. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

“Scrivere storie fantastiche” – Il laboratorio sul racconto dal 30 aprile a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

ORARI e DATE: ogni martedì alle 18.30 fino alle 20.00 a partire dal 30 aprile (quindi fino al 4 giugno)

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare lafantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

Scheda di lettura – in promozione fino al 27 marzo

“Può    darsi    che    io    corregga    perché    così    facendo    mi    avvicino    pian    piano    al    cuore dell’argomento    del    racconto.”  Raymond Carver

SE PUOI SCRIVERLO, DEVI RISCRIVERLO

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è la riscrittura. Chi scrive, lo sa. Lo scrittore scrive e riscrive. Non finirebbe mai. Non si tratta di una tensione verso la perfettibilità del proprio racconto; non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo che solo un occhio esterno corregge. Come un collirio che stilla consapevolezza. Finché non si vede ciò che si vuole dire, si corregge, revisiona, riscrive. La pulsione è naturale. Zadie Smith sostiene l’importanza di “allontanarsi dalla macchina”: Il segreto per editare bene il tuo lavoro è semplice: devi segnarti questa frase da qualche parte, per favore.

Allontanatevi dalla macchina: una volta terminata la prima stesura, bisogna mettere da parte ciò che si è scritto per delimitare il confine tra l’infinito atto di scrivere e il definito atto di leggere.
Rileggersi significa scoprire, senza dispiaceri, che a volte è necessario rinunciare a una frase anche se sembra perfetta. Non lo è. Fa male alla storia. Significa scoprire una cosa meravigliosa. Che quello che avete scritto vi piace. O almeno vi appartiene. Che non è poco. Prendendoci gusto, la riscrittura diventa più divertente della scrittura. Colma lo spazio vuoto e discontinuo. Mostra lo spazio dell’invenzione: l’unica cosa che distingue una storia da un buona storia.

A COSA SERVE UNA SCHEDA DI LETTURA

La scheda di lettura è il primo passo per la revisione di una storia, uno strumento di visione esterna che fornisco agli autori con i seguenti obiettivi:

1. analisi del manoscritto (storia, trama, mondo narrativo, personaggi)

2. analisi dello stile, della voce, della lingua

3. giudizio sulle questioni strutturali del romanzo

4. proposta di eventuali modifiche da effettuare

5. indicazioni specifiche sulla collocazione editoriale del romanzo

La scheda non comprende il servizio di correzione bozze ed editing, servizi di promozione o di agenzia, stesura della sinossi o tutoraggio. Sono servizi con costi a parte. (Lo stalking, invece, non ha prezzo. Meglio evitarlo, grazie. )

PROMOZIONE – FINO AL 27 MARZO

Per i timidi, per i tenaci, per gli insicuri, per gli spavaldi, per i credenti, per i mistici, per chi mi ama, per chi non mi sopporta ma soprattutto SOLO per chi è iscritto (o si iscriverà) a questa newsletter la scheda di lettura è in promozione da oggi fino al 21 marzo.

La promozione è la seguente:

  • 60 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) fino a 150.000 caratteri e spazi inclusi
  • 90 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) da 151.000 battute (non oltre le 300.000 caratteri e spazi inclusi)
  • 120 euro per un manoscritto che supera le 300.000 battute caratteri e spazi inclusi

L’ESORDIO DI ANNA MARIA ORTESE SU EXLIBRIS20

By alessandra PER UNA LIRA

Cosa possiamo imparare oggi dall’opera prima di autori e autrici del passato? L’esordio di Anna Maria Ortese è una raccolta di racconti, Angelici dolori, uscita nel 1937. La raccolta, pubblicata all’epoca da Bompiani e fortemente voluta dal critico letterario Massimo Bontempelli, rappresenta un’esperienza aliena che la stessa autrice così descrive: «Fare possibile, anzi normale, semplice, l’impossibile». Se l’avesse proposto oggi, questo libro, nessuno l’avrebbe pubblicato o, ancora peggio, pochi lettori (forti e deboli) l’avrebbero amato.

CONTINUA QUI

Goliarda Sapienza: la mia musa lavica

Questa è la versione originale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 13 aprile, dedicato alla scrittrice catanese Goliarda Sapienza

L’odore dei limoni – Lettera per una scrittrice

di Alessandra Minervini

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono.

Ti considero un’amica non una maestra, un’ispirazione personale che tengo per mano o in tasca e che porto dovunque e dovunque ti conduco mi danno retta. La tua scrittura è un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Quello che mi ispira di te, sei tu.

Mi vieni spesso in mente. Tu, che da ragazzina, al cinema Mirone sognavi di essere come l’attore Jean Gabin, a cui tutto era concesso in quanto uomo. Anche a me capita di sentirmi non all’altezza. La mia autonomia (letteraria) provoca un certo scioccato fastidio. Il compagno di una vita non vuole condividerti con le Lettere.

Come reagisco? Fottendomene. Un po’ come facevi tu.

Mi chiedo: ma è vero che io, in quanto donna, devo dimostrare di essere più brava? La mia risposta è NO. Non voglio essere una donna che si mette da parte, ma non voglio nemmeno sentirmi in competizione. E non voglio nemmeno fare come le donne che escludono gli uomini. Osservo festival dedicati solo alle donne, ai quali partecipare mi crea un po’ di imbarazzo. Io quando parlo, parlo tanto di uomini. Scrittori che mi ispirano o personaggi maschili a cui devo molto. Se ti ho letto, Goliarda, lo devo a un uomo. Era il 2005, vivevo a Torino e uno dei miei docenti mi passò una versione ben consumata de “L’arte della gioia” (ancora nell’edizione Stampa Alternativa). Me la passò come una molotov. Nel personaggio di Modesta ho trovato tutto: cibo e fame, luce e giorno, mare e pioggia, anche una femmina.

