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ALLONTANARSI DALLA MACCHINA: Laboratorio di editing a Bari

Quando finite il romanzo […] mettetelo in un cassetto.
Più a lungo che potete. Un anno o più sarebbe l’ideale; ma andranno bene anche tre mesi.
Allontanatevi dalla macchina, come ordinano i poliziotti dei telefilm.
Zadie Smith

ALLONTANARSI DALLA MACCHINA : FARE EDITING

Laboratorio organizzato con la SCUOLA HOLDEN

Cosa può succedere in una pagina di un romanzo? Tutto. Questa è la meraviglia. Ma per farci entrare quel tutto, scrivere può non essere sufficiente. Fare editing significa eliminare quelle “lame di luce” che uno scrittore non vede; quell’“alba lattiginosa” che è meglio non spunti mai. Perché nella pagina possa avvenire una qualche forma di meraviglia è necessario che qualcun altro la osservi prima di riscriverla. Come ribadisce Zadie Smith, “il segreto per editare bene il vostro lavoro è semplice: bisogna che diventiate il lettore invece che l’autore”, bisogna sapersi allontanare e ripensare con uno sguardo estraneo quello che si è scritto o quello che qualcun altro ha scritto.

Qui impareremo gli strumenti di base per valutare il nostro lavoro e quello degli altri; per analizzare testi di narrativa e scrivere felici e contenti (forse).

Alterneremo la teoria alla pratica, lavorando su testi altrui e sui nostri; lasceremo correre la penna, assecondando il piacere della scrittura, per poi fermarci a valutare attentamente la necessità di ogni parola.

Una settimana prima dell’inizio, puoi inviare un tuo testo (massimo 20.000 battute) a corsi@scuolaholden.it. Potrà essere l’incipit di un romanzo, un racconto, un capitolo, un pezzetto di storia: non è obbligatorio mandarlo, ma questo sarà il materiale su cui lavoreremo a lezione.

Nello specifico, ci occuperemo di queste cose:

  • Incipit. Come si comincia una storia che catapulta il lettore, già nelle prime pagine, nell’atmosfera e nel mondo narrativo che si vuole raccontare?
  • Dialoghi. Se la voce dell’autore è debole, quella dei personaggi ne risente. Sono entità simbiotiche: la voce dell’autore e quella dei personaggi sono determinate da una relazione di interdipendenza.
  • Finale. Conoscere prima il finale di un testo significa conoscere il destino di quello che sarà un romanzo, ma non sempre le cose coincidono né filano lisce. Insieme capiremo il senso della tua storia attraverso la scrittura e riscrittura del finale.
  • Taglia & cuci, ovvero: la dura legge dell’editing. Cosa significa rinunciare a una frase per non rinunciare a una storia.
  • Equilibri. Imparare a mettere insieme intenzioni narrative e percorsi narrativi, cioè: la trama.
  • Scrivere una sinossi: siamo sempre sicuri di sapere come si fa. E invece no.
  • Scrivere una scheda editoriale: come leggere i manoscritti inviati a una redazione?
  • Imprevisti e possibilità. Cosa succede quando avete un romanzo nel cassetto? Quali sono le strade da intraprendere per far leggere il proprio romanzo?

Quando

Il sabato, dalle 14.30 alle 18.30

  • 3, 10 e 24 novembre
  • 1 dicembre

Dove

Bari | Chiesa Santa Teresa dei Maschi – Strada Santa Teresa dei Maschi, 26

Quanto costa
260 €

Quanti sarete in classe?

massimo 15 persone

Hai tempo per pensarci fino al…21 ottobre

Per iscriverti clicca qui e compila la scheda anagrafica.

La Segreteria ti avviserà se raggiungeremo il numero minimo di partecipanti e quando pagare: potrai farlo con bonifico bancario o Paypal.

Dubbi?

corsi@scuolaholden.it | tel. 011 66 32 812

Ricomincia “Scrivere i sentimenti” – Il corso Classify della Scuola Holden

Lo dico nel trailer (eccolo qui) e lo ripeto anche adesso: Scrivere i sentimenti è un percorso di scrittura e lettura la cui trama principale è l’amore. Gli obiettivi sono due: difendersi da se stessi come narratori e imparare a evitare le trappole in cui è molto facile cadere, quando si scrivono racconti sentimentali.
Leggeremo per capire come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi e stereotipi; e scriveremo per mettere in pratica quel che abbiamo scoperto.
Gli strumenti principali del laboratorio saranno l’osservazione e la distanza: ti avvicinerai alle storie da leggere e cercherai di scrivere le tue con questi presupposti.
La prima cosa che dovrai fare, poi, sarà individuare una voce che possa essere percepita come nuova, e dunque autentica, che prenda le distanze da voci e situazioni già sentite. Perché l’amore e la sofferenza che spesso ne deriva sono concetti universali, e di per sé sono luoghi comuni della letteratura: è come parlare di vita e morte – a fare la differenza non è il tema, ma il modo in cui lo si racconta.
Uno dei tranelli più facili in cui cadere è quello del linguaggio: è facile perdersi in frasi fatte e logore, come se si potesse raccontare l’amore dicendo sempre la stessa cosa. Non è questa la regola: ci sono tanti modi di parlare d’amore quante le voci e i sentimenti di chi le scrive (e le ha vissute), e la maggior parte di esse non sono affatto banali.
Scrivere d’amore ha anche a che fare con la consapevolezza e, in larga parte, con la gestione della verità. Ha a che fare con le scelte, con le svolte, con le parole più esatte per definire un sentimento. Ha a che fare con il tempo sentimentale, inteso come distanza: quanto bisogna essere lontani da una ferita per poter parlare del dolore senza più soffrire (e quindi, poterne scrivere)? Può una cicatrice essere utile?

Forse hai già scritto un romanzo o un racconto d’amore, oppure vorresti farlo ma sei ancora fermo alla tua prima idea o a una bozza. Bene, questo corso è il punto giusto da cui ricominciare tutto da capo, o ripensare a quello che hai già abbozzato. Prima dell’inizio del corso tutti dovranno inviare una lettera d’amore di due cartelle (cioè 3.600 caratteri, spazi inclusi). In questa lettera dovrai raccontare la storia d’amore che stai scrivendo (o che vorresti scrivere). La lettera sarà la miccia, il colpo di fulmine da cui partire per questo intenso viaggio sentimentale. Lezione dopo lezione, lavorerai sul tuo testo e alla fine avrai scritto l’incipit, la sinossi, e un capitolo del romanzo o un racconto di circa 20.000 battute.

 QUANDO

La seconda edizione comincia a settembre 2018 e dura tre mesi.

Ritratto di Signore – Seconda edizione

Quattro appuntamenti con quattro grandi Signore della letteratura italiana.
Alessandra Minervini e Giorgia Antonelli raccontano la vita e le opere di Goliarda Sapienza, Natalia Ginzburg, Annamaria Ortese, Elsa Morante in quattro incontri letterari presso la LIBRERIA CAMPUS BARI.
Un’occasione per riscoprire il talento di queste grandi scrittrici e immergersi nelle atmosfere dei loro libri.

