anche per la Fiat, spostandosi a Torino.

La sua figura di uomo sano in un contesto che pian piano sarebbe impazzito, quello delle fabbriche, generò in lui una fantasia narrativa che può dirsi, appunto, perversa. Perché l’utopia è una perversione. Soprattutto quando si tratta di diritti dei lavoratori.

Negli anni olivettiani Volponi esordisce con due romanzi, “Memoriale” e “La macchina mondiale” (che gli valse il Premio Strega nel 1965) nei quali i protagonisti sono simboli dell’eccessivo ottimismo che all’epoca si poteva provare verso l’industrializzazione del Paese.

“Questo poter vedere allacciarsi la vita della fabbrica con quella di fuori è l’aspetto positivo del fare il piantone insieme a quel risentimento contro la fabbrica che consente di giudicare con tutta la necessaria acidità.
Infatti nei reparti la smania dei premi, dei passaggi di categoria e l’ambizione di essere benvoluti dai capi, portano sempre tutti a rimettere ogni giudizio, ad assumere quasi la difesa dell’interesse dell’azienda, anche contro il proprio e quello degli altri che lavorano.
Quanto sbaglia la gente, ad ogni livello, che crede di diventare una parte della fabbrica. In quel momento, la fabbrica conta per loro e più di loro; così cominciano tutti gli sbagli che si possono fare contro la propria vita. Meglio, allora, fare il piantone per scampare quell’influenza.”

Anche leggendo la vita di Volponi, ci si accorge che è ruotata intorno a un’unica ossessione. Verrebbe da dire che questa sia l’uguaglianza se una parola del genere non risultasse oggi uno scherzo del destino. Eppure, era così. “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse.”

Nel 1975 lasciò la presidenza della Fondazione Agnelli per aderire da indipendente, al PCI di cui divenne senatore a vita nel 1983. Nei tormentati mesi in cui lasciò la fabbrica, seppure non da operaio ma pur sempre da attivista, scrisse a Pier Paolo Pasolini, morto da pochi mesi, che considerava maestro e amico: “Caro Pier Paolo – scriveva il 26 agosto 1975, pochi mesi dopo la morte di Pasolini) mi aiuti, anche da lontano, con i tuoi silenzi”. Ascoltare i silenzi è un segno dei tempi antichi, a noi tocca ancora troppo chiasso.

Caro Paolo Volponi,

chissà cosa si prova ad essere uno scrittore e ad essere pagati. Non parlo dei compensi per i libri o altre attività legate al battere i tasti sulla tastiera. Mi riferisco a quel riconoscimento emblematico che deve essere di avere dei soldi per cambiare le cose. In quanto scrittore, cioè pensatore libero e onnipotente.

Ingenuamente pensavo che se uno faceva lo scrittore veniva pure pagato. Non senza lavorare, per carità. Veniva pagata, quindi riconosciuto umanamente e socialmente, per mettere una cosa piccola, il proprio pensiero, al servizio di una cosa più grande, un’azienda o una comunità o un Paese. Un contesto che del pensiero potesse fare risorsa economica e non meramente consolatoria.

Non abbiamo paura delle trasformazioni e non crediamo che vi sia un vuoto etico incolmabile tra noi e la scuola, tra noi ed il mondo del lavoro, tra noi e la società, tra noi e i vari gruppi, anche emergenti e nuovi, perché teniamo fermo il principio democratico della ricerca, che è alla base dell’insegnamento, il principio della materialità della verità e dei suoi strumenti, anche scientifici e culturali. È il principio secondo il quale la cultura non deve perdersi nelle parole e nelle proclamazioni ideologiche, ma deve entrare effettivamente nel campo del lavoro e della trasformazione e impossessarsi di tutti i termini – anche di quelli tecnico-scientifici – che derivano sempre dalla ricerca, dal pensiero, dalle capacità dell’uomo e dal suo lavoro”.

Invece. Conosco la maggior parte degli scrittori e delle scrittrici della mia generazione che la mattina, e a volte anche il pomeriggio, sono a casa propria a passare lo straccio per terra. Perché non lavorano. E se lo fanno non lo fanno in virtù della propria risorsa intellettuale. Ma perché fanno altro. Si occupano di pizze, per esempio, servendole la sera nei locali. Oppure di turismo, caricandosi nei taxi le persone. Ma nessuno, o quasi, chiede loro: secondo te questa cosa come dovremmo risolverla o quanto meno affrontarla?