Una femmina che, come te nei tuoi diari, non ha paura di occuparsi della casa, di stirare lenzuola. Si dice: se sei ovunque, sei chiunque. Tu invece hai scelto dove stare e chi essere, tu hai scelto chi amare: la scrittura. “Non sono più giovane, non ho tempo. Devo scrivere.” Così rispondevi a chi ti proponeva questo o quell’altro circoletto. “No, non sono una donna che si guadagna la vita, sono una donna che guarda dalla finestra e ha una camera per se stessa. Vi ripugna? (…) Sono libera e questa libertà la voglio far fruttare”.

Allora ti chiedo: se oggi non è la possibilità di essere libere che manca, perché non fare qualcosa di completamente nuovo invece di spadroneggiare nel vecchio?

Magari, per una volta, qualcosa invece di accadere: cadrebbe giù. Giù i silenzi, giù le parrocchiette, giù i soliti giri, giù le solite lagne, giù le guerre tra poveri. Ci vuole una bella caduta. Non una caduta di stile ma una caduta per un nuovo stile: “Sono caduta tante volte, eppure eccomi qua, in piedi, che ti scrivo. Anzi ultimamente sono venuta alla conclusione che le persone che non cadono, in realtà è perché non stanno in piedi”. Anche io cado, cara Goliarda.

Inventiamo una nuova visione letteraria, un nuovo sguardo e chiamiamolo: Alle cadute di tutte le guerre. Nell’attesa anch’io “stiro lenzuoli”, cerco la pace e l’odore dei limoni.

RITRATTO DI GOLIARDA – UNA DONNA LAVICA

Sai come sono fatta – aveva detto ad una conoscente tre giorni prima di morire – è possibile che scompaia per un po’ per poi tornare all’improvviso”. Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924 ed è morta a Gaeta nel 1996; è stata un’attrice e poi una scrittrice, è stata una donna alla ricerca di un’identità vivacemente irripetibile.

L’infanzia siciliana, che racconta in “Io, Jean Gabin”, fu segnata dai due eccentrici genitori. La madre, la lombarda Maria Giudice, fu la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino e una delle prime a portare avanti le protobattaglie sulle questioni femminili; il padre, Peppino Sapienza, fu un avvocato sindacalista catanese detto “l’avvocato dei poveri”, tanto influente nella formazione della figlia al punto da non mandarla a scuola come gli altri, quando gli altri erano i Balilla. Così Goliarda la vita la imparò dalla vita: per le strade di una Catania malfamata e ambigua, in mezzo alle chiacchiere di pupari e intrecciatori di gelsomino, al cinema Mirone. La sua è una Sicilia fatta di visioni bizzarre, immerse in un’umanità impastata di passionalità bestiale.

I genitori, figure cruciali, li amò tantissimo e molto da loro venne influenzata, crescendo come creatura libera. Gli stessi genitori, che non si sposarono mai e che ebbero Goliarda in tarda età e in seguito alla precoce morte del primogenito (Goliardo) a cui probabilmente la scrittrice fu sempre legata in un immaginario cordone ombelicale, la spronarono a lasciare Catania per trasferirsi a Roma. Qui, era il 1943, studiò al Centro Sperimentale e nel 1947 conobbe il regista Citto Maselli con cui ebbe una relazione more uxorio, lunga quasi 20 anni. La prima parte della sua vita romana fu caratterizzata da una certa mondanità, sempre austera come il suo sguardo, che la portò a calcare palcoscenici teatrali noti e a girare film d’autore con Visconti, Blasetti, Comencini e Zavattini.

Ma le mancava qualcosa. Una mancanza che esplose con la morte della madre, nel 1953, dalla quale Goliarda non si riprese mai del tutto. A parte scrivendo. Fu proprio per l’amore di figlia che, persa la madre, non sapeva dove far fluire, che Goliarda fece la scelta che le cambierà definitivamente la vita: scrivere.

Dovete immaginare, se non l’avete mai letta, una scrittrice che non basta a se stessa. Il suo sguardo si fa parola e fuoriesce dalle cornici stabilite, con la consistenza della lava di un vulcano in evoluzione. Un vulcano che si spegne solo per ricaricarsi, meglio, della materia di cui si compone e riemerge in forma di lava, mai uguale a se stesso. Questo processo di malattia e guarigione avviene attraverso le parole, Goliarda fu salvata dalle parole.

“Una delle tappe d’obbligo che la vita ci impone: quella di essere abbandonati o abbandonare” è un karma che poi ha scontato nella vita, lottando. Goliarda è stata una donna militante: una lotta che non ha a che fare con la militanza politica. Lei ha lottato per rimanere se stessa, esprimendo una soggettività per l’epoca audace e addirittura più all’avanguardia delle femministe “di regime”. Per farlo è passata dalla povertà, dalla lascivia, dall’amore e dalla solitudine. Ma mai nella vita, almeno da quanto si legge, ha desiderato muovere qualcuno a compassione, pur essendo una delle scrittrici italiane più a lungo dimenticate. Nemmeno quando, per disperazione, rubò dei gioielli a casa di alcune amiche Goliarda intenerì nessuno e scontò la pena a Rebibbia nel 1956. Un’esperienza che ispirerà “L’Università di Rebibbia” (1983), romanzo autobiografico in cui non si risparmia.

Per L’arte della gioia, sua opera simbolo finito nel 1976 (dopo 10 anni di lavorio fisico e intellettuale) Goliarda rinunciò testardamente a tutto. Ma perse. La storia di Modesta vide la luce in un’edizione completa solo nel 1998 grazie a Stampa Alternativa, quando ormai la scrittrice era morta e per merito del suo ultimo marito, Angelo Pellegrino. L’opera viene apprezzata con la riedizione Einaudi nel 2008, solo allora lettori e lettrici italiane conoscono un’eroina letteraria che racchiude una buona parte di noi, Modesta. La storia di Modesta fa parte di quel modo di essere che normalmente seppelliamo, con tutta la testa, dentro la sabbia. La vergogna, la cattiveria, la solitudine, l’ipocrisia, la viltà. L’arte della gioia contiene le debolezze umane e le esalta. E questo, soprattutto se si scrive, deve ispirare. Sempre. Quelle de “L’arte della gioia”, non furono donne di crinoline ma donne di rovine.