  • – Goliarda Sapienza: 22 novembre con Alessandra Minervini
    – Natalia Ginzburg: 13 dicembre con Giorgia Antonelli
    – Annamaria Ortese: 17 gennaio con Alessandra Minervini
  • – Elsa Morante: 14 febbraio con Giorgia Antonelli

In collaborazione con Vineria Est.

L’incontro ha un costo di 5 euro inclusivo di un calice di vino e di un piccolo rinfresco. Per info e prenotazioni scrivete a info@alessandraminervini.info

DOVE: Libreria Campus Bari, via Toma 76/78
QUANDO:  alle ore 19.00

“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27

Antonio mi ha scritto un giorno per chiedermi di leggere e revisionare il suo romanzo. Un romanzo che traeva molta, forse troppa, ispirazione dalla propria vita. Con molta pazienza e abile capacità di mettersi in gioco, il romanzo è diventato una raccolta di racconti, pezzi di storie che messi insieme ricostruiscono pezzi di vita.

(La foto è di Luigi Ghirri)

Occhi a mandorla

Di Antonio Bonagura

 

Aspettava ogni anno quelle due settimane di agosto.

Era il 1982, da qualche giorno era arrivato a Palinuro,il posto dove fin da piccolo andava in vacanza.  Il posto dove il panorama delle spiagge, del mare, dell’incredibile scoglio, lo scoglio del coniglio per la sua sagoma che si riusciva a distinguere dalla finestra della sua stanza, tutto di Palinuro lo affascinava, riportandolo indietro con il pensiero a quando, da piccolo, osservava le stesse cose ma con uno sguardo diverso e lontano. Cos’era cambiato?

A Palinuro c’erano suoi amici,gli amici dell’estate. Cambiati, cresciuti ma con la stessa testa ogni anno. Le barchette a remi noleggiate tutti insieme, le nottate trascorse sulle spiagge intorno al fuoco in compagnia  di una chitarra e delle canzoni di Battisti con una sigaretta accesa, il bagno collettivo a mare, illuminati  dal bagliore della luna che rischiarava i corpi bruniti dal sole dell’estate. Le serate trascorse in discoteca per l’acchiappo di turno che se per qualcuno diventava il diversivo della nottata, per qualcun altro si trasformava in un’altra delusione. L’attesa dell’alba si rivelava in tutto il suo splendore quando sulle acque di quel mare cristallino si evidenziavano le ombre degli scogli che assumevano  forme più impensabili dando libero sfogo alla improvvisa visione di mostri mitologici. Tutti gli anni la stessa storia, la stessa estate. Poi ci fu quella del 1982.

Quell’anno aveva notato l’arrivo, nel gruppo degli amici del mare, di nuovi soggetti che Osvaldo non conosceva. Compresa lei.

I suoi occhi corvini  a mandorla  richiamavano alla mente quelli scolpiti sul viso marmoreo di una madonna. La ragazza dagli occhi a mandorla inizialmente sembrava volesse mantenere le distanze, ma poi iniziò a mostrare una certa simpatia nei suoi confronti manifestandosi più apertamente. Lei aveva dei lunghi capelli neri che le coprivano le spalle, una pelle olivastra e vellutata come quella delle ragazze sudamericane, vestiva elegantemente con abbinamenti originali e talvolta sensuali. Osvaldo, non volendo, la incontrava tutti i giorni quando rientrava a casa dal mare. Lei se ne stava sempre seduta sulla stessa panchina con un libro in mano e con un prendisole trasparente che le lasciava intravedere i suoi bei costumi da bagno e le sue forme sinuose come quelle di una sirena. Osvaldo credendo che aspettasse qualcuno si limitava a salutarla. Quella ragazza, a differenza di tutte le altre, gli stimolava fantasie che, liberandogli la mente, lo spingevano ad assumere atteggiamenti goliardici solo per farla sorridere. Lei lo assecondava stampandogli in faccia sorrisi semprepiù grandi . Si trattava di una sorta di eccitazione nascosta che Osvaldo riusciva a provare solo in quel modo, l’unico che gli consentiva di celare la sua timidezza.

Dopo qualche giorno fu lei a fermarlo affrontando la timidezza di Osvaldo:sfacciatamente gli chiese se poteva accompagnarla a casa. Lui, visibilmente impacciato, le rispose:

  • Credevo che stessi aspettando qualcuno.
  • No – rispose lei – ogni giorno aspetto qui il tuo saluto.

A quel punto Osvaldo, in un brivido di emozione che gli pervase la schiena, accettò di accompagnarla. Lungo il tragitto lei lo scrutava aspettando qualche sua battuta: aveva capito che con lei riusciva a comunicare solo scherzando. Quel reciproco timore non si sciolse nemmeno quando arrivarono sotto casa della ragazza che gli mostrò il suo interesse con uno sguardo intenso. Osvaldo, abbagliato da così tanta bellezza, rimase inebetito e riuscì solo a dirle:

  • Grazie, grazie!
  • E di cosa? – rispose lei.
  • Di avermi consentito di stare con te tutto questo tempo.
  • Guarda che ci abbiamo messo solo dieci minuti – rispose lei.
  • Possiamo rifarlo domani?
  • Certo che possiamo, magari vengo in spiaggia così partiamo da lì e stiamo un po’ di più insieme solo noi due.
  • Grazie – rispose Osvaldo con un sorriso appena accennato ed in preda ad un eccesso di sudorazione.Il giorno successivo, alla solita ora e con il cuore a mille, lasciò la spiaggia nella vaga speranza di non incontrarla, forse per non rivelare nuovamente il suo imbarazzo e si avviò verso casa. Appena dietro l’angolo dello stabilimento balneare la vide in lontananza, vicino alla chiesa mentre si avvicinava. Aveva uno sguardo particolare che, se da un lato svelava un’intrigante interesse, dall’altro evidenziava una parvenza distaccata forse per non apparire troppo sfacciata. Si era pettinata i capelli in modo tale che le facevano risaltare il viso e soprattutto gli occhi a mandorla. Indossava un costume nero ricoperto da un copricostume bianco trasparente che ne evidenziava le sinuose forme. Aveva un sottile filo bianco che le cingeva il polso della mano sinistra al quale era attaccato un vistoso palloncino rosso svolazzante. Osvaldo rimase abbagliato da quella visione
  • In quel brevissimo lasso di tempo che lo divideva dalla ragazza, la sua mente affogava nei pensieri più angoscianti:
  • Ora mi manderà a quel paese.
  • Ora mi dirà che si è sbagliata.
  • Ora capirà come sono fatto e cambierà strada.

Fino a quando la sua agitazione approdò serena  nel caloroso saluto di lei che lo distolse, così, dalle sue agitazioni. Lo salutò con un bacio sulla guancia che lui percepì come il preludio di qualcosa di più profondo che stava per sbocciare.

  • Ciao, come stai?
  • Bene! Tu? Da quel che vedo, meglio. Sei in forma smagliante, luminosa, solare, hai una luce particolare negli occhi.

