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Wislawa Szymborska, la mia Maestra caustica

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Wislawa Szymborska, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 settembre)

RITRATTO

La sua vita è stata un paradosso. Il paradosso è una contraddizione rispetto al senso comune, è l'etica del dubbio. Consiste in un ragionamento logico e corretto ma solo se visto a dispetto di qualcosa e di qualcuno. La vita e l'opera di Wislawa Szymborska si possono immaginare così: a dispetto di. 

Non amava dire nulla, rilasciare interviste e tantomeno commentare i suoi versi. Ogni tanto si lanciava in (paradossali, appunto) pennellate agrodolci come, tra le più note: ''Io tendo all'aforisma e alla concisione e ormai credo sia un'inclinazione incurabile''. Tradotto: sono una poetessa a dispetto della poesia.

Wislawa Szymborska è considerata tra le poetesse più importanti del 21 secolo. Solo che a lei questa considerazione pesava come un paradosso. La si può immaginare sinceramente infastidita, più di una rockstar volutamente snob, sollevare le spalle mentre apprende nel 1996 di aver vinto il Nobel per la letteratura. Che paradosso, avrà pensato. Si racconta, peraltro, che abbia passato la maggior parte della cena di gala a Stoccolma fumando sui balconi e bacchettando i commensali ex-fumatori con l'espressione: "Perchè così adesso pensa di non morire?"

La sua giovinezza si svolge al di fuori della brama poetica. Si svolge in una Cracovia, in Polonia, assediata dalle persecuzioni naziste e antisemite (1941 – 1943) alle quali sfugge impiegandosi nelle ferrovie. In questo periodo scopre di avere un talento e pensa che questo sia il disegno. È in questi anni che, dopo il lavoro, comincia a realizzare illustrazioni. Quella di illustratrice, in particolare di libri per ragazzi, è una passione che poi si trasformerà in professione. Quando nel 1945 viene pubblicata la sua prima poesia, Wislawa ha 22 anni. La letteratura la chiama a sé. Alla fine degli anni 40 comincia a lavorare per alcune redazioni di riviste letterarie, occupazione che manterrà con diverse difficoltà. Anzi, si può dire che – paradossalmente – essere una letterata le è costato la carriera.

Quando, infatti, nel 1952 aderisce al Partito Operaio Unificato Polacco, dunque diventa ufficialmente un'intellettuale socialista, esce il suo primo volume di poesie, Per questo viviamo, che lei rinnegherà insieme con il secondo, Domande poste a me stessa. Entrambe le sillogi sono state occultate per sempre dalla stessa autrice. La vita intellettuale polacca è molto fertile, nonostante e forse anche proprio per le persecuzioni prima e il regime comunista poi. Wislawa diventa oltre che illustratrice, redattrice e, oggi si chiamerebbe così, editor: specializzata nella scoperta di autori esordienti. Quando però nel 1966, lascia il Partito, in cui non crede più, Wislawa perde lavoro e spazio e la sua voce, fino ad allora considerata di riferimento, nel suo Paese andrà lentamente svanendo. Intellettuale autentica, e dunque dalla verve caustica, commentò l'emarginazione intellettuale così: "È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo ".

Dagli anni Settanta continua l'attività letteraria in clandestinità al seguito dell'Unione dei letterati polacchi e la sua ricerca poetica si distanzia dalla politica e dalle questioni civili: "Non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente."

Aderire al Partito per Wislawa, come per i suoi colleghi intellettuali, corrispondeva a realizzare un'utopia. Fino a quando questa non è diventata un paradosso. Come la storia ha mostrato. La morte, avvenuta nel 2002, la consacra poetessa globale. Al punto da avere, adesso – paradossalmente - lettori e scrittori che non la amano. E si compiacciono di comunicarlo al mondo. Lei saprebbe come metterli a posto, confermando che nel paradosso c'è più verità che nella normalità: "Devo molto a quelli che non amo. Il sollievo con cui accetto che siano più vicini a un altro. La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro e in libertà con loro, e questo l'amore non può darlo, né riesce a toglierlo." 

Cara Wislawa,

dubito di me stessa. Vorrei si potessero far sparire i dubbi come un refuso su word o un libricino fuori edizione. Eppure, non mi contraddico. Invece è proprio la coerenza estrema che fa dubitare delle proprie scelte, spesso anche delle persone e delle situazioni che portano a compierle. Non deve essere stato molto diverso il tuo dubitare. Quella mattina, la immagino un'alba, "sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì. È bella una tale certezza ma l'incertezza è più bella." la poesia si chiama "Amore a prima vista" e questo ne è l'incipit. Ho sempre dubitato si trattasse di una storia sentimentale. In fondo anche di un ideale, di un progetto,di un'idea ci si innamora a prima vista. Anzi a prima vita. Ma la trama di ogni vita non vale nulla senza gli scherzi del destino. Questo forse è diventare poeti: raccogliere gli scherzi del destino e trasformarli in versi, in sensazioni a cui nessuno ha fatto caso prima di leggerle.

