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“Una storia tutta per sé” – Come raccontare se stessi ed essere felici – 11 Novembre Bari

Date e Costi:

Una storia tutta per sé  dal lunedì 11 novembre, ogni lunedì dalle 20.00 alle 21.30, per un totale di 10 incontri.

Bari,  casa di scrittura

Il costo complessivo per i 10 incontri è di 200 euro

STRUTTURA DEL LABORATORIO AUTOBIOGRAFICO

Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Quando qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un laboratorio che corrispondesse alla mia idea di scrittura è nato “Una storia tutta per sé”. Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato. Che considero un percorso più che un corso di scrittura, un percorso in cui la lettura è protagonista.

Cosa succede durante gli incontri: 

Si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Alcuni libri che leggeremo:

Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso:

Lessico Famigliare, Natalia Ginzburg

L’arte della gioia, Goliarda Sapienza

Lolita, Vladimir Nabokov

Il mio noviziato, Colette

(Ma ce ne saranno tante altre di letture, ispirate dalle storie dei partecipanti.

LA SPOSA VOLANTE DI CAROLA MININCLERI COLUSSI – #dopolavoroletterario n. 40

Carola è fluviale. Quando parla, quando pensa, quando scrive. La sua capacità di far scorrere i pensieri dentro un letto di un fiume in piena è stata la croce e la delizia del nostro percorso di editing. All’inizio, Agata era la protagonista di un romanzo dal titolo “Lise”, un altro personaggio della storia che non è la protagonista. Adesso è “La sposa volante”, il nuovo titolo le si addice come la voce con cui racconta. A volte un percorso di editing può essere il modo per mettere al centro chi altrimenti sarebbe restato ai margini, autrice compresa.  Finalmente Agata ha una voce obliqua, l’argine del fiume creativo da cui è nata. Questa è la storia di una donna che ha le ali ma ha paura di volare, una donna appassionata delle donne lontane e vicine della sua vita. Questo è l’incipit del romanzo, la foto è dell’autrice. Buona lettura a voi e buon volo ad Agata!

LA SPOSA VOLANTE

DI CAROLA MININCLERI COLUSSI

PARTE I, VITA IN ISOLA

1. LA MANU DI LU SIGNURI

Sono nata ai piedi di un vulcano, a Ginostra, il 17 marzo 1974.

Porto il nome della nave della Marina Militare Italiana il cui medico, quella notte, mi ha salvata dalla morte, mi chiamo Agata.

Per mia madre, Pasqualina Vitale, invece, non c’è stato nulla da fare. M’ha partorita e se n’è andata via, come il vento di Punta Corvo prima che cala il sole. Però quello poi torna. Mia madre no.

Mio padre, Salvatore Amato, insisteva a dire che ero stata tanto desiderata. Nonna Assunta raccontava spesso che, ancora quando c’avevo un mese, e mi cambiava i vestiti, mi veniva via anche la pelle, come vengono via le squame a u pisci mirluzzu quando lo squami.

Dopo che le si erano rotte le acque, Pasqualina si rifiutava di andare a partorirmi all’ospedale, come Caterina, l’ostetrica del paese, e ‘u medicu di Lipari le avevano raccomandato – che in gravidanza c’aveva avuto più di qualche emorragia, perché nonna mia, sua madre, non era ancora ritornata a casa – che da sempre abitavano congiuntamente, loro due, con papà e pure uno dei due fratelli di papà, il più piccolo, zio Antonio, perché di occasioni a Ginostra non ce n’erano tante, e di soldi ancora meno, e perciò si viveva tutti insieme, o quasi.

Per nessun motivo voleva dare alla luce ‘a creatura senza che lei fosse presente. Non importava che il marito, mio padre, capitano di un piccolo peschereccio, fosse corso immediatamente a casa per assisterla ed essere presente al lieto evento: ci doveva stare mammuzza, accanto a lei.

Pasqualina, amuninni, u ventu a cuminzat’a susirisi, e cu lu mari cu la raggia a Milazzu arrivamo dumani, le aveva detto Salvatore. Ma Pasqualina tratteneva e tratteneva, finché madre natura le aveva mandato una doglia tanto forte che papà a uscire ce l’aveva obbligata. Proprio in quel momento nonna era rientrata a casa e mamma, con un altro sforzo, le aveva dato il tempo di cambiarsi d’abito. Assunta era andata al centro a comprare la pasta di mandorle per fare i biscotti, che se belli notizi fossero arrivate, cioè – anche se non lo diceva apertamente – se fosse nato un maschio, e i parenti fossero venuti a festeggiarlo, almeno avevano qualche cosa da offrire. Uscita dalla bottega, un gabbiano le aveva fatto uno schifiu sulla casacca di cotone bianco semi-nuova, e lei davanti a ‘u medicu non voleva fare brutte figure con ‘a cammisetta sporca.

Intanto s’era fatto buio, e siccome era marzo e il tempo non era ancora volto a buono e stabile, e il mare si era increspato parecchio e arrivare all’ospedale, a Milazzo, era oramai impossibile, a Salvatore non rimaneva che chiedere aiuto al medico dell’unità di addestramento della Marina, ormeggiata due miglia al largo di Ginostra, il dottor Magnifico, un uomo dall’aspetto gentile, e umile, nonostante il suo cognome, con cui aveva scambiato qualche parola, quella mattina, al porto di Stromboli, e proprio sul vento e sul tempo che veniva a peggiorare.

Era corso alla sua barca e lo aveva contattato con gli strumenti di bordo. Il medico si era precipitato con una scialuppa verso il porto, ma le onde erano così alte che non gli permettevano l’ingresso, così Salvatore era uscito a prenderlo con la barchetta in legno che usavano per andare a vendere il pesce. Con l’aiuto di San Bartolomeo, il patrono dei pescatori, per papà, ma zio Antonio diceva per la sua grande esperienza del mare, le due barche erano riuscite a entrare, l’una dopo l’altra nel Pirtuso, il porto di Ginostra.

A causa dell’eccessivo prosciugamento dell’acqua, la nascita era stata difficile, e quando finalmente ero uscita, mamma non aveva nemmeno la forza di guardare se fossi maschio o femmina: dopo pochi minuti si era addormentata e non si era risvegliata mai più. Il dottore mi aveva fatto una flebo e all’alba se n’era andato sulla scialuppa, scivolando sul mare ritornato di pace e di un velluto indifferente.

A papà era arrivato un telegramma di condoglianze che, controvoglia, ma obbligato dall’onore, mi avrebbe consegnato al mio tredicesimo compleanno, il giorno dopo m’erano venute le prime mestruazioni:

– Condoglianze. STOP – Non dimenticherò questa notte di vita e di morte. STOP – E questo porto di mare, STOP – tra due pareti di scogli, STOP – due metri e mezzo di larghezza. STOP – Quando Agata sarà grande, le dica che ho fatto tutto ciò che potevo in quelle condizioni. STOP

Firmato, Pier Luigi Magnifico

Rimasto vedovo, papà mi aveva voluta chiamare come la nave da cui era arrivata la manu di lu Signuri, che s’era portata via la mogghie, diceva a tutti, ma gli aveva lasciato la figghia.

Fin da bambina, i segni di quell’arrivo inaspettatamente burrascoso mi bruciavano dentro come brucia la lava nella pancia dello Stromboli, sputando regolarmente pietre incandescenti pure da diecimila metri sotto terra, dalle viscere, che guai se ci vai troppo vicino, e guai se ti colpiscono in testa. Mi sentivo segretamente responsabile della morte di mia madre, e al contempo non abbastanza desiderata, dato che, ad accogliermi, non ce l’avevo trovata. Mi ero presto convinta che nascere non fosse affatto abbastanza per ottenere il diritto alla vita e alla felicità. In fondo uno vorrebbe solo essere il benvenuto.

Bon tempu e malu tempu, non dura tuttu ‘u tempu. Nonostante tutto, crescevo bene e crescevo pure tanto. Sono sempre stata alta, per la mia età: a tredici anni ero più alta di nonna, più alta di papà e anche della maggior parte degli abitanti di Ginostra e, da un certo punto dell’adolescenza, più alta persino di zio, che già lo consideravano un bel pezzo d’uomo. Ero più alta di Vita, che era poco più grande della mia età, la figlia di zio Vittorio, il fratello maggiore di papà, e più alta di Sergino, il figlio di Cettina, la vicina che era rimasta vedova a trent’anni, che era proprio piccolo, e che mi chiamava: cocuzza longa senza semenza. Non mi piaceva essere così alta, anche se nonna mi ribadiva che a lunghezza era mezza bidizza, così come non mi piaceva tanto essere femmina, specie quando papà mi diceva che non mi potevo arrampicare sugli alberi come faceva Sergino, che certe cose le femmine non le dovevano fare. E così m’ero abituata, senza neanche saperlo, a incurvare un po’ le spalle, che non si vedeva che ero alta e neppure tanto che ero femmina, e allora Sergino mi prendeva in giro perché ero spilungona e pure ‘ngobbita: scàcciti juncu ca passa la china!, mi gridava ogni volta che mi vedeva.

