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“A pelle scoperta” di Francesca Piovesan – #perunalira #14

By alessandra PER UNA LIRA

Nel treno de Lo scompartimento, un racconto incluso nella raccolta Cattedrale di Raymond Carver, c’è un uomo che si rivede dentro i volti e le chiacchiere dei passeggeri. La famiglia, l’amicizia, il lavoro: tutto viene ricreato come dentro un laboratorio. C’è un mondo di dettagli e di piccole cose che sembra esplodere da un momento all’altro e invece non esplode mai. Questo è il mondo narrativo che compone l’esordio di Francesca Piovesan, una raccolta di racconti dal titolo A pelle scoperta, pubblicata da Arkadia editore per la collana SideKar. Si tratta di 15 racconti che cominciano con un esergo rivelatore: Alle piccole cose.  Le cose piccole che nella penna della Piovesan diventano le cose grandi anzi grandissime della nostra vita, sono lega che forgia questi racconti. Le storie sono tutte diverse, eppure appartengono evidentemente allo stesso sguardo. Uno sguardo basso ma non cupo; sempre in attesa che qualcosa avvenga pur sapendo che non avverrà. Appunto, una cosa piccola che sta per esplodere ma che invece la scrittrice decide di disinnescare.

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“Quando una donna” di Sara Maria Serafini – #perunalira #13

Come dice Marcovaldo nell’omonima raccolta di Italo Calvino: “Chi ha l’occhio, trova quel che cerca anche ad occhi chiusi”.
L’occhio per un narratore è il più indipendente tra i nostri sensi. Quello che vede, non lo decide chi scrive. Non sempre, almeno. Ciò che penetra la sua traiettoria è un fattore esterno.
Volendo accostare la scrittura alla fotografia, dovremmo stabilire che queste due discipline necessitano degli stessi strumenti del mestiere. Cambia il loro supporto. Penna e pc per lo scrittore; macchina fotografica per il fotografo. Il risultato, in entrambi i casi, restituisce lo sguardo dell’autore.
In questo caso dell’autrice. Sara Maria Serafini nel suo primo romanzo, Quando una donna appena uscito per Morellini editore, ha guardato storie che forse non voleva o non si aspettava di guardare. E dunque di scrivere. Forse, anche per questo, ha trovato un modo coinvolgente per farlo. Le sue parole riproducono perfettamente uno sguardo, a cominciare dal primo sguardo.

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Ritratto di Signore, ciclo di incontri sulle voci letterarie femminili

Con il nuovo anno torna “Ritratto di Signore”, il format letterario curato da Giorgia Antonelli e Alessandra Minervini, giunto al suo terzo ciclo.
L’appuntamento è sempre alla LIBRERIA CAMPUS BARI di Francesca Crisafulli con quattro approfondimenti su quattro grandi voci femminili della letteratura.

– Sylvia Plath, 10 gennaio, a cura di Alessandra Minervini

– Emily Dickinson, 7 febbraio, a cura di Giorgia Antonelli

– Flannery O’ Connor, 20 marzo, a cura di Alessandra Minervini

– Simone de Beauvoir, 3 aprile, a cura di Giorgia Antonelli

Quest’anno gli appuntamenti sono di venerdì, sempre alle 19 e sempre con l’accompagnamento dei vini di EST! Vineria con cucina

costo: 5 euro a incontro
per info e prenotazioni: info@alessandraminervini.info

Regala(ti) una storia per Natale – Promozioni di Natale

Dal 12 dicembre al 12 gennaio promozioni, sconti, offerte su tutti i servizi.

Editing, Schede di Lettura, Valutazione Manoscritti, Corsi e Laboratori, Percorsi di Scrittura personalizzati in offerta.