Goliarda morì, a 72 anni, ma fu ritrovata tre giorni dopo dalla dirimpettaia il 30 agosto del 1996 a Gaeta, il luogo dove vide la luce e il tormento la sua Modesta. Sulla lapide, a Gaeta, c’è una sua poesia, che evidenzia cosa fu per lei l’essere al mondo:

“Non sapevo che il buio non è nero/che il giorno non è bianco/che la luce acceca/e il fermarsi è correre ancora di più”.

Leggendo Goliarda Sapienza si ritrova un antico o un futuro legame. Forse è questa l’arte della gioia che lei cercava, l’arte di diventare artefici dei nostri desideri.

“Trapiantati anonimi” di Giusy Tomasino – Dopolavoro letterario n. 34

Ho conosciuto Giusy, la prima volta, durante un laboratorio tenuto all’Oncologico di Bari. In questo laboratorio la vita ci ha invaso, non ho mai lavorato così bene con persone che non avevano alcuna idea o intenzione narrativa specifica se non quella di prendere la loro vita e darle un’altra possibilità. Spero che queste prime parole di Giusi , un giorno, possano diventare storie per tutti.

(Immagine: “Joie de vivre” di Henry Matisse)

Trapiantati Anonimi

di Giusy Tomasino

Sulla falsa riga degli Alcolisti Anonimi, oggi ho deciso di fondare i “Trapiantati Anonimi”.

Ciao, mi chiamo Giusy, ho 62 anni e sono una trapiantata.

Nel Luglio 2015, dopo una diagnosi di uno tra i più temibili dei Linfomi, e dopo 2 cicli più uno di chemio terapia (protocollo SMILE che la chop rossa gli fa il solletico) mi sono sottoposta a trapianto autologo di staminali.

Un percorso lungo quasi 10 mesi, difficile da affrontare, con tre lunghi ricoveri, inframmezzati da periodi “casalinghi” in cui cercavo di riempire sensi e occhi della mia casa, le mie abitudini, odori e sapori della mia vita precedente.

Già, ma gusto e olfatto erano spariti, insieme ai miei capelli, alle mie ciglia, a qualunque forma pilifera del mio corpo. Sono diventata gialla, mi hanno invaso con aghi, siringhe, flebo e prelievi di sangue, midollo, staminali e frammenti di osso.

Il mio corpo si è trasformato e gli specchi mi hanno visto piangere disperata in solitudine, poi, rialzata la testa, giravo per il reparto tentando di “vendere” la flebo di chemio “poco usata”, confortando gli altri e meritandomi l’appellativo di “motivatrice”.

E poi mi hanno rinchiuso in isolamento, e sono iniziati i 26 giorni più lunghi della mia vita. I giorni della chemio azzerante, dell’infusione di cellule, della dissenteria, della nausea, delle mucose completamente piene di candida, dei conati di vomito perenni. I giorni della solitudine, degli incubi notturni, della paura di non farcela e della battaglia finale, da cui sarei dovuta uscire vincitrice. I giorni delle video chiamate da Londra del figlio più piccolo a cui non volevo rispondere per non farmi vedere, della schiena rivolta al vetro dietro il quale c’era il resto della mia famiglia, impotente che, comunque restava lì per ricordarmi, giorno dopo giorno, che loro c’erano, che mi tenevano idealmente per mano e nel cuore.

E piano, piano piano è iniziata la rinascita, come se, risalendo dal fondo di un nero oceano, gli occhi fissi verso la luce in alto, non aspettassi altro che riemergere e respirare a pieni polmoni.

Quindi, a differenza di molti casi di quando la ricerca sui “Tumori Liquidi” era agli albori, sono stata restituita alla vita, sono in remissione da 36 mesi.

Ok, restituita alla vita…

Ma la verità è che dopo la vita, quella vissuta sino al momento della diagnosi, non è più la stessa, per alcuni versi meglio, per altri peggio.

Parliamo prima del peggio.

La chemio, che mi ha salvato, mi ha procurato diversi danni collaterali, nulla di gravissimo, ma nell’insieme ti cambiano comunque l’esistenza:

  • Diminuzione dell’udito

  • Diminuzione della vista

  • Perdita progressiva dei denti e ricorso a protesi mobile a cui non riesco a rassegnarmi

  • Tachicardia parossistica (per cui prendo apposite compresse)

  • Alterazione delle papille gustative

  • Lievi neuropatie periferiche

  • Dolori articolari diffusi

  • Muscoli decisamente poco muscolosi

  • Difese immunitarie non al top e, quindi, facilità ad ammalarmi

  • Difficoltà di concentrazione

  • Facilità a stancarmi

Nonostante tutto ciò, la mattina, anche se a fatica, indosso il mio sorriso (ehi, guardate che mi vesto anche eh!!) e vado in ufficio dove iniziano le dolenti note.

Dopo il periodo iniziale in cui mi guardavano come se dovessi morire da un momento all’altro (tie’ sono ancora qui), e dopo aver faticato a riprendere in mano il mio lavoro, qualcuno ha deciso che non ne fossi più all’altezza e, in maniera “abbastanza” elegante sono stata demansionata, perché purtroppo, spesso, troppo spesso, non c’è posto per chi è imperfetto.

L’improvvisa difficoltà nel ricordare le parole, la mancanza di concentrazione, la disperazione che ti pervade quando non riesci subito ad aprire una cartellina, perché, proprio in quel preciso momento, le tue mani hanno deciso di farsi un pisolino, creano un senso di fastidio in alcune delle persone che ti circondano.

Ci si scorda di ciò che sei stato e si guarda solo ciò che sei ora, ma non si riesce o non si vuole guardare la sofferenza dietro la maschera di un sorriso.

E allora pensi: pazienza. Sono viva. Va bene uguale.

E invece no!

Giorno, dopo giorno, dopo giorno qualcuno mi fa sentire inadeguata, sotto tono, inutile, insufficiente.

Quel qualcuno non vuole o forse non può rendersi conto che un malato oncologico non guarisce mai del tutto, che le ferite nel corpo e nell’animo comunque ti segnano, che quando torno a casa, dismessi abiti e sorrisi d’ordinanza, spesso passo i pomeriggi in poltrona e che, comunque, sulla mia spalla si è appollaiato lo spettro della depressione al quale io cerco di sputare in faccia ma che tenta ostinatamente di ghermirmi.