Caro Volponi, com’è che se uno pensa non fa e se uno fa non pensa? Dove è finito il lavoro? Quando penso al ruolo  dello scrittore (cioè chi non sa fare e non fa altro che scrivere) oggi penso al lucernario. Un mestiere che non esiste più. Il lucernario era colui che si occupava di accendere i lampioni prima che venisse sera in città. Dava luce al buio. Quando penso al lavoro dello scrittore oggi penso a questa mansione antica e desueta perché divenuta inutile. Non c’è bisogno di pagare qualcuno per far luce. È già tutto acceso. Ed è accecante.

“Allontanarsi dalla macchina” – Laboratorio di Editing – Scuola Holden – Bari (Officina degli esordi)

Quando finite il romanzo […] mettetelo in un cassetto. Più a lungo che potete.

Un anno o più sarebbe l’ideale; ma andranno bene anche tre mesi.

Allontanatevi dalla macchina, come ordinano i poliziotti del telefilm.

ZADIE SMITH

Dal 12 ottobre al 30 novembre 2019 comincia a Bari un laboratorio di editing. Il percorso è adatto a chi ha terminato il proprio manoscritto e a chi desidera imparare a ri-leggere e ri-scrivere un testo. Tutte le info e i dettagli per le iscrizioni sono qui.

In collaborazione con Scuola Holden, Officina degli Esordi e Spine Bookstore.

Charles Bukowski, il mio Maestro solitario

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a C. Bukowski. Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 21 luglio)

Buk è uno scrittore dis-accademico. L’eroe della seconda possibilità. È la dimostrazione che la vita ti dà ragione, ma troppo spesso lo fa con grave ritardo. Di questo aspetto dello scrittore, del ritardo che ha scontato con la vita, bisogna innamorarsi ancora, ogni giorno.

Henry Charles Hank Bukowski Jr è nato il 16 agosto del 1920 in Germania (in Renania) da padre di origini statunitensi e madre tedesca. Nel 1923 la famiglia si trasferisce nel Maryland e poi in California, Los Angeles. La prima cosa che ci si domanda su Buk è che cosa avrebbe scritto se la crisi economica non avesse costretto i genitori a trasferirsi. Perchè sul fatto che sarebbe diventato un grande scrittore, anche in Germania, dubbi non ce ne sono. Ma dove avrebbe posato il suo sguardo? Cosa avrebbe raccontato dell’Europa infestata dai demoni nazisti? Quello che sappiamo, invece, è che non ci poteva essere più figlio dell’America di lui.

“Vivi in una città tutta la vita, e arrivi a conoscere ogni puttana all’angolo e metà di loro le hai già scopate. Hai il menabò, la struttura, dell’intera zona. Hai una foto di dove sei… Essendo cresciuto a Los Angeles, ho sempre avuto il sentimento geografico e spirituale di essere qui. Ho avuto il tempo di conoscere questa città. Non vedo altro posto che L.A.” Molti lo associano alla beat generation. Ma con il movimento letterario ribelle di Ginsberg e Keruac, onestamente Bukowski non c’entra niente. Non è stato un ribelle, non è stato un rivoluzionario né uno sciupafemmine. È stato un uomo solo al mondo. Un perdente, un lottatore (auto)distruttivo. La sua storia ha un lieto fine (al di là della morte di leucemia fulminante avvenuta dopo i 70 anni). Questo lieto fine è dovuto alla scrittura. Lui senza scrivere non poteva vivere e la sua disperazione, i problemi con l’alcol e il dissiparsi fisiologicamente nelle dipendenze anche sessuali, non è dovuto alla scrittura. Piuttosto alla sua assenza. Il fatto che sia riuscito a lasciare il lavoro alle poste a 49 anni, quando già a 24 aveva scritto e pubblicato senza consensi i suoi primi racconti, lo dimostra: “Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Charles Bukowski ha lasciato un’eredità di oltre mille frammenti e poesie, centinaia di racconti e sei romanzi, tutti di grande impatto sulla letteratura americana moderna. Le sue storie sono nate parassitando la sua esistenza.

Ebbe innumerevoli relazioni e due mogli: un’esperienza peggio dell’altra. Nel ’57 sposò Barbara Frye, senza averla mai vista prima se non letta nella rivista che lei stessa aveva fondato su cui lui pubblicò alcuni scritti. Divorziarono due anni dopo. Nel 1985 sposò Linda Lee Beighle, la donna che gli allungò la vita per l’amore e la devozione che gli dedicò. Insieme si avvicinarono al buddismo e alla meditazione dopo 10 anni di relazione burrascosa, narrata in “Donne” la cui protagonista, Sara, è Linda.