Lei da questi inaspettati complimenti di Osvaldo rimase inizialmente confusa con il palloncino svolazzante che la seguiva nei suoi movimenti:

  • Sei tu che sembri fatto di ebano, i colori e le fattezze del sud America, la mia terra.
  • La tua terra?
  • Ma di dove sei?

Osvaldo non conosceva l’Argentina ma per quella idea che ogni ragazzo ha di un paese latino americano con le sue tradizioni, il suo folclore, i suoi balli, il tango e tanto altro, si lasciò andare ad una entusiastica esclamazione:

  • Bello! Bellissimo!
  • La conosci?
  • No, ma immagino che sia un paese stupendo.
  • Si lo è, peccato che però i suoi governanti lo stanno affossando.
  • Perché?
  • Io e la mia famiglia siamo fuggiti per evitare i rastrellamenti che la polizia fa quotidianamente.
  • Perché? Come mai?
  • E’ la dittatura, non ce n’è per nessuno.
  • E ora dove vivete?
  • A Napoli. Resteremo per un po’ dai nostri familiari che vivono qui  e che per fortuna possono ospitarci. Sai, sono contenta di essere arrivata qui. Insomma, sono contenta di conoscerti. Osvaldo, dopo aver ingoiato la saliva che aveva in bocca riuscì ad imbastire una risposta:
  • Anche io. E’ bello il tuo palloncino!
  • L’ho preso per te, per noi, ci fa volare con lui.
  • Ci fa volare?
  • Si col pensiero, guardandolo mi fa questo effetto. A te, no?

Osvaldo quasi smontando quel momento di tenerezza troncò:

  • Andiamo?
  • Si, ma non a casa, facciamo prima un giro.
  • E dove andiamo?
  • Passiamo dalla Chiesa, ci sono ancora le bancarelle, vorrei che tu vedessi una cosa.
  • Cosa devo vedere?
  • Andiamo, te la mostro.

Si incamminarono e riuscirono pian piano a muoversi seguendo una delicata intimitàanche se il pudore di Osvaldo gli faceva ancora mantenere un certo distacco.

  • Ti piace questa collanina?
  • Si, è sottile ed elegante, ti ci vedo molto bene.
  • Non è per me, è per te.
  • Per me? E perché?
  • E’ un mio pensiero, volevoper starti sempre vicino .

 La mise al collo di Osvaldo.

  • Sai che ti sta proprio bene.

Osvaldo arrossì e arrossì ancora più forte quando  lei gli diede un altro bacio sulla guancia. Continuarono così la loro passeggiata fino a casa della ragazza.

Era un palazzo antico con un gran portone di legno che immetteva in una corte  contornata da diverse abitazioni. Appena entrarono, furono accolti dall’abbaiare di un pastore maremmano, tutto bianco legato ad una catena. Osvaldo, colto di sorpresa, sobbalzò per l’aggressione di quel cane ma bastò un gesto e una parola della ragazza che il cane si acquietò, tornando mesto sui suoi passi. la ragazza riuscì a tranquillizzare Osvaldo e prima di lasciarlo andare, incrociò teneramente il suo  sguardo, abbandonandosi tra le sue braccia in cerca di un bacio che le arrivò  a suggellare la bellezza dell’emozione di quel momento vissuto intensamente da entrambi, ad occhi chiusi e con l’emozione di due bambini. Solo la voce di lei ruppe quel silenzio:

  • Ti amo! Ti amo.

Quella improvvisa passione si trasformò in un fuoco ardente che alimentò il loro amore, quell’amore estivo fino al giorno della partenza di lei.  Dopo l’estate lei sarebbe tornata in Argentina. Dover lasciare Osvaldo non le faceva affatto piacere.

L’ultima cosa che si dissero fu il nome, ciò che di solito si dice all’inizio. Grazia, disse lei. Si scrive con la c. Gracia. Osvaldo promise che le avrebbe scritto chiedendole di fare altrettanto. Passò qualche mese. Nella sua camera a Benevento, senza più il panorama del coniglio disteso sul mare di Palinuro, Osvaldo, con in mano la collanina che Grazia gli aveva regalato, iniziò a scrivere la sua lettera:

Anima mia, luce dei miei occhi, fuoco che mi bruci dentro, ossessione delle mie notti, sorriso, fiorellino, amore …

  • Osvaldo? – lo chiamò il fratello sulla porta
  • Scusami, sto scrivendo una lettera , non ci sono per nessuno, che tornassero stasera.
  • Ma Osvà, sono venuti a prenderci per la partita di calcetto. Avevi detto tu di passare a prenderci.

Maledizione, se ne era dimenticato e non poteva non andare, senza di lui non avrebbero potuto giocare. Quel tormento che aveva dentro lo bruciava ma come poteva fare? Doveva darsi malato? No. Terminare la lettera così com’era? No, aveva tante altre cose importantissime da dirle. A quel punto, scoraggiato chiuse il foglio in un cassetto, prese la borsa con tutto l’occorrente e via. Doveva solo fare presto. In poco più di un’ora sarebbe tornato a scriverle. Dopo la partita si precipitò in camera sua, si sedette allo scrittoio ed aprì il cassetto, la lettera non c’era più. La confusione del cuore lo assalì. Chi poteva aver frugato nella scrivania? Aprì con veemenza gli altri cassetti, uno ad uno. Si era confuso, la lettera era là. Ma impostarla prima di pranzo era ormai impossibile.

Stava per riprendere a scrivere quando nuovamente il trillo del telefono lo interruppe.

  • Pronto?
  • Pronto, qui è lo studio di ingegneria Vecchione di Napoli.
  • Ah, si, mi dica, dica pure in fretta per favore.
  • La chiamiamo per quel colloquio conoscitivo con l’ingegnere, sarebbe disponibile per …

Inchiodato un’altra volta, si trattava di una possibile proposta di lavoro da cui poteva dipendere il suo avvenire. La discussione durò quasi mezz’ora.

  • … così poco all’amore – scrisse – per vincere lo spazio e oltrepassare gli oceani. Oh, Grazia mia …

Nuovamente la mamma sulla porta che lo invitava ad andare a tavola perché aveva scolato la pasta. Lui si alzò di scatto in preda ad una reazione nervosa ed andò. Subito dopo pranzo riprese a scrivere:

  • … Oh Grazia mia, mia deliziosa Grazia, vorrei che tu sape …

Il fratello sulla porta:

  • Di là c’è Luigi che ti aspetta e poi, non dimenticarti che devi andare dal dentista.

Se ne era dimenticato un’altra volta e cercando di assumere un tono più tranquillo raggiunse il cugino in salotto.

  • Avevo capito che avevi da fare e ho deciso di venire dopo pranzo ma guarda che se ti do noia posso anche andarmene.
  • Sono passato per chiederti se ti fa piacere assistermi nella scelta del vestito per il mio matrimonio.
  • Ma certo che mi fa piacere, ci mancherebbe altro, sono o non sono il tuo testimone?
  • Ok, allora preparati che devi venire a Roma con me.
  • Quando?
  • Adesso, passo a prenderti tra un’ora, fatti trovare pronto.