Ed allora, dopo oltre 40 anni di lavoro, anni in cui sei andata in ufficio con piacere, ogni mattina ti pesa sempre di più, ti chiudi in te stessa, ti svegli con una costante nausea e vai al lavoro controvoglia, a volte diventi anche ineducata, rispondi male per nascondere le lacrime di rabbia e di dolore che premono contro le tue palpebre, vorresti che qualcuno capisse, ma non vuoi fare pietà a nessuno.

Spesso le centomila richieste, una dopo l’altra e, spesso, in contraddizione, mi disorientano, sconvolgono le mie certezze e non mi fanno lavorare serenamente.

L’affetto, la comprensione e la collaborazione di molti dei colleghi-amici, purtroppo, non riescono a compensare questa insistente e continua destabilizzazione.

Certo, mi fa sentire meno sola, ma, allo stesso tempo inadeguata.

Io, che ero la paladina di tutti, che facevo fronte a mille richieste, che sono sempre stata persona di fiducia dell’Amministrazione (qualunque fosse il colore politico), ora non sono in grado nemmeno di difendere i miei più elementari diritti e, contro la mia volontà, le lacrime trattenute fino a quel momento scorrono sulle mie guance ed i singhiozzi mi spezzano in due, la mia anima si frantuma ed il mio cuore comincia a galoppare, mentre il mio respiro diventa sempre più affannoso.

E lo spettro sulla mia spalla ghigna felice tentando di annientarmi, le difese immunitarie si indeboliscono e la paura che il “mostro” si re-impadronisca del mio corpo si ingigantisce e mi fa tremare.

Ormai il mio unico desiderio è andare in pensione, e la cosa mi rattrista, perché la pensione non dovrebbe essere una scelta forzata, ma un traguardo raggiunto con serenità dopo anni di lavoro. Ho scoperto il piacere di vivere ogni giorno per quello che è, non l’ultimo, non speciale, ma unico e irripetibile nella sua quotidianità.

A distanza di oltre 3 anni da quella drammatica diagnosi,sono viva e devo dire che, non so il perché, ma la cosa mi rende particolarmente felice.

Non chiedo che i prossimi anni siano migliori, mi basta che siano come il 2016, l’anno in cui non dovevo esserci e invece ci sono ancora, l’anno in cui l’amore e la vita hanno trionfato, l’anno in cui, dovessi morir domani, mi riterrei comunque fortunata.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

“Magnificat (Storia di un amore risvegliato)” di Fabio Zuffanti – Dopolavoro Letterario n. 33

Questi sono i primi due capitoli del romanzo inedito di Fabio Zuffanti, musicista e critico musicale. Una storia in cui la musica si accende dentro i battiti del cuore della protagonista, Anna una signore che ha smesso si chiedersi cosa si prova a stare al mondo finché un giorno non decide che è arrivato il momento di domandarselo ancora, sempre.

(L’immagine è presa da qui Gianni Lena )

1.

Si sveglia di soprassalto, affannata e con il cuore che le martella il petto come fosse reduce da un’intensa battaglia contro un nemico che non ricorda.

Sono le tre e ogni attività umana è sospesa, il mondo giace velato dalle nere lenzuola della notte. Si sente passare ogni tanto un’automobile, il rumore di una sirena antifurto, un cane che abbaia da molto lontano. Ciò che resta della realtà galleggia nel silenzio, nella stasi. Dentro la sua testa però il frastuono dei pensieri è fortissimo, sono frecce acuminate che non le lasciano tregua. Ogni fotogramma della vita le turbina davanti agli occhi insonni, nella baraonda di immagini scorge distintamente tutto quello che poteva essere e non è stato, tutto quello che è stato e non tornerà.

In nottate come questa rimane distesa a letto prigioniera di se stessa fino a quando le capita di intravedere i primi sottili raggi di sole farsi largo tra le tende. Mentre i bagliori dell’alba cominciano a piegare le tenebre al loro volere i pensieri finalmente si placano e lei si riaddormenta.

Questa volta però qualcosa deve cambiare, non può rimanere alla mercé del caos che la invade, deve alzarsi, muoversi, fare il possibile per smettere di pensare. Emette un respiro profondo, toglie di scatto le coperte come si liberasse di un fardello gravoso, infila le pantofole e si alza in piedi.

Davanti al letto c’è il pesante armadio di legno scuro con le maniglie dorate a forma di conchiglia, un mobile che irradia sicurezza, che è invecchiato insieme alla casa e che durante la notte sembra proteggere placidamente i dormienti. In ogni anta c’è uno specchio che rimanda la sua immagine illuminata dal pallido lucore che penetra dalla finestra. Le sembra di essere un fantasma; le caviglie sottili, la vestaglia che le arriva alle ginocchia e lascia intravedere le forme magre, i corti capelli di un bianco candido che le sfiorano il collo. Il volto che ancora conserva lo stupore di una bambina, con le sue sopracciglia delicate e i limpidi occhi azzurri che lanciano schegge inquiete.

Non accende la luce, la casa è immersa in una bolla nera che sobbalza lenta in un mondo senza suoni. Percorre il corridoio, il luogo dove i vivi e i morti si incontrano, con l’incessante brusio dei pensieri che la soffoca, le pareti buie che si stringono per schiacciarla. Affretta il passo e finalmente giunge nel riparo della cucina. Qui apre il frigorifero e un lampo la acceca, gli occhi abituati al buio ci mettono qualche istante per mettere a fuoco la bottiglia dell’acqua dalla quale beve direttamente, con una lunga sorsata.

