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“Scrivere storie fantastiche” – Il laboratorio sul racconto dal 30 aprile a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

ORARI e DATE: ogni martedì alle 18.30 fino alle 20.00 a partire dal 30 aprile (quindi fino al 4 giugno)

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare lafantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

“Una storia tutta per sé” : come raccontare se stessi ed essere felici, Bari – Sabato 30 marzo

Qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un corso di scrittura che avremmo avviato insieme a Bari, qualcosa che corrispondesse alla mia idea di scrittura. Così è nato “Una storia tutta per sé”. Che considero un percorso più che un corso di scrittura. Un percorso in cui la lettura è protagonista. Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Un’altra cosa che faremo, per esempio, è spostare l’ingombro. Cos’è l’ingombro? L’ingombro è quello che ci spinge a scrivere ma contemporaneamente ci allontana dalla scrittura. Non è un nemico. Più un buio. Un buio oltre la siepe della nostra immaginazione. Allora tutti insieme individuiamo questo ingombro. Che poi possono essere anche due, o tre e spingiamo o soffiamo (scrivendo) fino a spostarlo e dargli un senso SOLO narrativo.

Poi si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Avevo detto che si legge. E infatti. Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso: L’arte della gioia, Goliarda Sapienza;Sembrava una felicità, Jenny Offill; Seminario sulla gioventù, A. Busi; Il compagno, Cesare Pavese; Lolita, Vladimir Nabokov. Ma ce ne saranno tante altre, letture su misura, letture tutte per sé.

La prossima edizione del laboratorio sarà una full immersione sabato 30 marzo dalle 9.30 alle 18.30. A Bari, nella mia casa di scrittura.  (Costo 65 euro).

Se avete domande, scrivetemi pure.
Vi aspetto!

Laboratorio di editing: “Allontanarsi dalla macchina” – La Scuola Holden a Bari

By alessandra Uncategorized

Ad Aprile comincia la nuova edizione di . Il laboratorio di editing (in collaborazione con la Scuola Holden dove spegniamo la che oscura le vostre bozze e i manoscritti.

Cosa può succedere nella pagina di un romanzo? Tutto. Questa è la meraviglia. Ma per farci entrare quel tutto, scrivere può non essere sufficiente. L’editing è la ricerca di quelle “lame di luce” che uno scrittore non vede; l’eliminazione di quell’“alba lattiginosa” che è meglio non spunti mai. Insomma, perché nella pagina possa accadere la meraviglia, è necessario che qualcun altro la osservi, prima di riscriverla. Per vedere oltre una storia, cioè lavorare con l’occhio vigile di un editor, bisogna sapersi allontanare dalla pagina e ripensare con uno sguardo estraneo quello che si è scritto o quello che qualcuno ha scritto.

In questo laboratorio si imparano gli strumenti per valutare un testo narrativo attraverso pratica e teoria, non solo analizzando testi di altri, ma lavorando anche sui propri scritti (difficilissimo!); impareremo così a distinguere la passione per la scrittura dalla necessità delle parole che devono restare sulla pagina, eliminando tutto ciò che è superfluo (anche se ci siamo affezionati).

Per le iscrizioni: qui

“Le Lunarie” di Ines Regina – Dopolavoro Letterario n. 31

Le lunarie è una storia affettiva. Ines è una ragazza ventenne che, dopo un periodo di cure in sanatorio, lavora per un anno in montagna, in una casa di vacanze che si chiama semplicemente Hotel: si occupa dell’andamento generale, all’accoglienza degli ospiti e di questioni pratiche. Il direttore della casa, Vittorio, è un signore aristocratico, meticoloso, attento, e la simpatia immediata tra i due diventa attesa di qualcosa.  Ines Regina non esiste, questa è la sua storia raccontata in prima persona. (Foto dell’autrice, stralcio preso dal romanzo in cerca di casa editrice.)