Non poteva dirgli di no, tornò quindi in camera sua per prepararsi mentre sentiva che le forze lo abbandonavano. Lì trovò la sua lettera sullo scrittoio che aspettava di essere finita. Dovendo partire di lì a poco, decise di conservarla in un libro sulla sua scrivania.

Roma, in due giorni Luigi provò una ventina di abiti fino a trovare quello giusto, poi rientro a Benevento, colloquio con lo studio di ingegneria Vecchione, preparazione occorrente per l’inizio dell’ attività lavorativa.

Quanto durò quel vortice? Ore, giorni, mesi? Finalmente una sera si ritrovò da solo a casa e decise di mettere un po’ di ordine sulla sua scrivania, dove si era accumulata una pila di libri, documenti, certificati. Da uno di quei libri si sfilò un foglio di carta da lettera scritto a mano su cui riconobbe la sua scrittura.

  • Che stronzate, che cazzate. Quando le avrò scritte? – si chiese, cercando nei ricordi con una mano che gli cingeva la bocca – Quando ho potuto scrivere simili sciocchezze? E chi era questa Grazia?
  • Improvvisamente tutto tornò al suo posto.
#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

Per una lira #3: “Voragine” di Andrea Esposito

Prima di scrivere una storia chiediamoci: cosa racconto? Devo raccontarlo o posso farne a meno? Perché quando si scrive non si tratta dell’importanza della nostra vita, ma dell’importanza di una narrazione: cioè l’importanza di dire una cosa importante. Se non sapete scegliere, immaginate uno spazio, interno ed esterno, e decidete cosa raccontare di questo spazio se tutto o solo un metro quadro, per capire cosa è racconto e cosa si può, si deve, tacere. Gli spazi in cui si muovono le storie hanno più contenuto delle parole dei personaggi. Penso ai racconti di Carver o ai romanzi della Strout. I luoghi identificano la storia prima dei personaggi. In qualche modo, il set (termine semplice ma utile) è la storia. Questo succede nel primo romanzo di Andrea Esposito, Voragine, uscito qualche mese fa per Il Saggiatore.

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La Vita Inedita Di Una Scrittrice #32

“Allontanarsi dalla macchina” è il mio primo laboratorio ufficiale di #editing. Questo vuol dire che chi farà la prima edizione sarà al contempo fortunato e non. Partiamo dai non. Non sappiamo ancora, nemmeno io lo so bene, cosa succederà. Non è un laboratorio dove si diventa editor perché io non credo nei laboratori dove si diventa qualcuno. Io faccio laboratori dove si diventa al massimo se stessi che per chi scrive è tipo indossare la corona di allori. Non è un laboratorio dove ci sono in palio contratti editoriali. Perché io non credo nei palio (a meno di non essere a Siena) ma credo al massimo che scrivere ciò che si desidera è, per chi poi prova a pubblicare, come vincere un nobel apocrifo.

Lo immagino come una riunione del #fightclub dove non ci sono regole e ogni ora si stabiliscono regole. Immagino giornate attorno a parole che possono essere buone ma non sono ancora giuste. Ecco, è un laboratorio che darà giustizia alle parole dei partecipanti.
Non è obbligatorio (ma lo consiglio proprio tanto) avere già un testo, un’idea per un romanzo, un saggio o dei racconti. Se poi invece avete già un romanzo o un saggio o dei racconti finiti allora questo è il posto per lasciarli andare. Una specie di prova d’amore. Mi affiderete le vostre storie, io spero di restituirvi le vostre vite.
Tutto questo in una chiesa e in collaborazione con la Scuola Holden
Non fiori ma #opereinedite.
(Ditelo in giro.)
http://scuolaholden.it/fare-editing/

Per una lira #2 – Come un giovane uomo di Carlo Carabba

Carabba racconta questa storia si pone esattamente sull’asse opposto: quello di una voce molto personale, la definirei una questione privata. Privato è lo sguardo, quasi di sottecchi; privata è la vicenda; privata è la morte e privato è l’amore; privatissima la sofferenza per la scomparsa dell’ultima idea di giovinezza.

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Per una Lira – Parlarne tra amici di Sally Rooney

Parlarne tra amici, opera prima della dublinese e giovanissima Sally Rooney, brillantemente tradotta da Maurizia Balmelli, è un romanzo con una voce unica e allo stesso tempo collettiva. (Se fossimo negli anni Settanta direi che ha una voce “compagna” ma siamo nel 2018 e collettiva rende meglio.)

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“Un mare piccolo piccolo” di Emanuele Finardi – Dopolavoroletterario n. 26

“Il paradosso del respiro” è la raccolta di racconti ancora inedita di Emanuele Finardi. Nel prologo la racconta così: Il libro che vi apprestate a leggere è, in definitiva, uno scherzo della vista. Un gioco a rimpiattino che cerca di aggirare piccoli e grandi stereotipi che accompagnano normalmente la narrativa. E le sue atmosfere tipiche.

I suoi personaggi, le storie che animano sono effettivamente non-sense nell’accezione positiva che solo la scrittura sa rendere: così come in letteratura 2+2 non  fa 4, allo stesso modo in queste storie non si trova un senso alla o della vita;  non ci sono idilli nelle parole di Emanuele ma tante mareee che riportano a riva alcune cose che non sapevamo di avere perso.

UN MARE PICCOLO PICCOLO

 di Emanuele Finardi

Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere.
(Emily Dickinson)

Figlia mia finalmente oggi ci riesco, ne sono sicura.

Oggi ti scrivo. In francese come vuoi tu e non in algerino, lo giuro.

L’ho deciso stamattina, mentre mi guardavo nello specchio facendo fatica a riconoscermi. Nemmeno la vista del mare mi ha potuto aiutare. Un mare che neanche questo inverno riesce a raffreddare del tutto. A me, così piccola stamattina nel cuore, sembra davvero grande dalla finestra. Mi parla con la voce grossa di chi ne ha viste tante, e che conosce da vicino tutte le leggende di questo porto: che profuma di sardine che arrivano dall’acqua, e di vino Bordeaux che arriva da terra. Dal balcone dei miei occhi, seduta sull’altalena del pianto, lo posso dominare tutto questo anfiteatro di sughero, con la sua parvenza di durezza e il suo nocciolo di burro. Nel suo labirinto poroso, scorgo la saggezza di mia nonna che con la sua sedia a dondolo coperta di rose dava indignata le spalle al mondo; un po’ come questa città orgogliosa da secoli della sua indipendenza.

In fondo, ho pensato guardando per un attimo in basso, sono come quel giovane magrebino intento a spazzare il marciapiede prima della nuova asfaltatura, anche lui con il suo carico di frustrazioni di chi piega la schiena la mattina presto. Lui a pulire la strada – io il letto – prima che arrivino altri uomini a sporcare di nuovo. Vai a spiegarlo tu al corpo che chiede il riposo.

E, invece, bisogna rimettersi in marcia anche lungo il solito vicolo stretto di questa città che ormai mi guarda con compassione mentre scendo dalla stazione al Vieux Port.