Torna la penombra, respira e si guarda intorno. Cammina verso il salotto, si ferma ad accarezzare il cranio calvo di una statuina raffigurante un sorridente e pacioso Buddha, souvenir di un viaggio in India di Andrea. Il contatto con la pietra le trasmette una scossa, d’un tratto si sente più leggera, il brusio nel cervello si placa, una sensazione che è anche un ricordo si fa strada. Guarda fuori dalla finestra il cielo nero, la strada deserta e umida per la pioggia recente. Poi comincia a muoversi e a girare per le stanze, a toccare ogni cosa; vuole sentirsi viva, approfittare di questo momento di pace per rendersi conto di esistere, per scacciare i fantasmi. Sfiora le tende, il televisore, il tavolo, i quadri, gli interruttori, i soprammobili, le foto di Gianni.

Si ferma davanti alla libreria, si china all’altezza di una serie di oggetti collocati ordinatamente in uno scaffale. Una lunga schiera di dischi in vinile. Scorre con il dito lungo le coste delle copertine, dove sono scritti i titoli, ne trova uno, lo estrae lentamente e lo osserva con il brillio dell’emozione: Johan Sebastian Bach, Magnificat.

Maneggiandolo con la cura che si usa per qualcosa di fragile e prezioso se la porta alle labbra e chiude gli occhi.

2.

Uno squillo lancinante la sottrae agli abissi silenziosi del sonno. Il telefono di casa sembra impazzito, con il suono al massimo dell’intensità che la trascina brutalmente nel pieno del reale. Si alza, con la vista offuscata e i movimenti impacciati, si reca in cucina, verso l’infernale congegno che non smette di trillare. Alza la cornetta e sente una voce che le sta dicendo qualcosa. Il suono è confuso, sembra provenire da molto lontano, da un altro pianeta. Lentamente, come l’acqua di uno stagno che si placa dopo che vi è stata gettata una pietra, le parole si fanno più nitide.

– Mà! Mi senti?

– Andrea… – dice lei con voce impastata – Scusa, stavo dormendo.

– A quest’ora dormi ancora?

– Si, stanotte mi ho preso sonno tardi.

– Ho un paio d’ore libere, ci vediamo a pranzo da te, okay?

Prima che possa aggiungere qualcosa la linea si interrompe. Stacca il telefono dall’orecchio e lo guarda per qualche istante come se si aspettasse delle risposte dall’oggetto, poi lo posa ancora frastornata. Da un’occhiata alla sveglia, le dieci. Possibile che abbia dormito così tanto?

Si mette a sedere e si strofina il viso con le mani, nel contempo le viene in mente che con il figlio in arrivo sarà meglio uscire a fare un poco di spesa. Così si alza e percorre la casa verso il bagno. Tutto alla luce del giorno è come trasfigurato; i muri e le suppellettili, che nella notte parevano irradiati di energia benigna, ora sono tornati a essere oggetti privi di anima, semplice arredamento. Sulla poltrona del salotto è poggiato il disco del Magnificat.

Si veste ed esce incamminandosi verso il più vicino supermercato. Lungo la strada le tornano di nuovo in mente le immagini di qualche ora prima; la sua insonnia, il suo stato d’animo prima inquieto e poi sempre più energico. Il disco di Bach: quella testimonianza di un tempo lontano che aveva preferito celare con cura, una ferita mai rimarginata che viene da un passato ancora troppo presente.

Mentre pentole e padelle sono sul fuoco prepara la tavola tirando fuori una tovaglia profumata di bucato, due tovaglioli di stoffa ricamati a mano, bicchieri di delicato cristallo, piatti decorati e il cesto in legno con il pane fresco di forno. Adora le cose fatte con amore, nella sua vita ha sempre compiuto con naturalezza gesti ben ponderati, si è sempre espressa con voce pacata e gentile, non ha mai compiuto un gesto di troppo. Lei e Gianni hanno condotto un’esistenza normale, non particolarmente agiata ma senza alcuna mancanza. Lui lavorava come operaio nella grande fabbrica della città e il suo stipendio bastava appena al mantenimento della moglie e di Andrea. Questo però non era mai stato un problema, lei sapeva amministrare con oculatezza il danaro che egli portava a casa contornando le loro vite di cose belle. E’ una donna di buon gusto, questa è l’opinione di tutti quelli che la conoscono, anche se lei a volte ha l’impressione che le persone la trattino un po’ come un soprammobile, piacevole a vedersi ma altrettanto facile a ignorarsi.

Passate da qualche minuto le tredici suona il citofono, apre il portone e dopo poco si ritrova davanti suo figlio che entra e la bacia energicamente sulla guancia. Sembra particolarmente su di giri e si fa subito strada verso la cucina.

– Che profumo, sono affamato! Allora, come stai?

– Sto bene. E tu? Come ti trovi col nuovo lavoro?

– Mi piace, il salario è buono ma c’è da fare, ci sono tante responsabilità. – dice Andrea accomodandosi a tavola.

– Infatti sono più di dieci giorni che non ti vedo…

– Dai mà, sai che quando posso mi faccio vivo, – dice lui mentre attacca a mangiare con foga – in questo periodo è un gran casino, ci sono stati dei guasti e ho dovuto seguire tutte le riparazioni. – Ma si, non preoccuparti. Solo è strano non vederti per tanto tempo, prima eri sempre qui. – Lo so, ma ero anche spesso senza soldi, ora per fortuna le cose vanno meglio. E a quarant’anni suonati era anche l’ora! Tu che combini? – chiede Andrea con la bocca piena, come se non potesse concedersi un attimo di tregua tra un boccone e l’altro.

– Niente di speciale. Sto dietro alla casa, vedo Greta, ogni tanto vado a camminare e la sera guardo un film o leggo. Passo le giornate così, tuo padre mi ha abituata a essere abitudinaria…. E Sara cosa dice? E’ contenta per il tuo lavoro?

– Sara non è mai contenta, le manca sempre qualcosa. Se la portassi a fare il giro del mondo il giorno dopo mi chiederebbe il giro della luna.

– Magari le manca un bambino, io credo…

– Ma quale bambino mà? – la interrompe infervorato Andrea – Non vedi in che mondo viviamo? Ora mi va bene ma con l’aria che tira potrei rimanere disoccupato da un momento all’altro, e chi lo mantiene poi questo figlio? Lei, che sta tutto il giorno a far nulla davanti al computer?

– Va bene, scusa, dicevo così per dire, chiaramente la scelta la dovete fare voi.

