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#ov su ExLibris20

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Volevo dirti una cosa, che può sembrarti folle, ma pazienza. Leggere è un po’ come bere del vino. Hai presente quando quelli che ne capiscono di vini ti dicono che dentro ci trovano il retrogusto di frutti di bosco, di noci, di legno, di foglie e dell’anima di qualcuno? Che alla fine te lo dicono talmente bene che, quantomeno i frutti di bosco, li senti anche tu? Ecco. Leggere è così. Voglio parlarti di Overlove di Alessandra Minervini, edito da LiberAria. E di questo ti parlo. Ma non solo. Sarebbe impossibile.

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“Il gioco dei rumori” di Stefano Sosio – Dopolavoroletterario n. 15

Se c’è una caratteristica che definisce meglio di tutte “Il gioco dei rumori” questa è la sua accessibilità. La semplicità con cui si racconta un discorso molto complicato è un merito. Il tema: la perdita dell’innocenza come parafrasi della scoperta del male (“Se uno c’ha la rabbia gli si aumentano le forze. Diventa il doppio”) funziona e colpisce il gioco dei rumori come metafora della guerra, semplice ma efficace nel lasciare a chi legge un sentimento condiviso ma magari, prima, mai reso esplicito.  “Il gioco dei rumori” è una storia di radici, di dolori, di piccole cose quotidiane, spesso invisibili ma senza le quali la vita non avrebbe senso. Questo è l’incipit del romanzo, dopo la revisione a cui insieme abbiamo lavorato.  (L’immagine è presa da qui.)

Il gioco dei rumori

di Stefano Sosio

Era appena giorno.

Due bambini camminavano lungo la roggia, al limite del campo, con passi decisi. I piedi nudi affondavano tra la terra e l’erba, riemergendo umidi e striati di fango.

Il primo avanzava con un vantaggio di qualche metro e con una luce sinistra nello sguardo. L’altro arrancava per tenergli dietro, ansimando per la fatica e lo sforzo.

L’acqua scorrendo nel fosso faceva un gorgoglio leggero, solo un poco più forte del rumore dei passi.

– Ti prego, non usare quel coltello! – fece ad un tratto il bambino più piccolo, quando si accorse che quello grande, davanti a lui, aveva estratto dalle tasche una corta lama, che era scattata dal manico a pochi centimetri dallo sguardo del fratellino. Gli occhi fissi sulla strada, Lorenzo fece un breve fischio, come quello di un  merlo e agitando il coltello nell’aria, disegnò piccoli cerchi invisibili con gesto rapido.

Erano fratelli. Solo pochi anni d’età separavano il maggiore, Lorenzo, dal più piccolo, Giacomo che quando vide il coltello volteggiare nell’aria si rasserenò, pensando che niente, nemmeno un’arma, in mano al fratello, lo avrebbe ferito.

Invece Lorenzo aveva la più ferma delle intenzioni: avrebbe usato il coltello. L’avrebbe usato eccome. Questo diceva il suo sguardo e il respiro fermo che, nell’aria di bruma del mattino, si condensava in piccole nubi.

– Sono stanco… – supplicò Giacomo. L’andatura di Lorenzo era determinata e si svolgeva in linea retta, con la testa alta nella nebbiolina della roggia e il fratellino ciondolava a ogni passo, come se per una qualche esigenza teatrale dovesse interpretare la figura del servitore che, incerto e vergognoso, segue il padrone. Fragile nell’equilibrio come tutte le maschere.

Quando uscirono dal campo, per immettersi sullo stradone, Lorenzo continuò con la medesima andatura marziale, tenendosi al centro della carreggiata.

– Ti farai travolgere… – cominciò a lamentarsi Giacomo.

Bagnati di rugiada, i piedi erano tutti sporchi. Bimbi selvatici: la madre non era riuscita ad educarli come si deve alle buone maniere. Non erano abituati, non erano civilizzati. Avevano sempre calcato la terra dei campi e del cortile a piedi nudi. Era quello l’unico  modo di camminare nel mondo, per sentirsi bene nella loro terra.

La sera prima era toccato il bagno. La madre aveva spogliato prima uno, poi l’altro, e li aveva messi insieme dentro la tinozza dove, con pazienza, aveva raccolto l’acqua scaldata nel paiolo sul fuoco.

In piedi Lorenzo, rannicchiato Giacomo, lei li strigliava sempre con vigore, con quelle mani grosse e rovinate dalle faccende. Il contatto con l’acqua gelida del bucato, con la terra del campo, con le padelle bollenti, le aveva trasformate: screpolandole, ispessendole. Le stesse mani che quando calavano sculacciate, avevano dentro quel gelido, quella terra, quel fuoco. Lasciavano segni di materia, sotto forma di rossori incandescenti e tardi a svanire. Mani che si facevano rapide e vigorose per il bagno nella tinozza. E strigliavano i corpicini ossuti. Era di un altro tipo, il rossore generato sulla pelle dallo strofinare delle mani. Il sapone usato con parsimonia mitigava l’attrito. Il bagno puliva più per escoriazione che per l’insaponatura. Poi l’acqua, diventata tiepida in fretta, lavava via tutte le scorie.

I due fratellini rallentarono. Giacomo aveva raddoppiato i passi per recuperare terreno e stare dietro a Lorenzo.

– Sono  tutto sudato – disse  il piccolino.

Alle spalle del fratello, guardava di traverso la lama a serramanico che l’altro non aveva più richiuso. Gli faceva paura quell’oggetto di metallo lucente. Così minaccioso, silenzioso, enigmatico. Come quello che il macellaio affonda nel collo del maiale, inesorabile, mentre la bestia sorpresa intensifica ancora di più il suo grugnito.

Allora Giacomo ricominciò:

– Ti prego. Metti via quel coltello!

– Fa’ silenzio. Taci! – lo rimproverò Lorenzo. – Io col coltello ci faccio quello che voglio.

– Ma vuoi fermarti, allora! – urlò Giacomo esasperato.

Così, dopo mezz’ora buona di andatura decisa, Lorenzo si fermò di colpo al bordo dello stradone. Il fratellino, che non si aspettava una frenata così improvvisa, gli si schiantò sulla schiena.

– E sta’ attento.

– Scusa!

Per qualche secondo Lorenzo misurò la strada con lo sguardo, con le sopracciglia aggrottate per la concentrazione: doveva ricordare la direzione giusta. Quella via l’aveva già fatta, perché per andare al Bosco si faceva la stessa strada del paese. A un certo punto, però, bisognava prendere una svolta, e non riusciva a ricordare quale.

Giacomo stette un poco a vedere cosa combinava Lorenzo, ma ben presto si annoiò e imbronciò. Era indispettito dal fatto di non essere considerato, ma più ancora nella sua testa rimbombavano domande.

Voleva sapere perché si erano alzati così presto, di nascosto e senza nemmeno fare colazione. Voleva sapere dove andavano e come mai Lorenzo portava un coltello. Voleva anche sapere perché la mamma non era lì, con loro. Nella mente di Giacomo riaffiorò il ricordo della levataccia, un’ora prima: il freddo a uscire da sotto le coperte, gli occhi stropicciati, gli strattoni silenziosi del fratello maggiore che l’avrebbe voluto più rapido a prepararsi. E infine, assieme al ricordo della mamma addormentata nel lettone, l’immagine del posto insolitamente vuoto vicino a lei.

– Lorenzo – chiese allora Giacomo, – dov’è il papà?

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

Una storia tutta per sé alla libreria Il Ghigno, 11/18 Novembre

Una storia tutta per sé: come raccontare se stessi ed essere felici

Laboratorio intensivo di scrittura autobiografica

Molfetta, Libreria il Ghigno, sabato 11 novembre dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30

Molfetta, Libreria il Ghigno, sabato 18 novembre dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30

IL CORSO

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

Durante il laboratorio si impara a scrivere una storia tutta per sé. Al termine  della prima parte del corso (11 novembre) la docente assegnerà la scrittura di un testo (racconto, idea, incipit) che poi verrà letto, corretto e revisionato dalla docente durante la seconda parte del corso (18 novembre). Tutti i testi non dovranno superare le 7000 battute spazi inclusi.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

DOCENTE

Alessandra Minervini è nata a Bari, dove ora vive. Si è diplomata alla Scuola Holden nel 2015 e da allora collabora come consulente e docente dei corsi esterni. Lavora come editor freelance, occupandosi principalmente di esordienti e scouting. Suoi racconti sono apparsi su riviste tra cui «Colla», «EFFE», «Cadillac». Il suo sito è www.alessandraminervini.info. A novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Overlove (LiberAria)

DICONO DI “UNA STORIA TUTTA PER SÉ”

“Qui è nata la mia storia, quella storia tutta per me che mi rimbalzava nella testa da anni e anni e che non avevo il coraggio di scrivere.” Bianca

Ho alzato lo sguardo dalla mia storia personale e mi sono anche molto divertita, perché ogni lezione era un po’ come una festa, piena di sorprese. Insomma, un appuntamento prezioso a cui non sono mai mancata”. Anna Rita

“Non solo le lezioni, i libri, gli esercizi o gli scambi di pensiero ma soprattutto il suo cuore sono riusciti a darmi la forza per prendere in mano la mia storia e condurla verso i primi passi”. Ilaria

La vita inedita di una scrittrice #24

By alessandra vitainedita

(Mentre cerco alcune cose in vecchie bozze, ho trovato questa. Credo sia una poesia, l’ho scritta più di dieci anni fa. Suppongo. All’epoca era una prosa, adesso mi sembra una poesia. Ma sono pronta ad essere smentita.)

Quando tutto diventa delirio si rende disponibile un rimedio:

scegliere la vita comune, essere una persona che non si vede,

 ritmare l’esistenza sull’esistenza degli altri.

 Tra questi altri camminiamo, 

come uomini che non hanno l’ombra 

che  stanno sempre sul chi vive.

 Sono nel buio-buio

sono al sicuro.

Eppure questa terra è la mia terra e questo dio è il mio dio, avrei giurato un tempo.

Dove chi entra urla, su Il faro Palese

Mi lascio chiamare Priso che da dove sto camminando significa Pitale, recipiente destinato a raccogliere l’urina o anche le feci, orinale specifico per bambini. A otto anni sono stato abbandonato dal mio clan familiare composto da più di cinquanta membri tra titolari, affiliati, consoci e nani da giardino. Avevo gettato dieci volte dal terrazzo il gatto che viveva a spese degli abitanti del cortile. Detesto i parassiti.

“Dove chi entra urla” su Il faro Palese

(La rivista è disponibile presso il laboratorio urbano RIGENERA)

“Scatole nere” di Cinzia Cognetti – Dopolavoroletterario n. 14

I sei protagonisti dei rispettivi racconti di “Scatole Nere” sono tragicamente segnati dall’abbandono o dal senso di inettitudine, riversano nella pagina sensazioni, pensieri, dubbi, speranze e preoccupazioni.  Lavorare con la scrittura di Cinzia è stato come srotolare delle vite accartocciate che adesso hanno il respiro, e la fragranza, di storie universali. Quello che segue è uno dei sei racconti contenuti nella raccolta.

Il cagnolino del dottor Zaum

di Cinzia Cognetti

“ Non esiste patto che non sia stato spezzato,
non esiste fedeltà che non sia stata tradita,
 all’infuori  di un cane veramente fedele” .
Konrad Lorenz, Nobel per la medicina nel 1973

Ho pestato un guscio di nocciolina. È collassato. Ha perso la sua interezza; è diventata una poltiglia irriconoscibile.

Anche io ero intero. È stata la vita a sgretolarmi. Gli arti sono a posto, per amor di Dio, l’artrite mi consente ancora di camminare e il cortisone attenua il dolore. Il problema è in profondità. Sotto l’epidermide; nel cranio. Lo perforavo ai miei pazienti e inserivo l’aspiratore. Mi facevo strada nella materia grigia del cervello. Avevo la responsabilità del passato, io, il peso: attraversavo ricordi. L’operazione chirurgica era complessa. Sfioravo quella gelatina disgustosa e mi stupivo di quanto fossero fragili. Sono come le orme che ho lasciato sulla brecciolina. Una folata di vento e il terriccio le ricopre.  Io ero come  il vento. Una disattenzione e sarebbero stati travolti; cancellati per sempre.

Cammino nella notte. Entro. Il Parco Giochi è deserto. Le torri del castello delle fiabe  svettano nel nero. Seguo la linea verticale verso il basso, scendo con la vista. C’è un lungo muro. La merlatura sembra porfido. Passo l’indice. Non è porosa e manca attrito: è cartongesso. Quando mio figlio Riccardo era un bambino e mi chiedeva a quale epoca risaliva, io rispondevo: “quella dei cavalieri e di Mago Merlino”. I suoi occhietti scintillavano e le guance si arroventavano per l’emozione. Era una bugia ma io amavo guardare felice mio figlio. Per questo gli ho mentito anche su sua madre.

I ricordi se sono così deboli perché non si frantumano? Fanno più fracasso della suola. La sbatto sulla brecciolina. Cerco di scrollare i rimasugli del guscio. Lascio solchi come la punta ferrosa dell’elettroencefalogramma. Una riga a zig zag che disegna montagne aguzze; pianura significa morte.  Continuo a sopportare il fardello del passato. Fa male, grava sulle spalle. Mi appoggio al cancello. È alla fine del muro. La schiena è arrugginita ma meno rispetto alle sbarre. Potrei piantarne una nella calotta cranica. La sofferenza cesserebbe. La riga diventerebbe piatta. Accarezzo l’idea. Morendo graviterò in alto, nel cielo. Le foglie  volteggiano per terra; frastagliate e ruvide. Le gambe avanzano faticosamente, seguono un effluvio. È profumo di nostalgia e burro di arachidi. Mia figlia Melissa affondava le dita nel sacchetto, rastrellava con l’indice il fondo di burro; non le bastavano i pop-corn, mangiava i pezzettini bruciacchiati che erano rimasti sulla carta. Era una bambina; aveva l’età in cui non sai riconoscere l’amaro; poi quel sapore lo scarti e desideri non averlo mai provato. Lei rigirava pezzettini tra le dita unte e hop! li lanciava in bocca come se stesse centrando un bersaglio mobile. Spesso non aveva mira: mi colpiva. “Smettila” dicevo; ma Melissa sorrideva e rinunciavo. La purezza dei suoi dentini bianchi mi disarmava. Solo la giostra  con i cavalli di legno, e le stecche che sembrano di zucchero, la convinceva. La piccola scorgeva il tendone con le luci, variopinte e scintillanti. Emetteva un gridolino di gioia e il sacchetto veniva scaraventato per terra. Le gambine correvano avvolte nelle calze di flanella; in quella sicurezza puerile di non cadere, mai. Si arrestavano davanti al cavallo con la bardatura rosa, il suo preferito. L’aiutavo a salire sulla groppa. Mi allontanavo e la giostra partiva. Melissa mi tendeva le braccia; desiderava rimanessi. Lei si aggrappava alla mia giacca. Il profumo di acqua di colonia dei suoi riccioli cascava nelle narici. Non si stacca dalla camicia, è cucito nella memoria. Ora, che è cresciuta, scaccia suo padre come un appestato. Forse teme che la contagi con la nostalgia. “Papi, tra dieci minuti ho uno shooting fotografico”, mi dice trafelata. È mattina e sono nel suo attico. La nostra conversazione  dura un battito di ciglia, il tempo di addentare l’ultimo morso del toast. Lo stringe tra le mani. È  spalmato con il burro di arachidi. I pezzettini bruciacchiati  li  butta via. Il suo sorriso lo rivedo sulle riviste di moda.  Ne sfoglio una nella sala di attesa dello studio di mio figlio. La  luce rossastra del tramonto delinea un contorno sinistro sulle immagini delle modelle ingioiellate. Alzo la testa e guardo verso la finestra: la sera è vicina. La porta della stanza si spalanca.

Riccardo  mi accoglie con addosso il suo camice bianco ghiaccio. “Come stai?” chiede con freddezza. Siedo sulla poltroncina di pelle, dura come lui. Provo a rivelargli cosa provo, sotto i tessuti connettivi e le arterie, in profondità. Le voce freme, è attraversata dal dubbio dell’incomprensione. Lui mi scruta in tralice dietro gli occhiali. Le lenti sono spesse come una lastra di vetro antisfondamento. Non frantumo la sua impassibilità alla mia sofferenza interiore. “Papà, alle articolazioni il dolore è diminuito?” smorza il discorso. Si interessa della superficie. Sull’uscio, mi  abbraccia. Le dita velocemente scorrono lungo la schiena. I nostri corpi non si toccano.

Ricordo quando sedevamo sulle panchine del tronco. Un’attrazione del Parco Giochi. Riccardo era piccolo. Si accoccolava al mio petto con tutta la leggerezza dei suoi anni. Le manine cingevano il collo. Stringevano e avevo calore. Avvertivo affetto. Si generava un’onda che scaldava il cuore e risaliva alle tempie infervorandole. I cavalloni artificiali schiumavano e lui era ancorato a me. C’era una tale naturalezza nello slancio che mi ero illuso.

Desidero rivedere quella giostra dove la felicità sembrava eterna. La notte torno nel Parco Giochi. Quando arrivo, scorgo un uomo. Dorme su una sedia impagliata. È  il guardiano del Parco, penso. Veste una divisa blu con i bottoni dorati. Quella dell’autista del bus era diversa.  Era livida come il suo colorito chiazzato di paura mentre mi parlava dell’incidente. Disse che l’asfalto era sdrucciolevole, la pioggia puntellava il parabrezza. Tra le gocce d’acqua colse l’espressione spaventata del camionista, i suoi occhi sbarrati. Sterzò; la manovra fu inutile, l’impatto inevitabile. Irruppe un fracasso più forte di mille stoviglie. Le sue preghiere si mischiarono alle urla dei passeggeri. Una triste litania aleggiò nell’abitacolo distrutto. L’autista chiuse le palpebre. Aveva terminato il suo racconto. Calò un silenzio di morte. Mia moglie non doveva trovarsi nel bus. Le mie di preghiere non servirono a nulla.

La notte cresce. Il buio aumenta. Solo un lampione getta la sua luce. È pallida ma illumina il sorriso di un clown ritratto sulla parete della “Casa degli orrori”. Avanzo e scopro che è la facciona del pagliaccio è gonfia, ridicola. Assomiglia al volto di Marcella. Il suo incarnato aveva lo stesso bianco. Le ciglia erano inspessite dal mascara. Lei non lo usava ma morendo cessò di essere padrona del suo viso. Passò al servizio della truccatrice delle pompe funebri. Quella colorò anche le labbra. Le laccò di un rosso sgargiante. Sembravano vive; ma era un inganno. Lo sterno rimaneva tinto dall’emorragia.

Orrore! Basta!

Chiusi gli occhi. Odore di incenso e pentimento. “Perdonami”, bisbigliai.

Il giorno in cui è morta, Marcella era ad un workshop di découpage poco fuori città.“Ti passo a prendere” dissi. Nessuno a parte lei lo sapeva. Venni chiamato d’urgenza. L’aneurisma stava per esplodere. Era nel cervello della paziente della stanza 23. L’intervento richiedeva precisione. Non guardai le lancette. Il tempo volò mentre clippavo il collo del palloncino che sporgeva dall’arteria. Con ago e filo univo i lembi di pelle e la mia vita si scuciva. Durante l’operazione chirurgica ero ignaro. Lo capì rispondendo alla chiamata:

“Sua moglie, c’è stato un incidente…è grave”. La voce al telefono era triste, rassegnata. Sfiorai i duecento allora e persi il conto del numero delle preghiere. Lei era già morta quando arrivai.

Salvai un’estranea e uccisi la donna che amavo. I “se”  mi torturano: “Se avessi lasciato prima la sala operatoria , se avessi mollato la paziente ad un collega, se avessi chiesto a mia moglie di aspettare, se…” Mi gira la testa.

Accarezzai la guancia sinistra di Marcella. Era gelida. Un brivido freddo corse lungo la schiena. Le dita avevano trascinato via  un po’ di cerone. Una linea di pelle violacea comparve sullo zigomo. Mi ritrassi, pensai al corpo. Lo avevo desiderato, baciato, penetrato e adesso sarebbe stato sommerso dalla terra, dilaniato dai vermi, scarnificato dal tempo.

“Devo sigillare la bara”, disse l’addetto delle pompe funebri.

“Non lo faccia! È un brutto sogno! Marcella svegliati, svegliamoci!”, urlai.

Seppellì anche me con lei.

Alzo gli occhi alla volta celeste: non è franata; io sì. Tra le stelle vedo i binari delle montagne russe. Sono contorti e bluastri come la vena di Galeno. La stavo sfiorando quando il bisturi scivolò dalle mani. La fronte grondò di imbarazzo.

“Dott. Zaum, si sente bene?” ,domandò preoccupata la ferrista.

Le risposi di no. L’artrite mi impedisce di operare.

Sono inutile. Non ho una ragione per vivere. Mente trovala! Sei brava solamente a ripescare il passato, a indurmi sofferenza. Ci godi, ma io sono stanco di stare male. La farò finita. Devo trovare il modo. Guardo intorno. Gli occhi incrociano due biglie ambrate. Sono sospese nel buio e scintillano. Si ingrandiscono. Un guaito dilaga.

Dal nero si delinea la sagoma di uno Yorkshire. È spelacchiato. La codina fende l’aria come un coltellino anatomico.

Il cagnolino viene da me zoppicando. Ci separa una linea di spazio sottile. L’animale la supera eseguendo un’orbita ellittica attorno ai piedi. Quella dei suoi occhietti lambisce pupille tristi. Lo scaccio. Tento di andare lontano, ma le gambe sono lente. Un respiro affannoso dietro le spalle. Mi volto. È ancora lui. Non demorde; però la sua lingua è sbiancata dalla stanchezza. La zampetta destra pende come uno spaghetto dalla forchetta. Probabilmente non mangia da molto; le costole fuoriescono . Sull’addome magro ha anche uno sfregio profondo. La vita ha bastonato entrambi, penso. Guardo un casermone con la scritta: Trip to Mars. La destinazione che desidero raggiungere è un’altra. Insieme sarà più facile. Prendo il cagnolino tra le braccia. Non sfugge, scodinzola. Entro e salgo le scale. Sulla terrazza C’è un’asse di legno. L’estremità pende nel vuoto. Mi metto sopra.. “Sarà il mio trampolino!” penso, e avanzo. Il vento sferza ma non scompiglia la certezza. Solo se guardo in basso ho le vertigini. Alzo la testa e vedo la ruota panoramica.

Ritorna un ricordo: ero in una sua cabina. Marcella mi sedeva accanto e guardava dal finestrino.

“Quassù sono vere!” esclamò.

“Cosa?” domandai.

“Le proporzioni.”

Divaricò l’indice e il pollice. Li sollevò sino a sfiorare il vetro. Delimitarono l’inizio e la fine di un grattacielo.

“Lo guardo da terra e sembra infinito.” Parlava senza distogliere gli occhi dal finestrino. “Capisci cosa voglio dire?”

Aggrottai la fronte. Non la seguivo.

Lei si girò. I capelli svolazzarono come lenzuola di seta.

“A quest’altezza rimane grande solo ciò che è importante.” Disse. La sua voce era delicata.

Le iridi si specchiarono nelle mie. Con una mano sfiorò quella di Melissa, con l’altra il ginocchio di Riccardo.

“Ti amo.” Bisbigliai. Marcella sorrise e apparve la fossetta. Era sulla guancia sinistra. Un’asimmetria che rendeva perfetta l’algebra della sua bellezza. Teneramente la toccavo e sentivo una luce. Si allargava dentro. Era calda, carezzevole. Mi manca.

È notte fonda sul cuore. Il buio si estende nel petto.

Le lacrime non lo schiariscono. Chiudo le palpebre ma passano attraverso le ciglia. Non le arginano. Scendono lungo gli zigomi. Li irrorano di tristezza.

Il cagnolino mi  sta leccando le lacrime. Mi solletica la faccia e rido. Rido? Sì.

Riconosco l’euforia chiassosa che esce dalla bocca. Era rimasta segregata.

L’asse di legno sta finendo. Un passo in avanti e precipitiamo nel vuoto.

Alzo il piede.

Sotto la suola le attrazioni del parco sono piccole, i lampioni scintillano come minuscole punte di diamante. Il cagnolino guarda in basso. Vede le identiche dimensioni. Grande è solo il mio torace. I suoi occhietti sono enormi più della piscina. È giù, vicino “la casa degli specchi”.

La mia di casa è vuota, con lui sarebbe diverso.

Immagino il rientro.  la codina del cagnolino ruota come la pala di un elicottero.  Io riempo la scodella di cibo. Lui mangia e colma il mio sentirmi inutile. Poi lo aspetto sprofondato sulla poltrona. Le sue orecchie sono antenne che captano il desiderio di scacciare la solitudine. Corre sul parquet e hop! salta e si accoccola sulle gambe. Siamo una cosa sola. Integri solo se insieme. Accanto il fuoco scoppietta nel camino.

Il viso pulsa. È il calore?

Immaginarmi con lui ha acceso una torcia di serenità sul cuore.

Continuo ad avvertire il profumo della notte. È amaro, pungente.

Il cagnolino dilata le narici e inspira, non lo teme. Si addolcirà se avrò te, penso.

Lui abbaia di felicità. Si stringe al petto e il desiderio di morte si allenta. Scendiamo le scale e usciamo dal Parco Giochi. Io trascino i piedi e lui zoppica ma camminando insieme il passato diventa più piccolo.

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

#ov sul blog “Mezzapenna”

Partendo da quello che possiamo sapere di te dal tuo magico blog, credo di poter intuire che, a parte Overlove, il notissimo “cassetto“; dove restano chiusi i romanzi debba esser pieno zeppo di scritture. Quali, tra queste, pensi ti sia più riuscita e perché?

Non proprio. I miei comodini non hanno cassetti e per anni non ho avuto, accanto al letto, nemmeno i comodini. Non amo conservare, riporre, predestinare al futuro. Anche le mie scrivanie sono tutte prive di cassetti. La mia attività creativa assomiglia di più a un open space! Sono una persona molto presente e concreta almeno quando devo scrivere. Nella vita poi è tutta un’altra storia. Per cui: no, non ho cassetti.

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Rileggere Tommaso Landolfi – Sul Blog “Altri animali” (Racconti Edizioni)

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Torino, dicembre 2003. Qui, e allora, ho comprato i racconti di Tommaso Landolfi. Un volume di oltre 500 pagine che, fino ad oggi, si è adattato bene alle nebbie e alle mareggiate della mia vita. Lo presi senza sapere chi fosse e cosa scrivesse, attratta da: «Scelte da Italo Calvino», lo scrittore pomeridiano che all’epoca inseguivo come se, da un momento all’altro, potessi incontrarlo dietro l’angolo di Corso Re Umberto.

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Ritratto di Signore – Libreria Campus – 26 ottobre/14 dicembre

Quattro appuntamenti con quattro grandi Signore della letteratura.
Alessandra Minervini e Giorgia Antonelli raccontano la vita e le opere di Gertrude Stein, Colette, Anaïs Nin e Jane Austen in quattro incontri letterari presso la LIBRERIA CAMPUS BARI.
Un’occasione per riscoprire il talento di queste grandi scrittrici e immergersi nelle atmosfere dei loro libri.

– Gertrude Stein: 26 ottobre con Giorgia Antonelli
– Colette: 16 novembre con Alessandra Minervini
– Anaïs Nin: 30 novembre con Giorgia Antonelli
– Jane Austen: 14 dicembre con Alessandra Minervini

In collaborazione con Vineria Est.

L’incontro ha un costo di 5 euro inclusivo di un calice di vino e di un piccolo rinfresco. Per info e prenotazioni scrivete a giant@liberaria.it

DOVE: Libreria Campus Bari, via Toma 76/78
QUANDO: dal 26 ottobre al 14 dicembre alle ore 19.00
COME: ingresso 5 euro, info e prenotazioni: giant@liberaria.it

“Cara amica”, lettera a Goliarda Sapienza su Libroguerriero

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono. Quando penso a te sento questo odore falsamente ingannevole e gentile, come la tua scrittura.

Mi sei venuta in mente, Goliarda. Tu che da ragazzina sognavi di diventare Jean Gabin, che hai vissuto la svalutazione dell’intelletto femminile in un modo che apprezzo e spero di poter emulare sempre: fottendotene! (Scusa il termine, ma sono cose in cui è meglio azzardare.) Questo è l’atteggiamento che perseguo con la differenza che tu hai lottato, io mi limito a preservare uno spazio dal quale osservare. Fottendomene, con consapevolezza.

Cosa penso della questione femminile legata al lavoro letterario, in particolare? Mi è capitato di sentirmi discriminata, di essere sempre e solo la sorellina della crew, di provocare un certo scioccato fastidio di fronte all’autonomia di pensiero e azione (letterarie)?

Sì.

Come reagisco?

Fottendomene. Come diresti tu. Forse è una forma di presunzione, forse di difesa. Tutte e due. Intanto, osservo e ti scrivo.

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