Ines 17 settembre 1972

Non volevo sembrare una sfollata ma alla fine ho fatto quell’impressione, sul treno, quando il controllore è venuto nello scompartimento a chiedermi se avevo bisogno di aiuto per scendere, con tutti quei bagagli. È l’essiccatore, ho detto, per i fiori. Ho stipato la mercanzia in un borsone, nello zaino ho messo il guardaroba e l’essiccatore lo porto sotto il braccio, una cassa rettangolare con i cassetti e le ventole di lato, ingombrante ma leggero, la batteria pesante ce l’ho in borsa. Alla partenza, a Torino, il cielo era pallido, ho messo i ganci alle finestre in veranda, ho tagliato gli Amarillis che erano cresciuti lunghi e sottili, senza luce da tre mesi, ho rasato tutti i vasi e sono partita. Sul taxi ero perfino euforica dopo una notte a scrivere lettere (a Claretta del preventorio, a mia sorella) dicendo loro che possono venirmi a trovare all’Hotel e sperando però che nessuno di loro lo faccia, neppure l’amica di Villa Cara. Pensavo che non ci saremmo mai lasciate, e invece.

Alla stazione di Salbertrand è cominciata a scendere una pioggerella mista a fiocchi. Il treno si è fermato per parecchi minuti, ho sentito martellare sulle ruote del treno vicino, poi ne è passato un altro senza fermarsi e poi finalmente il mio si è mosso e allora ho cominciato a sistemare le cose davanti alla porta di uscita: alla mia stazione sono scesa scaricando e risalendo sul treno due volte. Pioveva aghetti di neve.

Bartolo con un eskimo e le galoche mi aspettava nel piazzale con la testa ricciuta piena di brillantini di pioggia ghiacciata e un sorriso gigantesco. Con l’Ape siamo saliti lentamente per una quantità di curve, le cose le abbiamo caricate nel cassone, la neve fine e rada sembrava arrivare dal lato, contro il finestrino triangolare e non dall’alto, minuscoli fiocchi che diventavano scuri contro il vetro.

Prima di arrivare all’Hotel c’era già un piccolo strato azzurrino sui prati mentre sulle gobbe del terreno si intravedeva ancora il verde chiaro dell’erba. Ero contenta anche se a ogni tornante mi beccavo nel fianco il gomito di Bartolo -ha detto mille volte Scusa- e mi è venuta anche voglia di vomitare. Mi sento molto stanca.

L’Hotel intonacato color salvia si presenta alla nostra destra contro il cielo bianco spesso, due piani e una torretta piena di finestre, al primo piano un lungo balcone con la ringhiera di legno. Davanti alla casa c’è una struttura di rete con sopra il tetto ondulato e poi una casetta tipo cuccia di cane, e anche una specie di capanno di alluminio – un’idea di costruzioni temporanee che poi sono rimaste fisse, credo.

La prima notte è cortissima nella camera quattordici che sarà la mia per un anno, sono le sei di mattina, fuori c’è una spanna di neve che brilla azzurra. Mi alzo subito, non sono mai riuscita a stare nel letto, sveglia; a Villa Cara uscivo dalla camera e andavo a lavarmi i denti sperando di incontrare qualche mattiniero. Mi raccolgo veloce i capelli in uno chignon davanti allo specchio che mi sono portata da casa e che ho appeso alla maniglia della finestra. Quello del bagno è incassato tra due armadietti neri e la luce della plafonière è scarsa e gialla. La camera dà sul costone, c’è il parcheggio, la strada che sale, uno chalet un po’ più in alto. Un boschetto rado di larici e cespugli di rododendri e brugo, credo, sotto. Ai lati delle orecchie metto le mollette.

Al pianterreno la scala arriva davanti al bar: la Faema è accesa ma nessuno in giro. Esco, costeggio l’Hotel a sinistra, passo davanti ai vetri cattedrale (una Cappella per pregare?), scendo degli scalini abbozzati nel terreno, con la neve che mi scricchiola sotto: il paese è lì in basso, tutte le case sembrano uguali sotto la coperta bianca, il campanile e la chiesa sono a sinistra e un condominio alto, brutto, vicino, un albergo, credo.

Arrivo al pollaio, le galline sono strette tra di loro e chioccolano. Una si spaventa della mia presenza, sbatte le ali e vola a terra starnazzando e sollevando una quantità di polvere e mangime. Un’altra fa un verso arrabbiato ma non si muove poi tutte si calmano. Mi appoggio al palo e le guardo: sopra le loro teste ammucchiate, sul muro, passa la luce dei fari che arriva dalla strada, scivola dal soffitto alla parete e poi sparisce. Un altro fascio di luce, arriva, fugge. Si avvicina un cane che mi annusa e poi si allontana, cerca tra la neve e fa pipì due o tre volte, lasciando dei buchi. Un fischio lo fa correre all’impazzata dall’altra parte della casa.

Neanche dieci giorni fa spostavo la sislunga, la mia sedia a sdraio, in un solarium caldo come una serra di orchidee e ora sono qui nella neve.

In pianura è passata la primavera e io quasi non l’ho vista per la malattia e anche l’estate se n’è andata tra le viti del preventorio e ora che si stava vendemmiando già l’uva bianca, io mi sono spostata nell’inverno, in montagna. I problemi ai polmoni, l’ospedale, la lombare per ridurre i danni della pleurite, le cure, cura d’aria si chiama, l’olio di fegato di merluzzo, al mattino, con tutta la nausea che saliva insieme al gusto di metallo del cucchiaio. Adesso sono davanti alle galline in un pollaio che mi guardano con i loro occhi rotondi e sbattono le palpebre piene di rughe, e davanti ho una montagna innevata, e anche sotto i piedi.

La mia sislunga era la seconda a destra della terza fila, tutte le sedie ordinate in una formazione orientata verso il sole che nell’ultimo mese era intermittente. Ogni minuto di sole non deve essere sprecato a Villa Cara. Tutti ogni mattina e ogni pomeriggio ci sdraiamo, chiudiamo gli occhi e aspettiamo che passino due ore prima di poterci alzare e sgranchirci le gambe. Io e la mia amica chiacchieriamo con gli occhi chiusi e poi di nuovo quando torniamo dopo aver preso il tè che ci portano con il carrello, e anche due fette biscottate, casomai, e un cucchiaio di latte condensato strizzato dal tubetto. Chiacchiere a occhi chiusi e giornali da sfogliare, dopo cena, nelle salette che alla mattina sanno di verdure cotte e la sera odorano di Vicks Vaporub. Anche le camere sanno di menta, i letti sono vicini, attaccati a un comodino di laminato. La finestra ha una catenella che impedisce l’apertura, d’altra parte in camera si può andare solo alla sera per dormire, che poi si dorme poco con tutto quello stare sdraiati durante il giorno.

Sotto le coperte ho letto tutti i romanzi di Cronin che ho trovato nella biblioteca, ho letto due volte La Cittadella con la storia con Christine e la malattia come la mia. Devo stare attenta ai rumori e subito spegnere la pila: a qualche ora della notte il direttore del collegio passeggia nei corridoi e parla sottovoce con l’infermiera notturna, viene con il suo cane, un barbone marrone che corre e scivola sul marmo.

Mi trovo le galline tutte vicine, al di là della rete, le conto, tredici. Non ho sentito arrivare Bartolo, me lo trovo a fianco.

-Fa freddo, andiamo su.-

Gli dico che mi piacciono gli animali con le piume, galline e uccelli, che avevo una Gracula indiana che sapeva fischiare. –L’Internazionale?- mi chiede. –Contessa, eh?-

No, dico, fischiettava La Primavera di Vivaldi, era un merlo che amava la classica. Ridiamo. Lui entra nel pollaio, entro anch’io. Mi dice: “Attenta” dieci volte come fossi una bambina.

Cambiamo l’acqua del secchio, lui raschia il terreno con un rastrello senza denti, una gallina con le piume bianche e un ciuffo in alto sulla testa sta covando in una cassetta della frutta.

-Quella vuole covare a tutti i costi-. E allora? Dico io.

E lui: -La lasciamo fare, ha quel vizio.-

Mi fa sorridere questo modo di accettare qualunque cosa. Arriva il suo cane e ci aspetta davanti alla rete sdraiato nella neve.

Il mio battesimo all’Hotel avviene nel pollaio.

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“La rampicante” in concorso al Premio Strega 2019

Da qualche settimana sono stati pubblicati i nomi dei primi romanzi in concorso al Premio Strega 2019, tra questi c’è il “mio” anzi il “nostro” La rampicante,  di cui ho curato l’editing. Ne sono felice e invito chi non l’ha ancora fatto a scoprire questa storia.

Scheda di lettura

“Può    darsi    che    io    corregga    perché    così    facendo    mi    avvicino    pian    piano    al    cuore dell’argomento    del    racconto.”  Raymond Carver

SE PUOI SCRIVERLO, DEVI RISCRIVERLO

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è la riscrittura. Chi scrive, lo sa. Lo scrittore scrive e riscrive. Non finirebbe mai. Non si tratta di una tensione verso la perfettibilità del proprio racconto; non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo che solo un occhio esterno corregge. Come un collirio che stilla consapevolezza. Finché non si vede ciò che si vuole dire, si corregge, revisiona, riscrive. La pulsione è naturale. Zadie Smith sostiene l’importanza di “allontanarsi dalla macchina”: Il segreto per editare bene il tuo lavoro è semplice: devi segnarti questa frase da qualche parte, per favore.

Allontanatevi dalla macchina: una volta terminata la prima stesura, bisogna mettere da parte ciò che si è scritto per delimitare il confine tra l’infinito atto di scrivere e il definito atto di leggere.
Rileggersi significa scoprire, senza dispiaceri, che a volte è necessario rinunciare a una frase anche se sembra perfetta. Non lo è. Fa male alla storia. Significa scoprire una cosa meravigliosa. Che quello che avete scritto vi piace. O almeno vi appartiene. Che non è poco. Prendendoci gusto, la riscrittura diventa più divertente della scrittura. Colma lo spazio vuoto e discontinuo. Mostra lo spazio dell’invenzione: l’unica cosa che distingue una storia da un buona storia.

A COSA SERVE UNA SCHEDA DI LETTURA

La scheda di lettura è il primo passo per la revisione di una storia, uno strumento di visione esterna che fornisco agli autori con i seguenti obiettivi:

1. analisi del manoscritto (storia, trama, mondo narrativo, personaggi)

2. analisi dello stile, della voce, della lingua

3. giudizio sulle questioni strutturali del romanzo

4. proposta di eventuali modifiche da effettuare

5. indicazioni specifiche sulla collocazione editoriale del romanzo

La scheda non comprende il servizio di correzione bozze ed editing, servizi di promozione o di agenzia, stesura della sinossi o tutoraggio. Sono servizi con costi a parte. (Lo stalking, invece, non ha prezzo. Meglio evitarlo, grazie. )

PROMOZIONE – FINO AL 27 MARZO

Per i timidi, per i tenaci, per gli insicuri, per gli spavaldi, per i credenti, per i mistici, per chi mi ama, per chi non mi sopporta ma soprattutto SOLO per chi è iscritto (o si iscriverà) a questa newsletter la scheda di lettura è in promozione da oggi fino al 21 marzo.

La promozione è la seguente:

  • 60 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) fino a 150.000 caratteri e spazi inclusi
  • 90 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) da 151.000 battute (non oltre le 300.000 caratteri e spazi inclusi)
  • 120 euro per un manoscritto che supera le 300.000 battute caratteri e spazi inclusi

“Ovunque sulla terra gli uomini” di Marco Marrucci

By alessandra Uncategorized

Se un racconto mi spaventa, mi piace. La sensazione di spaventare, dunque esitare e dubitare, è una calamita narrativa. Cosa mi spaventa? Non lo so, finché non leggo. In qualche modo, un racconto per colpirmi deve fare un po’ schifo o, se preferite, deve disturbarmi. I racconti di Marco Marrucci mi hanno disturbato non poco. Ovunque sulla terra gli uomini è l’esordio dello scrittore toscano che, come si legge nel retro copertina, ha mandato il manoscritto a Racconti Edizioni e la casa editrice li ha pubblicati. Questa forse è la prima cosa che disturba (nel bene): esistono ancora autori innocenti, capaci di scrivere e dunque meritevoli di pubblicare. Per cui: vietato mollare. La tenacia premia più del talento, in una storia. Il fatto che si tratti di racconti poi è il secondo effetto disturbante. Se c’è ancora, tra gli aspiranti esordienti, qualcuno che li ritiene di serie B faccia un passo indietro. Poche settimane fa ho visto circolare un elenco delle riviste letterarie italiane che pubblicano e sostengono i racconti degli esordienti. Si è finalmente sedimentata una tendenza letteraria che, a dirla tutta, era percepibile dieci/quindici anni fa. I racconti spaccano, sono concreti, sono brevi. Nei racconti opera la narrativa.

CONTINUA QUI

“Attenti al cane!” – Storie e scrittori pugliesi Lunedì 11 febbraio alle 18 – Libreria Laterza

Per raccontare l’antologia di racconti “Attenti al cane”, edita da Laterza, pensata e realizzata dallo scrittore barese Marcello Introna (che include racconti di Mario Desiati, Andrea Piva,  Gabriella Genisi, Francesco Marocco, Gianrico Carofiglio) ci vediamo l’11 Febbraio, alle 18, presso la libreria Laterza di Bari. Comprate il libro, contribuirete alla raccolta fondi per il canile comunale di Bari. Nella raccolta di racconti c’è “Bello ma non ci vivrei”(che non parla di amore per i cani ma della ormai rara capacità di amore tra esseri umani).

Questo è l’incipit.

Bello ma non ci vivrei

E neanche mai gli passa per la testa

che è la loro certezza di essere diversi

a renderli uguali.

DFW (“Brevi interviste con uomini schifosi”)

La prima cosa che lo scrittore mi chiede, entrando in studio, è: “Come si scrive la parola felice?”Ho l’età della morte di Benedetto. Quarant’anni e quella vocina scema che mi trapana la testa: Doriana, è giunto il tempo! È giunto il tempo, Doriana. Due giorni fa ho inaugurato un posto tutto mio.Studio di Psicoterapia famigliare. Dott.ssa Doriana Santacroce. Specialista in silenzi posturali.Lo studio è l’unico edificio dell’isolato senza toni di grigio. C’è il blu, il marrone e il giallo. Certe mattine, a guardarlo bene, con tutti questi colori sparati, annoia. C’è una stanza principale che si affaccia sulla spiaggia dove ogni giorno, nel mare, nasce il sole. Ho scelto l’appartamento per questo motivo: chi vede la luce prima degli altri arriva subito alle cose. Il fatto che il mio cognome contenga la parola “santa” e poi anche “croce” è l’aspetto meno misericordioso della mia vita. Misericordia maggiore contengono la marmellata di fichi e mio marito. Ho un debole per la marmellata di fichi anche se a quel frutto sono allergica, allora, di solito, almeno una o due volte al mese, la mangio dentro una crostata che io stessa preparo, o sulle fette di pane tostato. Poi mi ingozzo di medicine e aspetto che l’intolleranza faccia il suo corso. Mio marito dice che è un lato del mio carattere troppo infantile, andrebbe limato. Le debolezze sono tipiche dei bambini. Dice. Quanto si sbaglia. Ogni volta chiudo la questione rispondendo: quella brava sono io. Misericordia. La devozione professionale mi fa stare al mondo. Mi rende umana. Il lavoro è il nuovo piacere, l’ho letto da qualche parte a proposito della questione delle donne. Anzi no, l’ho detto proprio io. Sarà stato qualche tempo fa, durante una terapia di coppia: lui non accetta il fatto che lei possa lavorare (istruttrice di palestra) e per questo, dice, la tradisce. I miei pazienti pensano che sia l’amore quello di cui hanno bisogno, mentre invece è solo un relazione che cercano. Un gioco di potere come un altro. Negli anni precedenti ho lavorato per un grosso studio. È lì che ci siamo conosciuti. I primi tempi della psicoterapia, mio marito Gino aveva gli occhi sporchi di sonno con le caccole intorno alle pupille che mi invogliavano a spegnere la luce della stanza per il timore di restarci incollata. Gino aveva chiuso con la prima moglie. Durata del loro fidanzamento: otto mesi. Durata del loro matrimonio: quattro mesi. Durata della nostra terapia: trentasei mesi. Non per i ripensamenti, nemmeno per i soldi. Lui ne ha, ne aveva dovrei dire, tanti; lei non ne ha, non ne aveva dovrei dire. Mio marito quando si tratta di pagare: paga. Devi presentargli il conto, però. Altrimenti non si sente in dovere di nulla. Gino non è stupido, anzi è l’uomo più intelligente che conosco. Però, ammettere una responsabilità non è il suo forte. A quei tempi portava i capelli rissosi, non avevano una forma. Tra un ricciolo e l’altro galleggiavano entità non identificabili; poi il suo alito, ecco. Non ho mangiato spigola al sale per mesi, durante la terapia. Qualche tempo dopo le caccole non c’erano più. Arrivava un uomo con la barba in ordine, il profumo francese, addirittura la pashmina al collo che ogni tanto dimenticava sulla poltrona dello studio per ritornare il giorno dopo a riprenderla. E dirmi.– Sarebbe bello vedersi oggi, così senza appuntamento.

– Senza un appuntamento non è possibile. Ci sono due pazienti fino all’ora di cena.

-Potremmo vederci per quell’ora.

-Quale ora?

-L’ora di cena.

Andammo a cena. Lui divorziò. Noi ci sposammo.

Il 3 febbraio “Una Bari tutta per sé”, conversazione sulla città con Marcello Introna

Il 3 febbraio racconto la Bari che fa parte del mio romanzo, Overlove. Devo scegliere alcuni punti di vista, scorci, ricordi, immagini anche del futuro. Per farlo, ho pensato che non esiste solo il mio punto di vista ma anche quello dei lettori. Raccontatemi nelle storie instagram la vostra #unaBarituttapersé. Vi va? C’è tempo fino al 1 febbraio. Questo è il mio profilo. Vi aspetto.

(Di seguito il comunicato del TeatroPubblicoPugliese che ha organizzato l’evento)

A partire dal 3 febbraio prende il via “CAFFÈ TEATRALE – approfondimenti”, una vera e propria guida alla visione di 4 spettacoli inseriti nella Stagione della Città di Conversano al Cinema Teatro Norba. “CAFFÈ TEATRALE – approfondimenti” è organizzato in collaborazione con Libreria Le Storie Nuove e Libreria Skribi Parole Suoni Cose. Tutti gli incontri saranno introdotti dall’Assessore alla Cultura Assessore Ciccio Magistà.Ecco gli appuntamenti:
domenica 03 febbraio ore 18.00 / Libreria Le Storie Nuove
A SPASSO NELLA BARI LETTERARIA
con Marcello Introna (scrittore e autore televisivo) e Alessandra Minervini(editor e scrittrice)
Incontro sullo spettacolo di venerdì 8 febbraio 2019 – Dino Abbrescia“RACCONDINO”

“La volta buona” Romanzo di Massimo Lapolla – Dopolavoro Letterario n. 30

Massimo Lapolla deve il suo percorso di scrittura con me a Babbo Natale, che poi è sua moglie che qualche anno fa mi ha contattato per chiedermi: fai scrivere mio marito, altrimenti sta male. Così, ho conosciuto Cesco e Pinin (che per  mesi ho chiamato senza i). Ho conosciuto una Torino che resiste alla decadenza, ho conosciuto Massimo che è un essere umano introverso e dunque un narratore delicato che sa quando deve spingere. Ha spinto, infatti, e Cesco e Pinin sono diventati due amici di cui i lettori sentiranno la mancanza. Il romanzo è stato pubblicato da poco per la casa editrice SCATOLE PARLANTI.

LA VOLTA BUONA 

Romanzo di Massimo Lapolla

Per quanto si sforzasse di mantenere la calma, l’attesa lo massacrava e gli faceva accelerare il battito cardiaco.

Per la terza volta nel giro di pochi giorni aveva chiesto conferma a sua moglie, prima di scendere di corsa le scale ed entrare nel locale.

Per la terza volta lei aveva risposto senza aprire bocca, annuendo col capo e tenendo gli occhi bassi.

Sebbene fosse stata una scelta difficile per entrambi, credeva che il peso maggiore fosse sulle spalle di lei e, di conseguenza, sentiva il bisogno di rassicurarla e di accertarsi che fosse ancora d’accordo.

Ordinò un caffè ristretto, come avevano convenuto. Lo bevve rapidamente e uscì, stringendosi nella giacca. Entrò nell’auto, parcheggiata a pochi metri dal portone di casa, e abbassò il finestrino. Accese una sigaretta. Poi un’altra. Poi una terza.

Si trattava di far passare poco più di mezz’ora, il prima possibile.

Lo avrebbe visto prima entrare e poi uscire da casa sua, per ritornare al suo lavoro, con passo sicuro, come se nulla fosse successo.

Nel mentre, non riusciva a fare altro. Fissava il vuoto, fumando e tenendo a bada i pensieri. Non aveva né certezze, né garanzie che il piano avrebbe funzionato.

Ma ormai erano in ballo.

Ne avevano discusso a lungo, non era stata una decisione avventata. Avevano provato tutto ciò che c’era da provare. E, per quanto irraccontabile, quella era l’unica soluzione che dava loro qualche speranza di riuscire a realizzare quel sogno.

Quando l’uomo uscì, i loro sguardi si incrociarono, senza nessuna reazione apparente. Fece passare ancora qualche minuto e poi lasciò la sua auto.

La cosa più difficile era tornare su e far finta che tutto fosse rimasto come prima.

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