– Lo so che ti piacerebbe un nipotino di cui prenderti cura, ma non è il momento. E poi non so neppure se Sara sarebbe pronta, ha troppi grilli per la testa. Vorrei che ti somigliasse, tu hai il tuo mondo, ti sei fatta bastare la vita che hai vissuto.

– Si, ma ogni tanto penso…

– Sara invece è un’egoista, – continua Andrea interrompendo di nuovo la madre – è diventata apatica e pensa solo a passare il tempo su internet. Non è più la persona che ho sposato.

– Forse si sente sola – dice lei mentre osserva il suo orologio a muro di terracotta a forma di gatto.

– Sola? – sbotta Andrea – Ma che sola? Ha tutte le distrazioni che le servono! Il problema è che oggi nessuno è mai contento, qualsiasi vita a un certo punto ci sembra noiosa e ne vorremmo un’altra.

Andrea rimane col cibo in bocca senza dire nulla per qualche istante, poi ricomincia a masticare e a parlare allo stesso tempo.

– Il fatto è che… la amo e vorrei fosse fiera di me. A volte mi sento come se fossi in gara con me stesso per ottenere la sua stima. Spero che prima o poi la smetta di essere insoddisfatta e mi veda finalmente per quello che valgo.

Lei rimane in silenzio e lascia che il figlio finisca tranquillo di mangiare. Dopo pranzo Andrea si dirige in salotto e si accorge del disco del Magnificat poggiato sulla poltrona.

– Ascolti roba seria, eh? – dice sorridendo.

Dopo averlo guardato un po’ lo posa sul tavolo, si siede in poltrona e in pochi minuti si addormenta. Lei si affaccia nella stanza e guarda il figlio sonnecchiare scomposto, con una gamba sul pavimento e l’altra sul tavolino. Finalmente quell’uomo impetuoso e inquieto – alto, robusto, con ispidi capelli neri e occhi profondi dello stesso colore – si gode un attimo di pace. Lo rivede bambino, quando lo aspettava fuori da scuola e lo scorgeva uscire timidamente, sempre solo e con il volto teso, l’espressione di uno che deve sempre guardarsi alle spalle.

Dopo circa un’ora Andrea si sveglia, la saluta velocemente ed esce, promettendole di chiamarla presto. Lei siede sulla poltrona che il figlio ha lasciato libera, nella stoffa c’è ancora il suo calore, sembra che le stia abbracciando. Da sempre è apprensiva nei suoi confronti, sin dai tempi della scuola. E’ stata testimone di storie d’amore finite male per la sua gelosia, di innumerevoli lavori cambiati per un carattere difficile che non lo fa andare d’accordo con colleghi e superiori. Qualche anno addietro ha però trovato un impiego come magazziniere per una ditta di materiale elettrico e in questa situazione è riuscito finalmente a mettere da parte le asperità del suo carattere imparando i trucchi del mestiere meglio di chiunque altro. Di conseguenza in tempi recenti ha ricevuto la proposta di diventare capo magazziniere e monitorare altri depositi della stessa ditta. La promozione lo ha reso felice, forse per la prima volta in vita sua Andrea sente di essere diventato una persona stimabile e capace. Col tempo ha anche cominciato ad aprirsi con la madre, cosa inconcepibile anni prima, quando era un ragazzo taciturno e introverso. Lei ha il potere di metterlo a suo agio ed egli ne approfitta per sfogarsi tutte le volte che ne sente il bisogno. La donna si stupisce però di quanto poco al figlio interessi conoscere quello che lei pensa nel profondo. Andrea non le chiede quasi mai come abbia vissuto la sua vita, quali siano state le sue gioie e i suoi dolori, come si senta da quando è rimasta sola. Da lei è abituato a essere ascoltato, capito e accudito, per lui è solo la sua vecchia mamma, ciò gli basta. Sperare che possa sfuggire ai meccanismi dell’abitudine è pura utopia.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

“Storie accanto al fiume” di Cristina Cicognini – Dopolavoro letterario n. 32

“Storie accanto al fiume”, manoscritto inedito di Cristina Cicognini è un giallo delicato e ironico, colto e moderno ambientato nell’immaginaria Conaglia, cittadina del Basso Lodigiano, luogo tranquillo e pacifico, finché non viene commesso un efferato omicidio in una villetta di periferia. Sarà Arrigo Corvi, solitario commissario di polizia con un debole per Shakespeare, a condurre le indagini. Gli indizi non lo portano molto lontano da Adelaide Dolci, madre single in un periodo transitorio della vita. Le verità che verranno svelate saranno scomode e inconcepibili per lei, e quando anche un secondo cadavere viene rinvenuto non le rimane altro da fare che abbandonarsi alla corrente degli eventi.

(Questo è il secondo capitolo, la foto è dell’autrice)

2 (Dintorni)

Il fiume scorre tra le ampie sponde, sussurrando sogni di un paesaggio mai nato. Mai rinato. A nessuno importa di questo fiume imponente, di queste terre, vittime incolpevoli dell’agricoltura intensiva. Il colore di quell’acqua non lascia dubbi: ricorda i caffelatte dell’infanzia, con tanto di inganno, perché era orzo, mica caffè, a colorare quel latte, come qui, in questo fiume, è sporcizia, mica terriccio, a intorbidire le acque.

C’è un punto, poi, in cui il fiume forma un’ansa ampia, permettendo alla sabbia di farci nascere una spiaggia bianca che altrove sarebbe invitante. Qui è tanto fuori luogo da suscitare diffidenza.

È così anche con le persone, in fondo, no? Quando ne trovi una che risplende come un diamante, ti chiedi subito se non sia l’effetto di una luce troppo forte. Troppo bello per essere vero.

Il bello. Il brutto. La luce. Il buio.

Forse questo paesaggio è devastato perché altri possano risplendere al confronto. Lo sfacelo della natura dà prospettiva alla bellezza.

E quel nome. Po. Lascia in sospeso, come se dovesse arrivare un’altra porzione di suono per rendere la parola completa, ma in realtà non arriva mai.