Deve essere stata una mattina, all'alba vero? Quando hai preso le tue raccolte socialiste e le hai fatte fuori come si divide la plastica dall'organico per la differenziata. Quella mattina, nel tuo sacchetto immaginario o magari anche fisico, hai preso i tuoi dubbi e li hai trasformati in certezze. Vorrei poterci arrivare anche io. Vorrei che tutte le persone che sentono dei dubbi profondi, quando scrivono o quando si innamorano (di una persona, di un'idea, di un progetto) " a prima vita", siano in grado di differenziare così bene le proprie parole. Da un lato quelle di plastica che nuociono gravemente alla salute del Pianeta; dall'altro i dubbi organici e le parole biodegradabili. Le parole che si decompogono facilmente, favorendo la crescita di un ecosistema più solido. Amore a prima vista nel finale sostiene il miglior dubbio del mondo: "Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà."

“Si chiama Andrea” – Presentazione dell’ultimo romanzo di Gianluca Favetto

Giovedì 12 settembre, ore 19
presentazione del nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, “Si chiama Andrea”, edito da 66thand2nd Editore

Dialoga, insieme all’autore, Alessandra Minervini

IL LIBRO
Andrea ha avuto un’infanzia quasi felice, dei nonni affettuosi, una madre che è «l’incarnazione del sublime» e un padre che da sempre coltiva una certa arte della fuga. Andrea ha degli amici coi quali impara a leggere il mondo e amanti con cui il mondo lo assaggia. E ha un lavoro: l’agente immobiliare, direbbero in molti, anche se non cerca case adatte ai clienti. Andrea cerca abitanti adatti alle case che sceglie perché le case sono la metafora migliore per ognuno di noi. Andrea, infatti, in un giorno dei suoi sedici anni, si scopre un noi, un luogo di personalità multiple che, come sul proscenio di un teatro, si affacciano per reclamare spazio e condurre la loro e la sua esistenza, quando il direttore d’orchestra è stanco o sovrappensiero. In questa commedia umana a tratti poetica a tratti inquietante e nera, Favetto racconta la forza latente dei passaggi di stato, costruendo un personaggio unico e molteplice che con una vita ne abbraccia molte o forse infinite. Quelle che sono e quelle che sono state. Perché Andrea è un essere umano. Come tutti.

L’AUTORE
Gian Luca Favetto è scrittore, giornalista, drammaturgo. Collabora con «la Repubblica» e Radio Rai. I lavori teatrali più recenti sono: Le radici davanti, Fausto Coppi. L’affollata solitudine del campione e Atlante del Gran Kan: Iros, Anen, Nairat. Fra gli ultimi libri pubblicati: Italia, provincia del Giro e La vita non fa rumore (Mondadori), le poesie Il viaggio della parola (Interlinea), l’audiolibro I nomi fanno il mondo (Il Narratore), Se dico radici dico storie (Laterza), Premessa per un addio e Qualcosa che s’impara (NNeditore). Per 66thand2nd è uscito Il giorno perduto, scritto con Anthony Cartwright. Nel 2018 con Leandro Agostini ha realizzato il progetto/mostra Il teatro del mondo.

LE RECENSIONI DELLA STAMPA
https://www.66thand2nd.com/libri/287-si-chiama-andrea.asp

Carte di identità: Scrivere di sé come impresa – 25 settembre Bari

Il 25 settembre a partire dalle ore 15.30 sarò tra gli ospiti del “Mansardina Day” curato da Gioia Gottini, un evento che coinvolge molto città d’Italia.

L’appuntamento con me è a Bari, presso IMPACT HUB.

Qui il lik per iscriversi: Carte d’identità – Scrivere di sé come impresa

Vi racconterò come si può costruire una piccola grande impresa a partire dalla propria vita.

Cesare Pavese, il mio Maestro sotto la pioggia

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cesare Pavese, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  1 settembre)

Ogni volta che Cesare Pavese ha dato vita a un personaggio, anche solo ad uno di passaggio, ci siamo innamorati. Dentro ogni gesto, ogni parola, dentro ogni sbattere di ciglia delle sue “ballerine dalle cosce nude” e i suoi antieroi irrisolti c’è l’autore. Per questo è importante tendere loro la mano e portarli in giro. Come si farebbe con lui.