Come scrittore ha preso da se stesso ciò di cui aveva bisogno, il resto l’ha buttato via. Perfino la giovinezza l’ha gettata via, come racconta nelle poesie in “Quando eravamo giovani”.

Indubbiamente ha creato il suo personaggio, un tipo underground a cui non sta mai bene niente soprattutto se stesso. La cosa divertente è che non si capisce se a infastidire i suoi detrattori sia stata la nonchalance con cui reinventava la sua vita o la cinica verità della stessa.

Le critiche che gli si fanno sono legate al suo essere un autore ombelicale. Uno che ringraziava ogni giorno di bere fino a stare male, di non doversi svegliare all’alba per andare al lavoro e di non avere alcuna responsabilità. Perfino nei confronti dell’unica figlia, Marina Lousie, nata nel ’64 da Frances Smith, oggetto anche lei di una relazione poco convenzionale.

Bukowski sconta da solo i limiti di tutti, descritti con uno spudorato eccessivo atto di dolore contro la società e le sue emblematiche ipocrisie.

Dopo essere stato persino ignorato dalla comunità accademica, negli Stati Uniti, quando era in vita, la sua morte gli ha reso giustizia. E dalla seconda metà degli anni Novanta è diventato oggetto di studio e venerazione da parte del pubblico e della critica. La mancanza di accademia, ovvero la maleducazione, è riconosciuta come la sua dote principale. Per cui lunga vita ai suoi detrattori senza i quali non sarebbe esistito questo eterno “scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”.

Caro Buk,

i grandi scrittori e le grandi scrittrici fanno pensieri che le persone comuni non fanno. Per mancanza di coraggio o proprio perché la mente normalmente non ci arriva. Si distinguono per questo. Tu facevi pensieri che nella vita quotidiana nessuno fa. Questi pensieri riguardano la morte e il sesso. Due esperienze che ancora oggi corrispondono a tabù. In questo senso, per la tua capacità di pensare al di là del pensiero comune, sei stato un grande scrittore. Charles Hank Bukowski, conosciuto anche come Henry Chinaski (il tuo disperato alter ego letterario,”abbastanza folle per vivere con le bestie”) resterai un grande scrittore. E nessuno lo può negar.

Caro Buk, tu nuoci gravemente alla salute di chi scrive. Sei un pericolo vivente, anche da morto. Sei considerato il santo patrono dei manoscrittori, cioè di chi perde il suo tempo a scrivere usando la scrittura come sfogatoio e non come strumento narrativo. Eppure, non è stato così per te. Tu avevi un debito con la vita che questi tipi qui non hanno. Tu sei stato davvero un uomo solo nelle tue infinite relazioni. La maggior parte degli aspiranti scrittori, che a te si ispirano, non conoscono la tua solitudine, la solitudine dei numeri uno.

«Cosa fai? Come scrivi, come crei? Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.”

Don’t try. Non lo so quante volte ho litigato con l’attesa dello scrivere. E anche con te, dicendotene di tutti i colori. Quando la mattina mi sveglio e la prima cosa che devo fare è scrivere. Don’t try. Ogni mattina qualcuno aspetta di leggermi. Non importa cosa sia se un libro o questa lettera che ti sto scrivendo adesso, in ritardo perché la mattina la prima cosa che devo fare non è necessariamente quella che voglio. Don’t try. E sono pure fortunata a stare comoda davanti alla mia prosperosa scrivania dove nascono parole e frasi che riempiranno altre persone, svuotando me. Don’t try.

“E se fra voi c’è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va’ avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all’azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.”

Stupidamente se sono qui la colpa è tua. Stupidamente non ho ascoltato i tuoi consigli, gli unici realmente validi per chi scrive. Vuoi diventare uno scrittore? Be’, smetti subito. Oppure sanguina. Don’t try. Sulla tua lapide c’è scritto questo: Don’t try. Non ci provare, Buk. Lasciaci perdere nelle nostre parole. Lasciaci in pace. Lasciaci sbagliare e fallire e diventare pazzi e trovare la luce nel buio delle nostre storie di ordinaria follia.

“Scrivere storie fantastiche” – Laboratorio sul Racconto da martedì 8 Ottobre a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Questo laboratorio è pensato per chi si approccia alla scrittura breve ed è interessato a scoprire come funziona il mondo delle riviste letterarie italiane. Durante il laboratorio sarà possibile infatti conoscere dalla loro viva voce editori e autori delle riviste indipendenti come : EFFE, CRACK, ALTRI ANIMALI, RISME, etc.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti che saranno sempre in contatto durante il laboratorio.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima (solo per farvi un’idea):

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

DATE E COSTI

Ogni martedì a partire dall’ 8 ottobre dalle 19 fino 20.30. 12 incontri in totale. Costo 180 euro.