Sin da piccola ero rimasta inquieta, si può dire disorientata come una bussola in una tempesta. Mi svegliavo urlando, la notte, in preda agli incubi, oppure mi alzavo, sonnambula e chiacchierona. Era zio che mi sentiva e mi riaccompagnava a dormire. Mi perdevo tra le stanze della casa, non mi ricordavo mai perché mi ci infilavo, cambiavo idea continuamente sulle cose che avrei fatto durante la giornata, e spesso non facevo niente. E se facevo, non completavo quello che cominciavo.

Con papà non andavo d’accordo. Più di tutto ricordo il suo indice secco e sempre abbronzato, anche d’inverno, che mi faceva di no, senza aggiungere altro, quando facevo qualche domanda su mia madre. Mi aveva detto il minimo indispensabile, ed evitava costantemente di rispondermi. Pensava che, se ne udivo di meno, soffrivo di meno, e aveva imposto a tutti, a nonna, agli zii e ai vicini di fare lo stesso. Quel muro di silenzio attorno alla figura che più di tutte m’importava conoscere, mi faceva sentire in galera. Per questo nonna, di tanto in tanto trasgrediva a quella regola. Quando papà non mi considerava mi scatenava una rabbia che bollivo, e più io bollivo e più lui era tiepido, un sole tiepido che versava i suoi raggi sulla lapide di mamma più che sul seme della mia speranza e dei miei bisogni.

Non mi sentivo tanto meglio con nonna Assunta, che era una donna dell’altro secolo, e parlava poco, più che altro fissandoti con le pupille nere nere che teneva, ma mi piaceva che m’insegnava a leggere i segni, diceva, con cui il Signore ci parla, i disegni del vento sul mare, le forme delle nuvole, la comparsa improvvisa di un insetto, e con me era buona, mi cucinava, mi stirava e ogni tanto mi dava pure una carezza. Mi preparava di tutto, ‘a caponata, alalunga‘ca cipudda, u sugu di cernia, ‘u pane cunzato, di tutto tranne i biscotti. Dalla morte di sua figlia, nonna di biscotti non ne aveva fatti più, manco uno, e se le chiedevo di farmeli mi diceva di no, che teneva le mani occupate dal rosario.

A Ginostra, a quei tempi, non ci stava l’elettricità, se non prodotta dai generatori, e ogni famiglia teneva qualche lampada a olio per illuminarsi la vita della sera. Avevamo la tv, ma prendeva solo i telegiornali, perché papà s’era ingegnato collegando ‘u filu a un cucchiaino che prendeva il ripetitore in Calabria: non gli piaceva sentirsi completamente fuori dal mondo, e voleva interrompere i silenzi pesanti o la cantilena delle preghiere di nonna, che diceva che gli davano di matto. Liti, telegiornali e Ave Maria. Le tre cose che più alimentavano il peso invisibile sulle mie spalle, le tre ancelle nere del Dio dell’Irreparabile a cui niente più di una mente siciliana si vota, più spesso come sconfitta che come resa.

Un giorno di un marzo, prima dell’alba, che papà andava a lavoro molto presto e prima passava sempre dal cimitero, lui e nonna si erano chiusi in cucina. Io mi ero alzata dal letto e avevo appoggiato alla porta le orecchie per sentire che cosa si dicevano: stavano parlando di mia madre, litigando a bassa voce. A nonna le era salita la morsa del dolore, e aveva accusato papà di non essere intervenuto in tempo per salvare mia madre dalla morte. Papà diceva di dargli pure la colpa di tutto, ma che tanto, qualsiasi parola avesse detto, due cose non sarebbero mai accadute: Pasqualina non ce l’avrebbe ridata indietro nessuno, e lei, nonna Assunta, non sarebbe stata più innocente di lui agli occhi della storia. È così, per le loro reciproche accuse, che ho conosciuto per filo e per segno gli eventi di quella tragica notte, la memoria della quale ricorre insieme al mio compleanno, e che mi sono resa conto, per la prima volta, che anche lui era furibondo per la morte di mamma. Poi erano usciti dalla cucina e mi avevano vista lì, paralizzata da quella nuova cognizione. Nonna m’aveva chiesto che ci facevo là, e m’era venuto da risponderle che ci avevo paura che volevano mandarmi via. Cu ti voli beni ‘n casa ti teni, m’aveva risposto, e aveva abbozzato un sorriso, mentre papà se n’era andato a travagghiare e, quando la sera era rientrato, per loro tutto era tornato normale, come prima. Odiavo quella loro impostura, e a volte glielo gridavo addosso. Quando mi arrabbiavo forte parlavo solo in siciliano, la lingua del mio vulcano. Papà si lamentava delle mie sfuriate e delle mie puntigliose osservazioni, ancora a nasciri e si chiama Cola!, si a ogni cani c’abbaia ci tiri `na petra non t`arrestunu vrazza, mi ripeteva, prima di parlari hai a masticarli, li paroli!, e mi chiamava ‘ncazzusa, non mi capiva, anche s’era ‘ncazzusu pure lui, invece nonna mi sedeva accanto a lei e, cercando di calmarmi, mi porgeva un tamburello da cucire. Mi chiedeva di ricamarci sopra l’immagine del Timpone, la parte alta del borgo di Ginostra, quella dove abitavamo noi, che poi l’andava a vendere ai pochi turisti in piazzetta dei Caduti.

Non sacciu ricamarlo, mi posso equivocare!

Cu `un fa nenti `un sbaglia nenti.

Non ne ho mai finito uno. Per disegnare il posto dove sei, devi andarlo a guardare da fuori, da un altro punto di vista, e io voglia di uscire non sempre ne tenevo. E poi sentivo che arrivare alla fine delle cose non dava garanzia alcuna di soddisfazione, non nel mio mondo di allora, fatto piuttosto di vuoti da riempire, che di azioni da concludere. Le giornate sfitte di un mondo antico e poco popolato, soprattutto di bambini con cui giocare, che c’era solo mia cugina Vita, che però viveva a Stromboli, dall’altro lato dell’isola, e Sergino, che sua madre gli faceva fare quello che voleva, e che era manesco e non ce lo avevo in simpatia, ed era il mio unico compagno di scuola, una scuola con una classe e una maestra vecchia per due alunni soltanto. E il vuoto dei ricordi che non tenevo, quelli di mia madre, che non avevo mai conosciuto, e che faceva un rumore sordomuto.

L’unica persona con cui mi trovavo a mio agio era zio Antonio, che con mio papà c’aveva quasi diec’anni di differenza: un uomo buono, sensibile, intelligente, anche se non era studiato, che mi voleva un bene dell’anima, mi trattava a metà tra una nipote, una sorella e una figlia, e capiva la mia irrequietezza, perché anche lui teneva la sua, e non faceva segreto che aveva voglia di andarsene via dalla Sicilia, da questa terra così piena di contraddizione, dove la natura sapeva esplodere nella gioia della bellezza e della fioritura mentre le persone, il più delle volte, restavano secche come radici di ginestra strappate. E ne emigrò, infatti: a tredici anni tenevo già lo zio d’America. Voleva fare tanti piccioli per portarci tutti via da Ginostra, diceva che era pericolosa, che Iddu, u vulcanu, u Strognuoli, aveva parlato già tante volte e avrebbe parlato ancora. Era sicuro che a Nuova York ce l’avrebbe fatta, ripeteva sempre che se t’impegni puoi riuscire in tutto. Papà diceva che noi Ginostra non l’avremmo lasciata mai, che l’America era troppo lontana e troppo insicura, che cu lassa a vecchia pi la nova peggio si trova, che zio era troppu ambiziosu, che era megghiu l’ovu oggi ca a iaddina dumani, che era meglio essere poveri qui che ricchi e soli dall’altra parte del mondo, che unu sulu non è bonu mancu ‘mparadisu e così via. Pensava che suo fratello intendesse riscattare il ricordo della nonna, la madre della loro madre, che in casa si tramandava che l’avevano vista morire magra magra, perché dopo l’eruzione del 1930, se non stavi nell’esodo, stavi nella carestia. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu a nenné ca pappa nun ci n’è, cantavano ancora le donne della famiglia come ninna nanna ai bambini, e quel ritornello gli era impresso dentro e gli dava la direzione, come il timone alla barca di papà.