Cesare Pavese è nato in Piemonte, in provincia di Cuneo a Santo Stefano Balbo, nel 1908. È nato su una collina, in mezzo alle Langhe, una collina dalla quale simbolicamente non è mai sceso. Il suo è stato un guardare la vita dall’alto; sembrava sempre altrove, sulla cima di qualche pensiero inesorabile. La scrittrice Natalia Ginzburg, sua amica devota, del suo suicidio ha scritto: “Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. (…) Era più che mai presente, su quella proda della collina”. Successe in estate, il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo, l’Hotel Roma a Torino, morì ingerendo sonniferi.

La sua vita è stata una ricerca continua di se stesso. Non riusciva ad attraversare le cose, la politica, l’amore, la scrittura, il lavoro. Ci rimaneva inesorabilmente immerso. Il suo mestiere di vivere è stato quello di un veliero incagliato perennemente sulla riva. Non in grado di salvarsi da solo e incapace di chiedere soccorso.

“Per me era strano, inaccettabile che il fuoco, la politica, la morte sconvolgessero quel mio passato. Avrei voluto trovare tutto come prima, come una stanza (che era) stata chiusa.”

De Gregori lo cita in Alice: “E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’.” L’episodio è vero. Gli è successo da liceale. Si era innamorato di una ballerina. L’aveva attesa tutta la notte sotto la pioggia, davanti l’uscita. Ma lei aveva preferito l’uscita laterale e un altro uomo. Da allora, quel ragazzino è rimasto in attesa di un Amore impossibile. Ballerine, attrici, scrittrici, ex alunne l’hanno imprigionato in una sfilza di amori non corrisposti rendendolo un grandissimo scrittore ma un piccolo misogino: “Una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a un rottame. Ci riesce sempre.” Ma tutto questo Alice non lo sa.

Gli studi liceali così come l’università avvengono a Torino, sua prediletta città d’adozione nella quale ambienta molti dei suoi romanzi. Nel 1930 si laurea in Lettere, mostrando un interesse spasmodico per la letteratura e la lingua inglesi che lo conducono ad un’intensa attività di traduttore. Sarà lui a tradurre in Italia, tra gli altri: Melville, Dickens, Stein, Joyce, Faulkner. La parola per lui si consolida in un’altra lingua, l’inglese appunto, e in un’altra forma, aliena, la poesia. Pavese è poeta, “decadente sì, ma titanico”. Leone Ginzburg provò a dargli la grazia editoriale che non riusciva a trovare per via delle sue poesie, lontane dagli echi ungarettiani “di regime”. Ma non fu semplice. Anche per l’ostinata mania di perfezionismo del poeta Pavese che lascerà la poesia per la prosa – arrendendosi – come si passa dalle stelle alle stalle.

Nel 1934 viene assunto nella redazione della neonata Einaudi. Un anno dopo si dimette, poi riprenderà a lavorarci fino a diventarne un factotum dopo la seconda guerra mondiale, sempre in anticonformista polemica con l’editore. In una lettera datata 1942, scrive: “Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.”

Nel 1936, durante il suo anno di confino in Calabria voluto dalla censura fascista, viene pubblicata la prima edizione di “Lavorare stanca”. Pavese autore prende forma, fino a consolidarsi nel ’41 con la pubblicazione di Paesi tuoi. Da quel momento l’attività di redattore, traduttore e scrittore diventano riconosciute e apprezzate in modo unanime, fino alla consacrazione nel 1950 del Premio Strega.

Eppure, Pavese è fradicio d’infelicità. “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

La vita e l’opera di Pavese erano intrise di una febbre costante. La febbre di non essere abbastanza bravo, abbastanza amato, abbastanza compreso. A lui dobbiamo un modo di scrivere malinconico ma mai compassionevole. “Il segreto della vita è di fare come se ciò che ci manca più dolorosamente noi l’avessimo.” A lui non mancava niente, a noi invece manca ogni giorno.

Ave Cesare,

tutti i timidi ti salutano.

Una volta ho letto un commento che ti descrive nel periodo in cui facevi supplente nei licei vicino Torino. Avevi 25 anni e occhiali troppo spessi per sorridere: “Era un timido e per questo assumeva un’aria austera, ma aveva un’umanità ricchissima e una sensibilità addirittura esasperata. Le sue lezioni erano di una chiarezza cristallina, prive di ogni enfasi retorica e compiacimento.”

Dietro quei cosidetti fondi di bottiglia c’erano i tuoi occhi timidi, quella rivoluzione introversa che ti portò a essere incorruttibile con il Regime e mellifluo con le ragazze: Io, di suppliche, ne ho fatte qualche volta a una donna, mai ad altri.