Quei luoghi, poi… Basso Lodigiano, la Bassa, danno un alone di anti-esteticità.

Arrigo Corvi, ora in piedi sull’argine con la fronte verso il tramonto, si sforzava di vedere la bellezza anche in questa terra dove anni di incuria hanno sostituito una pianura incredibile con distese di capannoni.

Arrigo si sforzava di vedere la bellezza e trovare un senso al resto. È brutto il bello, e bello il brutto, voliam nella nebbia e l’aer corrotto. Ma Arrigo lascia andare questo presagio Macbethiano di sventura e si incammina sulla via del ritorno.

<<Jeeves, forza. Ora di andare. Tra poco qui non si vede più niente. Guardala, come sale dai campi, la nebbia.>>

Il suo inseparabile Bracco di Weimer lo raggiunse trotterellando, mentre non smetteva di annusare qua e là, sempre in cerca di qualche indizio interessante, proprio come il suo padrone, che da qualche mese aveva vinto il concorso per passare al grado di Commissario. Era stato poi affidato a Conaglia, nel cuore della Bassa. Dal di fuori si sarebbe potuto pensare che si trattasse di una promozione, ma sarebbe stato un tantino esagerato. Sì, certo, era commissario e non più ispettore, ma lo avevano spedito a Conaglia. Non a Milano, Torino, Roma… Conaglia, 34.302 abitanti. Non succede granché: qualche fermo per ubriachezza, qualche piccolo spacciatore da tenere d’occhio, i soliti furti nei periodi di vacanza. Insomma, routine. Ma Arrigo è contento, in fondo è nato in questi posti, conosce la mentalità della gente, e per un poliziotto è sempre un vantaggio sapere chi si ha a di fronte.

Certo, mai fare di tutta l’erba un fascio, ma la sua laurea in letteratura inglese di sicuro lo aiuta a classificare i tipi umani che gli girano attorno – di questo lui è convinto. È un lavoro tranquillo, fatto di piccole soddisfazioni, niente indagini eclatanti. Ma Arrigo conosce bene l’importanza che assumono i piccoli nel generare la grandezza dei grandi.

Non tollera svogliatezza o lentezze nell’assoluzione del proprio dovere da parte di nessuno, al commissariato. Tutti devono dar prova di dedizione, e anche il lavoro di pattuglia non deve battere la fiacca.

Solo il mese precedente aveva fatto spostare due agenti che aveva trovato a dormire in macchina durante la pattuglia notturna, perché, per loro somma sfortuna, di tanto in tanto gli capita di prendere Jeeves e andare a perlustrare la notte, inseguendo i propri pensieri in cerca di tranquillità. E lì, su una stradina sterrata che divideva due campi dove il granturco era stato lasciato alto a seccare, la pattuglia 314 dormiva con le luci spente, come una nutria gigante che si fosse stancata della vita nei fossi.

La faccia dei due agenti colti in flagrante pennichella era apparsa talmente ridicola da sfiorare la tragedia. L’espressione shockata del commissario di certo ancora li perseguita ovunque siano finiti dopo la richiesta di trasferimento immediato.

Per fortuna la sua calma zen non è solo proverbiale, è ciò che concretamente gli aveva impedito di prenderli a calci.

Om e fuori di qui.

Il confine tra la campagna e il centro abitato è una linea netta, che separa la bellezza dell’argine e dei campi dalle geometrie banali delle villette a schiera, che negli ultimi anni hanno invaso il paesaggio come la cocciniglia fa con le piante. Da qui in avanti il passo si fa più veloce, sempre, anche se Arrigo non è certo il tipo da distogliere lo sguardo davanti a un problema.

<<Jeeves, questa sera costolette d’agnello. Ho trovato una ricetta spettacolare. Per te, invece, abbiamo croccantini al gusto di anatra e patate.>>

Il cibo, da lui cucinato con cura e decorato con eleganza, è per Arrigo uno spazio dove trovare rifugio da tutto ciò che lo irrita. Quella sera avrebbe cenato sorseggiando un calice di buon rosso, con Jeeves accanto e in compagnia di una giovane fascinosa e intrigante di nome Mary Shelley. Non è facile trovare una donna interessante, libera e in carne e ossa, ultimamente.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

Booktelling – Workshop di narrazione editoriale – Libreria Culture Club, 4 Maggio

Booktelling – Workshop di narrazione editoriale –

Libreria Culture Club di Mola di Bari

Lunedì 4 Maggio, ore 14.00/19.00

Ho finito il mio libro, e adesso? Come lo pubblico, come lo promuovo? Come lo trasformo in un romanzo da pubblicare?

Booktelling è un laboratorio lungo che approfondisce il percorso naturale di un manoscritto dall’idea alla pubblicazione fino alla diffusione in libreria e sui social

I docenti sono tutti professionisti legati al mondo della scrittura digitale e della comunicazione culturale

Il laboratorio si rivolge a chi ha iniziato o terminato un manoscritto e desidera pubblicarlo e promuoverlo anche con i propri mezzi.

Prima parte del workshop ( a cura di Alessandra Minervini)

Nella prima parte della giornata la lezione sarà molto interattiva. I partecipanti potranno inviare un estratto del loro inedito, meglio se l’incipit o, per chi non avesse iniziato a scrivere ma avesse una buona idea da sviluppare, va bene anche la sinossi e/o il concept della storia. Questi estratti non devono superare le 5 cartelle (30×60) ciascuno.

Durante la lezione analizzeremo i lavori inviati confrontandoli con la storia, passata e presente, di alcuni tra i migliori esordi letterari italiani. Perché hanno funzionato? Perché li abbiamo amati? E soprattutto come mai sono stati accolti così bene dagli editori e dai lettori? Alcuni di questi libri saranno analizzati creando un confronto con la prima versione (inedita, a cui ho lavorato) e quella che poi è stata pubblicata in seguito al mio editing. L’obiettivo di questa prima parte è fornire un quadro esaustivo del panorama degli esordi in Italia per consentire a chi vuole pubblicare di orientarsi meno con le stelle e più con i piedi per terra.