Dove?

Nella casa di scrittura, naturalmente.

(Ma se le sorprese e le promozioni non finiscono qui: seguite #casadiscrittura su instagram e facebook)

Invece se avete domande, scrivetemi pure: info@alessandraminervini.info
Vi aspetto!

“Una storia tutta per sé” – Come raccontare se stessi ed essere felici – 11 Novembre Bari

Date e Costi:

Una storia tutta per sé  dal lunedì 11 novembre, ogni lunedì dalle 20.00 alle 21.30, per un totale di 10 incontri.

Bari,  casa di scrittura

Il costo complessivo per i 10 incontri è di 200 euro

STRUTTURA DEL LABORATORIO AUTOBIOGRAFICO

Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Quando qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un laboratorio che corrispondesse alla mia idea di scrittura è nato “Una storia tutta per sé”. Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato. Che considero un percorso più che un corso di scrittura, un percorso in cui la lettura è protagonista.

Cosa succede durante gli incontri: 

Si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Alcuni libri che leggeremo:

Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso:

Lessico Famigliare, Natalia Ginzburg

L’arte della gioia, Goliarda Sapienza

Lolita, Vladimir Nabokov

Il mio noviziato, Colette

(Ma ce ne saranno tante altre di letture, ispirate dalle storie dei partecipanti.

Dino Buzzati, il mio Maestro fantastico

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Dino Buzzati (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 14 luglio)

“Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera [… ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.”

Scrivere storie fantastiche è stato il suo mestiere. A Dino Buzzati non è mai bastato un unico mezzo per raccontare. Scrittore, drammaturgo, scenografo, pittore, disegnatore, giornalista, inviato di guerra per il Corriere della Sera, la testata per cui scrisse per 43 anni. Autore per il cinema. Nel 1966 fu sceneggiatore con Fellini del visionario “Il viaggio di G. Mastorna”, un film mai realizzato a causa di un presagio funesto di Fellini, in pieno delirio creativo. A metà degli anni Sessanta, nel periodo di maggiore splendore, Dino Buzzati veniva definito “un uomo del 2000”.

Se l’aspetto e la prossemica denotavano un tipo d’altri tempi: fisicamente sempre al suo posto, postura compita senza accennare grandi slanci, dall’altra parte Buzzati era la mente del futuro. Il suo pensiero nuotava in acque d’avanguardia rispetto a quelle dell’Italia del Boom economico. Già alla fine degli anni cinquanta, Buzzati identificò un buco nero dentro cui la popolazione italiana sarebbe involuta: la cafonaggine per alcuni e l’eremitismo per altri.

Nato nel 1906, in un’agiata e colta famiglia bellunese di origine ungherese, è stato un ragazzo di quelli che comunemente si dicono prodigio. Già da adolescente suonava il piano e il violino, frequentava la rinomata biblioteca di famiglia a Milano, dipingeva.

Come scrittore Buzzati esordì nel 1933 con “Bàrnabo delle montagneche passò abbastanza inosservato. La consacrazione letteraria avvenne dopo l’uscita de “Il deserto dei tartari” (1940). Il grande successo lo incastrò in un’etichetta esistenzialista che lui, da bravo esistenzialista, rinnegò. Adorava mostrare il suo lato più colorato (e colorito). Più volte aveva dichiarato che il suo mestiere era il pittore: “La pittura ha il vantaggio di essere internazionale e non aver bisogno delle traduzioni.” Probabilmente tutta la sua narrativa fantastica non sarebbe esistita senza i disegni, vere e proprie ossessioni poetiche interiori: donne con gli occhi giganti e i seni minuscoli; uomini inghiottiti dai loro desideri sessuali; mostri e streghe in preda a premozioni; città tutt’altro che invisibili e molto dannate.

Raccontò la borghesia, di cui faceva parte, con il rigore di un militare. Tutti gli psicodrammi borghesi ante litteram come l’insoddisfazione perenne, il capriccio bello e buono senza dimenticare la vigliaccheria tipica dei traditori a buon mercato fanno parte del suo immaginario narrativo più riuscito.