Zio Antonio mi scriveva sempre, soprattutto mi scriveva quanti piccioli prendeva a settimana, ma anche quanto costavano le cose, un filone di pane cinquanta cents, i pomodori trentanove cents per libbra, la benzina un dollaro e venti al gallone, che faceva come quasi quattro litri dei nostri, una macchina nuova settemila dollari, dieci dollari i jeans che si era comperato per lavorare come lavapiatti da ‘U veduvu, il ristorante italiano di Filippo, un amico milazzese di zio Vittorio emigrato a Nuova York dieci anni prima con i tre figli, dopo che, anche lui, aveva perso la moglie. E le sigarette, mi scriveva quanto pagava le sigarette, sessanta cents, perché aveva cambiato vita e continente, ma non aveva smesso di fumare, tutto il giorno, come la bocca del nostro vulcano.

Stilava i suoi pensieri in quella lingua estranea – con qualche parola in siciliano, quando non sapeva ancora come si diceva qualcosa – perché così, sosteneva, mentre lo imparava lui, lo imparavo pure io, che un giorno potevo andarlo a trovare e fare amicizia con la gente del posto, e che quando saremmo stati di nuovo tutti insieme negli Stati Uniti, mi sarebbe stato facile cominciare una nuova vita. Mi scriveva che quella era una promessa, e noi siciliani le promesse le manteniamo a costo di morire. Quando lo aveva scoperto, papà si era arrabbiato.

Pri tanti cunsigghi la navi si sfasciu ‘mmensa li scogghi!

E per un po’ aveva smesso di consegnarmi le sue lettere.

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Italo Calvino, il mio Maestro interstellare

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  13 ottobre)

Italo Calvino, l’intellettuale italiano più amato dagli italiani, ha avuto una vita e un’anima cosmopolita. A cominciare dalla sua nascita, avvenuta a Cuba, il 15 ottobre di novantasei anni fa, quando Mario, suo padre, agronomo, si era trasferito a Santiago di Cuba per effettuare studi sulla canna da zucchero. Insieme con la moglie, Eva Mameli esperta di botanica e prima docente italiana della materia presso l’università, la famiglia Calvino ritorna in Italia, a Sanremo, quando Italo ha cinque anni. Una prima infanzia lontana dalla patria e molto verde,quella dello scrittore che ricorderà la passione paterna per il verde nel racconto “La strada di San Giovanni”, pubblicato nel ’61. Dieci anni dopo la morte del padre con il quale da ragazzo attraversava in silenzio questa strada che li conduceva dalla città alla campagna.

Quando nell’estate del ’44 Calvino, ventenne, s’arruola nell’esercito dei partigiani, sceglie come nome in codice “Santiago”, proprio la città in cui era nato. Nel ’62, quasi 20 anni dopo l’esperienza partigiana in cui Calvino conosce anche il carcere, torna a Cuba e lì sposa Chichita, la moglie argentina, una traduttrice dell’Unesco che diventerà l’inseparabile consigliera dello scrittore. Nel frattempo in Italia, Calvino è già uno degli scrittori con maggiore seguito tra lettori e intellettuali, le sue anime gemelle tra cui Primo Levi, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale vive a lungo a Torino, una città che trova a lui somigliante: priva di fronzoli, solenne e dedita al lavoro. Qui nasce il personaggio per ragazzi, “Marcovaldo”, il cittadino naif inadatto al grigiore industriale in cerca di natura e bellezza ad ogni angolo. Calvino è astuto nel creare dentro la realtà macchiette fantastiche che simbolicamente sono la riprova delle prima fragilità della nostra società. Ad uno dei suoi racconti più sarcastici, “Furto nella pasticceria” si ispirerà Mario Monicelli per creare i personaggi di “I soliti ignoti” (1958), divenuto un cult della commedia all’italiana. La commistione con altri tipi di scrittura, Calvino la sperimenta anche con una breve esperienza di cantautorato pop (la cui canzone più riuscita “Oltre il ponte” è stata ripresa più di recente dai Modena City Ramblers).

Alla fine degli anni Sessanta, dopo la nascita della figlioletta Giovanna, Calvino si trasferirà a Parigi con la famiglia. Un tentativo autentico, seppure chic, di rendersi invisibile rispetto al sempre più cresciuto consenso editoriale: “Quando mi trovo in un ambiente in cui mi illudo di essere invisibile sto bene, agli scrittori esibirsi di persona non conviene affatto.”

Calvino fin dal suo esordio, con il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), una favola di bosco sulla guerra civile, coltiva il sogno di essere invisibile. Introverso di natura, serio fino a non avere altri “passatempi” all’infuori del lavoro di scrittore e di redattore e ufficio stampa per l’Einaudi, Italo Calvino ha scritto storie che sono il contrario della noia. È stato un uomo autoironico, definiva l’autoironia “la condizione prima dell’intelligenza”. L’aspetto giocoso dell’autore si avverte nello sguardo con cui inventa i personaggi. Cosimo, “Il Barone Rampante” è un ragazzino che sceglie di vivere su un albero, lontano dalla famiglia e dalla realtà. Il libro esce nel 1957, nello stesso anno in cui lo scrittore lascia per sempre il PCI con una lettera pubblicata su “L’Unità”: La via seguita dal PCI […] attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m’è apparsa come la rinuncia ad una grande occasione.”

Nella sua vita ha realizzato più cose di quante forse ne immaginava. Compreso quel viaggio americano, a New York. Dopo il quale in “Un ottimista in America” scrive: “Negli Stati Uniti sono stato preso da un desiderio di conoscenza e di possesso totale di una realtà multiforme e complessa e altra da me, come non mi era mai capitato. È successo qualcosa di simile a un innamoramento”.

Partigiano, giornalista, redattore, intellettuale, disegnatore, soggettista e autore tradotto in oltre 50 lingue. Italo Calvino ha scritto con gli occhi immersi nella totalità del mondo. Ha creato personaggi surreali, città invisibili, mondi impossibili, rifugi inespugnabili per “(…) cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino è morto vicino Siena, nel 1985, poco prima di pronunciare le famose “Lezioni Americane” all’Università di Harvard e pubblicate postume nel 1988, come cartoline interstellari provenienti, queste sì, dal paradiso.

Caro Italo,

sei stato uno scrittore interstellare. Qualche galassia è lassù che splende, in attesa di essere riconosciuta come un’altra meraviglia che hai creato tu. Tra qualche millennio scopriremo il pianeta Calvino, abitato da Marcolvaldo, dove distese e distese di alberi fanno da tana a frotte di ragazzini che crescono spontanei sui rami. Un luogo governato da Palomar, un governatore che si esprime attraverso il silenzio. “Il signor Palomar non riesce a spiccicare parola. Il fatto è che lui più che affermare una sua verità vorrebbe fare delle domande, e capisce che nessuno ha voglia di uscire dai binari del proprio discorso per rispondere a domande che, venendo da un altro discorso, obbligherebbero a ripensare le stesse cose con altre parole, e magari a trovarsi in territori sconosciuti, lontani dai percorsi sicuri.”

Nel pianeta Calvino ci sarà sempre qualcuno disposto a mordersi la lingua prima di parlare a vuoto, per non ripetere sempre le stesse cose. Dai torrenti, lungo le montagne “Cosmicomiche”, sgorgherà un’acqua magica che appena bevuta corregge tutti i congiuntivi. Anzi, fa molto di più! Li inonda di senso. Così non avremo solo gente che sa il congiuntivo ma anche gente che alla forma associa un significato. Fine delle belle frasi fatte.

Il pianeta Calvino, come scopriranno presto, sarà circondato da sei costellazioni: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza. Si potrà scegliere la propria a patto di esserle fedele, sempre: “Per riconoscere una costellazione la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama”, dice Palomar. Caro Italo, nel Calvino restituiremo un significato alle parole e allora leggerezza significherà di nuovo “assenza di pesi sul cuore” e smetterà di equivalere ad “assenza di compassione”; chi cercherà interazione e condivisione, sbarcherà sulla costellazione Molteplicità che smetterà di essere sinonimo di “confusione”, come avviene oggi sulla Terra.

Grazie a te, Italo Calvino per il pianeta che hai formato, per le nuove costellazioni, per tutti gli alberi e per tutti i ragazzini. Noi siamo pronti a trasferirci in massa. Se anche tu che ci stai leggendo, vuoi trasferirti sul Calvino, devi stare solo attento a una cosa, intanto che vivi sulla Terra: “prima di guardare le stelle devi togliere il coperchio al telescopio”.

“Il posto di Dio” di Loredana De Vitis – Dopolavoro letterario n. 39

Loredana De Vitis conosce bene il gesto dello scrivere, sembra che ogni volta le parta dal petto, trafiggendole la pelle e sconfinando solo dopo essere stato espulso con furore sulal pagina. A me sembra lei combatta, non che scriva. Questo romanzo, ancora inedito dopo le prime prove pubblicate con felice esito, ha un furore diverso dagli altri. contiene una buona dose di tenerezza, dentro la ferocia di una storia nostra, del sud, delle donne, degli uomini, delle croci e delle delizie quotidiane. Questo è un breve stralcio del suo “il posto di dio” che troverà sicuramenrte un posto nelle librerie. (La foto è del’autrice.)

il posto di dio

di Loredana De Vitis

stralcio del capitolo 2 – “profumo di casa”

Marta indovinò in pochi istanti ciò che l’aspettava per cena. Tegamino di uovo e piselli, patate al forno al rosmarino, bietoline lesse e pane abbrustolito, arance zuccherate e budino alla vaniglia. Marta amava i profumi e il calore della sua vecchia casa, non l’unica che aveva avuto ma l’unica che poteva ricordare. Zia Roberta era riuscita a farle sembrare normale la loro micro anomala famiglia avendola sempre nutrita d’affetto e cure, cibo delizioso, giocattoli quanto basta e senso del provvisorio a profusione.

I genitori di Marta si chiamavano Rosaria e Pino ed erano morti avvelenati dai funghi. Una storia che zia Roberta aveva sempre raccontato in modo così colorito e distaccato che Marta era riuscita a costruire con quella morte un ottimo rapporto: l’intossicazione e il decesso di quei-due-deficienti, come diceva sempre la zia, aveva preso nei pensieri e nell’animo di Marta le sembianze di quello che era stato in effetti. Una morte da scemi. Alle ore 16.04 del 4 novembre 1977, di ritorno dal piccolo terreno in campagna ove si recavano ogni settimana quando per innaffiare quando per diserbare quando per cogliere ciò che di maturo si poteva cogliere utilizzando gli attrezzi custoditi alla meno peggio in una piccola stanzetta abusiva e una zappa nascosta in un cespuglio di mirto, Rosaria e Pino s’erano fatti solleticare da un cesto di funghi freschissimi-buonissimi venduto per strada da un vecchio barbuto con le mani tremanti.

Nessun dubbio li sfiorò sulla provenienza, né sulla perizia di Giovanni il barbuto [ché erano due-deficienti], e presto-presto i funghi vennero lavati tagliati e buttati in padella per ricavarne un sughino alla pizzaiola. Dieci ore dopo cominciarono i sette giorni più tragicomici degli assai brevi annali della famiglia Mariani-Di Pierro. Stomaco e intestino furono i primi a dare chiari segnali di cedimento, poi fu la volta dei muscoli, quindi dei neuroni. Al collasso dei reni non vi fu rimedio, i due-deficienti spirarono lasciando Roberta definitivamente contrariata e Marta a ripetere la-mia-mamma-si-chiama-Rosaria. Solo in punto di morte Pino ammise ciò che avevano capito tutti e che i medici ripetevano insistentemente con aria di severo rimprovero: che avevano mangiato funghi velenosi, meritandosi così che, all’accomodamento del cadavere, Roberta volle lasciargli la bocca aperta in balia d’una mosca. Guardando Rosaria nella bara prima della piombatura, Roberta ripeté che sì, anche sua sorella era una deficiente e infatti un deficiente s’era sposata, e meno male che i due-deficienti non s’erano sognati di far assaggiare il sughetto avvelenato alla bambina [no no, solo latte e biscotti], sennò l’inferno non glielo toglieva nessuno. A quel tempo Marta aveva tre anni e desiderava tanto una sorellina. Le toccò, invece, raccogliere i giocattoli e trasferirsi dalla zia. Perché coi nonni materni morti da un pezzo, e quelli paterni morti di fresco, la palla passava per forza a Roberta.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

Cristina Campo, la mia Maestra Imperdonabile

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cristina Campo, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  6 ottobre)

Cara Cristina, la perfezione è un delitto. Allora come mai continuiamo ad essere sue complici?  Non c’è niente di meglio di un’imperfezione. Un neo improbabile sul viso oppure una spigolatura nel carattere. Una storia d’amore incompiuta o un matrimonio fallito. Una domenica barricata in casa, una frittata sfatta. Nessuno è perfetto, eppure è così che vogliamo essere. Le donne ultimamente sono tutte imperdonabili, a prescindere da ciò che fanno o desiderano. Da te ho imparato che la nobile arte di essere imperdonabili ha a che fare con la nobile arte della perfezione. Se sei imperfetta, ti perdonano tutto. Se sei perfetta, a volte non oltrepassi nemmeno la soglia di casa. “Gli imperdonabili” è il titolo del tuo saggio più famoso, oggi se dovessi riscriverlo potresti aggiornarlo al femminile. “Le imperdonabili”. Di imperdonabili sono rimasti in pochi, una dozzina ogni mille. Non voglio esagerare. Agli altri 988 si perdona la sciatteria e l’arroganza, che poi sono la stessa cosa; si chiude un occhio per l’incompetenza e la strafottenza, che poi sono la stessa cosa. Se i 988 mostrano superficialità vengono premiati, addirittura vengono amati. Quella sporca perfetta dozzina invece no. Non può permettersi una virgola fuori posto. Non una giornata di riposo o una banale scivolata su una buccia di banana. Mentre chi non cerca altro ristoro se non l’auto-compiacimento può permettersi perfino di viverci, su una buccia di banana. Non solo di capitarci per caso e magari cadere.

“Le imperdonabili” invece sono sempre in aumento. Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole…come cantava Zucchero in “Donne” un bel po’ di decenni fa.

Cara Cristina, non può che trasformarsi in preghiera questa mia piccola imperdonabile lettera con cui ti porgo gratitudine per essere riuscita ogni tanto a perdonarti, lasciandoci le tue immagini fatate e nutrienti con cui guardavi la vita ogni giorno. Cara Cristina, le imperdonabili hanno bisogno di te anche se non ti conoscono. Spero che questa mia preghiera possa arrivare a chi non ha mai fatto uno sgambetto, non ha mai dimenticato l’esistenza di un’amica, non ha mai giudicato nessuno. Questa preghiera spero arrivi a chi ha usato il suo tempo per cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per ascoltarle.

RITRATTO

“Nasce il 29 aprile del 1923 e viene battezzata Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina. Dai genitori e dagli amici sarà sempre chiamata con il suo nome anagrafico, Vittoria Guerrini, ma per tutti gli altri è Cristina Campo.” Comincia così “Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo” (a cura di Cristina De Stefano) che della scrittrice di origini bolognesi, traccia il ritratto di una donna che viveva dentro le parole. A cominciare dai tanti nomi che le hanno dato. Questa ricerca costante di perfezione lessicale l’ha resa una creatura mitologica: una specie di unicorno celeste, di mosca bianca. Un elefante rosa. Cristina Campo è stata una entità prima che un essere umano.

A discapito dei molti nomi con cui fu accolta alla nascita, è stata una donna tutta d’un pezzo. Algida come la sua bellezza. È tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, con quel viso come dipinto ad acquerello. Di temperamento era irreprensibile. Per questo ad alcuni lettori risulta lontana dall’empatia che si esige da chi scrive libri. Inquieta, più per cultura che per natura. A cominciare dalla scelta di cambiare nome per pudore. Non poteva permettere a se stessa di pubblicare con tutto il peso della famiglia di appartenza. Una famiglia altoborghese con cui condivise un’infanzia stravagante. Cristina Campo crebbe nell’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, abitando nella residenza del celebre ortopedico Vittorio Putti, zio della scrittrice. Dunque crebbe sì in mezzo ai coetanei, ma ricoverati dentro un letto d’ospedale. Lei stessa aveva una malformazione al cuore che le precluse la classica spensieratezza infantile, sottoponendo la sua crescita alle continue ansie dei genitori.

Avevo nove o dieci anni… pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: ‘Di tutto questo, nulla’ mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: ‘Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male’”. Così è stato.

Cristina Campo era una lettrice fortissima, robusta. Ingoiava traduzioni dall’inglese e dal tedesco, lingue studiate da autodidatta a Firenze dove, durante la guerra, si era trasferita con i genitori per consentire al padre di dirigere il Conservatorio fiorentino. Tra il ‘ 43 e il ’45 furono pubblicate le sue prime traduzioni di poesie tedesche e alcuni racconti di Katherine Mansfield, sua scrittrice feticcio.

Forse la cautela a cui i genitori la educarono, la devozione per scrittrici e poetesse di culto (nelle sue lettere e appunti si possono leggere veri e propri dialoghi immaginari con Simone Weil e Marianne Moore) la costrinsero a rinchiudersi nel culto della parola. Fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “La passione della perfezione viene tardi. O per meglio dire si manifesta tardi come passione cosciente. È un carattere aristocratico anzi è in sé la suprema aristocrazia.” Considerata una trappista della perfezione, scriveva poco e pubblicava ancora meno. I suoi lavori principali mostrano una penna “appartata”, come il suo stile di vita.

Solo quando a metà degli anni Cinquanta si trasferisce a Roma, le collaborazioni per case editrici e riviste acquistano una maggiore visibilità.

Cristina Campo resta una scrittrice poco nota. In pieno accordo con il suo karma che le imponeva, quasi, di essere inafferrabile. Vale la pena immergersi nelle sue storie fiabesche e delicate, scritte da una Trilli erudita: un folletto delizioso che vagava con la mente alla ricerca di leggerezza per il suo cuore doloroso e pesante. Lo stesso cuore che non reggerà, nel 1977, quando a 54 anni Cristina Campo è morta. Molto amata da amiche e amici, legati a vario modo al mondo della scrittura e della letteratura, è vissuta a lungo nel ricordo di questi. Tra cui l’eclettico Guido Ceronetti che la considerava una scrittrice/scrittore, cioè uno scrittore nato in un corpo di donna. Per quella sua continua ossessione per la perfezione e l’infallibilità: “L’erudizione non era che il manifestarsi della sua ispirazione, il rivelarsi in lei della parola abcondita.

Ernest Hemingway, il mio Maestro sobrio

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Ernest Hemingway originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 settembre

Quella faccia da schiaffi di Ernest Hemingway è il volto più fotografato della storia della letteratura contemporanea. Se ne può ricostruire la vita a partire dalle sue foto. Alcune improbabili. Tipo quando posò come testimonial, ante litteram, per promuovere una località turistica. Altre memorabili. Tipo quando posava per il suo amico, tra i fotografi più famosi al mondo, Robert Capa. Nato nella patria del blues, nei sobborghi di Chicago, nel 1899: precisamente 120 anni fa, Ernest Hemingway è lo scrittore con vite dei gatti (con cui pure è stato immortalato in numerose foto).

Narcisista e macho, l’iconografia di questo personaggio leggendario lo ritrae come un uomo viveva con la guerra dentro. Da ragazzino lottava contro i suoi coetanei.

Durante la scuola manifestò il desiderio di dare di boxe per difendersi dai compagni che lo avevano picchiato. Dopo la scuola scelse deliberatamente di non laurearsi e divenne nel 1917 cronista per il quotidiano locale di Kansas City, città dove aveva scelto di vivere per allontanarsi dai suoi.

Da giovane si arruolò come volontario nella Prima Guerra Mondiale, in cui ebbe un ruolo come assistente di trincea sulla riva del Basso Piave. Dove si ferì, fu operato a Milano, si innamorò di un’infermiera tedesca ma lei lo rifiutò, così lui scrisse “Addio alle armi”. Cosa sarebbe la letteratura senza le delusioni d’amore di chi la scrive.

La sua implicazione bellica ebbe un seguito con la partecipazione alla guerra civile spagnola che raccontò in “Per chi suona la campana”, in cui coglie un aspetto inconsueto del conflitto mostrando come sia stato strumentalizzato per le trame della politica internazione dell’epoca.

La guerra addosso Hemingway non se la scansa nemmeno nel periodo parigino, quando vive una guerra di riflesso. Una siuazione incorniciata dalla sentenza di Gertrude Stein, scrittrice “perduta” che presiedeva il salotto parigino delle avanguardie artistiche dove Hemingway insieme con T. S. Eliot, Ezra Pound e W. Faulkner (per dirne alcuni) si intratteneva a leccarsi le ferite trasformandole in arte: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta“.

All’emotività della definizione, che ha creato un’epoca artistica, lo scrittore americano rispose lucidamente: “Tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state.” La guerra per lui è un fuoco che brucia dappertutto, non solo sui campi di battaglia. Questi anni parigini li racconterà, in parte, in Fiesta, l’esordio da romanziere (1926) che contiene l’indimenticabile: “Mai tornare nei posti dove si è stati felici.”

Hemingway ha rivoluzionato l’immagine e l’immaginario dello scrittore contemporaneo. La prima attraverso le oltre diecimila foto che lo ritraggono, un vero record che non potrebbe essere uguagliato nemmeno dal più volenteroso posatore letterario di oggi. E meno male. Con i baffi o con la barba bianca, con una quantità di animali di varie specie (uccelli, pesci, tori, gatti), con la sua macchina da scrivere, con la bottiglia mezza vuota in una mano, in costume da bagno, con le quattro moglie, con Inge Feltrinelli, con Fernando Pivano, con Ava Gardner, con il pullover a collo alto, con le braghe calate, con il doppio petto, dentro un bar o sulla spiaggia di Cuba, nella Plaza de Toro a Madrid, enrest hemingway ha fotodocumentato quasi tutto. Perfino il fucile. Si racconta che a dieci anni possedesse già un fucile. Proprio l’arma che puntò contro se stesso nel 1961, quando si uccise: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.»

L’immaginario che ha cambiato ha invece a che fare con una certa idea del ruolo dello scrittore. Per essere uno scrittore non basta sentirle le cose, “Non sono mica Henry James” ha più volte dichiarato. No, lo scrittore deve scrivere di ciò che ha conosciuto vivendo. Lo spirito d’avventura e l’amore per la lotta sono gli strumenti con cui Hemingway ha toccato la verità delle sue storie; il sentimento del nulla e il destino d’infelicità sono invece gli occhi con cui lo scrittore ha osservato il mondo, rendendolo poi nelle sue pagine più reale che in qualsiasi fotografia.

Caro Ernest,

write drunk, edit sober! Ho una spilletta che mi ha portato una mia amica da New York su cui sono incise queste parole. Senza il nome di chi le ha pronunciate. Allora, spesso, durante le mie riunioni o nel bel mezzo di una revisione editoriale, insomma mentre lavoro, un autore o un’autrice, che fino a qualche minuto prima non avevano avuto il coraggio di chiedere lumi in merito, tergiversando senza far notare che stanno per farmi la domanda del secolo, mi chiedono:

  • Cosa c’è scritto?

  • Write drunk, edit sober.

  • E cosa vuol dire?

  • Scrivi ubriaco, edita sobrio.

  • In che senso?

  • Cioè per ispirarsi ci si può abbandonare ma poi quando c’è da tirare le fila di una storia bisogna essere razionali e lucidi.

  • E chi l’ha detto?

  • Indovina? (Faccio io, solitamente, come un gioco all’impiccato abbastanza sadico.)

A quel punto si alternano nomi e cognomi di varia natura, c’è chi si arrende subito. E allora smorzo la tensione rivelando che chi diceva che bisogna scrivere da brilli ma correggere da lucidi eri tu: Ernest Hemingway. Una buona, una ottima dello scrivere. E anche della vita. Tipo un conto è innamorarsi, un altro è stare insieme. Un conto è scrivere, un altro è revisionare il testo.

Questo smarrimento spaesato che provochi, a partire da una spilletta che tengo ben appuntata sulla pettorina del mio severo trench nero, mi diverte.

Non è la tua sbornia che ti rende sconosciuto quanto la tua lucidità. Il fatto che tu bevessi a colazione due bottiglie di vino, prima di metterti a scrivere sconvolge meno del fatto che le assorbissi per bene prima di dare agli editori le tue storie. A ben pensarci, non c’è nulla di cui meravigliarsi. La tua è una scrittura che fa dell’onestà della mente il perno. Sempre attenti a non dire mai una cosa di troppo, i tuoi personaggi sono all’erta da te stesso e hanno stile a prescindere da te. Questo prendilo come un gran complimento.

Tu sei come una nota blues. Rappresenti uno stato d’animo per intere generazioni di lettori e di scrittori che dicono di aver ereditato qualcosa da te. Ma il blues ce l’hai solo tu. La musica della tua Chicago ti ha reso: Hemingway l’uomo in blues. Colui che vuole disperatamente arrivare al cuore di tutti pur mantendendo, anzi imponendo, un canone e un pensiero mai orientati alla fiducia verso il prossimo e alla vita ma indirizzati verso quello che non c’è. Un vuoto esistenziale che brucia l’anima come una nota blues troppo lunga.

“Il peso delle ragazze” di Vanessa Marzano – DopoLavoroLetterario n.38

“Il peso delle ragazze” non esisteva prima che io e la sua autrice, Vanessa Marzano, ci incontrassimo. Poi ci siamo incontrate, dette cose per distruggerne certe e arrivarne ad altre. Io lo vedo come un bozzolo, questo manoscritto, che può diventare non una ma due tre quattro vite.  Una specie di armatura che si trasformerà in una intensa esperienza di vita, seppure sulla carta. Il capitolo che state per leggere fa parte del secondo atto della storia, un punto di svolta che segna il destino delle due ragazze protagoniste dentro una città incantevole.  E da questo momento in poi, cominciare a rispondere alla cruciale domanda: Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

(L’ìmmagine è “L’occhio del tempo surrealista”, Salvator Dalì, 1971)

PRIDE

Torino, sabato 17 giugno 2017

Con eccitazione Francesca si stava ammirando la sua spilla a forma di cuore color arcobaleno, che si era appena infilata sulla parte sinistra del suo petto, sopra la maglietta bianca con la scritta GAY PRIDE 2017, anche questa impressa con i colori dell’arcobaleno che il movimento di liberazione sessuale usa come simbolo di amore e rispetto delle diversità. Da sopra la sedia della sua scrivania prese la bandiera e come il giorno prima, se la annodò al collo e uscì.

Torino dava il benvenuto a tutte le famiglie arcobaleno: un’associazione di genitori omosessuali con i loro bambini felici e giocosi; al popoloso movimento di liberazione omosessuale LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali); a tutti i partecipanti (giovani e meno giovani) fieri nel manifestare apertamente con la voce e con gli slogan scritti su dei cartelli la loro libertà sessuale. Giornalisti con i cameramen al seguito erano pronti a immortalare la parata, per poi trasmettere le immagini alla rete regionale e a quelle nazionali; dove ci sarebbero sicuramente stati alcuni telespettatori che davanti a immagini di pace e amore avrebbero storto il naso, la bocca, gli arti e l’intestino per lo sgomento.

All’incirca ottanta mila persone stavano marciando orgogliosi per le vie e nelle Piazze di Torino, e in una di queste, nella Piazza San Carlo tutti rispettarono il silenzio in onore di Erika Poletti, vittima pochi giorni prima degli incidenti avvenuti in occasione di una partita di calcio. Brividi lungo la schiena si fecero sentire, accapponando la pelle a Francesca e alla folla che silenziosa con la banda musicale anch’essa muta attraversò la Piazza, commuovendosi per quella disgrazia.

La festa ritornò colorata, rumorosa ed elettrizzata a marciare per la città. In uno slancio di euforia Francesca salì sul carro del Coordinamento Torino Pride, e sulle note dei Linea 77 con il cuore che pompava impazzito, con tutto il fiato che possedeva e allargando le braccia incitò la folla sotto di lei a intonare la frase: “ libero di essere”. A suon di rock- elettronico Francesca si liberò in un’esplosione di felicità, battendo il cinque a chiunque, sorridendo perfino ai fotografi e ai cameraman che la stavano riprendendo, i suoi arti inferiori e superiori non riuscivano a stare fermi: i piedi saltellavano a tempo di musica e le braccia si muovevano su e giù in una coreografia psichedelica che insieme alle Drag Queen ballerine, vivaci e frizzanti componevano un mix erotico e sensuale a ritmo di sogni, speranze ed emozioni. Lì, tra innumerevoli persone che lottavano contro il loro paese e i suoi pregiudizi, Francesca si sentì in famiglia. Libera dai suoi mostri interiori, felice di stare con il suo popolo così energico e amorevole. Fece un bel respiro, poi assetata si attaccò alle labbra una bottiglietta di acqua e la bevve tutta, ritornando poi nuovamente ricaricata a marciare per la sua città. Orgogliosa di lei, così aperta e umana e di se stessa, così orgogliosa e forte.

Francesca avrebbe voluto abbracciare e baciare tutti i presenti, gridando, come stava facendo, la propria libertà sessuale; desiderava essere amata, Francesca si sentì pervasa da un dolce profumo di vittoria: non era sola a dover combattere contro i pregiudizi del suo paese. In Piazza Statuto il Coordinamento Torino Pride fece il discorso conclusivo tra gli applausi scroscianti della Piazza affollata. Francesca nonostante fosse intenta ad ascoltare con ammirazione, non staccò gli occhi dalla figura longilinea che si era sistemata davanti a lei per fotografare l’evento.

Cosa faccio adesso?

Si slegò la bandiera, si accovacciò per terra e la tirò sulle scarpe di tela di quella ragazza, poi scattante si raddrizzò.

Scusa, è tua questa?” chiese Sara girandosi all’indietro, dopo aver raccolto la bandiera.

Sara… ciao!” esordì Francesca, poi allungando la mano prese la sua bandiera.

Non si era per nulla dimenticata della sera prima, Francesca non avrebbe trovato una scusa per andarsene. Sara era per lei una cura, un effetto placebo che solo guardandola si sentiva meglio, anche quando prendeva pesci in faccia.

Sara le stava per volgere le spalle e ritornare così a fotografare la manifestazione quando Francesca posò la sua mano destra sopra l’avambraccio scheletrico della sua ex compagna di scuola, e sporgendosi verso di lei le chiese timidamente: “Ma… se ti chiedessi di allontanarci da qua e andare a bere qualcosa insieme, tu cosa mi risponderesti?”.

Sara mise via la sua macchina fotografica, fece un ampio sorriso e accennò di sì con la testa alla proposta, presa dall’entusiasmo di quella giornata di festa nella sua città; che solo ora iniziava a guardare non più con occhi e sguardo ostile. Sara si rivolse a Francesca in modo amichevole, sentendo in lei, in quel momento un cambiamento più cordiale e confidenziale.

Si ritrovarono sedute comodamente in un piccolo dehor di un bar a pochi metri dalla Piazza.

Cosa prendi da bere… un caffè?” le domandò Francesca. Contemporaneamente a quella domanda, altre le si materializzarono nella mente: non sapeva i gusti di chi amava.

Tu cosa prendi?” ribatté Sara.

Vorrei sapere a te cosa piace” le rispose Francesca che presa dall’ansia si accese una sigaretta, “Fumi?” le chiese.

Non sapeva nemmeno se fumasse o no, non sapeva assolutamente nulla delle sue abitudini eppure Francesca si perdeva dentro il suo sguardo, si lasciava trasportare dal suo profumo e adorava il timbro della sua voce così sensuale all’ascolto. Francesca si sentì invadere da un godimento fisico che solamente Sara riusciva a trasmetterle.

Si può continuare ad amare una persona senza vederla per anni, senza sapere più nulla di lei?

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“Cera” di Alessandra Fumagalli – DopoLavoroLetterario n. 37

“Cera” è una storia delicata e sottile, come la voce dell’autrice che la racconta. La storia è ambientata in un’isola che si chiama Cera, da cui una volta lette le prime pagine si fa fatica ad andare via. Come si fa fatica a dimenticare il guardiano del faro, che sembra più il guardiano del Fato della protagonista, Alice: una giovane donna che ritrova se stesso in messo agli spietati silenziosi segreti di una comunità che pare Dogville. Bellissimo manoscritto che deve non solo può trovare una casa (editrice) per dare rifugio ai molti lettori che lo ameranno.

(Questo è uno stralcio del romanzo, la foto è dell’autrice)

Capitolo tre

Fu di notte che incontrai il guardiano del faro: fumava sul dondolo in veranda. I suoi riccioli mi sembrarono trucioli di legno appena caduti sul pavimento. Gli passai accanto sorridendo e andai a sedermi sui gradini, senza smettere di succhiare il ciondolo. Finsi di interessarmi alle stelle e rimasi per un po’ con la testa inclinata all’indietro. Ritornai in una posizione più naturale e sbirciai nella sua direzione. Il guardiano alzò i piedi da terra e prese a muoversi avanti e indietro. Lo interpretai come una specie di richiamo. Non volevo sembrargli scortese e mi decisi a fare un mezzo giro verso di lui, senza sollevare il sedere dal legno. Ora lo avevo di fronte. Aumentò il ritmo. La struttura cigolava nelle discese e nelle risalite. Lui sembrava godere del mio sbigottimento: ero preoccupata che il dondolo si potesse staccare dagli ancoraggi. Sobbalzavo se l’intensità del cigolio mutava. Poi di colpo puntò al suolo i talloni e il rumore cessò. La sigaretta spenta la teneva ancora stretta tra le labbra. Notai che pur se nascoste dalla barba, le aveva carnose e di un rosa vivo. Lo fissavo come facevo da bambina con le luminarie dell’albero di Natale.

-Qual è la parte della rosa che preferisci? – disse il guardiano alzandosi.

Ci pensai e senza sapere cosa stessi per dire mi uscì:

-Le spine.

-Perché? – mi chiese avvicinandosi.

-Perché sopravvivono.

-Una isolata dall’altra, però- disse gettando il mozzicone oltre la ringhiera. Si accostò alla lanterna appesa all’ingresso del portico. Sputai fuori il ciondolo che ancora tenevo sotto la lingua, richiusi le gambe e intrappolai le braccia al loro interno, tese e umide.

-Mi chiamo Alice – mi sbrigai a dire prima che mi raggiungesse.

-Lo so. Un nome però non mi basta.

-E cosa, allora?

Inclinai la testa verso destra e mi alzai.

-Vuoi veramente che te lo dica? – chiese mostrandomi i denti in un sorriso che mi parve un ghigno.

Io deglutii più volte mentre scendevo i due scalini che mi separavano dalla strada.

Lui mi passò vicino e ci sfiorammo: la sua camicia svolazzante contro la mia gonna a pieghe.

Si muoveva con leggerezza nonostante la corporatura da orso.

La luna nuova ne illuminava il passo mentre ritornava nella sua tana.

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Mary Shelley, la mia Maestra Materna

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Mary Shelley originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 settembre)

Duecento anni fa, nel 1818, una ragazza inglese di 19 anni termina il suo manoscritto, questo è “Frankestein”. La storia dell’ossessione di un uomo per la creazione della vita e del successivo abbandono della sua creazione. Una storia che punisce la doppia morale rispetto al “diverso” e colpisce l’ambizione eccessiva dell’uomo. È la storia di una società che condanna i propri mostri, dimenticando che i mostri li generiamo noi stessi. Sono i nostri figli.

“Frankestein”, sostanzialmente, è la storia di una madre e di suo figlio.

“Dicevano che ero nata sotto una buona stella. Puoi vedere ora quanto fosse vera quella profezia. Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità.”

Mary Shelley nasce nel 1797 a Londra, sin da piccola vuole essere una figlia ideale per sua madre. Peccato che la madre, Mary Wollstonecraft, intellettuale londinese che nel ‘700 scriveva: è tempo di restituire alla donne la dignità perduta, è morta dieci giorni dopo averle dato la vita. Il padre, William Godwin,filosofo anarchico con la testa calda, cresce sua figlia nella libertà di pensiero, cura la sua formazione (le insegna persino a leggere tracciando le lettere sulla lapide della madre), la rende partecipe ai simposi poetici. Per questo il poeta più famoso del momento, Percy Shelley, viene subito colpito da Mary: una creatura pallida, con un tripudio di capelli rosso-oro, silenziosa fino a quando non arriva il suo turno e sbalordisce letteralmente il poeta, per le intelligenti allusioni e citazioni che rivelano la sua splendida unicità. Il padre dunque ha fatto un buon lavoro con Mary, deve aver pensato. Fino a quando sua figlia non le appare un mostro. A 16 anni Mary scappa con Shelley, sposato e padre di due figli. Il suo gesto è piena espressione del Romanticismo: se due persone sono innamorate, nulla deve ostacolare la loro strada. Come sua madre, che prima di lei aveva avuto una bimba illegittima, Fanny, che si suiciderà oppressa dalla condizione di “bastarda”, Mary diventa un mostro perfino per il padre che dimentica le idee radicali e non rivolge più parola alla figlia.

Nel 1814 Mary attraversa l’Europa al seguito di Shelley, ufficialmente suo compagno more uxorio. I due si uniscono presto a Lord Byron, il poeta più famoso dell’epoca. Come gli Shelley, era stato respinto dalla società londinese per il suo comportamento scandaloso. Lontano dall’Inghilterra e vicino a personalità inquiete, e multiple, come gli amici del suo Percy (oltre che Percy stesso) Mary si sente ispirata. In Svizzera, dopo settimane di pioggia, che li costringe in casa Byron sfida la coppia a scrivere la storia di fantasmi più spaventosa possibile. Mary scopre per gioco che dentro di lei abita qualcun altro: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai lo ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre ragazzi irrequieti.

Quando nel 1818 termina il manoscritto, Mary si è sposata da poco con Shelley (divenuto vedovo in seguito al suicidio della prima moglie) e non conosce il sapore della sua nemesi: quell’etterno dolore che provocherà la perdita prematura di tre figli a cui seguirà quella del marito, annegato a Viareggio nel 1822. Per questo, nel 1831 revisiona ”il mostro” e dà alle stampe la nuova versione, con il suo nome bene inciso sul frontespizio come quello di un defunto sulla propria lapide. I critici letterari mormorano che Mary Shelley è una donna mostruosa e immorale. Una madre sola che si mantiene scrivendo. Eppure quando l’incontrano, scoprono una persona signorile e riservata. Umile, inconsapevole di aver segnato la storia della fantascienza: “Quanto è pericoloso l’acquisizione della conoscenza e quanto più felice è quell’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di chi aspira a diventare più grande di quanto la sua natura permetterà”.

Cara Mary,

tu sapevi cosa vuol dire mettere al mondo un figlio. L’hai capito a sedici anni. Da queste parti, invece oggi, abbiamo ancora difficoltà a (ri)conoscere le nostre madri. Figuriamoci i nostri figli.

Quello che insegna la tua storia è questo. Il mostro è negli occhi di chi guarda e non è escluso che quegli occhi possano essere quelli di sua madre.

Cos’è la maternità? Significa guardare le cose dal punto di vista del creato e non del creatore. Significa essere ambivalente riguardo alla prospettiva che gli uomini creano la vita. L’istinto materno dovrebbe portare avanti questa consapevolezza. Senza distruzione non esiste creazione, così come senza fine non esiste inizio. E senza morte, non può esserci la vita.

Chi siamo disposti a far morire per far nascere qualcuno?

Cara Mary, hai dato alla luce un bambino che amavi, ma hai anche perso un altro bambino e tua madre è morta a causa del parto. Se gli uomini potessero controllare la vita e la morte, non avresti subito queste tragedie. Tu stessa suggerisci: i mostri sono di nostra creazione. In una lettera hai giustificato la nascita di Frankestein nella tua testa, annotando che si è trattato di un sogno, anzi di in incubo. Hai dovuto giustificarti, hai scagionato perfino il tuo inconscio per ciò che con la penna hai messo al mondo: Quando ho appoggiato la testa sul cuscino, non ho dormito né mi è stato detto di pensare. La mia immaginazione, nascosta, mi possedeva e mi guidava, regalando le immagini successive che sorsero nella mia mente con una vividezza ben oltre i soliti limiti della fantasticheria.

Vorrei sapere piuttosto chi non abbiamo messo al mondo e come e se continueremo a non (ri)conoscere chi ci ha generati e dunque a non generare di riflesso. Se fossi tu a scrivermi adesso, la domanda sulla creazione che mi porresti è: se essa fosse un’esperienza non solo naturale ma anche artificiale, chi metteremmo al mondo? Potrei darti un sacco di risposte e tu ne saresti quasi orgogliosa. Ma non so se felice di sapere che, con o senza artifici, mettiamo al mondo noi stessi. Come tu hai messo al mondo nel tuo figlio forse più sofferto, il tuo romanzo, quelle parti di te che altrove non potevano vivere. Non è difficile mettere al mondo. È il contrario che snerva e snatura. È conoscere chi e cosa non nasce il difficile, l’inverosimile mistero. Allo stesso modo in cui non riusciamo a scrivere ciò che abita in noi e lo lasciamo in un cassetto che peraltro, in verità e a dirla tutta, questo cassetto non esiste.

DFW, il mio Maestro Stoico

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a DFW originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  15 settembre)

Gli scrittori sono spesso esseri umani tediosi. Il loro silenzio, in odore di autismo, si interrompe solo quando parlano di se stessi o dei loro libri. Che poi è la stessa cosa. Non fa eccezione David Foster Wallace.
Un genio? Probabile. Ma fondamentalmente era uno scrittore.
Tutto qui.
«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive».
David Foster Wallace quando non parlava della sua vita raccontava di come voleva che fosse (la sua vita) oppure di come pensava che gli altri volevano che (la sua vita) fosse. Cioè è vero che alla fine parlava sempre di se stesso. Ma la differenza sta nel modo in cui lo faceva: perfino quando raccontava dei suoi cani, delle loro deiezioni, si desiderava il bis. Scrivilo ancora, David!
Come faceva a vedere certe sfumature della vita che per noi praticamente non esistono eppure ci appartengono? Da dove venivano le sue visioni?
L’unica risposta possibile è nel suo volto. Il volto di David Foster Wallace esprimeva stoicismo. Lo stoico è associato a personalità dogmatiche e irreprensibili, razionali e fataliste. Si dimentica un aspetto fondamentale dello stoicismo: l’ottimismo. David Foster Wallace era sì stoico ma lo era in quanto ottimista. Un ottimismo determinato dall’estrema fiducia nella sua forza mentale, qualità che contraddistingue lo stoico. Solo con un forte ottimismo della volontà poteva terminare il suo romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1997 quando lo scrittore, nato vicino New York, ad Ithaca, aveva appena compiuto 25 anni.
Leggendo i suoi libri si prova una specie di imbarazzo compulsivo sostentato dagli alambicchi della ragione. Nel complesso ha scritto tre romanzi e quattro raccolte di racconti in mezzo ai quali ha mantenuto alta la sua attività saggistica (dando prova di un’intelligenza fuori dal comune) che spazia dalla musica rap al tennista Federer.
Leggendolo appare sulle pagine, come una dolce sindone, il suo viso. Un viso in cui è facile perdersi: un labirinto da lui stesso costruito.
La sua scrittura «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi sia dare qualcosa al lettore. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore».
Per lui scrivere era soprattutto il suo modo per farsi leggere. Non è così scontato.
La differenza sta di nuovo nel suo volto. I suoi occhi sono occhi piccoli e sinceri, incapaci di guardare diversamente dalle parole che ci ha lasciato.
La sua vita è terminata il 12 settembre del 2008 in California a Claremont. Qui viveva con sua moglie, Karen Green, conosciuta nel 2002 quando lui insegnava Scrittura Creativa all’università e lei era un’artista, pronta a realizzare dei pannelli per rendere visibili le parole di lui. In particolare quelle di un racconto, La persona depressa. Qualche anno dopo si sposano.
Lui non smette di andare in terapia e di sostenersi con gli psicofarmaci ma sta meglio. Viaggia, scrive, accetta seppure con difficoltà di essere diventato uno scrittore già di culto presso i suoi lettori.
Poi c’è quella mattina, quel 12 settembre, David invita la moglie – sempre attenta a non lasciarlo solo e a ogni suo repentino cambio di umore – a uscire, per andare a organizzare la sua prossima attesa mostra. Lei si lascia convincere: in fondo suo marito è il suo più grande ammiratore. Quando torna, la sera, trova David nel patio appeso ad una corda.
L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono. Un’idea all’apparenza semplicissima: su un foglietto si scrive l’azione subita o compiuta per la quale si chiede perdono. Il foglietto viene inserito in un enorme marchingegno che lo trita. Perché perdonare davvero gli altri e se stessi non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Nel suo memoir “Il ramo spezzato”, Karen Green confessa: “Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia”. Sembra di ascoltare, dentro “ogni conchiglia”, accostata ad un orecchio, lo scrittore americano che sussurra: “L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.Si tratta di una delle frasi più significative del famoso discorso che David Foster Wallace fece in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005.

L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono:”Scrivevi la cosa che volevi perdonare o per la quale volevi essere perdonato. Un aspiratore risucchiava il foglietto e lo restituiva sull’altra estremità, in brandelli.” Perchè perdonare non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Caro DFW,

mi manca chiunque. È uno dei tuoi pensieri più citati. Si potrebbe tappezzare una parete con le traduzioni in tutte le lingue di questa frase. Ma anche solo per una persona che la sta leggendo per la prima volta adesso, vale la pena citarla ancora.

Ne vale la pena perché mi manca chiunque è la storia della tua vita fino a quando sei stato in vita; è diventata la storia della nostra quando ce l’hai consegnata in eredità.

Se si potesse riassumere in breve, e non si può farlo ovviamente, la depressione ecco forse mi manca chiunque sarebbe la sintesi perfetta. Caro DFW come hai fatto a sentire tutta questa folla intorno a te?

“Ehi, non volevo metterti tristezza. – Dice a un certo punto ne La scopa del sistema un personaggio – Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Caro David, com’è difficile scriverti questa lettera. L’unica consolazione, il fatto che non la leggerai, è pure materia di afflizione, per lo stesso motivo.

Ecco, la depressione – di cui si è parlato espressamente solo dopo la tua vita – è una forma di tristezza privata. Non condivisile. Scrivere è stato darle uan forma, pubblicare è stato renderla altro. Un romanzo, un racconto. Fino a diventare un’icona. Quello che sei diventato tu con quel fazzoletto sulla fronte, con cui ti stringi la testa quasi a volerla fermare questa tristezza che dici non essere un nostro problema ma una tristezza tua. Su quel fazzoletto, con cui appari nelle ultime foto che ti ritraggono, io leggo una scritta e questa è: mi manca chiunque.

Sono piena di curiosità morbose e inespresse, ma anche se potessi non ti farei una domanda una. Non c’è niente che posso scrivere o pensare oltre ciò che hai scritto e pensato tu. La sensazione che ho, leggendo e rileggendoti, è quella di partecipare ad una cena in cui la tavola è apparecchiata per una persona in più. Un posto fisso per qualcuno che non si sa se arriverà. Ma è bene che questa persona sappia che è atteso, che chi ha preparato la cena, lo sta aspettando. Una testimone invisibile di cui la letteratura contemporanea oggi avrebbe un gran bisogno.

“Mio caro diario” – Laboratorio di scrittura Autobiografica ad Altamura

MIO CARO DIARIO
Laboratorio di scrittura autobiografica

«La capacità di ricevere gli shock è ciò che fa di me una scrittrice.»
{Virginia Woolf}

• DURATA e FREQUENZA
2 incontri:
– sabato 11 gennaio dalle ore 14.30 alle 19.30
– sabato 25 gennaio dalle ore 14.30 alle 19.30
Libreria nuova macelleria Patella via M. Giannelli, 85, 70022 Altamura

• IL CORSO
Il diario è una forma prenatale di scrittura. Chi scrive un diario è un pre-scrittore. Non cerca lettori, cerca se stesso. Il diario non è un genere molto praticato e tanto meno richiesto dagli editori. Ed è vero: tra i molti manoscritti che leggo, quelli diaristici sono quelli meno interessanti. Perché?

Rileggendo alcune lettere di presentazione che mi arrivano insieme con i manoscritti “diaristici”, mi ha colpito una che dice, più o meno questo: “ho scritto un diario che non è un diario ma è un romanzo che non è un romanzo ma è un’esperienza di vita senza censure o revisioni. Gliela mando così come l’ho partorito”.
Ecco perché: sono saggi su se stessi. Non ci sono afflati di invenzione. Sono cronache. Alla fine resta la frustrazione di aver letto una storia che non chiude un cerchio. Anzi: ne apre tantissimi. La scrittura diaristica è la più istintiva. È la scrittura dell’intimità. E la cosa più misteriosa, la chimera narrativa, è la (ri)scoperta del proprio lato più nascosto.

• NUMERO DI ISCRITTI
Il laboratorio è rivolto a un minimo di 6 iscritti e un massimo di 12.

• MODALITÀ DI ISCRIZIONE E COSTI
Per iscriversi o ricevere informazioni inviare una mail a libreria.nuovamacelleria@gmail.com o telefonare al 3470012007.
Il costo dell’intero laboratorio è di 100 euro. Se sei uno studente il laboratorio costa 90 euro.
Iscrizioni entro sabato 9 novembre.

Verrà fornita una bibliografia di riferimento (da leggere prima dell’inizio del laboratorio) a tutti gli iscritti, dopo la conferma dell’iscrizione.

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