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Per informazioni e dettagli scrivete a info@alessandraminervini.info

Lewis Carroll, il mio Maestro delle Meraviglie

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  20 ottobre)

Questo è il ritratto di uno scrittore che non si è mai definito uno scrittore. Charles Lutwidge Dodgson, a tutti noto con lo pseudonimo letterario di Lewis Carroll, nacque in Inghilterra nel 1832 da una felice famiglia vittoriana, di origine irlandese. Il padre era reverendo, severo ma giusto capace di imprimere ai suoi undici figli cultura ed educazione; la madre era dedita alla casa e alla famiglia e lo crebbe con devote attenzioni. I problemi cominciarono con l’adolescenza. Da ragazzino Carroll soffriva di balbuzie e quando i suoi lo iscrissero alla Rugby School (1850), annotò l’esperienza come tra le più infelici. Mancino, troppo alto e troppo magro, riccioluto e scuro ma dai vispi occhi chiari, oltre alla balbuzie Carroll ebbe problemi con l’udito e per tutto la vita soffrì di una forma di emicrania che lo isolava dal mondo intorno. Ma, fin da ragazzino, era un genio. Scriveva poemetti e poesie, enigmista della parola e funambolo del fraseggio non-sense. Appassionato di fotografia, matematico di professione. Seduttivo nella sua ambiguità creativa, dalla quale furono ispirati alcuni dei più eccelsi artisti del Novecento: J. Joyce, J. L. Borges e John Lennon. Il leader dei Beatles al mondo delle meraviglie di Carrol ha dedicato più di una canzone. La più nota è “Lucy in the sky with diamonds” della quale Lennon disse: “Era Alice nella barca. Mentre compra un uovo, si trasforma in Humpty Dumpty. La donna che la serve nel negozio si trasforma in una pecora e il minuto dopo stanno entrambe remando in una barca per andare da qualche parte, chissà dove.”

Dopo aver scattato ritratti a personaggi famosi, tra cui il poeta italiano DG Rossetti e il pittore inglese John Millais, i suoi soggetti fotografici divennero le ragazzine. Sebbene la fotografia fosse principalmente un hobby, Carroll vi dedicava molto tempo. Era il suo modo per stare in mezzo alla gente,osservandola dietro l’obbiettivo. Fotografava bambine in ogni possibile situazione, compresa la nudità. Nonostante le congetture, non ci sono prove reali di abusi sui minori contro di lui.

Nel 1856, la famiglia Liddell e le tre figlie si trasferì a Christ Church, diventando i vicini di casa dei Dogson. Carroll conquistò la loro fiducia, divenendo l’amico di famiglia. Spesso portava le tre sorelle, Lorina, Edith e Alice, a fare lunghi giri in barca sul Tamigi. Fu in una di queste spedizioni che gli venne l’ispirazione per “Alice nel paese delle meraviglie”. Proprio nel 1856 iniziò a scrivere le prime opere umoristiche e divenne “Lewis Carroll” traducendo il suo nome e il suo secondo nome in latino, invertendo il loro ordine, e poi traducendoli nuovamente in inglese. Lewis è infatti la versione inglese di Ludovicus, da cui deriva Lutwidge, il suo secondo nome, mentre Carroll è l’anglicizzazione del latino Carolus, cioè Charles.

L’unico modo in cui si sentiva se stesso era dentro quello pseudonimo che lo proteggeva dal suo ruolo sociale di professore emerito in matematica a Oxford. L’insegnamento non era il suo lavoro ideale, la balbuzie rendeva difficile tenere lezione. Molti dei suoi studenti non erano interessati alla sua materia. Tuttavia Carroll escogitò astuti enigmi matematici e domande di logica per cercare di rendere più attraenti i suoi discorsi spezzettati. Nel corso della sua vita, ha suggerito soluzioni per molte questioni, comprese alcune regole per i tornei di tennis. Ma, soprattutto, ideò la nyctografia: un sistema per scrivere al buio. Carroll si svegliava di notte con alcuni pensieri che voleva annotare. All’epoca scrivere nel cuore della notte significava accendere la lampada ad olio per poi rispegnerla dopo poco. Un sistema poco congeniale. Così Carroll s’ingegnò.”Chiunque abbia avuto, come spesso ho fatto io, la necessità di uscire dal letto alle 2 del mattino in una notte invernale, accendere una candela, e appuntarsi alcuni pensieri che avrebbe altrimenti dimenticato, converrà con me quanto scomodo possa essere. Tutto ciò che devo fare adesso, se mi sveglio e penso qualcosa che desidero appuntare, è prendere da sotto il cuscino un piccolo taccuino contenente il mio nyctografo, scrivere alcune righe senza nemmeno dover mettere le mani fuori dalle coperte, rimettere a posto il libretto, e tornare a dormire. Ho prima provato ad utilizzare le file di fori quadrati (poco più di mezzo cm quadrato l’uno -la misura che ho trovato più comoda), come contenitori per le lettere; non è stata una brutta idea, ma le lettere risultavano ancora illeggibili. Quindi mi sono detto “Perchè non inventare un alfabeto quadrato, usando solo punti agli angoli e linee ai lati?” Ho presto scoperto che, per rendere più facile la scrittura, era necessario sapere dove iniziassero esattamente i quadratini. Per questo ho stabilito la regola secondo la quale ogni lettera-quadrata doveva contenere un chiaro puntino nero nell’angolo in alto a sinistra.Sono riuscito ad ottenere 23 diverse lettere-quadrate, somiglianti alle lettere che devono sostituire. Pensate al numero di ore di solitudine trascorse da un uomo cieco, spesso passate a non far nulla, quando egli sarebbe probabilmente felice di annotare i propri pensieri; e vi renderete conto di quale benedizione gli concederete donandogli un piccolo “indelebile” libro di memorie con un nyctografo e insegnandogli l’alfabeto-quadrato.” La versione finale della sua invenzione fu registrata nel 1891.

Poco prima del suo 66esimo compleanno, Carroll ha avuto un grave caso di influenza, sfociata in polmonite. Morì il 14 gennaio 1898, lasciandoci alle spalle un enigma irresolvibile. La sua anima.

Caro Lewis Carroll,

“di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente”. Professor Carroll o Dogson come preferisce, vorrei con la presente obbligare ufficialmente alla lettura della tua Alice, soprattutto nelle scuole dell’obbligo. Il motivo è semplice. Alice non solo è irresistibile. Ha una caratteristica essenziale per la crescita e il benessere dei ragazzi, futuri adulti, non c’è morale. Questo è il dono che ci fa una ragazzina che, in realtà, non ha genere sessuale come non ha età. Vive dentro ognuno dei suoi lettori, non appena questi si immergono nelle sue meraviglie. A differenza di Pinocchio, per esempio. Dove invece la morale è più forte della personalità del ragazzo di legno. Se i due si fossero incontrati a metà strada, tra il Paese delle meraviglie e quello dei Balocchi, la ragazzina al burattino gliela avrebbe fatta passare presto tutta quella voglia di mentire.

“Non immaginarti mai di non essere altro da quello che potrebbe sembrare agli altri che ciò che eri o potevi essere stata non fosse altro da ciò che eri stata e che avrebbe potuto loro sembrare essere altrimenti”.

Alice è un mito, vive di luce propria. Come tutti sbaglia, ma non si fa abbagliare dai suoi errori. A differenza dei burattini, quando Alice fa una sciocchezza se ne rende conto. Da sola. Questo è il prezzo che paga. La consapevolezza. Non aspetta che qualche fata turchina o grillo “pedante” le indichi la strada per la redenzione. Alice sa che la redenzione non esiste. Esiste la vita che non ha senso tanto vale caricarla di non-sense.

“Ultimamente erano successe tante di quelle cose strane che Alice aveva cominciato a credere che di impossibile non ci fosse quasi più nulla”.

Caro Lewis, come hai fatto a creare una roba come Alice dentro l’Inghilterra vittoriana e rigida, capace di indebolire i deboli senza dare loro il beneficio del dubbio? I dubbi sono le pile della crescita psicologica e il fatto che Alice ne sia invasa non fa che renderla la cittadina ideale di un Paese delle Meraviglie che oggi, come allora, possiamo abitarlo solo ad occhi chiusi o in punta di penna.

“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti”.

Marguerite Yourcenar, la mia Maestra di roccia e vento

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  27 ottobre)


Era fatta di roccia e di vento. Ha condotto una vita saggia, suggellata da una grande verità che suona più o meno così: se la mente è concentrata su qualcosa non può concentrarsi su altro. Lei si riferiva alla scrittura, croce e delizia. Ma cambiando l'ordine delle priorità il risultato non cambia. Sopravvivere alle proprie ossessioni è un'impresa. Un'impresa che a questa scrittrice è riuscita.
Marguerite Antoinette Jeanne Marie Ghislaine Cleenewerck di Crayencour, conosciuta come Marguerite Yourcenar, è  nata nel 1903 a Bruxelles. Sua madre muore dieci giorni dopo la nascita e dunque la scrittrice cresce  con la nonna, che non sopporta, e si lega molto a suo padre, Michel de Crayencour di cui Yourcenar è l'anagramma. Si può dire che la scrittrice abbia avuto due uomini importanti nella sua vita. Il primo è stato il padre dal quale ha indubbiamente ereditato il gusto spassionato per i viaggi e il secondo è stato Adriano, l'imperatore di Roma.

Marguerite Yourcenar trascorre i ruggenti anni Venti visitando l’Europa e i suoi musei, mostrandosi appassionata di arte classica, di storia e di letteratura. Il suo primo romanzo, “Alexis o il Traité du vain combat”, è del 1929. Nel 1930 cede alla sua passione e si trasferisce in Grecia, dove vive per un anno, scrivendo con meticolosità le sue prime novelle. Nel 1934 inizia le ricerche su questo personaggio che l’attrae irresistibilmente: l’imperatore Adriano. Dichiarerà di esserne attratta in un momento della sua vita in cui aveva perso fiducia nei miti e nelle divinità, nella fede e nei suoi contemporanei. Quando nel 1939 scoppia la guerra, Marguerite Yourcenar parte per gli Stati Uniti con la sua compagna Grace Fricks, conosciuta un anno prima. Per un po’ insegna letteratura comparata al Sarah Lawrence College, vicino a New York. Diventerà anche traduttrice, perfino della Woolf di cui traduce “Le onde”, scelta azzeccata per il suo temperamento fluttuante. Concepiva la traduzione come un intermezzo volontario nei periodi d’intenso lavoro creativo, una sorta di straordinario esercizio ginnico, tanto più proficuo quanto più lo spirito dell’opera originale è estraneo a quello di chi la traduce. Nel 1947 ottiene la nazionalità americana. Ma lo stesso anno abbandona la cattedra e si ritira in un’isola nello stato del Maine, l’isola di Monts-Deserts con la sua compagna. Un ritiro attivo che dedica totalmente alla sua ossessione, Adriano, che continua a perseguitarla giorno e notte, riempendo quaderni e quaderni di ricerche e spunti per raccontare la sua storia. Quando ritrova in un vecchio baule una bozza del primo manoscritto, decide che da allora lui sarà “l’uomo della sua vita” e non lo abbandona fino alla stesura definitiva. La sessualità e le relazioni dolorose sono temi ricorrenti nel suo lavoro di scrittrice, poetessa e saggista. Marguerite Yourcenar è stata una filosofa della parola, scrittore, come si faceva chiamare, non è abbastanza. È diventata la prima donna a unirsi all’Académie française, dove è rimasta dal 1980 fino alla sua morte nel 1987. “(…) Voi mi avete accolta, questo me incerto e fluttuante, questa entità di cui io stessa ho contestato l’esistenza… eccolo come è, circondato, accompagnato da una schiera di donne invisibili che avrebbero dovuto ricevere molto prima questo onore, al punto di spostarmi da un lato per lasciar passare le loro ombre: Madame de Stael, una delle migliori menti del secolo, George Sand, Colette.”

All’inizio degli anni Cinquanta, una Francia sconcertata accoglie la storia della passione di Adriano per il giovane Antonino, e frasi come “questo bellissimo levriero avido di carezze e ordine si sdraiò sulla mia vita” mostra al mondo che si poteva essere allo stesso tempo un grande imperatore e un grande amante che attingeva la sua forza nell’ossessione amorosa. Se alla fine del XX secolo l’omosessualità non è più punita, come lo era ancora in Francia negli anni Cinquanta, è in parte a Yourcenar e al suo Adriano che lo dobbiamo.

Guardando la sua ultima intervista, pochi mesi prima della sua morte, rilasciata completamente in italiano al giornalista Giovanni Minoli, che a lei dedicò una puntata del programma di culto “Mixer”, si resta incantati. Come davanti all’ultima imperatrice. La scrittrice ipnotizza l’intervistatore con il suo piglio imbarazzato,come se la più grande scrittrice francese contemporanea non si sentisse all’altezza nemmeno di se stessa. In un’altra famosa intervista, precedente a questa, teorizza il paradosso dello scrittore che è quello di perdere la sua vita a scriverla mentre in realtà dovrebbe uscire e viverla. Una frase che riassume bene la filosofia di questa donna forte, che si è fatta strada da sé.

Cara Marguerite,

lo scrittore deve vivere e contemporaneamente radicarsi nel nulla per esprimere a parole quello che la sua mente produce. Scrivere è un’abitudine come impastare e mangiare ciò che si è creato dal nulla.

“Le abitudini servono alla creazione letteraria, perché nelle abitudini c’è un che di rituale. Alzarsi la mattina, scendere ad accendere il fuoco in cucina, dar da mangiare agli uccelli, guardare il sole dalla terrazza, sono altrettanti riti che finiscono col diventare assolutamente impersonali.”

Da te edotta con questo piccolo grande precetto, l’altra sera ho impastato per la prima volta. Farina, olio, lievito, sale. Non eri tu quella che diceva che scrivere è come fare il pane? Bisogna sporcarsi le mani, impastare dal niente, aspettare la forma naturale di una creatura e darle poi il contenuto che le spetta.

Saper mettere le mani in pasta e poi attendere. Che grande lezione di cucina letteraria. In effetti, impastando molti aspetti che sfuggono quando si addenta un pezzo di pane bello e pronto, non sfuggono. Non sfugge, con le mani sporche di massa, quell’odore inconsistente della mancanza di una forma ancora da prefissare. Perchè uno scrittore sceglie determinati personaggi rispetto ad altri? Li sceglie seguendo un mistero o una verità? Entrambi, credo. Insomma questo insegni tu. E non arricciare il naso davanti alla parola “insegni”. Tu l’hai fatto e continui a farlo ai tuoi lettori eterni.

Si scrive di cosa si sa. Come si sceglie un periodo storico e i suoi personaggi? Forse con lo stesso criterio degli ingredienti per una focaccia? Alcuni sono indispensabili e universali, altri invece fanno parte del nostro mondo noto. Li abbiamo “assaggiati” da qualche parte in un altro spazio-tempo e proviamo a metterli in scena per vedere l’effetto che fa. E il sapore che avranno. Se questo sapore ci assomiglia, anche se viene da luoghi lontani ed epoche lontane. Ogni libro è come una focaccia impastata per la prima volta. Non sappiamo che gusto avrà, non sappiamo che cottura e che forma prenderà. Non possiamo prevederne la consistenza. Ma sappiamo che sarà assolutamente fedele alla realtà, alla nostra realtà. Che può essere a volte anche solo la realtà di una domenica pomeriggio d’autunno, in questo caso già diversa dalla prossima.

Emily Dickinson, la mia Maestra di Verità

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Emily Dickinson, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  24 novembre)

“Il Silenzio è tutto ciò che temiamo.
C’è Riscatto in una Voce.

Ma il Silenzio è Infinità.
In sé non ha un volto.”

Può sembrare contraddittorio che una poetessa così sola e silenziosa nella vita, sia stata un’autrice tanto rumorosa e prorompente, e per certi versi, aggressiva nella sua opera. Eppure, è andata così.

Emily Elisabeth Dickinson, nata ad Amherst in Massachussets nel 1830, e morta nella casa paterna nel 1886 a 55 anni, per una nefrite, è vissuta nel silenzio eppure la sua opera esplodeva. Di parole, di immagini, di verità eterne, di desideri che fanno rumore. Più aggressiva a parole che nei fatti, violenta – mai nei toni – nei temi dei suoi versi, basti pensare che la sua ossessione narrativa è stata la verità. Emily Dickinson è stata una donna moderna ante-litteram. Una donna che bastava a se stessa.

La sua storia famigliare è l’esempio, per l’epoca visionario, di come una grande mente cresca e si nutra di grandi mancanze. Nonostante appartenesse a una facoltosa, borghese e popolosa genealogia famigliare, Emily ingoiò subito il suo destino di “ragazza appartata” quando intravide nel padre una figura assente: “Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.

A 25 anni, nel 1855, scelse di vivere reclusa nella propria stanza, senza avere grossi scambi con l’esterno e consacrò questa scelta vestendo per tutta la sua vita di bianco, colore della purezza e dell’assenza. La sua famiglia, in vista e molto religiosa, le aveva impedito di sentirsi libera, di fare delle scelte individuali (come, ad esempio, evitare di iscriversi a qualsivoglia associazione cattolica). E dunque lei, non potendo compiere altre scelte, ne fece una: smise di fare scelte. Visse reclusa. Per molti visse infelice. Ma su questo non c’è da giurarci. Amava la poesia di Shakespeare, di Keats e la prosa delle Bronte. Adorava cucinare. Il suo dolce più riuscito era la torta di cocco, la cui ricetta è rinvenuta insieme a mille altre, scritta in bella copia sulle etichette degli ingredienti utilizzati. Cucinava nel pieno della sua voragine creativa che la mangiava viva: “Questa fame fredda, senza sosta, senza fine.” Il cibo in fondo per lei, come per tutti, non era che un’altra forma di amore: “Prima di amare, io non ho mai vissuto pienamente”.

Non sappiamo cosa avveniva nella sua mente quando chiudeva la porta di casa e poi della sua stanza e volava dentro le sue parole. Si può essere molto felici, anche in silenzio. Il tema della reclusione che pure appare dominante non è necessariamente un segno di una libertà negata. Secondo alcuni, si rinchiuse in quanto malata di epilessia. Secondo altri lo fece perchè respinta dall’uomo di cui si era innamorata, il reverendo Charles Wadsworth già sposato con figli. Ma chi ci vieta di pensare che si recluse per amor proprio? Chi ci dice che Emily Dickinson non abbia vissuto con la persona che rispettava e che amava di più, ovvero se stessa? Intendendo per se stessa non una mera auto-rappresentazione egocentrica del suo io ma la sua anima creativa e creatrice. La reclusione non è stato il segreto del suo successo in vita. Ma di certo le ha conferito una vita eterna. Ripresa peraltro, poco tempo fa, nella prima serie tv dedicata alla poetessa, Dickinson, prodotta dalle Apple Tv e molto attesa anche da noi.

Dopo la sua morte, la sorella scoprì più di un centinaio di poesie, lettere, componimenti in versi che Emily per tutta la vita scrisse su foglietti ripiegati e cuciti a mano e poi relegati dentro un raccoglitore. La poetessa non ha mai visto le sue poesie pubblicate, se non un paio su riviste di poco conto, e non ha mai avuto contatti con qualcuno che potesse averne la curatela. Le sue parole sono rimaste avvinghiate a loro stesse per decenni. È dovuto cambiare un secolo per vederle messe insieme, tradotte in tutto il mondo e amate come meritavano di essere.

Cara Emily,

soffocarsi di mancanze.

Non scrivo e mai scriverò una poesia, ma immaginando questa sera di farlo, solo per una volta e solo per una persona, la mia insana poesia sarebbe questa e sarebbe per te.

Soffocarsi di mancanze.

Un frammento inesistente della mia poetica inesistente. Il corrispettivo del tuo Frammento 1263. Il frammento più bello. Dovrebbe essere scritto sui muri delle scuole non come atto di vandalismo ma come atto di verità.

Di’ tutta la verità ma dilla obliqua –
il successo è nel cerchio –
sarebbe troppa luce per la nostra
debole gioia
la superba sorpresa del vero –

Non esiste un’immagine migliore, per raccontare l’esplosione di una parola buona dentro una vita quotidiana meno buona. Se non cattiva. Una volta qualcuno mi ha detto: non tutto ciò che non è giusto è sbagliato. Quanto è vero. Tu lo sai bene: le tue poesie raccontano storie non giuste ma niente affatto sbagliate. La delicatezza dei tuoi versi viene spesso identificata come la rappresentazione di una martire. Per molti è martire chi non compie le stesse scelte che compiono tutti o la maggioranza. L’individualismo è accettato come devianza artistica. L’individualità come la debolezza di chi non arrivando all’uva racconta che è acerba. Non credo sia stato così per te. Non credo sia così.  Tu sein stata una donna che non si ri-conosceva nelle altre. Una donna che oggi si presuppone di conoscere. Forse non ancora del tutto. Eri un’autrice con una personalità. Capace non solo di riconoscere il vero dal falso ma anche di saperlo raccontare a chi non ha i mezzi per comprenderlo sulla propria pelle.

Come il lampo è accettato dal bambino
se con dolci parole lo si attenua –
così la verità può gradualmente
illuminare – altrimenti ci accieca –

“Dolce, non troppo” di Ketty Zotti – #dopolavoroletterario n. 43

All’interno del Laboratorio di Storytelling che quest’anno ho tenuto nella Biblioteca della Facoltà di Agraria,
abbiamo lavorato sulle storie che nascono dalle nostre percezioni e dai nostri ricordi,volontari e invoontari.

Tra i testi che sono venuti fuori, quello di Ketty rappresenta un esempio di scrittura espressiva che partendo dal racconto del sé avvolge chi legge.

Questo è l’incipit del tuo testo, dove è possibile già rintracciare “le visioni” dell’autrice.

(Foto dell’autrice)

Dolce, non troppo

di Ketty Zotti

 

Parigi, notte. Il rumore di tacchi discontinuo risuona prepotentemente nelle strade quasi deserte, dissolvendo la cortina di mendace silenzio che avvolge la città. La donna traballa sulle scarpe troppo alte. Sul suo corsetto nero un leggero strappo all’altezza del cuore sembra evocare una pena oscura.

Cammina lentamente, instancabile, come se non potesse far altro che camminare.

Il suo sguardo si perde nel vuoto, allucinato e privo di speranza. Non è giovanissima, né irresistibilmente bella; sul suo viso due profonde rughe agli angoli della bocca tracciano il percorso di quella sofferenza sopita.

Inciampa, cade. Un uomo le passa accanto. Lei si rialza da sola. Lui torna indietro, ne resta stregato, una forza magnetizzante lo trattiene.

Riprendono a camminare, vicini, senza dirsi una parola. Lei non appare turbata, né impaurita. Il loro incedere lento e senza sosta pare scandire un tempo lungo, eterno, che non conosce gioia, non conosce amore.

Entrano in un bar.

L’uomo è visibilmente teso. La seducente donna ostenta un’aria annoiata.

Una luce calda avvolge l’ambiente.

La donna indossa abiti luminosi e sfarzosi quasi al limite del volgare. Grandi fiocchi rossi decorano le sue scarpe. I vestiti dell’uomo sono consunti, sporchi. La barba troppo lunga gli conferisce un’aria molto dimessa, il suo viso mostra i segni della sua vita sregolata e dall’eccessivo consumo di alcool.

Dalla radio, in sordina, giunge la malinconica lirica de “Que reste-t-il- de nos amours?”, offerta dalla suadente voce di Dalida.

Bevi qualcosa?”. Lei ha una voce roca, che lascia pensare a quella pena oscura.

Non mangi?” le domanda evitando di risponderle.

C’è tempo!”

Caffè?”, le chiede.

Dolce, non troppo”, gli risponde asciutta.

I loro sguardi si incontrano, rendendo vano ogni ricorso alle parole.

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“L’uomo sole” di Saverio Giannini – #dopolavoroletterario n. 42

Dopo uno dei più appassioannti percorsi di editing, Saverio Giannini ha ridato nuova vita e luce al suo romanzo. Conoscere “L’uomo sole” è stato un po’ come conoscere un aspetto degli esseri umani che spesso sfugge. La vulnerabilità.questa di solito appartiene ai ragazzini. infatti il protagonista del romanzo di Saverio Giannini è un ragazzino. Ma dentro di sé contiene un mondo adulto. Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche a loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro.

L’UOMO SOLE

di Saverio Giannini

Prologo

Mi chiamo Samuel e sono uno zero.

Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS.

Non ho mai avuto una ragazza, né un’amica o un amico, a parte Bauxie che non vedo da tempo, gli Alan Parsons Project che mi sparo per tutto il giorno, Rocky (Il più grande di tutti), YouTube e CB011.

Frequento l’ultimo anno di scuola e io odio la scuola perché odio Tomas e Giovanni.

Avete presente “Asso” Merrill e Johnny Lawrence2, i cattivi di Stand By Me e Karate Kid?

Belli, biondi, muscolosi , il mio incubo più grande.

Elementari, medie e superiori sono stati un inferno. Il merito è tutto loro.

Sono la vittima perfetta dei bulli.

La prima volta (avevo 10 anni) si sono presentati con l‘ineffabile sciacquata: mi hanno trascinato in bagno, ficcato la testa nella tazza del cesso e tirato l’acqua, facendomi la messa in piega.

In seguito hanno iniziato a insultarmi, deridermi, gridandomi davanti agli altri: “Acciughina”, “Vomito”, “Sfigato”: parole pesanti come macigni sul mio cuore.

Io non ho mai reagito .

Rimanevoin silenzio e immobile, pietrificato come una mummia, senza neanche piangere, ingoiando il sapore amaro delle lacrime.

Ho un padre e una madre ma è come se non ci fossero (tra qualche pagina capirete il perché) e un’unica grande ossessione: quella di accostare ogni persona che incontro a una celebrità.

Io, ad esempio, sono la fotocopia di Jeff Goldblum (Seth Brundle de La Mosca).

In classe siedo in fondo, agli ultimi banchi dove non c’è nessuno.

Resto alla larga da tutto e da tutti e, in particolare, da Tomas e Giovanni che vietano agli altri di guardarmi e di parlarmi

Le sento le cattiverie che dicono anche quando dialogano sottovoce:sono incise nella mia mente e non riesco a cancellarle.

Sei una merda” bisbigliano e mi sento nuovamente uno schifo.

Nessuno mi saluta.

Nessuno mi sorride o mi chiede: “Come stai?”

La sedia accanto alla mia è sempre vuota e io attendo che un giorno qualcuno finalmente occupi quel posto.

Chissà, forse quel giorno sta arrivando.

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“La volta buona” di Massimo Lapolla a Bari – Giovedì 28 novembre – Libreria101

Massimo Lapolla l’ho conosciuto grazie a un regalo di Natale, che gli ha fatto sua moglie. Quel regalo ero io, anzi era un percorso di Writitng Coach con me.  Sua moglie mi ha contattato per chiedermi: fai scrivere mio marito, altrimenti sta male. Così, ho conosciuto Cesco e Pinin (che per  mesi ho chiamato senza i). Ho conosciuto una Torino che resiste alla decadenza, ho conosciuto Massimo che è un essere umano introverso e dunque un narratore delicato che però sa quando deve spingere sulla tastiera.

Il 28 novembre potrò finalmente rivedere i protagonisti del suo romanzo. Chiedere loro come si sta, là dentro tra quelle pagine. Qui un’anticipazione de La Volta buona edito Scatole Parlanti.

Ma sarà anche l’occasione per raccontare ai presenti come si arriva alla pubblicazione di un romanzo di cui quasi non si aveva nemmeno un’idea, prima di lavorarci insieme. A cosa serve una guida quando si scrive? Venite a scoprirlo Giovedì 28.

Vi aspetto il 28 novembre alle 19.

Info e dettagli qui.

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