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Una storia tutta per sé alla libreria Il Ghigno, sabato 12 maggio

Una storia tutta per sé: come raccontare se stessi ed essere felici

Laboratorio intensivo di scrittura autobiografica

Molfetta, Libreria il Ghigno, sabato 12 maggio dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.30

IL CORSO

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

Durante il laboratorio si impara a scrivere una storia tutta per sé. Al termine  della prima parte del corso (11 novembre) la docente assegnerà la scrittura di un testo (racconto, idea, incipit) che poi verrà letto, corretto e revisionato dalla docente durante la seconda parte del corso (18 novembre). Tutti i testi non dovranno superare le 5400 battute spazi inclusi.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

DICONO DI “UNA STORIA TUTTA PER SÉ”

“Qui è nata la mia storia, quella storia tutta per me che mi rimbalzava nella testa da anni e anni e che non avevo il coraggio di scrivere.” Bianca

Ho alzato lo sguardo dalla mia storia personale e mi sono anche molto divertita, perché ogni lezione era un po’ come una festa, piena di sorprese. Insomma, un appuntamento prezioso a cui non sono mai mancata”. Anna Rita

“Non solo le lezioni, i libri, gli esercizi o gli scambi di pensiero ma soprattutto il suo cuore sono riusciti a darmi la forza per prendere in mano la mia storia e condurla verso i primi passi”. Ilaria

Una storia tutta per sé – Bari 17 e 18 Marzo 2018

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato. Sabato 17 e domenica 18 marzo, ci vediamo da Liberaria Editrice a Bari.

DICONO DI “UNA STORIA TUTTA PER SÉ”
“Qui è nata la mia storia, quella storia tutta per me che mi rimbalzava nella testa da anni e anni e che non avevo il coraggio di scrivere.” Bianca
Ho alzato lo sguardo dalla mia storia personale e mi sono anche molto divertita, perché ogni lezione era un po’ come una festa, piena di sorprese. Insomma, un appuntamento prezioso a cui non sono mai mancata”. Anna Rita
“Non solo le lezioni, i libri, gli esercizi o gli scambi di pensiero ma soprattutto il suo cuore sono riusciti a darmi la forza per prendere in mano la mia storia e condurla verso i primi passi”. Ilaria

ASTROLIBRI – Laboratorio di scrittura e di lettura con i Pianeti e lo Zodiaco

ASTROLIBRI

 Consigli di scrittura e di lettura con i pianeti e le stelle

A cura di

Francesco Astore e Alessandra Minervini

“Astrolibri” è un laboratorio di scrittura creativa e di lettura astrologica che racconta un libro e uno scrittore (diversi) attraverso le loro parole, episodi biografici, i loro temi astrali e segni zodiacali. Tutti gli incontri saranno coordinati e guidati da Alessandra Minervini (scrittrice) e Francesco Astore (astrologo). Lo scopo del laboratorio è rileggere insieme grandi classici della letteratura per analizzarne sfumature letterarie, indicazioni di stile, trarne lezioni di scrittura e soprattutto scoprire come lo Zodiaco dei dodici segni e il tema natale possano aver influenzato dinamiche letterarie e talento. Questo lavoro sarà svolto sia intorno all’opera/vita degli autori scelti che su uno dei loro romanzi più noti anche per conoscere corrispondenze astrali tra i personaggi d’invenzione, protagonisti dei romanzi rintracciandone il riflesso nell’Oroscopo degli scrittori.

Tutti gli incontri si terranno a Bari in via Carulli 72 – Dalle 18.30 alle 20.30

COSTI: Costo per incontro singolo: 20,00

INFO: info@alessandraminervini.info

  1. 19 marzo – Virginia Woolf, “Orlando”. Tema letterario: il doppio, la scrittura del sé, la finzione letteraria. Tema astrologico: Lettura dell’oroscopo dell’autrice, Acquario ascendente Gemelli, rispettivamente segni dell’elusione e della maschera, entrambi segni della messa in scena sul teatro del mondo.
  2. 26 marzo – Gabriel Garcia Marquez, “Dell’amore e altri demoni”. Tema letterario: realismo magico, personaggi eterni. Tema astrologico: Lettura dell’oroscopo del romanziere, Pesci ascendente Toro, i due segni della fantasia e dell’aderenza alla realtà, della ricerca dell’edonismo, dell’amore come nutrimento indispensabile dell’Io.
  3. 19 aprile – Fedor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”. Tema letterario: il male nella letteratura, il conflitto narrativo. Tema Astrologico: Lettura del quadro astrale del romanziere, Scorpione ascendente Sagittario, eversione e mistero, visceralità e scoperta dell’ignoto, segni entrambi della sfida al pericolo e del brivido dell’avventura.
  4. 27 aprile – Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Tema letterario: come incrociare la storia con la Storia, scrittura sentimentale. Tema astrologico Ariete (ignota l’ora). Slancio primario, individualismo, coraggio, spirito passionale e travolgente, voglia di sentirsi inserito nel flusso del Tempo, di essere protagonisti.
  5. 22 maggio – Austen/Dickinson, “Orgoglio e pregiudizio”, “Liriche”. Tema letterario: la scrittura femminile. Tema astrologico: entrambe autrici del Sagittario, segno che manifesta un’anima femminile poetico – alternativa, che dà voce a contenuti di accoglienza, ospitalità, senso del materno.
  6. 1 giugno – Dino Buzzati, “Un amore”. Tema Letterario: Strutture narrative e costruzione di senso. Tema astrologico: l’alterità e la dialettica con il prossimo.

I know It’s OVERlove
Giovedì 21 Giugno #lettidinotte #ov #vediallavoce #overlove

Parole in musica Tratte dal romanzo Overlove di Alessandra Minervini (Liberaria Editrice)

Voce: Alessandra Minervini, Giorgia Antonelli

Musica: Pierpaolo Guaragno

Il Romanzo «Non esiste un motivo per amare. L’unico motivo dell’amore è l’amore». «Per questo smette». All’inizio del romanzo la protagonista, Anna, dice “Basta”. Lasciare Carmine è una delle prove d’amore più oneste che lei possa compiere. Non è tanto una separazione, che mentalmente non avverrà mai, quanto un abbandono. In apparenza sembra che la scelta sia per salvare se stessa: “Quando si fa schifo bisogna stare da soli”. In realtà, andando avanti, le scelte dell’uno e dell’altra mostrano che ci si può lasciare non per salvare se stessi ma per salvare il proprio amore. L’amore, nel romanzo è così, non corrisponde necessariamente ad aver trovato la soluzione a tutto. Anna vive un amore troppo grande, più grande del contesto a cui appartiene, più grande anche di se stessa al punto che, non riuscendo a superare i propri limiti, molla. La storia con Carmine diventa una rinuncia invece che una salvezza. Overlove è un amore che non salva nessuno se non l’amore stesso.

“Mesi prima Anna e Carmine erano distesi sul letto di un albergo di Lugano, dove Carmine aveva suonato in unplugged all’auditorium. Poca gente, come al solito, molte recensioni. Anna l’aveva seguito per mancanza. Il suo corpo nudo entrava e usciva dalla bocca di Carmine con la stessa leggera musicalità delle note. Lui aveva tenuto i vestiti e gli occhiali, non li levava mai, per via degli occhi svergognati. Ogni tanto spostava l’asta della montatura con l’indice per non ungere le lenti. C’era la musica e poi Anna; Anna e poi Overlove. Lei gli aveva chiesto: «Cosa vuol dire Overlove?» E lui aveva risposto: «Non abbastanza, quindi troppo. Troppo amore non è abbastanza amore». Anna aveva deglutito, allargando le pupille e poi, prendendo coraggio, gli aveva chiesto: «Ma sei sicuro che la gente lo capirà?» «Non m’interessa», e poi: «Della gente non m’interessa».”

La vita inedita di una scrittrice #30

By alessandra vitainedita

Interno, giorno, Scuola Media.

Allora ragazzi oggi è l’ultimo giorno. Facciamo una prova e vi lascio liberi. Fate quello che desiderate.

Un’ora e mezza dopo.

Le ragazze hanno: letto, scritto, si sono fatte le trecce a vicenda, mi hanno raccontato la loro vita tre volte a testa, hanno postato diecimila foto mandando messaggi a tutta la rubrica e a momenti hanno scoperto chi ha ucciso Laura Palmer, dopo aver programmato le prossime vacanze estive per i prossimi dieci anni.

I ragazzi, intorno a me, attaccati a capanello, non si sono mossi, chiedendomi a turno:

E che facciamo?

Quello che volete, dico io.

E che vogliamo?

Quello che vi va.

E cosa ci va?

Non so provate a pensare.

E ce ne andiamo? e dove andiamo? E che facciamo? E che vogliamo? E ce ne possiamo andare? E dove andiamo?

(…..)

“Nove C” di Dario Ricci – Dopolavoroletterario n. 20

Tutte le cose belle iniziano dal fare schifo. Questa è una cosa che mi ha detto Dario dopo che abbiamo terminato il nostro percorso. Io gli ho detto che è proprio così, un po’ diretta come osservazione ma vera. Se non si fa schifo all’inizio non si può arrivare a scrivere una storia buona. Dario ha fatto schifo, all’inizio, e ora il suo romanzo è buono. Piace molto a me, piace finalmente anche a lui e sono sicura che piacerà a chi vorrà leggerlo per pubblicarlo. Io ci conto, molto. E, come direbbe Diego – il protagonista di questa storia, “Nove C” arriverà fino in cima. L’arrampicata non ci spaventa.

Questo è un estratto del romanzo, l’ immagine fornita dall’autore.

 NOVE C

romanzo di

Dario Ricci

VERSO NORD

Il buio in Islanda è più buio. Guardo fuori dai finestrini del fuoristrada. Solo qualche luce in lontananza. Un piccolo villaggio. Nessun rumore. Sono seduto accanto a Nicholas. Guida con lo sguardo di chi sa che è il momento che aspettavi da troppo è arrivato. Ho scritto alla Linetti che per imprevisti generici non sarò disponibile da qui a dieci giorni. L’agenzia mi ha risposto di andare a farmi inculare.  Stavano valutando la rescissione del contratto. Per fortuna le bizze di Mara lì ha fatti cambiare idea. Mi sono beccato una serie di insulti di vario tipo. Messaggi vocali pittoreschi. Credo che potrò farmene una ragione. A Dafne ho solo detto che per una decina di giorni non avrei avuto campo sul cellulare. Si è incazzata come una poiana. Scusa.

Ci stiamo spostando verso Aukereyri una delle cittadine principali del nord. Dormiremo lì stanotte. Sgranocchio carne essiccata giusto per prendere confidenza con quello che mangerò nei prossimi giorni. Fa abbastanza schifo, ma piano piano ci sto prendendo gusto. Nicholas non è di molte parole. Non sembra del tutto tranquillo. Provo a fare una battuta. Non ride. Procediamo silenziosi verso nord. Il panorama ruota su se stesso scivolando tra forme e colori diversi.

Arrivati. Pomeriggio. Questa cittadina è fatta solo di casette colorate. Un pub. L’unica vera attrazione. Non c’è molto da vedere. Direi che è quasi un eufemismo. Non c’è niente da vedere. Forse ha ragione lui che trangugia la terza pinta. Sono solo le tre. Mi guarda frustrato quando mi fermo alla prima. Tira nuovamente fuori la cartina tracciata.

“Sei pronto?”.

“Si.” Mi lecco le dita impastate dal sale delle patatine che sto mangiando.

“Domani mattina ci sveglieremo verso le quattro Un amico passerà a prenderci per portarci al rifugio di Sigurðarskáli. La strada è sgombra dalla neve. Riusciremo ad arrivare velocemente. Da lì partiremo il giorno seguente per il ghiacciaio.”

Manda giù l’ultimo sorso di birra. Paghiamo. Si parte.

BIANCO

Lo sci affonda in un abbondante strato di neve. Il mio primo passo sul ghiacciaio. Devo ancora abituarmi agli scarponi. Ancora qualche ora ed avrò vesciche ovunque. Per fortuna le pendenze che affronteremo sono umane. Vedo Nicholas che mi precede con la sua slitta rossa. Ha l’aria di un bimbo al luna park. Sguardo in alto. Fissa il sole. Occhiali a specchio e labbra imbiancate. Un chilo di crema solare. Ogni tanto si gira verso di me. Controlla il passo. Sembra molto premuroso. Forse non si fida troppo. In effetti portarsi dietro un italiano conosciuto da tre giorni non credo gli dia un gran senso di sicurezza. La prima tappa dice che dovremo fare circa diciotto chilometri. Il peso delle nostre slitte non lo renderà esattamente una passeggiata. In questo bianco infinito è difficile non pensare. Ogni movimento è ripetitivo. La marcia è una somma infinita di piccoli passi. Mezzo metro. Forse meno. Poi ancora mezzo metro. L’unica distanza a cui sei in grado di pensare quando la fatica ti attanaglia le gambe.  Nicholas si ferma un attimo e prende un thermos dalla slitta. É già paonazzo in volto, nonostante la protezione cinquanta. Bevo un po’ di the insieme a lui.

“Grazie, mi hai tolto di mezzo da quell’inferno.” Si cosparge nuovamente il volto di crema.

Credo di non aver capito bene, forse è il mio inglese. Faccio cenno di ripetere. Le parole sono identiche.

“Amo la mia famiglia ma avevo bisogno di questo. Un momento solo per me.” Non approfondisco. Il bello di non avere figli è che puoi reagire a queste situazioni semplicemente rispondendo con un sorriso idiota. Nessun aneddoto o consiglio da professare. Sono un po’ deluso. Io ci speravo nella famiglia nordica.

“E tu sei solo?”

Il sorriso idiota di prima sta benissimo anche per questo turno.

“Una ragazza, una moglie?”

Dovrei dire di sì. Ci sarebbero troppi “ma” da aggiungere.

“Sei gay?”. Rispondo di no con il dito.

L’orientamento sessuale è una delle poche cose su cui posso rispondere senza dubbi. A volte ho pensato che sarebbe stato più facile fosse stato il contrario. Sposato con Nicholas. Non si sceglie. Come la squadra per cui tifi.

Ripartiamo. La pendenza si fa sentire. Sono costretto a fare più forza sulle racchette. La neve è comunque dura abbastanza per non sprofondare e permettere un attraversamento non troppo estenuante. Il sole sta calando. Davanti a noi lo scintillare rossastro del tramonto, riflette sull’orizzonte impassibile del ghiacciaio. Il mio compagno controlla il Gps. Pollice alto.

Montiamo la tenda velocemente. Fornellino. Un piatto di ramen precotto. Gli effetti collaterali della globalizzazione.

IN BIANCO

Fa freddo. Molto. La prima giornata mi ha già messo alla prova. Nicholas scrive alcuni appunti sul diario di viaggio. Leggo qualche pagina di un libro in inglese comprato in un negozio lungo la strada. Dalla copertina avrei detto che avrebbe fatto schifo. Le prime pagine lo confermano. Dovrei sentirmi libero. Sperduto in questo nulla. Invece. Claustrofobia. Costretto dentro questo sacco a pelo. Fermo. Mentre i pensieri si muovono. C’è molto silenzio. Il silenzio è una cosa con cui non è facile avere a che fare. Avrei bisogno di parlare, ma ho un vichingo taciturno con cui riesco a scambiarmi giusto qualche pensiero. Eppure c’è qualcuno che mi aspetta a casa. Ho una ragazza che non vedrebbe l’ora di prendere il telefono e chiamarmi. Non si può. Per fortuna. Non saprei che dirle. Finiremmo per parlare di tutto tranne di ciò che dovremmo. Chissà come sarebbe dirle che io un figlio non so se lo voglio. Che odio passare le domeniche a comprare i mobili e che la disco music mi fa cagare. Chissà come sarebbe dirle allo stesso tempo che ha il culo più bello del mondo e che sa farmi ridere anche quando non ce ne sarebbe alcuna ragione. Amo il modo in cui mi ama. Come farei poi a spiegarle avrei voglia di accoppiarmi con Giulia qui, adesso? Come un animale. Credo si tratti di geni e di sopravvivenza della specie. Potrei rispolverare la teoria evoluzionistica. Non credo la prenderebbe bene.

“Domani sarà dura.” le parole di Nicholas riescono a distrarmi.

Mi mostra il tracciato per la seconda giornata. Sarà una tappa piuttosto impegnativa. Penso che dovrei dormire. Ci diamo la buonanotte. Vorrei attaccare bottone. Spegne la piccola torcia appesa sopra la sua testa.

Osservo il cielo giallo della tenda da quasi un’ora. Non riesce a cullarmi. Continuo a cercare una posizione. Nicholas dorme come un bambino. Servirebbe Trambusto. A riempire il vuoto di questo sacco a pelo. In questo momento starà mangiando per la quarantesima volta. Tutte le volte che lo lascio dai miei diventa il doppio.

La copertura della tenda sembra schiacciata. Non so che ore siano, ma deve essere da molto tempo che nevica. Mi alzo ed esco. I fiocchi scendono dolcemente. Coprono di bianco un orizzonte ancor più bianco. Bianco alla seconda. Cerco di togliere la neve in eccesso con i guanti. Fisso il cielo. É notte. Io però le nuvole le vedo lo stesso.

Su. Fra le nuvole sciolte nel blu. Il mio cuore la rabbia il tempo forse tu. Niente più.

Disteso con le braccia allargate nella neve. Gelo. Accogliente.

VICINO

Nono giorno. Non manca molto. Avrò dormito non più di un’ora. Nicholas prepara il caffè. Ho finito da solo un pacchetto di biscotti. Il sole è alto in cielo. Tutto sembra un po’ meno complicato. Riusciamo a smontare la tenda in pochi minuti per riprendere la nostra marcia. Le gambe non fanno male. Un insperato ottimismo ulula dentro di me. Avanziamo veloci cercando di evitare i crepacci che ci circondano. Fa molto più caldo di ieri. Nicholas si ferma per togliersi il pile. Io faccio lo stesso. Si avvicina.

“Stanotte non hai chiuso occhio, vero?” mi chiede.

Devo aver fatto un gran casino. Mi spiace.

“Si dice in questo posto la notte risvegli antichi demoni. Disturbano il sonno di tutti coloro che attraversano il ghiacciaio. Una favola che ci raccontavano da piccoli.”

“Se lo dici tu.”

Sorride e scuote la testa.

“In ogni caso non preoccuparti, tu non dormi sul ghiacciaio. Io sto sveglio tutti i giorni della settimana. Forse i demoni non vivono solo qui.”

Vorrei chiedere di più. Vedo Nicholas che prende in mano i bastoncini e riprende la marcia.  Probabilmente si viene in mezzo a tutto questo nulla per trovare qualcosa. O per perderlo. Definitivamente. Lasciarlo andare.

 Le nubi si addensano all’orizzonte accompagnate da un forte vento. Controlliamo la cartina di nuovo. Ci sono un paio di ore di luce che consentirebbero di avanzare ancora. Guardiamo il cielo. Forse è meglio fermarsi. Essere colti da una tempesta in mezzo ai crepacci non è una grande idea. Mi apparto un secondo per fare i bisogni. Con l’urina traccio un ovale perfetto. Provo un certo tipo di soddisfazione quando il ghiaccio si scioglie al contatto con il calore giallastro della pipì. Una volta disegnai un cuore per Giulia. Sono sempre stato molto romantico.

Oggi sta a me cucinare. Pesco dentro la slitta di Nicholas. Zuppa di fagioli. Il vento si è ulteriormente rafforzato. Non riesco a vedere oltre cinque metri. Non è una bella sensazione. Il mio compagno ha la faccia tesa. Mangiamo in silenzio.

Una raffica improvvisa fa vacillare la tenda. Ci guardiamo preoccupati. Sbircio fuori. Non riesco più a vedere niente.  Rintanati nei nostri sacchi a pelo, cerchiamo di scambiarci qualche parola. I paletti della tenda sembrano doversi rompere da un momento all’altro. Mi chiedo che fine avranno fatto i miei sci là fuori. Paura. La tenda si affloscia da una parte. Uno dei paletti ha fatto crack. Riusciamo a riparlo grazie ad un pezzo di metallo e del nastro isolante. Sappiamo entrambi che la tenda potrebbe non reggere. Passare la notte sotto una tormenta, sotto zero, non è esattamente la migliore delle idee. Non riesco a chiudere occhio. Torna la claustrofobia. Stavolta non posso neanche scappare fuori. Impotenti. Galleggiamo in questo niente fatto di vento che fischia ed una tenda che sembra sull’orlo della resa. Sibili. L’unica cosa che riesco a sentire, anche quando tutto è passato. I raggi di sole fanno capolino. Usciamo. Di fronte a noi gli sci spazzati via dalla bufera. A qualche metro di distanza dal punto dove li avevo lasciati. Una delle due slitte si è rovesciata. Il cielo è sereno sopra di noi. Nicholas mi abbraccia. Ne avevo bisogno.

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“Ciao per sempre” di Corinna De Cesare – #dopolavoroletterario n. 19

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
Qualcuno li ha visti tornare
Tenendosi per mano”

Il romanzo di Corinna ha la vitalità malinconica delle canzoni di Lucio Dalla. La storia è quella di una ragazza, Margherita, che diventa una donna attraversando i ricordi e i segreti della sua famiglia. In una Puglia nostalgica e sfuggente, si intrecciano esistenze facilmente riconoscibili. più vicine alle nostre di quanto riusciamo a immaginare. Lavorare con Corinna è stato come soggiornare dentro le montagne russe: alternando adrenalina, brividi e momenti di profetico silenzio. Mi auguro che presto questa storia possa trovare una casa, che la accolga con la stessa sincerità con cui è stata scritta.

Questi sono i primi due capitoli del romanzo. Buona lettura. (Photo credit:  Nico Profeta)

CIAO PER SEMPRE

Di

Corinna De Cesare

Ogni famiglia ha un segreto, piccolo o grande che sia: una rosa regalata dall’amante e nascosta dietro una libreria, il ricordo del profumo dell’ex cercato ogni tanto nell’aria, un libretto universitario con voti finti, dei libri orgogliosamente esposti e mai letti.

Il loro segreto era entrato dalla porta di casa e si era seduto sulla poltrona verde di velluto accanto alla nonna. Era un uomo alto, robusto e sconosciuto ai suoi occhi. Margherita lo avrebbe scoperto nel momento giusto, dopo che lui le aveva messo  tra le mani un foglietto bianco stropicciato. C’era scritto:

Queste lettere sono da parte di tua nonna. Ti prego, non aver paura.

  1. MARGHERITA

Quando Margherita arrivò, suo padre sradicava l’erbaccia in giardino. Si era fatto largo tra i cespugli e le belle di notte, destinate a sbocciare solo molte ore dopo, nel buio. Lei dal balcone lo osservava graffiarsi i polpacci con l’ortica mentre ogni tanto, con la canotta fradicia, cercava riparo dal sole con l’aiuto della mano. Poi, girandosi con gli occhi gonfi di chi ha dormito poco, l’aveva salutata puntando lo sguardo verso l’alto.

Il caldo non dava tregua, men che meno in quella casa che sembrava un desolato puntino nero su un foglio bianco: pur essendo infatti ad appena un chilometro dal centro, vicino allo stradone di corso Umberto e al vecchio ospedale San Francesco, vi si accedeva solo attraverso una strada sterrata fatta di piccolissime pietre bianche che a quell’ora erano diventante incandescenti. Tutto intorno la campagna avvolta dal sole rovente d’agosto, come solo in Puglia sa essere.

Gli angoli dei soffitti avevano perso il candore di un tempo e anche i muri erano testimoni di una vita e una routine familiare ormai remota, fatta di candeline spente, giochi con i cugini sotto il tavolo di legno tarlato del soggiorno, pranzi della domenica e altre immagini di vita diventate ormai solo piccole ombre scure sulle pareti. Non era rimasto più niente della loro vecchia vita, se non i ricordi racchiusi in quella quattro mura, certi armadi ancora pieni come di chi fugge all’improvviso e qualche lontano parente. Lo avevano pensato entrambi, Margherita e suo padre, guardando l’intonaco scrostato delle pareti ma non se lo erano detti ed erano rimasti in silenzio per un po’.

Nel salone era stato allestito un enorme banchetto funebre, con i thermos di caffè dei vicini, le pizzette calde, i rustici freddi abbandonati sulla vecchia credenza. La signora Rosa cercava di mettere ordine mentre si infilava in bocca qualche bignè al cioccolato. È una di quelle vecchiette che sembrano anziane da sempre, piegata su se stessa da una vita poco generosa che l’ha resa vedova sin da quando Margherita era appena una bambina e la incrociava sul pianerottolo di casa mentre puliva le scale, ramazzava il pavimento o apparecchiava l’atrio del palazzo con certe piante lunghe e insignificanti. È una donna del Sud che ha immolato la sua vita alla vedovanza, sempre vestita di abiti scuri e con quel bottone di onice tondo e nero, grosso come una ciliegia, sempre attaccato al petto. Era il simbolo del lutto, in uso solitamente tra gli uomini, ma che lei si era ostinata a mettere sui suoi vestiti per ribadire il concetto e spegnere qualsiasi slancio con l’altro sesso. Se era stato o meno per colpa dell’onice, pensò Margherita, quel che è certo è che aveva funzionato.

La mattina della partenza si era alzata molto presto, sistemando la camera di buon’ora e infilando le ultime cose nella valigia.  Chiuse la porta piano piano, per non svegliare i coinquilini e partì. Prese la metro fino alla stazione Termini, poi il treno verso Fiumicino, il volo per Bari e di nuovo il treno fino a Barletta che portava la solita ora buona di ritardo dei treni locali, con i bocchettoni dell’area condizionata rotti. Dai finestrini aveva riconosciuto i campi secchi e le strade curve e deserte di agosto, abbandonate per le più attraenti mete del mare. Un dedalo di vie polverose che dai monti dauni, schietti e selvaggi come i briganti, l’aveva accolta verso sud tra i fianchi morbidi del tavoliere dove i terreni paludosi si trasformano, dalla primavera in poi, in mosaici dalle mille sfumature che danno il meglio di se’ come quei pavoni che aprono la coda per impressionare la femmina. Quando vide dal finestrino le murge, si sentì subito a casa. “Il nostro Gran Canyon”  lo chiamava sua nonna, che paragonava le montagne carsiche a quelle dell’Arizona che poteva aver visto solo in tv, un Mivar di una ventina di chili, piazzato al centro del suo salotto su una robusta libreria di legno massello. Sua nonna si affezionava ai mobili con la stessa intensità con cui si legava alle persone anche se erano poche, a dir la verità, quelle che riuscivano a ottenere la sua fiducia. E così la libreria della nonna rimase immobile nello stesso posto per circa vent’anni fino a quando una scossa di terremoto in Abruzzo, nel ‘92, si diramò tutta intorno fino ad arrivare a Roma, nella sua casa facendo crollare qualche mensola in un effetto domino che riuscì finalmente a convincerla ad ammodernare la reggia. La chiamava così, la sua casa, e non era affatto ironica: era un appartamento come tanti in realtà, una cucina spaziosa, il salone con il camino che si era ostinata a far mettere dal marito. Poi i due bagni e la cameretta dov’era cresciuta la madre di Margherita e dove anche lei dormiva d’estate quando, finita la scuola, andava a stare dai nonni.

– Vai a Roma? – le chiedevano i compagni di classe quando iniziavano a portare le maniche corte e il sole batteva forte sulla lavagna rendendola quasi incandescente. A quella domanda seguiva in genere un lungo elenco di richieste in vista del viaggio nella capitale: Crystal ball e Polly Pocket durante le elementari. Cd e Smemoranda alle medie. Biglietti dei concerti e dottor Marteens originali al liceo. All’epoca la famiglia Lolli abitava in Puglia e a fine anno scolastico Margherita andava dai nonni a Roma per le vacanze estive. Erano giorni spensierati di corse in bicicletta e sere a far tardi, mesi in cui la routine di provincia veniva spazzata via dall’eccitante frenesia di città in cui ogni giorno poteva rivelarsi diverso dall’altro: una mattinata sul litorale romano, un pomeriggio all’acqua park, una serata afosa trascorsa in un cinema all’aperto con le cosce sudate che si attaccavano sulle sedie di plastica. Una centrifuga di un mese e mezzo dopo la quale era persino piacevole tornare alla normalità provinciale, gonfia di aneddoti da raccontare ai compagni di scuola.

Quando la nonna si aggravò, si trasferirono tutti a Roma.

Sembrava che il destino di tutta la famiglia fosse sempre stato quello di scappare dalla Puglia: negli anni cinquanta fu il turno della nonna e quarant’anni dopo toccò a loro. Era il primo gennaio del novantanove quando se ne andarono: si lasciarono alle spalle le campagne innevate a bordo di un’Alfa Romeo carica di valigie, zaini e un bel po’ di lacrime sulle guance mentre le casse della radio trasmettevano Whish I could fly e  ufficializzavano la nascita dell’euro.

– Anna purtè tott au’ sfasc’, disse il padre di Margherita mettendosi al volante, devono portare tutto allo sfascio – commentando con un certo ottimismo l’entrata in vigore della nuova moneta.

Quando arrivarono a destinazione la nonna era già un corpo immobile su un materasso sformato. La malattia l’aveva distrutta dentro e fuori ma non le aveva cambiato lo sguardo, dolce come quello del tempo che passava insieme alla nipote quando la portava nell’unico cinema di borgata a vedere Massimo Troisi innamorato di Francesca Neri.

Per la sua morte era voluta tornare tra i campi brulli e gli uliveti secolari della sua infanzia, in quell’immenso granaio distante quattrocentocinquanta chilometri da Roma, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita.

– Mettiamola lì, dove c’è più spazio – aveva indicato la signora Lolli ai becchini. E loro l’avevano sistemata dove c’era il pianoforte di Margherita, abbandonato lì impolverato e un tempo arrangiato con bomboniere e foto ricordo in quelle cornici d’argento che si anneriscono con il passare del tempo. Tra quelle cornici Margherita ne ricordava una così bene che le sembrava fosse ancora poggiata sul piano: c’era lei, il giorno della sua prima comunione, con una spiga in mano, le sopracciglia folte, i capelli lunghi raccolti in una treccia e un finto sorriso, ostentato come quelle collane d’oro pesanti che aveva visto al collo di certe anziane al funerale. E adesso vedeva anche un’altra foto, quella della nonna di fronte al camino, quando era ancora bella e non cambiava la libreria mezza scassata. I ricordi cominciavano a mescolarsi alle immagini reali, la casa, il pianoforte, lei seduta davanti agli spartiti, il padre che leggeva il giornale sul divano, sua madre che stendeva i panni ad asciugare, la bara, la nonna, il presente, il silenzio.

Non erano mai stati capaci di venderlo quell’appartamento: non lo aveva fatto la nonna dopo il suo trasferimento a Roma e non lo aveva fatto neanche la famiglia Lolli che se n’era andata lasciando qualche mobile e seminando oggetti che si intravedevano in penombra. In cucina era rimasta qualche pentola, un cucù ormai fermo appeso alla parete, una televisione non funzionante e un vaso di creta bianco su una mensola. Nel salone era rimasta la sedia a dondolo, i divani e la sedia di velluto verde, il pianoforte e dei liquori chiusi in una vetrinetta la cui chiave era andata persa da un pezzo.

Erano tutti lì, in quella vecchia casa, raccolti nel salone in stile liberty che puzzava di naftalina, ad accogliere silenziosamente la bara.

  1. LA FAMIGLIA LOLLI

Il signore e la signora Lolli si erano conosciuti a Roma alla fine degli anni ’70,  in un pomeriggio assolato di compere e soldati in libera uscita. Lui passeggiava su via del Corso insieme ai suoi commilitoni dentro una divisa verde bottiglia che gli pizzicava le gambe. Lei, con le sue compagne di scuola, si era fermata un attimo davanti ai muri di marmo di via dei Sabini per leggere alcuni manifesti attaccati abusivamente dalle femministe:

“Le donne hanno le loro colpe, gli uomini ne hanno solo due, tutto ciò che dicono e tutto ciò che fanno”.

E lui, d’improvviso, si era inginocchiato davanti ai suoi piedi:

“Chiedo perdono, sono colpevole” aveva urlato, incrociando le mani l’una con l’altra nel gesto del perdono e sporcandosi i pantaloni della divisa all’altezza delle ginocchia. Lei, da parte sua, era scoppiata a ridere. Non tanto per la sceneggiata, ma per quelle vocali chiuse come le porte della vicina Chiesa del Gesù.  Le pronunciava proprio allo stesso modo di  sua madre che viveva a Roma da più di vent’anni ma quando si arrabbiava con la figlia tornavano a galla le vocali aperte del Sud, l’accento della valle dell’Ofanto che la signora Lolli non aveva mai potuto visitare fino ad allora. C’era una sorta di avversione, in famiglia, su quelle origini tanto in pubblico esaltate per la loro bellezza, quanto in privato rinnegate per motivi poco chiari. Margherita ricordava le interminabili telefonate tra la madre e la nonna, le urla, i pianti su quel filo del telefono a rotella che allungava una distanza fisica ed emotiva. Tant’è che sua madre, per farle passare un po’ di tempo con i nonni, si era convinta che l’unico modo fosse raggiungerli a Roma. Non succedeva mai il contrario, loro non andavano mai a trovarli giù.

Era stato proprio mentre festeggiavano il compleanno di Margherita a Roma, che la nonna aveva ricordato l’episodio di via dei Sabini. “Il ratto della mia sabina” lo chiamava lei, provocando il signor Lolli che sorrideva sotto i baffi.

– Chiedo perdono, sono colpevole – rispondeva lui a voce alta ripetendo per l’ennesima volta quella scena del primo incontro con la moglie. Una scena diventata in famiglia ormai un racconto leggendario visto che fu una delle poche volte che il signor Lolli non parlò in dialetto. La lingua del cuore, la chiamava lui, che era nato in una famiglia di commercianti e il dialetto era sacro tanto quanto il portafogli. Come in tutte le famiglie di commercianti che si rispettino, il tema di discussione principale a casa sua, era il denaro. Dal risparmio al guadagno, dalle tasse ai contributi da pagare, era un continuo parlare di soldi dalla mattina alla sera. L’unico a fare eccezione era proprio lui che aveva non solo il pallino della lettura ma pure quello della musica e per uno che nasce povero tra le campagne del Sud, era una stravaganza troppo difficile da perdonare. Nella camera da letto sul suo comodino, di fianco alle pasticche per il colesterolo e a una piccola abat jour, il signor Lolli non aveva mai rinunciato a tenere qualche libro. Leggeva con avidità, prendendo in prestito i volumi in biblioteca e siglando con orgoglio quelli che comprava e metteva sugli scaffali della sua libreria concludendo la lettura sempre con il rito della data: giorno, mese e anno di acquisto, seguiti dalla firma: Mario Lolli, con quella “i” finale allungata dall’inchiostro, come se avesse voluto spingersi un po’ più in là. Era l’unico indizio che facesse intendere che in fondo, la vita di bottega, gli era sempre andata un po’ stretta. Se era o meno così, lui però non lo dava a vedere e neanche incolpava i suoi di quell’eredità che lo aveva allontanato per sempre dal sogno dell’università, considerata una meta impossibile agli occhi di una famiglia come la sua. All’epoca il rancore non era contemplato in un rapporto tra genitori e figli e il rispetto veniva sottolineato dall’uso di un pronome: “voi”. E così persino quando la nonna era ormai vecchia, Margherita era adolescente e la modernità degli anni ’90 entrava nelle case attraverso il Bimby e le vhs del Blockbuster, suo padre continuava con quell’ossequiosa riverenza.

Voi tutt’appost mà?

Vi sentite bun?

Avit mangiat?

Voi chi? Chiedeva sempre Margherita assistendo a quello scambio di battute tra il padre e la nonna.

Reir, reir, brontolava il padre. In dialetto.

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“Il sangue di maggio” racconto di Arianna Corsini – #dopolavoroletterario n.18

Arianna l’ho conosciuta qualche mese fa. Ha partecipato al laboratorio “Una storia tutta per sé”. Arianna quando scrive trasforma i sentimenti, le voci dei personaggi, la vita. Ha lo sguardo fisso dentro qualcosa che non conosce fino in fondo e questa forma di purezza, di mancanza di sé, rende la sua scrittura attraente come un fiore che vedi per la prima volta. Ti colpisce, è bello ma non escludi che possa essere velenoso. Questo è il racconto, intenso, che ha scritto alla fine del nostro laboratorio. (Foto dell’autrice)

Il sangue di maggio

di Arianna Corsini

 Nina percorse la strada assolata del primo pomeriggio, una tracolla in tessuto le colpiva il polpaccio nudo ad ogni passo. Faceva caldo, intorno a lei e dentro di lei. Le partì dal petto, le infiammò il collo.

  Spinse la porticina intarsiata della chiesa e l’odore d’incenso e di rose le carezzò le narici. Nina starnutì. Respirò.

  Quell’odore la invase. Incenso e rose, dappertutto. Si fece il segno di croce.

  Una voce atona cominciò: «Oh Dio, vieni a salvarmi».

  Un coro tuonante rispose. «Signore, vieni presto in mio aiuto».

 La voce di Nina si confuse in quella recita. Erano tutte donne eppure, nel momento in cui avevano parlato insieme, avevano generato la voce di un mostro.

  Incenso – nuvola densa, fili bianchi sospesi nell’aria.

 Rose – molli, aperte come mani inermi sul pavimento dell’altare.

 Nina si appoggiò al banco davanti a lei. Non le piaceva stare in chiesa ma quella volta, più di tutte, voleva scappare, voleva gridare, voleva sputare via l’odore dell’incenso e delle rose ma come si fa a respingere un odore? Le si rivoltò lo stomaco.

 Non le restava che vomitarlo. Nina sollevò il volto, c’era la statua della Madonna ad osservarla. Le parlava nelle sue preghiere. Come faceva a confidare a Dio il mal di testa, le fitte al basso ventre, il bruciore tra le cosce, quel calore viscido sulla pelle, quello scamiciato di lino che era troppo stretto?

  Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori amen una, tre, dieci volte.

  Padre nostro, tu sei un uomo e non potrai mai capire.

 Nina chinò il capo, strinse i denti. Non recitava più, ascoltava. Pazienza, devi avere pazienza, ma per cosa, perché? Era là perché lo voleva sua madre. Tutto quello che faceva lo voleva sua madre.

 Chiuse gli occhi e attese fino alla fine, quindi si mise in ginocchio per l’ultimo segno di croce.

 «Oh Signore santo!» Una vecchia, seduta accanto a lei, inorridì.

 «Cosa? Perché?»

 «Hai sporcato il banco di sangue… l’inginocchiatoio…»

 Nina si mise in piedi in un istante. Era vero, c’era qualche goccia di sangue sul legno. Si era forse graffiata le ginocchia? Ma quando, con il palmo della mano, pulì via il sangue dalla pelle, sul ginocchio non c’era alcuna ferita.

 Il sangue era sceso fino ai polpacci.

 «Povera cara» sospirò la vecchia, «quanti anni hai?».

 «Devo farne undici».

 «Povera cara» ripeté quella, «così piccola. Che disgrazia».

 Nina si voltò, le donne del banco dietro di lei avevano gli occhi di chi condanna, di chi non ricorda.

 «Vattene, per l’amor del cielo», sentì dire.

 Che succede? Nina si avviò verso l’uscita. Che succede perché questo sangue dove mi sono fatta male perché mi sono fatta male? Uscì sul portico, non c’era nessuno. Si era sporcata anche in mezzo alle cosce e lo scamiciato era bianco. Non poteva tornare a casa così, con il fruttivendolo sempre fuori, gli uomini del bar sempre fuori, le comare che cuciono sempre fuori. Si toccò. Ecco, le mutandine, lì. Oddio, era da lì.

 Mi fa male la pancia, mi fa male la schiena, c’è sangue. Muoio. Muoio? Esce da lì, da lì, da dove faccio pipì. Sta lì. Come altro si chiama? Mamma la chiama sempre , pulisciti , copriti lì.

 Nina prese un fazzoletto dalla tracolla, ancora nell’ombra del portico se lo infilò nelle mutandine e corse verso la parte opposta del centro abitato, dove c’era il mare.

  Non voglio che mi guardino. Meglio morire. Piuttosto, meglio morire.

 Avrebbe aspettato la fine proprio là, con l’odore salmastro a mandare via per sempre quello dell’incenso e delle rose.

Perché non aveva mangiato più gelati e più cioccolata? Il fioretto non l’aveva protetta da niente. Dio non proteggeva da niente, Gesù non proteggeva da niente e la Madonna stava muta, solo a guardare. A mandare il sole, così anche gli altri potevano vederla, deriderla, additarla e dirle “vattene!”.  Seduta sulla sabbia, strinse le ginocchia e sperò che il sangue si arrestasse con la vita. Il magone che tratteneva in gola si trasformò in un pianto. Dapprima docile, da bimba. Poi Nina respirò forte, digrignò i denti. Era la voce di un mostro senza gli artigli. Era la voce di tante donne insieme che condannano e non ricordano ma Nina era solo una, una ragazzetta di quaranta chili con gli occhi cerchiati e le guance pallide e lo scamiciato sporco di vergogna. Così, si addormentò.

***

Svegliati figlia,  hai dormito come gli orsi in letargo. La tua vita era in autunno anche se hai versato il sangue di maggio. Sei viva, sì – il dolore non uccide se tu non glielo permetti. Nina, figlia, alzati e torna a casa. Un ultimo sguardo al mare di notte: non ci puoi più vedere attraverso. E le donne, lo sai, sono così. Quando crescono, non ci puoi più vedere attraverso.

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La vita inedita di una scrittrice #29

By alessandra vitainedita

Pensierini sparsi, voci di dentro e di fuori

N.1 Int. giorno – chat

– Non parli mai della tua vita.

– Io non ho una vita.

N. 2 Est. giorno – sotto il portone di casa in attesa di muovermi

-Ciao …

-Ciao.

-Non ti vedevo da parecchio in giro.

-Eh, sto incasinata in questo periodo.

– Ti vidi in tv, ma parecchio tempo fa. Alla televisione, un telegiornale. Hai fatto un libro. Eri tu o S’ SO SBAGLIAT’??

N. 3 Int. giorno – negozio di arredo

– E lei che lavoro fa?

– La scrittrice.

(Svenuto.)

N. 4 Est. sera. Castello aragonese di Taranto

“Il romanzo di Alessandra è (cose bellissime che non oso ripetere per scaramanzia) e poi c’è questa Puglia che è descritta e vista come fosse una Scandinavia del Sud”. Omar di Monopoli

(Io: levito.)

N. 5. 

La foto è un ritratto che ha scattato Umberto Lopez durante una festa di matrimonio, l’estate scorsa. Involontariamente se dovessi descrivermi, potrei farlo solo così: osservo senza essere osservata. Mi viene in mente un verso di Charles Bukowski (che ho sempre letto come una dichiarazione d’amore/odio per la scrittura):

“E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.

Ed io ti penso ma non ti cerco”.

“California” racconto di Luca Cammisa #dopolavoroletterario n. 17

Luca ha seguito “Una storia tutta per sé”, quest’inverno a Campobasso. In libreria, Mondadori Point del capoluogo molisano, mentre scriveva gli esercizi assegnati sembrava stesse compilando un modulo. Poi, alzando la testa, mi pareva che si fosse liberato di mezza vita. E leggendo, ho avvertito la conferma e la leggerezza preziosa delle sue storie mi è rimasta incisa. Prima e dopo il laboratorio. Quello che segue è il racconto che luca ha sviluppato dopo aver seguito il corso, ispirandosi ai cinque sensi e ai ricordi. (La foto è sua.)

CALIFORNIA

di Luca Cammisa

Ho scoperto di essere la ragazza sbagliata già prima di conoscere te. E forse anche prima di conoscere me stessa, prima di imparare a seguire il solco sanguinante che le parole sono in grado di tracciare sul mio braccio, di solito il sinistro, quando decido di farmi male, di punirmi per essere così sbagliata e così diversa e così inadatta a vivere tutto quello che vorrei vivere. Il primo sbaglio l’ho commesso in una notte di maggio, che i miei genitori descrivono come piovosa, quando nella sala parto sono riuscita a stupire tutti smentendo ecografie, veggenti e fondi di tè che avevano preannunciato la nascita di un maschietto. Nessuno probabilmente lo diede a vedere, un bambino era pur sempre un dono del cielo, a prescindere dal sesso, eppure non credo sia un caso che due anni dopo mio padre abbia dato il nome che avrebbe voluto dare a me, Riccardo, al secondogenito avuto con la sua segretaria, un mese prima di abbandonare me e mia madre per convolare a giuste nozze con una ragazza che aveva almeno la metà dei suoi anni. Quanto a mia madre, che avrebbe preferito chiamarmi Elisa e non Claudia come mio padre aveva deciso, riuscì dopo mesi di tormento a trovarne finalmente una, di Elisa, e a scoprirsene innamorata durante uno di quei corsi di teatro a cui si era iscritta per tentare di entrare nelle vite degli altri senza dover pensare alla propria. Al netto, quindi, nei miei primi due anni di vita posso dire di aver combinato più guai di quanti ne possa fare una persona normale nell’arco di ottant’anni. E crescendo non c’è stato nulla in grado di convincermi di essere giusta, almeno solo per un attimo: troppo alta per essere una principessa, troppo magra per fare la Conchiglia Azzurra nella recita in terza elementare, troppo bionda per essere Biancaneve. Troppo carina per non fare ingelosire le mie amiche, non abbastanza simpatica per interessare ad un ragazzo.

Mai troppo intelligente per riuscire a fuggire da uno come te.

Ci siamo incontrati in una sera di maggio, piovosa come la notte in cui sono nata: già questo avrebbe dovuto farmi capire che neanche per te sarei stata quella giusta.

Ho sedici anni, tu stai per compierne diciotto allo scoccare della mezzanotte. Insieme, in un gruppo di cinquanta adolescenti più due professoresse, ci troviamo in gita a Londra chiusi nella hall dell’albergo sperando che quel temporale finisca. Non ricordo molto di quelle ore interminabili se non le risate, fragorose, gli Oasis nelle orecchie grazie a quelle cuffiette gialle che ci passiamo di mano in mano e le birre, troppe, che iniziano a circolare non appena le due professoresse si ritirano in camera dopo averci estorto la promessa di non allontanarci dall’albergo, soprattutto non sotto quella tempesta. Fine della serata insomma. Fine del divertimento. O forse inizio di qualcosa, perché ammetto di non ricordare come, ma ci ritroviamo insieme, tu ed io da soli, sul balcone della tua camera d’albergo, seduti sul tavolino in ferro battuto umido e freddo in quella notte infernale, bocca su bocca, mani tra le mani, senza sapere dove andremo a finire: nel tuo letto, pensi tu. Sul mio braccio, capisco io quando è ormai troppo tardi.

Inizia tutto qualche giorno dopo il nostro ritorno in Italia: io comincio ad essere innamorata mentre tu continui ad essere il ragazzo ribelle che non ha nulla da dimostrare a nessuno se non di essere capace di vivere secondo il suo spirito selvaggio. Che in parole povere vuol dire: ogni sera in un letto diverso. Con una ragazza diversa. Mai con me. Perché come sempre, per l’ennesima volta, ho commesso uno sbaglio, ti ho detto “per favore, aspettiamo” su quel tavolino in ferro battuto, senza capire che questo avrebbe fatto appassire ogni tuo interesse nei miei confronti. È però saperti nel letto della mia vicina di casa, a due passi dalla porta della mia stanza, sul mio stesso pianerottolo, a farmi capire che qualcosa va fatto. E se non posso punire te, così bello e così irraggiungibile, allora devo punire me, per i miei sbagli, per quel no detto a Londra, per tutte le occasioni mancate. Il primo segno, rosso, compare senza che me ne accorga: vedo il sangue colare sulla mia mano e quasi mi affascina seguire quella piccola strada tortuosa che dalla mia carne scende giù verso le dita, tra gli anelli, fin giù nel lavandino troppo bianco come la pelle pallida di chi non riesce a vivere. Faccio un secondo taglio, poi un terzo: guardo il sangue colare sulla mia bellezza, sulla mia altezza, su quei capelli troppo biondi e troppo lunghi, sulle parole che non ho detto, su quelle che ti hanno allontanato da me, sui miei genitori, sui miei errori, sulla ragazza che non riesco ad essere, sulla pelle pallida di una vita che non riesco a vivere. Va avanti così per quindici mesi. Quindici infiniti mesi in cui tu continui a non vedermi ed io continuo a punirmi per non riuscire mai ad essere abbastanza, per nessuno. Ti guardo entrare ed uscire dalle case degli altri, baciare bocche e colli più belli e più vivi dei miei. Ti guardo ballare e ridere e scoppiare di vita a pochi passi da me, senza mai riuscire a far parte di quel vortice infinito di colori. No, a me restano i tagli e le lame e le lacrime rosse che continuo a versare per te. Su di me.

La giostra si ferma all’improvviso quando il mio ultimo giorno di scuola, l’ultimo in assoluto prima della maturità, trovo sul mio banco una rosa bianca con un biglietto in cui mi chiedi di vederci quello stesso pomeriggio nel parco a pochi metri da casa mia. Accetto il tuo invito, porto con me la rosa e ti trovo lì su una panchina in pieno sole, seduto e stanco come chi dopo mille naufragi ha bisogno di tornare a casa. Mi vieni incontro, mi guardi, non dici nulla e già riesci a convincermi. Sono tua, in questo giorno di sole e nel diluvio di Londra e nei mille inutili giorni passati senza di te. Sono tua forse da sempre, senza saperlo. E sono tua per i tre anni successivi, in cui fai di me la ragazza più felice e stupida che sia mai esistita.

È luglio quando mi chiedi di sposarti. Ed è agosto quando ricomincio a tagliarmi la carne, spaventata per quel futuro che non sono sicura di riuscire a gestire. Perché sono inadatta e ne sono consapevole. Perché so che prima o poi tornerò a sbagliare e non voglio che sia tu a farne le spese. Perché so che il mio amore non potrà mai bastarti, così come non riuscirò mai a bastarti io, ed è per questo, solo per questo, che ti dico “no”. Non voglio sposarti perché non voglio condannarti ad una vita infelice. Ed è per questo che tu mi dici “va bene”, prima di fuggire di nuovo verso altri letti e verso altre case fino al momento in cui guardandomi negli occhi, questa volta senza una rosa bianca, mi dici di non riuscire più ad amarmi e a stare con me e a pensare ad un futuro insieme se sono io la prima a non volerlo seriamente, un futuro con me. Ed anche se ormai hai notato i miei tagli sul braccio e sai che sotto la cenere si nasconde un mostro che mi sta divorando e che rischia di trascinare con sé tutto, i miei capelli biondi e le rose e la nostra storia e le nostre bocche, anche se sai tutto questo senza averne mai parlato sul serio, prendi le tue cose ed esci dalla mia vita. Senza voltarti, senza sorridere, senza aggiungere qualcosa di diverso a quella fine stonata che sa di tempesta.

Scopro che stai per sposarti, e questa volta sul serio, con una ragazza che probabilmente sa amarti nel modo giusto e che sa dare le risposte migliori ad ogni tua domanda. Mancano pochi giorni alla mia laurea, ed anche se so di avere mille cose da fare e mille cose da evitare, penso di doverti una spiegazione, o almeno una rosa bianca, ed è per questo che sotto il sole di un’estate infame mi ritrovo davanti al cancello della tua immensa villa di campagna, dove sorpreso mi inviti ad entrare e mi offri una spremuta di arancia che beviamo con gli occhi rivolti verso l’orizzonte. Il mare, lontano, potrebbe portare via tutto: gli errori, la tua futura sposa, il finale sbagliato che ho scelto di scrivere. Potrebbe fare un miracolo, se solo fosse accanto a noi. Ed invece accanto a me ci sei tu, ed io che non faccio mai la cosa giusta decido di baciarti. E tu, che non sei mai riuscito a farmi fare la cosa giusta, mi abbracci e mi stringi e mi porti in una stanza bianca tra lenzuola bianche e mi insegni a prendermi cura dei miei tagli senza che questi possano farmi ancora del male. Dura tutto un istante, il tempo di un sospiro che gonfia le tende bianche invase dal sole.

Tutto finisce, e mentre mi proclamano dottoressa tu ti sposi.

E mentre tu sei in California io scopro la verità. Scopro il mio nuovo errore.

Che per la prima volta mi sembra giusto.

E per la prima volta vorrei piangere, ma di gioia.

E per la prima volta non voglio vedere più il sangue uscire via da me ma scorrermi dentro fino ad arrivare a quella piccola parte di te che sta iniziando a crescere in me.

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Una storia tutta per sé – Ph8

Torna anche quest’anno il mio laboratorio di scrittura autobiografica presso l’ospedale oncologico di Bari.

Scrivetemi per informazioni.

#ov su ITALIANSBOOKITBETTER

Ci sono alcuni libri che spesso chiamo in soccorso quando ho bisogno di prendere aria. Delle letture che vado a ripescare quando sento il bisogno di una mano che mi afferri e che mi stani dalla mia zona di comfort. Di questi libri ho sempre avuto difficoltà a parlare perché ho l’impressione che io sia impigliata tra le loro parole e che con le pagine ci siano rilegati dei pezzi di me. Confesso che “Overlove” di Alessandra Minervini rientra a pieno titolo tra i miei libri àncora.

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