La sua città adottiva divenne Milano senza la quale non avrebbe saputo dove posare il suo sguardo mai dritto, inquieto al punto da trasferirsi nel fantastico dove Milano una volta era scenario onirico e quella dopo “solo cemento e gesso”. Probabilmente il più grande tradimento che subì fu proprio da Milano, una città che stava cambiando troppo velocemente a scapito dei sentimenti (bruciati dalla fretta del consumo) e del legame magico tra uomo e natura. Due temi con cui (ri)scriverà il suo mondo interiore, scivolando del surreale e nel realismo magico. La prospettiva fantastica con cui creava personaggi e storie gli permetteva di vedere dell’umano nel mostruoso e viceversa.

Di Buzzati a scuola si studia l’aspetto più intimista e forse quello più noioso. Bisognerebbe invece conoscere il fanta-Buzzati che viveva in un fanta-mondo abitato da fanta-donne a cui dedicava fanta-storie. “In certi casi il lavoro giornalistico mi distrae dal vero lavoro di scrittore, ma io cerco di scrivere le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca.”

Insieme con Italo Calvino e Tommaso Landolfi appartiene alla triade di punta della letteratura fantastica italiana. Dei tre lui è il più equilibrato, l’ago della bilancia tra la percezione realistica di qualcosa e la sua trasfigurazione immaginifica. In questo equilibrio un ruolo centrale l’ha svolta l’ossessione amorosa di cui, più nel male che nel bene, Buzzati fu battitore libero. Per Buzzati l’amore è eterna malattia.

Almerina, quella che poi divenne sua moglie, sposata nel ’66 quando lei aveva 25 anni e lui 60, ha raccontato di aver invitato la vera Laide (la donna per cui Buzzati ebbe una vera ossessione, protagonista di “Un amore”) in ospedale, quando lui era sul letto di morte (avvenuta poi nel 1972 per una malattia). E quando Almerina gli chiese come le era sembrata quella donna che l’aveva fatto impazzire per tutta la vita, Buzzati rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”. Dino Buzzati è stato un uomo netto e tranchant, fino all’ultimo momento della sua vita.

Caro Dino,

tu per caso ti ricordi l’Amore?

Beato te.

Qui non si capisce più niente. Si amano tutti e si lasciano tutti. Non si fa in tempo a dire ti amo che uno dei due ha già chiuso la porta in faccia all’altro. Tradimento? Non è più mica così importante.

Non voglio sembrarti presuntuosa, mio caro Dino, ma ti dò una notizia. Se “Un amore” fosse pubblicato oggi, l’avresti chiamato “Un poliamore”. Va di moda, adesso. Amare più persone, tutte insieme contemporaneamente. L’utilità ha scavalcato il sentimento. Metti che oggi Dorigo si innamora di Laide. Domani può farlo della sua amica. Poi di sua sorella. E via via. L’io giustifica qualsiasi cosa. Anche la peggiore azione.

La differenza con il passato, quando il tradimento era sibillino, è che oggi è tutto trasparente. Con questa trasparenza abbiamo distrutto l’amore. Se Dorigo si tormentava: “Lo struggimento era tale che gli sembrava che gli venissero succhiati fuori anni e anni di vita. Ormai era un automa, un istupido automa.” Noi abbiamo risolto così: zero struggimento. Laide, la sua amica e sua sorella oggi sono al corrente di tutto. Sanno di non essere le uniche e che ogni relazione porta con sé un’altra e un’altra ancora. Se ne prisciano, si dice dalle mie parti. (Parti molto lontane dalle tue, per quanto ci sono più baresi a Milano che a Bari).

“Un poliamore” non dovresti ambientarlo in una casa chiusa. Va benissimo in una qualunque casa. Tanto: tutto vale e nulla ha più importanza. Il signor Dorigo oggi non perderebbe tempo a struggersi. Laide non mi vuole? E che problema c’è. La cancello dai social. Anzi la banno e già che ci sono esco con la sua migliore amica che tanto mi aveva aggiunto lei su facebook, sto solo reagendo a una sua iniziativa.

L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” anche qui, caro Dino Buzzati, ti sbagliavi. L’amore adesso è ridicolo. Come ridicola è diventata la fedeltà. Una presa per i fondelli. Essere fedeli è un ripiego. Una scelta che si compie offline e dunque chi se ne frega. Tanto non lo saprà mai nessuno.

“La vita invisibile di Ivan Isaenko”, l’esordio di Scott Stambach

La vita invisibile di Ivan Isaenko, esordio dello scrittore americano Scott Stambach (traduzione dall’inglese americano di Ada Arduini), è la vera storia del disastro di Černobyl’. Vera, prima di tutto perché è una storia (in parte) inventata. Secondo poi perché, pur non entrando nei dettagli del disastro, racconta un aspetto della faccenda che scuote più di tutto: la vita dopo Černobyl’.

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