Se dovessi affidare un manuale per ragazze innamorate ma stronze a qualcuno, lo affiderei a te. So che molte di loro non volevano te. Ma cosa tu volessi da loro forse può aiutarci a dipanare la matassa.

Tu le volevi così com’erano. Alcune mezze tonte, altre miopi, certe addirittura perfide o, peggio, già sposate. Solo che loro, amico caro, non accettavano se stesse al punto da accettare il tuo amore. Tu le vedevi veramente, anche senza fondi di bottiglia sugli occhi. Loro non sapevano chi erano nemmeno davanti allo specchio. Non erano persone, erano folle di gente. Mentre tu eri un uomo di passione, non solo ma solitario.

Caro Cesare, se potessi fare il gioco dei dieci desideri impossibili uno di questi sarebeb ricevere una lettera da te. E mi imbarazza adesso scriverne io una per te. Ho letto più volte il tuo carteggio con Bianca (Garufi): Noi siamo una bellissima coppia discorde, ci cerchiamo perché diversi. Hai indirizzato a lei le parole più belle che potessi leggere tra un uomo timido e una donna cattiva, come una volta l’hai salutata tu. Ma lei non era cattiva. Cattivo era il vostro amore. Tutti gli amori leali sono incattiviti dall’orgoglio.

Caro Cesare, il problema dei timidi è lo stesso degli artisti. Chi li mette a tacere non è come loro, cioè un puro, ma un arrogante e peggio ancora un cinico. Il cinismo di oggi ha surclassato la timidezza. Meglio essere feroci che poco disinvolti. Spero che un giorno tutto questo cinismo ci sarà utile. Nel frattempo sono convinta che anche oggi un “Pavese” ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via. Un “Pavese” vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Buon compleanno, Mr Salinger – 20 settembre ore 19 – Libreria Campus Bari

J. D. Salinger è stato lo scrittore che stava sempre da un’altra parte. Deve essere per questo che ha iniziato a scrivere. Ha scritto per spostarsi, per andare altrove e per andare oltre. I temi che caratterizzano le sue storie sono tutti legati all’idea di fuga, in forma di abbandono, di morte, di ribellione o di punizione. C’è sempre qualcuno in fuga. E non è certamente casuale. Se c’era un modo in cui Salinger si è sentito realizzato nella vita questo è stato proprio la fuga.

Per una sera smettiamo di correre dietro a J. D. e raccontiamolo tutti insieme, in occasione di un party di compleanno all’insegna delle storie del grande scrittore americano che nel 2019 avrebbe compiuto 100 anni.

Siete tutti invitati. Portate letture, pasticcini, bevande, storie dedicate e ispirate a Salinger. E ricordatevi: “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.”

Vladimir Nabokov, il mio maestro invidiato

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Vladimir Nabokov, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  25 agosto)

Nella postfazione del suo romanzo simbolo, Lolita, Vladimir Nabokov a proposito di oscenità in letteratura racconta come la banalità equivalga alla mediocrità e facendo l’esempio di Lolita denuncia le critiche che gli furono rivolte da chi si aspettava una maggiore oscenità intesa come pornografia evidente. Mentre lui accenna, senza spalancare, costruisce intorno a un amore dichiarato apertamente fin dalle prima pagine un mistero mai risolto. Per Nabokov è banale, e dunque mediocre, la letteratura delle idee, la scrittura dichiarativa (la chiama così) che vuole insegnare qualcosa, indicando con il dito al lettore dove puntare i sentimenti. Lolita è il capolavoro per eccellenza, la trappola più riuscita della letteratura. Lui, fine maestro di sentimenti, non è uno scrittore didattico, è un esteta. Scrive storie in cui i sentimenti scatenano una piccola silenziosa esplosione di famigliare tepore. Una spia luminosa. La definisce, così l’ispirazione letteraria.

Questa spia luminosa, nella sua vita, ha avuto un nome e un ruolo: Vera Slonim, sua moglie.

Vladimir Nabokov è nato a San Pietroburgo, nel 1899, da una famiglia di alta caratura militare e nobiliare. Sin da bambino conosceva altre lingue, in particolare l’inglese, e ha passato l’adolescenza immerso in una lettura autistica di pilastri come: Flaubert, Verlaine, Tolstoj, Cechov, Conan Doyle.

In seguito alla Rivoluzione del 1917, i Nabokov si stabiliscono in Gran Bretagna dove, a Cambridge, Vladimir si laurea in lingue romanze e poi parte per Berlino. Qui, nel 1923, ad una festa conosce Vera Slonim. Lei ha il volto coperto da una maschera di raso nero, e lo ama già. Sa le sue poesie a memoria. Lui ha il cuore spezzato da un’altra donna che l’ha lasciato. Lei se ne frega, e lo ascolta. Fino a quando, due anni dopo lo sposa e nel 1934 nasce Dmitri, l’unico loro figlio. Il loro matrimonio è straziante. Per quanto bello.

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia”?

Vera capiva eccome. Capiva mentre leccava francobolli al suo posto o gli apriva l’ombrello o correggeva in compiti degli studenti o redigeva le bozze dei manoscritti del marito. Non si può parlare della vita di Vladimir senza parlare di quella di Vera. Erano simbiotici e nessuno potrà stabilire chi era il dittatore. Di certo il loro matrimonio è stato un regime totalitario, durato fino alla morte di lui nell’estate del ’77 per una polmonite. Si dice che esiste la sindrome dei Nabokov. Investe la moglie quando questa è devota morbosamente al marito e investe il marito quando questi non fa che rendere subalterna la vita di lei alla sua. Ma chi ama questo scrittore sa pure che è stato il primo a riferire che la realtà in fondo non esiste, esiste la sua versione amplificata. Lo stesso si può dire del loro matrimonio e dei pettegolezzi che lo circondavano.«Senza Véra non avrei mai scritto una riga». Nabokov dedicò tutta la vita alla moglie, incluso il suo riconoscimento letterario e professionale anche in ambito finanziario. Forse aleggia molta invidia su di loro, l’invidia del bene.

Il suo primo romanzo risale al 1926 (“Masenka”, mai tradotto in Italia) a cui seguono “Re donna fante”, “La difesa di Luzin” ( sulla sua ossessione per gli scacchi), “L’occhio”, “Camera oscura”, “Gloria”, “Invito a una decapitazione” fino a “Il dono” che segna la fine del periodo russo. Nel 1940 Nabokov scopre l’America e nel 1955 l’America scopre Nabokov. In quell’anno esce “Lolita” e lui diventa una star, grazie anche al successo della trasposizione cinematografica firmata da Stanley Kubrick.

Nel periodo americano, lo scrittore russo diventa ufficialmente uno scrittore ibrido. Sia per il linguaggio che per lo stile. Non si capisce più dove inizia il savoir faire di derivazione anglosassone, che lo distingueva per portamento ed eleganza algidi, e dove finisce il pathos sovietico che invece lo portava a toccare il fuoco delle cose senza timore di bruciarsi. C’è chi dice che dobbiamo tutto alla sua collezione di farfalle. La sua vita americana coincide con quella da entomologo, esperto ossessionato dagli insetti, le farfalle in particolare (ne scoprì una che cacciava e conservava con la tenacia di un maniaco. Nelle farfalle svolazzanti e poi schiantate nelle sue raccolte lui ci vedeva il senso dello scrivere e delle parole. Del resto tutta la sua produzione letteraria restituisce uno sguardo dall’alto, quello dell’entomologo che trova più importante la sfumatura di un azzurro invece che la risposta “giusta” in un dialogo. La letteratura e la caccia alle farfalle sono “una sorta di magia, l’una e l’altra un intrico di incanti e inganni”. Immaginiamolo ancora a caccia di storie come a caccia di farfalle, in preda alla costruzione di trame come dentro una finale a scacchi: perennemente alla ricerca di un equilibro tra passione e raziocinio.

Carissimo Professor Nabokov,

mi sono iscritta virtualmente al suo corso di “letteratura sconcia” circa 15 anni fa. Quando ho sbirciato in una biblioteca e ho preso a prestito, idealmente senza restituirli mai, i suoi libri. Lolita per primo e in seguito gli altri fino a Lezioni di letteratura.

Vorrei dirle prima di tutto una cosa. Io la invidio. Non è un sentimento che mi appartiene nel quotidiano, per questo posso dirlo con fermezza. Io la invidio dal profondo del mio cuore. La invidio per la sua capacità di insegnare senza volerlo e di essere amato senza desiderarlo.

Le sue lezioni mi hanno incantato, dimostrandomi che per scrivere bene non dobbiamo spiegare niente a nessuno. Bensì: dobbiamo scendere dalle cattedre, dai palchetti; dobbiamo sentire mancare la terra sotto i piedi. Così quando scriviamo, ogni passo che compiremo nel vuoto, ci detterà il sentimento invincibile dei personaggi.

Mi sembra di sentirla mentre mi bacchetta: Meno vorrai insegnare, più sarai interessante. Perché sarai meno vanitosa, il voler mostrare un sapere è pura vanità.

Da Lei ho imparato che la letteratura e l’amore, dalla notte dei tempi, sono entrambi privi di moralità e di intenzioni didattiche.

La domanda che le pongo è: per scrivere una storia d’amore serve più realtà o più finzione? E quando in una storia d’amore la finzione si maschera dentro la realtà e quando in un romanzo la realtà dentro la finzione? Rispondere è una responsabilità di cui non mi sento all’altezza. Ecco di nuovo che si manifesta l’invidia. Questo sentimento scabroso. Non come la gelosia che ammette la presenza dell’altro, seppure in modo morboso. L’invidia esclude ogni contendente. E se per tutti questi anni ho escluso me, caro professore, adesso ho deciso di vivere fino in fondo la nebulosa dell’ego e ammettere che per invidiarla al meglio io devo eliminarla.

Proprio come fa Lolita con il professor Humbert. La sua assenza, all’improvviso, esalta l’elemento erotico della narrazione, un’attrazione che io ho sempre letto come una forma di invidia tra i due. Il vecchio invidia la ragazzina per ovvi motivi e la ragazzina invidia il vecchio per altrettanti (opposti) ovvi motivi. Il desiderio che nutre entrambi non è l’amore ma l’annientamento reciproco.

Per prima cosa, da domani, entrerò nell’ordine delle idee che Lei professore a forza di farmi capire cosa c’è dietro le storie, mi ha impedito di scriverle. E se non me l’ha impedito quantomeno mi ha inibito. Basta. Evviva l’istinto. Nella scrittura ce ne vuole tantissimo.

L’istinto governa il più insensato dei meccanismi narrativi: dire ti amo senza dire ti amo. Come si fa, allora? Be’, inziare scrivendo amore mio ti IN-VI-DIO può essere un buon inizio.

Cercasi Esordi – Per una Lira su ExLibris20

By alessandra PER UNA LIRA

Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

La rubrica compie un anno il 12 settembre, un anno di scoperte e di storie che mi hanno permesso di raccontare la scrittura e i suoi funzionamenti spaziando dal romanzo biografico ai racconti e passando per il nuovo western americano.

Adesso che questo piccolo spazio di consigli di lettura e di scrittura è cresciuto, mi piacerebbe conoscere da chi legge e da chi scrive e da chi si occupa di libri titoli sia italiani che stranieri in uscita. Purché siano esordi e storie che in qualche modo possano aiutarci a capire come funziona la “spia luminosa” e misteriosa dentro una storia.

Le segnalazioni possono arrivare sia al mio indirizzo (info@alessandraminervini.info) che alla redazione di exlibris20.

Nuotando nell’aria – 1 settembre, Mola di Bari

3° Appuntamento Terrazze d’autore

Libreria Culture Club Cafè ,
Ass. TERRAMARE

Presentano:
Nuotando nell’aria. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz

Domenica 1 Settembre
ore 19,00

Terrazza 106 Maison de Charme – via Di Vagno 106
Mola di Bari

Interviene: Cristiano Godano – Cantante chitarrista Marlene Kuntz
Introduce : Annamaria Minunno – Giornalista

Presenta: Alessandra Minervini – Docente Scuola Holden Torino

Libro: Nel 1989, in provincia di Cuneo, nasceva una delle band più importanti della musica rock italiana: i Marlene Kuntz. Gloriosi, eleganti, poetici, potenti, refrattari a piegarsi ai dettami delle mode, della critica e dei fan, hanno attraversato trent’anni di carriera inseguendo sempre e soltanto la loro ispirazione e il desiderio di battere terreni inesplorati e mai scontati. Cristiano Godano, anima del gruppo, cantante, chitarrista e autore dei testi, racconta per la prima volta in un libro la genesi della band, gli incontri che ne hanno determinato la crescita e il percorso, la sostanza della loro ricerca, la forza dei legami e il desiderio di vivere sempre curiosamente nel presente. Ripercorrendo canzone per canzone i primi tre mitici dischi del gruppo – Catartica, Il vile, Ho ucciso paranoia – e illustrandone con minuzia i retroscena del processo creativo, Godano scrive un’involontaria, anomala e generosa autobiografia delle origini, densissima di aneddoti, di riflessioni e materiale inedito (testi autografi, appunti, lettere del tempo): un vero e proprio atto d’amore verso il pubblico, verso la storia e il futuro della sua band, e soprattutto verso le parole e la musica, muse ispiratrici di ogni sua creazione. Poi Catartica uscì. Da quel momento in avanti fummo ben decisi a giocarcela fino in fondo. Cosa che, in fin dei conti, stiamo facendo tuttora, lottando e lottando.

L’ingresso è libero e gratuito sino ad esaurimento posti. E’ obbligatoria la prenotazione al numero 080 4737228 con ritiro invito presso la Libreria Culture Club Cafè

Info: Tel. 080 4737228
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Gabriel Garcia Marquez, il mio Maestro disobbediente

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Gabriel Garcia Marquez, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  18 agosto)

Gabriel Garcia Marquez non è nato a Macondo dove avrebbe voluto. È nato, nel 1927, ad Aracataca, un paesino fluviale della Colombia. È qui che è cresciuto fino a 8 anni, ascoltando le leggende della nonna e obbedendo all’educazione del nonno colonnello (che diventerà il protagonista di “Cent’anni di solitudine”, romanzo che consacra Gabito al mondo).

Gabriel García (come il padre, telegrafista) Márquez (come la madre, chiaroveggente) aveva un legame sacro con i luoghi che sono stati croce e delizia della sua vita, obbligandolo a dare loro un sentimento letterario. I paesi, le cittadine, così come le case e le stanze, nei suoi romanzi sono mondi narrativi autonomi così veri da essere inventati. Così riconoscibili da non esistere. Così numerosi che si potrebbe fare il giro del mondo seguendo i paesaggi incantevoli delle storie di Gabo. Ma il posto più bello dove avrebbe voluto vivere non esiste. Eppure, ci siamo stati tutti. È Macondo. «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Dopo la morte del nonno, vive per un po’ a Bogotà e poi si trasferisce a Cartagena dove si iscrive a Legge. “Vedrai, a Cartagena de Indias ogni cosa è diversa. Questa solitudine senza tristezza, questo oceano incessante, questa immensa sensazione di essere arrivato“. Inizia a collaborare con diverse agenzie di stampa colombiane. Lascia l’università. Si trasferisce a Barranquilla. Il lavoro lo appassiona, per due motivi. Gli consente di approfondire lo stato delle cose del suo Paese; lo connette al mondo esterno. Lo proietta elettricamente in quel modo di vedere le storie che codificherà il realismo magico per cui è noto agli adoranti lettori. Un po’ come Picasso che, nei suoi ritratti, prima di spostare gli occhi al posto delle labbra, ha dipinto pose umane precise da far invidia ai madonnari, così Gabo ha conosciuto e scritto precisamente la realtà del mondo prima di decostruirlo e trasformarlo nel suo mondo, reale nella misura in cui è immaginifico.

L’attività di reporter lo trasporta nel 1955 a Roma. Qui, da corrispondente per “El Espectador”, incontra gli esponenti del neorealismo che lo incantano, non senza in seguito influenzarlo artisticamente. «È tutta una favola, solo che realizzata in un ambiente insolito e mescolata in modo geniale, fantasia e realtà, fino al punto estremo che in molti casi non è possibile sapere dove cominci l’una e dove finisca l’altra». A Cinecittà partecipa in qualità di assistente in “Peccato che sia una canaglia” di Blasetti. Da quel momento instaura un rapporto d’amicizia solido e perenne con Cesare Zavattini che considererà suo mentore. Dunque il realismo magico di Gabo in un certo senso nasce in Italia, figlio del neorealismo.

Dopo l’esperienza romana, Parigi e Londra sono le mete europee che frequenta prima di atterrare definitivamente nel suo sudamerica. In Venezuela sposa la sua Baranchilla (da cui avrà due figli maschi) e continua a lavorare per agenzia di stampa, sempre più grosse. Conosce Fidel Castro e poi Che Guevera. Due incontri stregati come stregato è il luogo dove avvengono: Cuba. Dagli anni Sessanta fino alla morte, avvenuta nel 2014 per una polmonite, partecipa alle questioni politiche e umane (dal colpo di Stato in Cile all’embargo cubano); viene spiato dalla Cia, picchiato con un pugno in faccia dal suo (ex) migliore amico lo scrittore Mario Vargas Llosa, ricevuto e stimato da Bill Clinton, insignito del premio Nobel nel 1981 e consacrato scrittore sudamericano più noto al mondo. Colui che avrà pure vinto premi, combattuto battaglie politiche, litigato ogni giorno della sua vita, e tante altre avventure degne al contempo di un eroe e di un anti-eroe, viene ricordato per averci insegnato che cosa vuol dire amare.

Per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni Florentino Ariza ha perseverato nel suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza del Caribe. Ha resistito alle minacce del padre di lei e non ha perso le speranze neppure davanti al matrimonio di Fermina Daza con il dottore Urbino.”

Ecco di cosa è capace un vero uomo come Florentino Ariza, dare il tempo all’amore di superare il tempo.

Caro Gabo,

se c’è una storia che si ripete questa è l’estate. Ogni anno mette in scena lo stesso racconto, fatto di canzoni da cantare e pagine da leggere. Entrambe, prevedibili. E poi il caldo, i temporali nel deserto, gli insetti insopportabili, le persiane socchiuse, il fresco risicato sulle pareti bianche e antiche delle case umide di mare. Immagini straviste. Eppure le aspettiamo ogni anno, come si aspetta una persona che al contempo si ama e si odia.

Ogni tanto mi chiedo cosa sia stata l’estate per te. Ti immagino nel tuo paesino, circondato dall’affetto dei nonni, in preda alle prime voraci curiosità che chissà perché si acuiscono sempre in estate.

Se c’è una canzone che mi fa estate questa è Il mondo di Jimmy Fontana. Un’associazione insolita. Non compare mai la parola “mare” e nemmeno “sole”. Eppure è questa canzone, lontanissima dalla mia generazione, a proiettarmi l’estate dentro. Dove l’ho ascoltata la prima volta, non lo so. Quando l’ho imparata a memoria, nemmeno lo so. L’avrò ascoltata attraverso un juke box sperduto, in uno di quei lidi del sud dove si sbarca solo per comodità, per nascondersi dalla folla o per contrastare il caldo insopprimibile. Quei luoghi in cui tutto si muove alla stessa maniera e, origliando da un ombrellone all’altro, perfino le persone fanno discorsi identici. Quei luoghi dove l’estate si ripete e la storia pure.

Se c’è uno scrittore che mi riconnette alla sensazione di inatteso tipicamente estivo questo sei tu. La mia prima avventura estiva. La marachella, la disobbedienza sentimentale.

Per lungo tempo sei stato lo scrittore di famiglia. Famigliare nel senso di facilmente accessibile, famigliare nel senso di inaccessibile. I tuoi libri hanno vissuto nelle librerie dei miei nonni da quando ho imparato a leggere. Adesso le stesse librerie con quegli stessi libri sono miei. Per molte estati, trascorse con la nonna, lo scaffale Marquez è stato un vedere senza toccare. Non erano letture per una ragazzina curiosa. Ci ho creduto. Fino a quando non ho disobbedito. L’estate in cui ho iniziato a leggerti, quella invece non è uguale alle altre. E non è mai tornata. Secondo me è la stessa in cui ho scoperto Il mondo. Avevo più o meno l’età di Sierva Maria, la rossa di “Dell’amore e altro demoni”. Non avevo i suoi capelli ramati. Nonostante qualche demone iniziasse a veleggiare dentro di me. Non mi interessa quanto la sensazione di pericolo di essere scoperta abbia influito sul piacere della lettura disobbediente. So che da te ho imparato cosa significa mantenere un segreto, assaggiare le cose ispirandosi ai colori, ascoltare con le orecchie gli strusciamenti tattili dei corpi delle tue donne di carta. Come un tramonto in cui il sole diventa una mongolfiera al contrario, invece di volare affonda nell’acqua del mare, Così ho capito che ogni tanto disobbedire a qualcuno o a qualcosa è il modo più sincero per conoscere se stessi. Soprattutto d’estate, la stagione più bugiarda dell’anno.

Marzia’s family – 27 agosto 2019 – Contempo, Conversano

By alessandra Uncategorized

Quando ho scoperto il progetto fotografico di Mauro D’Agati ho pensato immediatamente due cose.

La prima cosa che ho pensato è che si trattava di un vero e proprio diario narrativo (pur senza didascalie): tutti potevano raccontare Marzia e le sue storie. Ho cominciato a usare il libro, che raccoglie le foto, all’interno del mio laboratorio di scrittura autobiografica, Una storia tutta per sé. Marzia non è un personaggio, è una storia. Racconta una vita senza pose con uno sguardo d’autore soggettivo e allo stesso tempo arbitrario. Ho assegnato ai corsisti la scrittura del diario di Marzia, per imparare a guardarsi da fuori per scovare tracce di storie personali. Gli esercizi sono diventati una vera dipendenza per me, gli aspiranti scrittori sono riusciti a mostrare la propria vita usando Marzia come filtro narrativo.

La seconda cosa che ho pensato è che avrei dovuto assolutamente trovare un modo per far conoscere il lavoro di D’Agati a Bari, in Puglia, per condividere con le persone del mio territorio sguardi e impressioni. Ce l’ho fatta. Grazie al Festival Contempo e alla sua direttrice Valentina Iacovelli che ha capito l’importanza del progetto Marzia’s family.

Per cui nessuno deve mancare quando inaugureremo la mostra e parleremo di storie e di sguardi e di come narrativa e fotografia siano una dipendente dall’altra.

Vi aspetto con Mauro D’Agati a Conversano.

CONTEMPO FESTIVAL

NOTHING ELSE ART/MUSIC (quinta edizione)

MARTEDI’, 27 AGOSTO, ORE 19.30

CASTELLO ACQUAVIVA D’ARAGONA

CONVERSANO 

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