Con passo da sposa ripudiata e coi topi come damigelle d’onore. Una esistenza, la mia, consumata sul filo sottile del margine. Dodici, a volte quindici ore, ove il salario alla fine è uscire viva, con le mani e la gola al posto giusto, senza aver pagato alcun altro pedaggio oltre alla vergogna. Ah come vorrei una volta mollare tutto questo per un giorno e arrivare, stavolta con le gambe e non solo con gli occhi e il sospiro, alla Corniche. Basta guardare alla sinistra del porto, è lì che comincia. Ma, come spesso accade, lo sguardo inganna e le ville dei ricchi sono molto più lontano, almeno per me. Tanto lontano che nemmeno col tram sono riuscita mai ad arrivarci.Dicono che dietro la curva, prima di arrivare al Vallon des Auffes, ci sia il mare più bello del mondo, che puoi ammirare mentre nell’aria si sparge il profumo di bouillabaisse, talmente forte da essere in grado di portarti volando sino a Cassis. Dicono che il mare di là sia di un azzurro indomito e insolente, quasi violento nella sua magnificenza: un mare che ti sveglia con uno schiaffo, per poi accarezzarti col vento caldo da sud. Strano che queste terribili giornate al mattatoio dell’anima non lo abbiano reso cattivo, Omar, il mio ultimo amante di questa notte. Lui lavora alla stazione frigorifera: in mezzo a pareti alte, di lamiera lucente, che fan da teatro a piccole formiche scure intente a stoccare l’ultimo carico di carne e sangue. Si muovono tutti al ritmo dei rumori di metallo cattivo, terribile e insensibile a quei cristi appesi dal collo. In fondo Omar è l’uomo che va bene per me. Per questo fisico da gazzella col leone attaccato al culo. Per questa faccia che il pasticcio di rimmel e ombretto si diverte a rendere ancor più scavata. Un volto da strada. Che sa di bitume caldo. Lui è come il Mare dietro la curva. Omar conosce la formula: bisogna essere spietati e attenti, movimenti brevi precisi da torero, dove quello che conta è ricordare che davanti hai una cosa, un bene tale solo per il suo involucro. Una merce che vale da morta.Perché, in fondo, io valgo solo da stesa, al massimo carponi. Quasi nessuno vuole che salga sopra, chissà quale onore signori! Ma loro non sanno che da sotto si vede meglio. Che dal basso ogni volta rubo il midollo. E scruto la loro morte. Che è molto peggio della mia. È appena piovuto, e dunque riesco a vedere tutta la mia grama sfida al domani in questo stagno prima di pestarlo con le scarpe. Come se fosse il mio piccolo mare privato. Un mare piccolo piccolo. In questo cristallo d’acqua sbrecciato a destra ci vedo le notti da fanali di una volta; pupille asiatiche fissate su auto improbabili, invadenti perché di un giallo forte, francese, che fora il buio del lampione castrato dai sassi del figlio del lattaio. Un colore sfacciato che si insinua sin sotto la gonna, e passi. Sotto i seni in vetrina, e passi. Ma che cerca ti violarti anche il cuore. E questo non lo accetto.Meglio le mie calze scure, lise ma tanto belle e sincere quando le allungo sin quasi all’inguine. Meglio anche loro di voi: perché sanno stare zitte e da sempre non mentono a nessuno.

Vorrei che tutto mi si confondesse, come accade nel retrovisore appannato dei miei clienti. E vorrei non vedere niente: così da dimenticarmi chi sono. E scriverti la più bella lettera della mia vita.

“Cara Alida, nonostante siano più di vent’anni che non ci vediamo…”.

L’avrò riscritta un milione di volte, ma alla fine ci sono riuscita a imbucarla.

E, come in un vecchio film, di quelli che mi fanno sognare, vedo già il postino con la bicicletta in volo dall’altra parte del Mediterraneo al tuo uscio, che te la consegna.

Non so nemmeno se  abiti ancora là… Ma mi fido del mare.

Purtroppo, figlia mia, la vita non si decide per posta.

E, anche se fosse, conosci tua madre: di certo riuscirei a dimenticare il francobollo.   

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

“Il canelupo” di Giovanni Menzani

By alessandra Uncategorized

Un racconto tratto dall’ultima raccolta di Giovanni Menzani “Comportati da uomo”,  Liberaria

IL CANELUPO

Quando faticosamente mio figlio si rialzò e, tenendosi in equilibrio sulle sue gambette ormai senza muscoli, mi implorò: lo portiamo a casa, papà?, io non seppi dire di no. Anche se sapevo che mia moglie si sarebbe arrabbiata. Che si sarebbe molto arrabbiata. Avrebbe fatto una scenata, mia moglie, vedendoci arrivare a casa con un cane pieno di pulci, senza un preavviso. Per questo a lei non avevamo parlato della nostra visita al canile municipale.

Eravamo stati accolti dall’abbaiare stanco di una coppia di randagi rinchiusa in un serraglio. Il pavimento sporco di sangue e fanghiglia. In una scodella ammaccata, i resti di un misero pranzo, una manciata di crocchette che puzzavano come carogne in decomposizione. Dio solo lo sa, cosa ci mettono in quelle maledette palline colorate. Appena fuori la gabbia, il canale di scolo era intasato di escrementi. Si era avvicinato a noi un uomo con una canna in mano. Indossava una tuta di tela leggera e stivali di gomma. L’uomo ci aveva chiesto di allontanarci e poi aveva aperto il getto d’acqua sull’acciottolato: con un leggero movimento del polso faceva roteare la canna, cercando di indirizzare gli escrementi nel canale di scolo. C’era dell’arte in quel suo muovere il polso. Io e mio figlio eravamo rimasti ipnotizzati a osservare la merda che galleggiava lungo il percorso verso un pozzetto scoperchiato in mezzo all’aia inghiaiata.

Alle nostre spalle era giunta una volontaria, una ragazza con i capelli ricci, raccolti sopra la nuca con uno chignon, i lineamenti esotici e la pelle di colore olivastro. Ci aveva detto che la scambiavano per un’araba, un’africana del nord, o comunque una straniera: era proprio una seccatura. Era stata la prima cosa che ci aveva detto. Forse era stufa di sentirselo chiedere. Portava un maglione sformato e dei pantaloni larghi, con il cavallo all’altezza del ginocchio, e al polso aveva un vistoso groviglio di braccialetti di corda. Ci eravamo scambiati una debole stretta di mano, poi ci aveva invitato a entrare nell’ufficio ricavato con delle tavole di legno al piano terra di un fienile diroccato.

Ci siamo già visti, mi aveva detto lei, puntandomi addosso i suoi meravigliosi occhi neri.

Davvero?, avevo balbettato io. E quando?

Non è il notaio?

Sì.

Sono venuta da lei per il riscatto dell’appartamento dei miei genitori. Vivono da trent’anni nelle case popolari oltre il ponte di ferro.

Io avevo annuito imbarazzato. Razza di idiota, pensavo, come fai a non ricordarti di lei? Mi ero aggiustato il cappello alla John Wayne sulla fronte, poi avevo spostato la mia attenzione alle pareti del capanno, dove erano appesi dei disegni di bambini.

Sono i ritratti dei cani che hanno adottato, aveva spiegato la ragazza. Chiediamo a tutti i bambini di mandarcene uno. Lo chiederemo anche a te, aveva aggiunto accarezzando mio figlio sul capo.

Dopo aver terminato la compilazione del registro visitatori ‒ lei aveva chiesto i miei dati anagrafici, ma mio figlio aveva voluto darle i suoi. Sarà il mio cane, aveva sentenziato ‒ con la ragazza ci eravamo avviati verso il reparto dei meticci.

Come arrivano qui?, avevo chiesto io, per poi pentirmi immediatamente di una domanda così stupida. Volevo solo sentire di nuovo la sua voce.

Ci sono cani abbandonati sulla corsia di emergenza dell’autostrada, aveva risposto lei, o in un’anonima strada di periferia. In un vecchio camper scassato e pieno di adesivi. Cani che girovagano nelle campagne, senza collare e senza microchip. Cani che restano a guardia di un pollaio abbandonato, cani sopravvissuti leccando un pentolino arrugginito in mezzo al terriccio umido. Cani nati qui in canile. Cani riportati al canile dai loro proprietari, dopo una sola settimana di vita comune: perché i cani erano un impegno, e loro non se lo potevano permettere. Cani a cui è morto il padrone. L’altro ieri è arrivato un bastardino dal pelo corto, il muso appuntito, a macchie bianche e nere, aveva detto lei. Il suo padrone era un senzatetto, è stato trovato morto assiderato ai bordi di una strada.

Be’, almeno il cane si è salvato, avevo commentato mesto. Mi ero chiesto se era una frase intelligente da dire in questa situazione, ma non ero riuscito a darmi una risposta. Quella ragazza mi metteva in soggezione. Quei suoi occhi neri: non riuscivo a dire nulla di sensato.

Ancora: cani che hanno morso qualcuno. Pochi, tuttavia, aveva detto lei. Di norma questi cani vengono soppressi con un’iniezione letale a base di embutramide, mebenzonio ioduro e tetracaina cloridrato. Questa soluzione, aveva aggiunto con un tono distaccato, provoca l’immediato blocco cardio-respiratorio, e l’ipossia cerebrale porta alla morte dell’animale in pochi minuti.

Ma si trattava, per lo più, di bastardini di piccola taglia, dal muso arruffato e l’espressione malinconica. Spingevano contro la rete metallica, in tono di supplica.

Ci piangeva il cuore, non poter fare nulla per loro. Ma certo non potevamo portarli tutti a casa.

E poi: erano così brutti.

La volontaria ci aveva mostrato un cane con un ciuffo bianco sul cranio squadrato che batteva la coda per terra. Un cane aveva le zampe talmente tozze che sembrava gliele avessero spezzate con un tronchesino: un cane nano. Un cane villoso, piuttosto grasso. Un cane spelacchiato a causa della tigna. Un altro cane aveva il muso nero e i baffi sottili come il filo da pesca. Ancora, c’era un cane che aveva le setole corte e grigiastre, e assomigliava troppo a un ratto di fogna. Quel cane era davvero brutto. Più brutto di un ratto di fogna.

Io avevo temuto che mio figlio scegliesse quello.

Per l’amor di Dio, avrei voluto dirgli, non scegliere quell’orribile topo di fogna.

Dio, fa che non scelga proprio quello.

Lui non sembrava convinto. Si era trascinato da un recinto all’altro aiutandosi con una stampella che usava come un bastone. A quei tempi aveva iniziato ad avere i primi problemi di deambulazione, ma ‒ testardo com’era ‒ non voleva farsi aiutare. Aveva passato in rassegna quei randagi malandati, aveva parlato con ognuno di loro, aveva infilato le sue manine gracili attraverso le maglie della recinzione sino a sfiorarli, ma non si era fermato con nessuno.

Era rimasto in silenzio, limitandosi ad ammirare i campi di granoturco oltre la staccionata sbiancata dal sole che delimita il canile sul lato opposto all’ingresso.

Non ne hai trovato nessuno che ti piace?, gli avevo chiesto. Ero mortificato all’idea di andarmene da quel posto senza portare via un cane, soprattutto mi seccava fare una brutta figura con la volontaria, che era proprio un bel tipo. Insomma, mi piaceva.

Nel frattempo lei si era allontanata con discrezione. Aveva richiamato l’attenzione dell’uomo con gli stivali e la canna di gomma per dirgli di pulire il recinto dei malinois, dove aveva visto la luce un’inconsueta cucciolata di undici esemplari. Undici!, si era lamentato lui allargando le braccia.

Mio figlio mi aveva risposto con un filo di voce. Avevo dovuto fargli ripetere le sue parole. Mi sforzavo di non farlo, per non metterlo in imbarazzo. Ma spesso non lo capivo.

Non è che non mi piacciono, aveva sussurrato. Anzi, mi piacciono tutti.

E allora cosa c’è?

È che… insomma, sono cani piccoli. Io non voglio un cane così piccolo!

Piccoli?

Sì, io mi ero immaginato un bel cagnone, aveva detto lui appoggiandosi alla staccionata.

Un cane grande.

Faticava a reggersi in equilibrio, e questa volta ero stato costretto ad aiutarlo, nonostante sapessi bene che non apprezzava affatto il mio gesto. Faceva caldo ed eravamo in uno spiazzo assolato, senza uno spicchio d’ombra: già aveva battuto mezzogiorno. E quella staccionata di legno non sembrava stabile.

Lui mi aveva guardato con fissità.

Io ero andato a cercare la volontaria e le avevo spiegato il problema. Lei mi aveva concesso un sorriso che mi era sembrato sincero.

Dovevate dirlo prima, aveva detto, che volevate un cane grande.

Nemmeno io avevo un’idea precisa, avevo balbettato.

Non ve li ho mostrati subito, aveva detto lei, perché quelli di taglia grossa non li vuole nessuno. Sono più impegnativi, mangiano tanta carne ‒ alcune razze arrivano a mangiare più di un chilo di carne al giorno, lo sapevamo? ‒ e ci vuole un bel giardino… e quanto sporcano!

Dove abitiamo noi c’è un grande parco con delle querce secolari e un viale di cipressi all’ingresso, avevo detto io. Sono più di venti pertiche di terreno. C’è un bosco di faggi con un ruscello che non si asciuga mai, nemmeno in estate. Mentre parlavo muovevo le mani nell’intento di descriverle il luogo, sembravo quasi volerlo dipingere. Mi sembrava di tratteggiare i contorni dell’antica casa padronale, con i suoi muri possenti in pietra, le travi in rovere e le tavelle di cotto fatte a mano, la cantina con la volta in mattoni. Avrei voluto schizzarle su un foglio di carta la torre colombaia che si ergeva al centro della facciata principale, e che svettata sulle colline all’orizzonte.

Ci siamo trasferiti da poco, le avevo raccontato.

Stavo per aggiungere: da quando i medici hanno diagnosticato la malattia di mio figlio. Ma mi ero fermato: non c’era nessuna ragione di parlarne a una sconosciuta come lei. Era il mio modo per esorcizzare il dramma: ne parlavo con tutti. Gente incontrata per caso. In coda alle poste, all’edicola, dal benzinaio, al bar sulla strada che porta in città, in attesa di un caffè corretto con la sambuca. Gli amici del circolo del tennis ormai mi evitavano, perché non ne potevano più delle mie recriminazioni e dei miei pianti.

Sii uomo, mi dicevano.

Devi reagire da uomo, mi dicevano.

Uno della tua posizione, dicevano. Non sta mica bene andare in giro a piagnucolare con gli sconosciuti. Non fai mica una bella figura.

Così farai pena a tutti, mi dicevano.

E dunque avevo detto: eravamo stufi della città.

Di tutti quei rumori, di quegli odori.

Della polvere che ti si infila tra le palpebre.

Delle code in tangenziale.

Delle auto parcheggiate in seconda fila.

Dei distributori automatici di lasagne al ragù.

Di quell’orizzonte livido che incombe sulla città.

La volontaria ci aveva accompagnati in un altro reparto, oltre l’aia inghiaiata, dove le gabbie erano più grosse e alla cui sommità era stato messo del filo spinato. Le salve di latrati ci avevano colti impreparati.

Io avevo provato a chiedere se c’erano dei bulldog.

Portandosi un dito all’orecchio – un orecchino di legno che le deformava il lobo sinistro ‒ la ragazza mi aveva fatto capire che, lì dentro, era inutile parlare.

Mio figlio sembrava disorientato in mezzo a quel caos, ma poi aveva visitato con aria curiosa i loculi, che erano chiusi con spranghe di ferro, catene e lucchetti. Io ero rimasto in disparte. Avevo lanciato un’ulteriore occhiata complice alla volontaria, che aveva abbassato lo sguardo arrossendo.

Il bambino si era bloccato davanti a una gabbia di un canelupo che guaiva rauco davanti a una bambola di pezza con l’imbottitura di fuori. Era restato a lungo davanti al cancello, facendosi leccare le mani dall’animale attraverso le strette maglie metalliche. Poi si era girato verso di me.

Non c’era stato bisogno di discuterne.

Lo avevamo portato a casa dopo una visita sommaria da parte del veterinario del canile, un uomo dall’aspetto truce ma dai modi dolcissimi, che con grande professionalità ci aveva spiegato dei vaccini ‒ molti sono contrari ai vaccini per i cani perché hanno paura di reazioni pericolose o perché convinti di farli soffrire troppo, mai lui lo trovava un comportamento dettato dall’emotività: erano più pericolose certe malattie. Certe malattie erano mortali, aveva detto ‒ e mostrato su un tablet dove trovare i prezzi più convenienti del cibo per cani.

Avevamo persino evitato la visita di routine da parte degli psicologi dell’associazione che gestisce il canile, in appalto dal Comune: prima di dare un cane in adozione, ci aveva spiegato la volontaria mentre ci accompagnava alle gabbie, di norma mandiamo un addetto a controllare se ci sono le condizioni necessarie: se il luogo è adatto, se il cane ha il suo spazio vitale a disposizione, se il cane dorme al coperto.

Nel nostro caso, non se ne fece nulla: la potenza di due stampelle e di un viso scavato dalla malattia.

La potenza della disperazione di un padre.

Era stata una fatica immane far salire il canelupo sul furgone.

Probabilmente lo hanno scaricato da un’auto, ci aveva detto il veterinario: è per questo che non vuole salire. Ha paura di essere abbandonato di nuovo.

Eravamo stati costretti a issarlo dentro in tre, tenendogli le zampe legate con una corda. Per sicurezza gli avevamo infilato una museruola.

Durante il viaggio il canelupo si era un po’ sciolto. Sembrava essere consapevole dello spettacolo del crepuscolo dai toni purpurei che scontornava le lievi colline che costeggiavano il fiume. Nel cielo, gli uccelli volavano in formazione.

Mia moglie si era arrabbiata.

Ci mancava solo un cane, aveva detto esterrefatta. Non pensi che la situazione non sia già di per sé complicata?, aveva sibilato scendendo i gradini dell’ingresso principale. Anziché essermi d’aiuto… io proprio non ti capisco.

Ma poi si era accorta della felicità che aveva letteralmente travolto il viso del nostro unico figlio, che senza farsi notare si era avvicinato a noi per stringerci in un lungo ed emozionante abbraccio.

Noi tre, in lacrime, in piedi nel piazzale davanti al garage.

Al centro il canelupo, spaventato, ancora con addosso la museruola.

Nei primi tempi, nostro figlio voleva accompagnarlo fuori. Uscivamo insieme ‒ io, lui e il canelupo ‒ un’ora prima della scuola. Nella quasi oscurità ci incamminavamo lungo le mulattiere tra i campi che fuggivano via, scendevamo sino al fiume, dove ci sedevamo a cavalcioni sulla riva tra i sassi appuntiti. Da lì, lo incitavamo a inseguire le lepri e gli aironi cinerini. Durante l’attesa, chini sulle ginocchia sino a toccare con le mani a terra, lanciavamo i sassi contro il pelo dell’acqua. Andavano scelti con accuratezza, i sassi: piatti e dalla forma arrotondata, non troppo pesanti ma nemmeno troppo leggeri. Andavano lanciati con un gesto rapido, uno scatto del polso deciso, e bisognava tenerli perfettamente orizzontali, perché dovevano andare a impattare il pelo dell’acqua torbida come se la dovessero accarezzare. Io non sono mai stato abile, a lanciare i sassi. Non come mio fratello, che gli faceva fare decine di salti, fino a raggiungere la riva opposta del fiume.

A volte il canelupo si infilava in un boschetto di robinie o in una macchia fitta di vegetazione, scomparendo alla nostra vista. Mio figlio temeva che non tornasse più, e urlava a squarciagola il suo nome, urlavamo a squarciagola il suo nome. Qualche minuto più tardi tornava ansimante da una curva che delimitava il campo di stoppie. Accaldato e con la lingua a penzoloni, si immergeva fino al garrese e annaspava con le zampe per tenersi a galla. Il fiume era un pericolo, con quell’acqua melmastra e quei mulinelli ti trascinavano a fondo. Ci si poteva annegare.

Anche i campi di stoppie erano un pericolo, ma noi ancora non lo sapevamo.

Era accaduto una domenica di marzo. La salute di nostro figlio andava peggiorando, inesorabilmente. Ormai non riusciva più a muoversi. Passava il suo tempo in giardino, su una carrozzella parcheggiata all’ombra di un albero di noci.

Anche il canelupo faticava a muoversi, in quei giorni. Il bambino lo aveva chiamato più volte, quella mattina di una domenica di marzo, nel prato zuppo di pioggia, ma l’animale non si era fatto vedere. Era disperato. Io avevo finito di armeggiare con le cesoie e mi ero messo a cercarlo, e così aveva fatto anche mia moglie. Lo avevamo cercato ovunque, lungo le siepi di bosso e di biancospino, nel roseto, sotto la pergola del glicine. Nella casetta degli attrezzi. Nel garage, dove spesso lo chiudevamo per errore: durante la notte lui iniziava a ululare, ululava fino a quando non decidevamo di alzarci e di scendere, in pantofole e vestaglia, per aprirgli la porta. Quella domenica lo avevamo trovato infine accucciato contro il forno a legna. Immobile. Il respiro affannoso sembrava riempirgli e svuotargli la pancia.

Senza esitazioni lo avevamo caricato sul furgone e lo avevamo portato dal veterinario. Naturalmente nostro figlio era voluto venire: avevamo dovuto caricare lui sul sedile del passeggero e la carrozzella nel vano posteriore, insieme al canelupo. Era preoccupato. Si contorceva i lembi del giubbino, mordendosi l’interno delle guance.

Il veterinario ci aveva spiegato che alcune piccole spighe, raccolte in un campo di grano, gli si erano infilate tra le zampe, e poi via sotto la cute avevano viaggiato tra i capillari e infine nelle vene, provocandogli un’infezione pericolosa. Per fortuna l’infezione non aveva raggiunto un organo vitale, altrimenti non ci sarebbe stato più nulla da fare. In quei casi, le bestie morivano in poche ore. Il veterinario aveva prescritto al canelupo una cura di antibiotici e di antidolorifici, perché stava soffrendo.

Nostro figlio, seduto sulla sua carrozzella in un angolo dell’ambulatorio, lo aveva ascoltato senza tradire particolare emozione. Una volta fuori, era scoppiato in lacrime.

Eravamo tornati dal dottore qualche tempo dopo, e lui aveva lisciato il pelo del canelupo con una spazzola di ferro sino a scoprire una macchia di liquido scuro nella zona nascosta dal collare. Avvicinandoci, eravamo stati investiti da una zaffata di odore marcio. Poi il dottore aveva medicato quella che sembrava essere una ferita da arma da taglio, dopo aver pulito la zona con un piccolo rasoio. Ci aveva detto che l’odore era provocato dalle larve delle mosche. Sul pavimento di gres lucido, insieme al pelo cadevano dei piccoli vermi biancastri.

Nostro figlio tossicchiava a bocca chiusa, nel suo angolo, seduto sulla sua carrozzella.

L’estate successiva nostro figlio si era aggravato.

Era rimasto costretto a letto dall’incedere della malattia. I cuscini dietro la schiena. La pelle floscia. Le mani grinzose. Il moccio al naso.

Il canelupo aveva il permesso di entrare e uscire dalla sua cameretta, la grande vetrata affacciata sul pergolato avvolto dal glicine era sempre aperta. Spostandosi con la sua andatura goffa, l’animale combinava danni: aveva staccato persino i tubicini della flebo dal respiratore, ma ce ne eravamo accorti subito e ci eravamo fatti una risata. Nostro figlio lo voleva sempre accanto. Gli accarezzava il capo e parlottava con lui: lui e la bestia sembravano quasi scambiarsi impressioni ed emozioni.

A volte, gli ordinava di fare il morto: il cane si stendeva per terra e sembrava quasi non respirare più.

A fine estate, dal suo letto aveva telefonato al veterinario perché l’animale gli sembrava stitico: il dottore gli aveva somministrato dell’olio di ricino. La colpa era delle ossa di manzo che ci dava il macellaio che aveva la bottega nella piazza del paese, se il canelupo aveva questo problema.

Una notte di luna piena, era metà ottobre, nostro figlio aveva avuto la prima, grave, crisi cardiaca.

Lo ricoverammo all’ospedale, dove era stato tenuto per un po’ di tempo sotto osservazione prima di spostarlo nella camera iperbarica.

Mia moglie e io non potevamo fare nulla. Passavamo le ore, i giorni, le settimane, nel corridoio al neon dell’ospedale, dormendo su una sedia di plastica o appoggiati contro la porta del bagno.

Aspettavamo.

La pioggia cadeva.

Aspettavamo e basta.

Dopo undici giorni ci era stato concesso di vedere nostro figlio. Era irriconoscibile. Rasato a zero. Magrissimo. Talmente magro che sembrava non avere nemmeno l’ombra.

Gli occhi impauriti appesi alla pelle del cranio.

Faticava a parlare. Ci eravamo accostati da una parte e l’altra del letto, e gli avevamo accarezzato le mani.

Lui aveva roteato le pupille verso di me.

Ansimando, aveva chiesto: papà, come sta il canelupo?

Il canelupo sta bene, avevo sussurrato io stringendo le sue mani, sempre più fredde. Non ti devi preoccupare per lui.

“Idee per scrivere” – Laboratorio di scrittura alla Fiera del Levante

Da Lunedì 10 fino a domenica 16 settembre , ogni giorno dalle 18 alle 20, sarò ospite dello spazio “Un paese per giovani”, all’interno della Fiera del Levante (pad. 137). Questo è il programma della rassegna con tutti gli ospiti. La partecipazione è gratuita, basta richiederla sui social del magazine “ILikePuglia“, qui le istruzioni.
Si tratta di una versione avventurosa, estemporanea e luminosa di “Una storia tutta per sé“.

Sdradichiamo radici, sciogliamo nodi, spettiniamo bambole, stemperiamo imitazioni, assembliamo ispirazioni.

Questo il programma degli incontri (o giù di lì):

PRIMO INCONTRO. Scrivere di sé è come bere un bicchiere d’acqua. Usare la narrazione per raccontare se stessi è facile come bere un bicchier d’acqua. Con una precisazione: bisogna tener presente che ci rivolgiamo a chi non conosce né l’acqua né il bicchiere da cui beviamo. Una sfida, meno facile di quel che si pensa. Ma non impossibile.

SECONDO INCONTRO. Mettere radici. Per imparare a raccontare se stessi, che sia una storia personale o la storia della propria azienda, è importante conoscere bene le proprie radici. Queste radici fatte di ricordi, di fotografie, di film, di canzoni, di luoghi e di voci rappresentano la materia prima da cui nascono le storie che inventeremo e racconteremo insieme.

TERZO INCONTRO. Il senso delle parole è determinato dai nostri cinque sensi. Quando scriviamo vediamo, sentiamo, odoriamo, gustiamo e tocchiamo il mondo. In questo incontro proveremo ad usare i nostri sensi per scrivere la nostra storia e renderla dunque sempre più simile a noi.

QUARTO INCONTRO. Le forme del narrare sono molto importanti quando si vuole raccontare se stessi per evitare di cadere nella retorica del già visto e del già scritto e dunque  rischiare di non farsi notare dal pubblico dei lettori. In questo incontro i corsisti sperimenteranno metodi creativi per scrivere un diario, un post sui social, una lettera d’amore e un report aziendale.

QUINTO E SESTO INCONTRO. Brand by me! Adesso che abbiamo posto le basi del racconto passiamo dalla teoria alla pratica. Negli ultimi due incontri si sviluppa, si scrive, si corregge e si edita una storia visuale ovvero una storia d’impresa che possa essere non solo letta ma “vista” attraverso gli strumenti della narrazione. Tutte le storie prodotte saranno poi oggetto di valutazione all’interno di un contest di scrittura, dedicato al racconto d’impresa: RACCONTA LA TUA IDEA.

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