Come avviene la selezione degli inediti in Italia. Nella seconda parte della lezione, invece, l’argomento principe sarà questo: un accurato viaggio nel mercato dello scouting letterario italiano. Un percorso ragionato su come sia realmente possibile esordire in Italia. L’obiettivo di questa seconda parte è quello di fornire ai partecipanti gli strumenti per proporre, senza perdere tempo e alimentare vane speranze, i propri inediti letterari ai canali più seri.Le questioni a cui daremo una risposta sono le seguenti:

  • Case editrici per esordienti

  • Concorsi letterari validi

  • Agenzie letterarie utili

  • Riviste letterarie che danno spazio agli inediti

  • Scuole e corsi di scrittura

Seconda parte del wokshop (a cura di Ilaria Amoruso – bookblogger)

  • Posizionamento: trovare il proprio spazio sui social
  • Piattaforme: decalogo dei social
  • Facebook, Instagram, Twitter, Youtube
  • Come produrre contenuti: fare post, video ecc
  • Come rivolgersi al pubblico (linguaggio)
  • Come affiliarsi al pubblico
  • Come fare promozione
  • Come diffondere i contenuti
  • Esempi concreti
  • Esercitazione, usare i social, fare una pagina, un post, pubblicizzare un contenuto

La cucina del racconto con Virginia Woolf – Domenica 14 aprile a Bari

{Non si può pensare bene, né amare bene, né dormire bene se non si è pranzato bene.} Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Si può imparare a cucinare con i libri e a scrivere con il cibo?

Vi aspettiamo per (ri) leggere la grande scrittrice inglese e per assaggiare le prelibatezze ispirate dalle storie di Virginia Woolf. Per scoprire come si scrive e si legge una storia con “tutti i sensi” e come si organizza un brunch per godersi la compagnia degli ospiti, presentandovi alcune ricette, tra quelle che degusteremo insieme.

Annalisa De Benedictis, la food blogger Queen’s Kitchen e io vi aspettiamo per una mattinata di libri e di cibo (quindi di amore e di bellezza).

L’appuntamento è per domenica 14 aprile alle ore 11,30 fino alle 14.30. Il costo della giornata è di 35 euro a testa.
Il numero massimo di partecipanti è 12. Per prenotarsi e assicurarsi un posto alla tavola di Virginia Woolf è necessario saldare tutto entro il 30 marzo.

Il costo comprende, oltre al percorso con letture ed esercizi dedicati alla scrittura del sé con Alessandra Minervini (http://www.alessandraminervini.info/), cibi e bevande preparate da Queen’s Kitchen (http://www.queenskitchen.it/).

Il brunch è composto da:
Banana bread
Pane Burro e Marmellata
Bicchierini con yogurt, granola e frutta
Cornetti salati con salmone, valeriana e formaggio spalmabile
Quiche alle verdure
Uova sode con crema di avocado
Crumble alle mele
Acque profumate e un calice di vino

La Bibliografia della giornata dedicata a Virginia è:
– http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/una-stanza-tutta-per-se-1/
– http://www.raccontiedizioni.it/prodotto/oggetti-solidi/
– http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-signora-dalloway-1/
– https://www.minimumfax.com/shop/product/diario-di-una-scrittrice-i-quindici-1078

Vi aspettiamo!

“Una storia tutta per sé” : come raccontare se stessi ed essere felici, Bari – Sabato 30 marzo

Qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un corso di scrittura che avremmo avviato insieme a Bari, qualcosa che corrispondesse alla mia idea di scrittura. Così è nato “Una storia tutta per sé”. Che considero un percorso più che un corso di scrittura. Un percorso in cui la lettura è protagonista. Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Un’altra cosa che faremo, per esempio, è spostare l’ingombro. Cos’è l’ingombro? L’ingombro è quello che ci spinge a scrivere ma contemporaneamente ci allontana dalla scrittura. Non è un nemico. Più un buio. Un buio oltre la siepe della nostra immaginazione. Allora tutti insieme individuiamo questo ingombro. Che poi possono essere anche due, o tre e spingiamo o soffiamo (scrivendo) fino a spostarlo e dargli un senso SOLO narrativo.

Poi si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Avevo detto che si legge. E infatti. Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso: L’arte della gioia, Goliarda Sapienza;Sembrava una felicità, Jenny Offill; Seminario sulla gioventù, A. Busi; Il compagno, Cesare Pavese; Lolita, Vladimir Nabokov. Ma ce ne saranno tante altre, letture su misura, letture tutte per sé.

La prossima edizione del laboratorio sarà una full immersione sabato 30 marzo dalle 9.30 alle 18.30. A Bari, nella mia casa di scrittura.  (Costo 65 euro).

Se avete domande, scrivetemi pure.
Vi aspetto!

Laboratorio di editing: “Allontanarsi dalla macchina” – La Scuola Holden a Bari

By alessandra Uncategorized

Ad Aprile comincia la nuova edizione di . Il laboratorio di editing (in collaborazione con la Scuola Holden dove spegniamo la che oscura le vostre bozze e i manoscritti.

Cosa può succedere nella pagina di un romanzo? Tutto. Questa è la meraviglia. Ma per farci entrare quel tutto, scrivere può non essere sufficiente. L’editing è la ricerca di quelle “lame di luce” che uno scrittore non vede; l’eliminazione di quell’“alba lattiginosa” che è meglio non spunti mai. Insomma, perché nella pagina possa accadere la meraviglia, è necessario che qualcun altro la osservi, prima di riscriverla. Per vedere oltre una storia, cioè lavorare con l’occhio vigile di un editor, bisogna sapersi allontanare dalla pagina e ripensare con uno sguardo estraneo quello che si è scritto o quello che qualcuno ha scritto.

In questo laboratorio si imparano gli strumenti per valutare un testo narrativo attraverso pratica e teoria, non solo analizzando testi di altri, ma lavorando anche sui propri scritti (difficilissimo!); impareremo così a distinguere la passione per la scrittura dalla necessità delle parole che devono restare sulla pagina, eliminando tutto ciò che è superfluo (anche se ci siamo affezionati).

Per le iscrizioni: qui

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi