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“Notturno Gibilterra” l’esordio di Giovanni Serio su ExLibris20

By alessandra PER UNA LIRA

Lettori e lettrici, questo romanzo giallo non è un giallo. Tenetelo subito a mente prima di iniziare a leggerlo. Non è un giallo alla stessa maniera in cui Django Unchained di Quentin Tarantino non è un western. Entrambi surclassano il genere di partenza. Vanno oltre, creano un universo metanarrativo nel quale sembra ci finisca anche il pubblico. Complici una vena postmoderna e un acume citazionista metaletterario, l’esordio di Gennaro Serio, vincitore del Premio Calvino, pubblicato da L’Orma Editore nella sofisticata collana dedicata alla narrativa italiana, è una detective story che piacerà molto ai lettori onnivori,

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Una Storia Tutta per sé – ONLINE

Una storia tutta per sé – laboratorio di scrittura autobiografica

ONLINE

Per informazioni: info@alessandraminervini.info

La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.

Flannery O’Connor

DI COSA SI TRATTA

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

La scrittura può essere esplorata in diverse maniere tante almeno quante sono le esistenze di chi scrive. Una di queste è la scrittura del sé. Gli scrittori si confrontano con la propria vita. A volte la raccontano sotto forma di diario o di romanzo biografico, altre volte la immaginano creando mondi fantastici. Tutti abbiamo una storia da raccontare ma non sempre sappiamo come farlo. Un ricordo, la nostalgia dell’infanzia, un fatto luttuoso o una gioia infinita, l’inizio o la fine di un amore o più semplicemente una giornata particolare. Sono tantissimi gli stimoli e le suggestioni che ci fanno sedere davanti a un computer, o prendere in mano una penna, per cominciare a scrivere la nostra storia. Una storia tutta per sé è un percorso di lettura e di scrittura che vi conduce alla scoperta della vostra “storia nel cassetto”: alla fine del modulo base conoscerete la vostra voce e sarete pronti per cominciare a scrivere. la propria storia e si inizia a scriverla. Livello raggiunto (in media): ideazione storia e stesura incipitnecessario sapere cosa si vuole scrivere e per scoprirlo uno dei passi essenziale è sapere chi siamo.

A CHI SI RIVOLGE

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia che a chi la sta scrivendo e a chi non ha ancora trovato il tempo per scriverla scriverla. Quel momento è arrivato!

PROGRAMMA CORSO

Una storia comincia  attraverso una serie di segni, fatti, accadimenti che appartengono alla vita di chi scrive e che durante il laboratorio saranno argomento di analisi e narrazione. Ecco le sei lezioni che compongono il primo modulo di “Una storia tutta per sé”:

  1. Le piccole virtù della scrittura autobiografica: il dato biografico come risorsa narrativa

  2. Guarda come scrivo: Allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi.

  3. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per raccontare

  4. Caro diario, ti scrivo: A cosa serve e come usare un diario letterario.

  5. Lessici famigliari: Tutto comincia da una data di nascita, un nome e un luogo. Fino a quando non ci tirano fuori e cominciamo a scrivere.

  6. Dire la verità mentendo: Scrivere una storia (auto)biografica, distanza silenzio

Pedro Salinas, il mio Maestro semplice

(Questa è la versione integrale del ritratto di Pedro Salinas , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 marzo)

“Chi ama e chi è amato sono entrambi arricchiti dal sentimento.” Pedro Salinas è stato il poeta del quotidiano, della convenzione, dell’evidenza, della semplicità. Quanto di più difficile da esprimere attraverso la scrittura. Perché non c’è cosa più complicata dell’essere semplici.
Madrileno di nascita, avvenuta nel 1891,Salinas è facile da raccontare: era un poeta. Il più noto della cosiddetta generazione del ’27: quei poeti di origine ispanica che esplosero letteralmente in tutto il mondo facendo conoscere i loro versi controversi. Tra cui Borges, Neruda, Lorca e molti altri. Erano tutti consapevoli che le brutture del mondo non si debellano ma si possono raccontare e attraverso il racconto si possono immaginare diversamente. Ecco la poesia di Salinas a cosa serve (se la poesia in generale serve a qualcosa): con i suoi versi il poeta madrileno cambia il modo di osservare la realtà. Su questo punto, l’osservazione della realtà, si è espresso Salinas che è spesso indicato come il cantore dell’invisibile. Federico Garcia Lorca, suo amico e collega, è stato tra i primi a notare una delle eccezionalità dei versi di Salinas, cioè il suo comporre poesie non in rima ma come fossero piccole prose: isolotti spontanei nel mare della poesia di estrazione più tradizionale. Ispirazione principale di Salinas è il sentimento amoroso, quello che si conosce e di perde e si passa la vita a immaginare “come sarebbe stato se…” L’amore poetico di Salinas coniuga intelligenza e amore. Per questo è un poeta eccezionale, pur nella sua prevedibile normalità. Amare è una forma di intelligenza e l’intelligenza è un’espressione dell’amore. Facciamoci caso, rileggendo le sue stranote liriche contenute in La voce a te dovuta. “Non ho bisogno di tempo per sapere come sei: conoscersi è luce improvvisa.”
Salinas ha una formazione molto classica. Diplomatosi nel 1908, si iscrive alla facoltà di Legge che lascia per seguire i corsi di Lettere. Nel 1913 si laurea in lettere e continua con il dottorato di ricerca che terminerà tre anni dopo. Da giovanissimo soggiorna a Parigi come docente della Sorbona e nel frattempo perfeziona i suoi studi di letteratura spagnola tenendo conferenze presso enti ed istituti di lingua ispanica.
Nel 1914 sposa Margarita Botilla a cui scrive ogni giorno, dal primo giorno, una lettera d’amore; epistolario poi raccolto in un volume spagnolo dalla figlia Soledad. Meno nota, invece, è stata la sorte di un altro epistolario amoroso tra Salinas e la sua studentessa americana Katherine, conosciuta nel’32 durante uno dei suoi corsi di letteratura e amata dal primo momento con una passione lucida. “La realtà cominciò a insinuarsi per le nubi del nostro “amor en vilo”. Anche così, ancora eravamo innamoratissimi e durante l’inverno successivo le lettere andavano e venivano con la stessa frequenza ed entusiasmo di prima.” I due amanti si incontrarono fino al giorno in cui la moglie scopre la loro relazione. Non si vedono più, ma Salinas continua a scriverle per oltre dieci anni e si pensa che “La voce a te dovuta” sia proprio quella di questa giovane ragazza, bellissima e consapevole che il suo amore non poteva, pur volendo, darle di più: “Io non posso darti di più. Non sono che quello che sono.”
Salinas pubblica le prime poesie nel 1923 fino alla fine degli anni ’40, poco prima di morire a Boston, nel 1951. Poliglotta e curioso per natura, ha tradotto in spagnolo la Recherche di Proust e scrisse romanzi e racconti meno memorabili e poco diffusi in Italia, poichè non ancora tradotti. Il suo lavoro poetico è diviso in tre fasi: la prima più intima di poesia pura «Presagi» (1923), «Assicurazione casuale» (1928) e «Favola e segno» (1931); quella della pienezza d’amore: “La voce dovuta a te” (1933), «Razón de amor» (1936) e infine l’ultima fase legata all’esilio: «Il contemplato (1946)»,«Tutto più chiaro e altre poesie» (1949) e «Fiducia», titolo postumo.
Quando nel 1935 scoppia la guerra civile in Spagna, si trasferisce in America e lì rimane per sempre. Prima insegnando al Wellesley College e poi trasferendosi a Puerto Rico,le cui atmosfere lo fanno sentire a casa. La modernità oscura degli Stati Uniti lo sconcerta, soprattutto per la perdita della appartenenza linguistica che a Porto Rico recupera, entrando anche in una piccola ma prodigiosa comunità di poeti ispanici in esilio. “Oggi, per me, la lingua è il miglior ricordo del mio paese, e mentre lo studio e lo spiego risulta che senza volerlo, senza voler ricordare, me lo ricordo sempre.” In realtà, nonostante fosse avvenuto in circostanze forzate dalla guerra, l’abbandono dell’amata patria diventa pian piano una scelta saggia e consapevole. Stupisce che un uomo che ha vissuto di e per la poesia sia stato una mente così poco sperimentale, posata eppure non piatta. Salinas è amatissimo, seguito e citato ormai ovunque. È il poeta dei messaggi d’amore, da leggere davanti a un tramonto abbracciati alla persona che si ama oppure prima di dormire, come un mantra della buona notte. Se dovessimo immaginarlo in una dimensione non poetica, allora questa sarebbe la scultura. Fu uno scultore di emozioni attraverso le parole, avrebbe potuto essere lui l’artista della Pietà o di Amore e Psiche. Con la scultura, la sua poesia, condivide la nettezza degli intenti artistici e la salvaguardia dei sentimenti. Eppure, guardando la Pietà si guarda l’invisibile come leggendo Salinas.”La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco.”

Editing e Redazione editoriale in promozione

Il lavoro di editing prevede il seguente programma:

  1. Prima lettura con analisi e revisione della prima bozza inviata

  2. Discussione e avvio prima riscrittura dell’autore

  3. Analisi revisione della prima riscrittura e Discussione

  4. avvio della seconda riscrittura dell’autore

  5. analisi e discussione della seconda riscrittura

  6. Revisione finale, stesura definitiva

  7. Controllo finale del manoscritto, pulizia del testo

  8. Per un totale di due giri di bozze di editing + correzione della sinossi della scheda di presentazione del libro, proposta di orientamento editoriale alle case editrici

Il percorso di editing non garantisce alcuna pubblicazione o servizi di agenzia letteraria. Saranno date indicazioni editoriali che potrebbero non portare alla pubblicazione e queste verranno date solo a seguito della stesura definitiva del romanzo. Il programma potrebbe subire variazioni a seconda delle esigenze specifiche. Tutti i servizi di editing e revisione editoriale sono in promozione. Per conoscere ulteriori dettagli, scriveteci: info@alessandraminervini.info

Writing coach – in Promozione

 

Il writing coach  è un percorso a step, diciamo ogni step comprende 25.000 battute del testo, in cui si evidenziano passo per passo punti di forza e debolezza di quello che si è scritto. Cambia a seconda delle esigenze dell’autore e del testo, per questo è importante leggerlo. Si tratta di un accompagnamento guidato per la prima stesura della propria storia. Il writing coach comprende un lavoro di correzione e di revisione di quanto scritto dall’autore, attraverso correzioni offline a casa e online con riunioni skipe e telefoniche. In questo periodo il servizio è in promozione. Per sapere maggiori dettagli, scrivere qui : info@alessandraminervini.info

 

Flannery O’Connor – La mia Maestra Spirituale

(Questa è la versione integrale del ritratto di Flannery O’Connor , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 marzo)

“Un bisogno disperato degli altri, che rimane inappagato, può farti prendere un indirizzo creativo.” Flannery O’Connor viveva la scrittura come un atto di spirito, un’esperienza più simile a una visione profetica che a un esercizio di stile. Il valore letterario di questa scrittrice, erroneamente misconosciuta, risiede nella sua capacità di offrire, ai lettori dei suoi libri, un terzo occhio con cui osservare il mondo: “Per lo scrittore di narrativa tutto trova verifica nell’occhio.” Per questo è importante recuperarla, donare una prospettiva nuova a qualcuno è cosa preziosa e irrinunciabile.

Nata il 25 marzo del 1925 a Savannah, in Georgia, nel cuore del profondo sud americano Flannery O’ Connor, come molte scrittrici del sud, non fece mai mistero del legame intenso con la sua terra natia. Sosteneva infatti che una buona storia si deve sentire anche nell’intonazione territoriale dei suoi personaggi. Un luogo non può rimpiazzare un altro nella scelta di un’ambientazione narrativa. Nota per il suo piglio polemico, criticò a lungo l’atteggiamento di alcuni scrittori suoi contemporanei: “Siamo qui a un convegno di scrittori del Sud. Tutti i racconti recavano indirizzi della Georgia o del Tennessee, eppure della particolare atmosfera del Sud non c’è traccia. I pochi nomi geografici sparsi qua e là, come Savannah, Atlanta o Jacksonville, avrebbero potuto benissimo essere rimpiazzati da Pittsburgh o Passaic, senza che per questo la storia richiedesse altre modifiche. I personaggi parlavano come se non avessero mai sentito un linguaggio diverso da quello uscito dal televisore. Qualcosa non quadra.”

Il sud della O’Connor è un mondo che non tutti possono abitare. Intendendo l’inclusione non come un privilegio piuttosto come una naturale affinità. È un mondo terribile e insieme affascinante. Se “l’abilità di creare vita con le parole è essenzialmente un dono. Se ce l’hai già in partenza, puoi perfezionarla; se invece non ce l’hai, tanto vale lasciar perdere”; allora stessa regola, mutatis mutandis, va apposta prima di aprire uno dei suoi libri: leggere Flannery O’Connor è essenzialmente un dono. Se non lo si ha, meglio lasciar perdere.

In cosa consiste questo immaginario così ardito? In due ispirazioni ben precise: l’infanzia e la spiritualità della scrittrice. A proposito della prima, scrive: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Parole sacre per Flannery, complici due avvenimenti della sua stramba infanzia. Il primo è legato a un pollo che cammina al contrario, il secondo a un angelo custode preso a pugni. Nella fattoria di famiglia la piccola Flannery addomestica un pollo, come fosse un gattino, insegnandogli a camminare all’indietro. Fa scalpore al punto che da New York mandano un giornalista televisivo a riprendere il fenomeno e la bambina si esibisce in una proto-corrida di mini-dilettanti allo sbaraglio. Il secondo “trauma infantile” avviene dopo qualche anno, quando comincia a studiare dalle suore e accade l’inverosimile. L’episodio lo racconta in una lettera del 1956: “Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa“.

A un’infanzia allegramente bizzarra segue un’adolescenza tristemente tesa. Suo padre si ammala e muore a causa del lupus eritematoso, una malattia che attacca il sistema immunitario e si trasmette per ereditarietà. Flannery sa che il male da quel momento non l’abbandonerà, si sbaglia di poco. Infatti morirà della stessa sorte a soli 39 anni nel 1964.

Ma, dopo i primi periodi di naturale assestamento, riprende in mano la sua vita senza mai rinunciare alla lotta. Terminati gli studi, prima al College e poi all’università, frequenta un master di scrittura creativa dove concede spazio e tempo alla sua ossessione: inventare storie: “Avevo un insegnante di scrittura molto bravo che diceva: Scava il tema. Colpisci il lettore ma non fargli mai capire cosa lo ha colpito; se lui capisce cosa l’ha colpito, non riuscirai più a colpirlo di nuovo.”

A vent’anni diventa fervente cattolica, attraverso un percorso intimo e di purificazione dello spirito e dello sguardo. (Tradirà il suo proverbiale misantropismo solo per andare dal Papa, in Vaticano, nel 1962.) Per Flannery O’Connor la scrittura è mistero, non meno della Fede.

Pur avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere racconti, in America è considerata la madre delle short stories,la scrittrice esordisce in sordina con il romanzo “La saggezza del sangue nel ’52. A cui segue nel ’60 il secondo romanzo “Il cielo dei violenti”. Entrambi incentrati sui temi del perdono, della redenzione contro il buon senso e l’ottimismo dell’America benpensante: “Quando ho cominciato a scrivere, questa faccenda di scandalizzare la gente mi preoccupava non poco, convinta com’ero di scrivere cose incendiarie. La gente non fa che scandalizzarsi non solo di quanto per sua natura è scandaloso ma di quanto non lo è. Il fatto è che per non scandalizzarsi bisogna avere una visione d’insieme delle cose, e sono in pochi ad averla.”

I suoi prestigiosi racconti videro la luce editoriale solo nel ’64, dopo che diede tutta se stessa alla loro stesura, nonostante le osse piegate e spezzate dalla malattia.

Flannery O’Connor aveva un modo maestoso di mettere in scena la vita di gente di campagna, rossa in volto come quel piccolo fazzoletto di “terra rossa” tutta di un pezzo come l’animo di chi la abita. Severa ma giusta, si deve a lei il monito, caro a chi scrive e aspira a pubblicare: Show don’tell. Cioè: mostra, non riferire. Non serve dichiarare un dolore o una gioia, in una pagina scritta, se non si è in grado di mostrarla con una penna precisa come un ferro chirurgico. Si tratta della prima donna che ha ufficialmente fatto della scrittura non solo il proprio mestiere ma anche quello dei suoi studenti universitari, giovani aspiranti scrittori. Eccentrica fino alla fine, al punto da dedicarsi all’allevamento dei pavoni con la stessa intensità con cui si dedicava all’insegnamento della scrittura creativa: “Ho intenzione di tener duro e di lasciare che i pavoni si moltiplichino, perché sono sicura che, alla fine, l’ultima parola è dei pavoni”, diceva a chi le chiedeva lumi sul mistero di scrivere. Le poche foto esistenti la ritraggono tra i suoi pennuti bellissimi, appoggiata alle stampelle, gli occhiali a doppio fondo e un’eleganza che illumina pure il buio.

“la madunèda” di Federica Campi – #dopolavoroletterario n. 46

Immaginate una risata fragorosa e fresca, ecco questa è la voce interiore con cui leggere questo capitolo che fa parte del manoscritto di Federica Campi, “la maduneda”. Perché se c’è un aspetto che rende la sua storia unica è lo stato d’animo con cui l’autrice ci ha lavorato: malinconia serena. Se posso permettermi, una cosa rara.  La storia piacerà molto alle case editrici che cercano un “femminile” contemporaneo che sa ridere di sé. La protagonista,Vittoria Ramo, è una moglie fedele, una madre attenta e una grande appassionata di libri. Dopo aver affrontato una separazione quando le sue figlie avevano appena due e sei anni, Vittoria è sicura di aver messo in salvo ciò che davvero conta nella vita. Finché un giorno scopre, per puro caso, che il marito ha (di nuovo) una relazione con unaltra donna. Buona lettura!

(L’immagine è di Franz Zauleck)

“la madunèda” di Federica Campi Cap. 25.

«Guarda che ha tre aziende!», mi dice Elisa, al telefono, per convincermi a uscire a cena con lei e un tale Riccardo che vuole a tutti i costi farmi conoscere.

Il problema è che io davanti al concetto di ‘azienda’ perdo qualunque idea romantica, non sull’amore, ma proprio sulla vita, e cerco di spiegarglielo meglio che posso.

«Era per dire che non è uno stupido!» mi risponde lei, con altrettanta convinzione.

«A che livello?» chiedo.

«A un livello accettabile. Mangiamo insieme, vi presentate, se vi state bene vi rivedrete, altrimenti ciao e amici come prima» risponde lei.

«Ma non eravamo amici, prima» dico io.

«Vittoria, poche storie, ho prenotato al sushi per le otto.»

«Va bene, ma sappi che se le aziende sono tre, vuol dire che non fanno per una!» dico, ma Elisa ha già riattaccato.

A casa arriva Stefania, quella sera, per accertarsi che non dia il bidone a Elisa e al suo amico Riccardo e per proporsi di rimanere a guardare un film con le ragazze.

Comunque sia, Mattia è fuori casa da più di un mese, quindi noi siamo ufficialmente separati e prima o poi saremo convocati da Alessandra per mandare avanti il ricorso in tribunale. L’altra è ancora una frequentazione segreta della quale non abbiamo nessuna prova.

Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe solo avere qualcuno a cui scrivere quando mi va, durante il giorno, niente di più di un diversivo, ecco, ma mi domando a cosa invece potrà mai mirare un uomo che accetta un appuntamento a cena fuori con una donna.

Arduo quesito, lo so.

Raggiungo Elisa e Riccardo al ristorante di sushi con un po’ di ritardo. Il locale è un quadrato grigio e spoglio, i tavoli sono di ferro e vetro. Elisa è seduta rivolta verso l’entrata, Riccardo di spalle.

Mi avvicino al tavolo e Riccardo si alza, si presenta da solo e aspetta che mi sieda per sedersi di nuovo. Mi sembra più alto di Mattia e ha le basette e una specie di banana alla Elvis alzata sulla fronte.

Riccardo sorride e mi allunga il menù «Com’è l’appetito odierno?» chiede.

«Non saprei… il tuo appetito odierno, Elisa?» chiedo io.

Elisa sorride e inarca le sopracciglia alla ricerca dei tobiko, che sono la nostra ordinazione solita, quando le squilla il cellulare.

«Dimmi Giammi»

«Sì…»

«Ma dove sei esattamente?»

«Tuo padre l’hai chiamato?»

«Ah, e non risponde… Ho capito, stai lì che arrivo io»

Non posso credere alle mie orecchie.
«Dove vai?» chiedo.

«Era Gianmarco, è rimasto a piedi col motorino, a Villa Ceccolini, lo passo a prendere e lo porto alla festa di compleanno dove stava andando. Poi tornerò a vedere il motorino… proverò a chiamare Massimo magari»

«Ma poi torni qui…»
«Eh dipende come va, ma voi cenate e andate avanti, ci mancherebbe, ti scrivo dopo, ok?»

Elisa si alza mantenendo le sopracciglia ad arco, e se ne va salutando Riccardo che è rimasto con il sorriso stampato in faccia senza scomporsi di un millimetro – dopotutto, è il minimo per uno che dirige tre aziende.

Apprendo poco dopo che ha anche una ex moglie (di cui è particolarmente felice di essersi liberato) e due figli, che desidererebbe un cane, ma non potrebbe tenerlo, visto che è spesso fuori per lavoro.

Gli faccio vedere una vecchia foto che ritrae me e Molly durante una specie di diluvio universale, era il periodo in cui cercavamo di farle superare la paura della pioggia.

«Che carina» dice, «i tuoi stivali invece sono bellissimi!» aggiunge e poi scoppia a ridere.

«Sono stivali di gomma…» dico io.

«Ah sì… vetuste reminiscenze. Però, se mi concedi un difetto, erano meglio gialli, così avresti avuto i catarifrangenti per le passeggiate notturne», dice e gli si allarga un altro sorriso in faccia.

Riccardo è un vero e proprio serbatoio di parole come ‘casistiche’ ‘controbilanciare’, ‘esponenzialmente’, ‘indissolubile’, ‘espressività’, ’dietrologia’, ‘cospetto’, che continua a rifilarmi per tutta la sera, finché arriviamo a parlare di matrimonio.

Secondo Riccardo, che per noi sarebbe poi stato Gastòn, il matrimonio non è altro che convivenza e la convivenza non è altro che ‘una modificazione indotta di se stessi a favore dell’altro’.

«Il modello perfetto della relazione» dice «è lo scambio. Io do a te, tu dai a me.»

«…una specie di patti chiari amicizia lunga» dico io.

«Beh, è ovvio che si è consapevoli di quello che si vuole.»

Riccardo parla di donne sempre al plurale, mi faccio l’idea che abbia una specie di harem intorno a lui, intento a venerare i suoi scoppi di risa.

«Quindi, fammi capire bene» dico, a un certo punto «Tu da ogni donna che conosci, prendi quello che ti piace di quella donna, in quel momento.»

«Esatto! Io credo che non dovremmo mai perdere di vista il focus » risponde lui con il volto raggiante.

«Che sarebbe?»

«Noi stessi.»

Devo subito confessarvi che ho fatto di tutto per comprendere la natura dello ‘scambio’, per poter dire che è quello il mio futuro, in una qualunque relazione post matrimoniale: io do a te, tu dai a me. E se uno mi dà serenità, l’altro mi dà adrenalina; e se uno mi dà profondità di pensiero, l’altro mi dà allegria. Ma il punto è che nello scambio non c’è possibilità di dare senza ricevere, o di ricevere senza dare. Non c’è l’imperfezione, quel sentimento del non essere all’altezza mai di niente che ti porta ad amare il mare, per esempio, o il fiato che prende il ritmo mentre corri, o il sapore delle ciambelle all’anice di Santa Lucia appena sfornate, e tutte le altre cose in grado di ricordarti che non sei tu il mondo. Oltre a constatare, in definitiva, che la forma non più perfettibile dello ‘scambio’ è la prostituzione, mi sembra palese che qualunque relazione autentica non è uno scambio, è un mistero. 

Potreste dire lo amo perché ha una splendida dialettica. Sono abbastanza certa che potrete trovare qualcuno che ha la stessa capacità di intrattenervi con le parole, o magari che ne ha una migliore. Lo amo perché è divertente e sa sempre come farmi ridere. Vi fate l’abbonamento per la stagione teatrale e vi dimenticate anche di averla pensata, una cosa del genere. Lo amo perché è bello. Invecchierà e non sarà più bello. Lo amo perché ha senso pratico.  Poi vi lasciano nella buca delle lettere un volantino di ‘Gigi l’aggiusta-tutto’ e capite che chissenefrega del suo senso pratico, oppure collezionate, come ho fatto io, una sequela di numeri di elettricista, idraulico, tecnico della caldaia, che poi magari è così carino che vi scrive alle otto di sera per sapere se è tutto ok e se avete l’acqua calda in bagno.

Insomma, la verità è che il vero amore non ha nessun perché, per il semplice fatto che non è vero amore, ma molto peggio: è chimica. Potrete ancora intercettare tutti i suoi difetti e arricciare il naso davanti a tutte le sue assurdità e ancora starete là a desiderare che vi abbracci.

Eh dai, un abbraccino. Che vuoi che ti costi un abbraccio! Davanti al mistero della chimica non c’è niente da fare. Dovreste chiudere le orecchie per non sentire la sua voce, coprirvi gli occhi per non vedere il modo in cui cammina o muove le mani, tapparvi il naso per non sentire il profumo della sua maglia e della sua pelle sotto la maglia, insomma dovreste riprogrammare il vostro cervello.

Capite che augurarvi buona fortuna è una presa per il culo.

Riccardo paga anche per me e ci avviamo a piedi per le vie del centro. Ha sfiorato la serie A in una squadra di pallavolo e rifiutato la convocazione in nazionale (non era quello il suo interesse principale). Si ritiene un cuoco sopraffino (un giorno mi farà assaggiare il suo famoso risotto alle fragole). È un amante dell’antichità, e in effetti il suo vocabolario è fermo al 1850, ma l’antichità che adora è quella dei grandi tragici greci e dei grandi condottieri romani.
Mi dice poi che i carciofi sott’olio come li fa sua mamma non li fa nessuno e a quel punto siamo arrivati finalmente alla mia macchina.

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Charlotte, Emily, Ann Brontë: le mie Maestre sotto copertura

(Questa è la versione integrale del ritratto delle Brontë , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 marzo)

Se c’è un aspetto fastidioso di un romanzo sentimentale questo è la finzione. Non quella narrativa, l’escamotage letterario. Piuttosto la falsità di chi scrive una storia d’amore. È una protesi del cuore che invece di incitare il lettore lo stona di fronte a un sentimento fasullo. Questo fastidio romanzesco e sentimentale non lo si trova nelle opere letterarie delle sorelle Brontë, scrittrici autenticamente romantiche su più piani. Tre donne che non hanno mai raccontato l’amore con il cuore delle altre ma con il proprio pur costretto dentro le stringhe dei corsetti vittoriani.

Charlotte, Emily e Ann sono le sorelle più famose della letteratura. Sono le figlie del reverendo irlandese Patrick Prunty (o più probabilmente “Brunty”) che tanto amava l’ammiraglio Nelson, nominato duca della cittadina sicula Bronte, da decidere che il cognome di famiglia sarebbe diventato il più elegante “Brontë”. E così è stato. Le sorelle si portano pochi anni di differenza. La prima, Charlotte è nata nel 1816, la seconda nel ’18 e la terza, Anne, due anni dopo nel 1820. Anche se viene ricordata come la maggiore, Charlotte era nata dopo altre due sorelle e un fratello. Tutti destinati a una fine funesta, per malattia e indigenza fino al delirio tremens (da cui fu affetto l’unico maschio). Non esiste forse nella storia letteraria una serie di traversie così spaventose come quelle di casa Brontë. A cominciare dalla madre, morta molto giovane un anno dopo la nascita dell’ultimogenita. Da quel momento, le tre sorelle più piccole vengono affidate prima a una serie di governanti e poi finiscono in un collegio, che chiamare tugurio è un eufemismo. Sarà Charlotte, molti anni dopo nel 1847, a raccontare la cruda esperienza in quello che diventerà il suo romanzo più noto, Jane Eyre. “Un gelo invernale era sopraggiunto a metà dell’estate; una tempesta di dicembre si era scatenata nel mese di giugno. Il ghiaccio aveva distrutto le frutta mature e le rose fiorenti; la brina aveva ricoperto le mèssi. Ieri i sentieri erano olezzanti di fiori, oggi monti di neve incontaminata li rendono impraticabili, e i boschi, che dodici ore prima erano agitati dalla brezza profumata, si stendono ora deserti e bianchi, come le foreste di abete della Norvegia.”

Durante i loro tre anni al Cowan Bridge, le ragazzine subiscono le angherie delle istitutrici. Soffrono il freddo, la fame. Si ammalano rovinosamente. Vengono come punte dall’indigenza ai polmoni, con conseguenze respiratorie che le debilitano per tutta la vita. Ma è nella scomodità che le sorelle cominciano a scrivere e a leggere. Prima storielle fantastiche, poi piccoli racconti illustrati fino alle pagine di diario, tenute custodite come fossero armi senza licenza. Scrivono. Leggono. Cominciano a prendere coscienza di sé. E se ne vergognano. La loro vita di fanciulle in fiore è più immaginata che vissuta. Crescono diventando ragazze sotto copertura. Proprio così. Quella delle sorelle Brontë è stata la vita di tre donne sotto copertura. Spie di se stesse, inclini al nascondimento e al sotterfugio pubblico. Non ebbero modo di far esplodere il femminile, pure molto potente, che era in loro. Soprattutto fu difficile per Emily e Ann che morirono molto presto, entrambe nel 1848 a distanza di pochi mesi e in seguito alle complicazioni respiratorie dovute alla vita in collegio. Charlotte invece visse fino al 1855, ed è quella che delle sorelle viene ricordata come l’unica in grado di auto-affermarsi, nonostante si fosse sposata per sopperire alla mancanza delle sorelle e della conseguente solitudine. In un periodo storico in cui le donne erano viste come portatrici sane di perseveranza, disciplina e pazienza, loro sono anime inquiete. L’inquietudine si fa parola. Molto presto cominciano a scrivere di donne che si realizzano al di fuori della vita di famiglia e dei dettami patriarcali. Come la Agnes Grey (1847) della giovane Ann, la più piccola e la più tenebrosa delle tre. Poetessa lucida e implacabile che metteva a nudo la natura umana borghese e rispettabile, dando alle sue eroine la possibilità di parlare cioè di esprimere se stesse. Oppure come la più travagliata delle eroine di casa Brontë: Cathy, protagonista di Cime tempestose (1847), figlia di carta di Emily che oscura le altre sorelle. “Sii sempre con me, prendi qualsiasi forma, portami alla follia. Solo non lasciarmi in quest’abisso, nel quale non riesco a trovarti.” Come dice bene Lyndall Gordon nella biografia “Charlotte Brontë, una vita appassionata” (Fazi Editore), l’incedere letterario delle sorelle fu un “camminare invisibile”. L’invisibilità è il tratto fondamentale della donna vittoriana che per i canoni dell’epoca ambisce a un buon matrimonio, una casa, una famiglia. La donna vittoriana è una donna stanziale e sedentaria, sia fisicamente che mentalmente. Le Brontë invece sono l’opposto. La loro invisibilità concerne il loro talento. Non hanno freno per la fantasia, adorano la brughiera inglese in cui sono nate e cresciute ma sognano Londra dove si recano alla scoperta di quel futuro che mai vedranno realizzato in pieno.

Poco più che ventenni non si chiedono quale uomo sposare ma come dire al padre, e al mondo, che l’unico amore della loro vita è scrivere. Impossibile da ammettere. Per questo, al momento di firmare i loro romanzi, si trasformano nei fratelli Bell, terrorizzate dall’idea che una donna non possa accedere quanto un uomo alla pubblicazione, men che meno tre sorelle fisicamente malandate e poco inclini alla dovizia di argomenti domestici.

Una volta diventate scrittrici la loro trasformazione in donne sotto copertura si compie definitivamente. Rileggerle oggi significa appropriarsi non solo di strutture narrative perfette, precedenti qualsiasi teoria e tecnica. Significa scoprire storie di ragazze dalla rara preziosità, piratesse dei sentimenti che rifiutano convenzioni e leggi sociali per dire al mondo una cosa molto semplice: siamo donne, oltre le signore c’è di più.

“Il giorno mangia la notte” di Silvia Bottani su Exlibris20

Prima di iniziare a leggere Il giorno mangia la notte, romanzo d’esordio di Silvia Bottani, procuratevi il concept album dei Pink Floyd The dark side of the moon. Premete on. Concentratevi. Fatevi illuminare dal lato oscuro della luna. Perché di questo si tratta. Del lato oscuro della luna, anzi delle lune che attraversano con luci d’ombra questo caleidoscopico romanzo. Nelle prime pagine conosciamo, a grandi (e spietate) pennellate, i personaggi principali che animeranno la storia al centro della quale c’è Naima, ragazza italiana di seconda generazione le cui origini marocchine sono dentro gli occhi di chi la guarda più che nei suoi. Naima è una maestra di sostegno, vive a Milano, appassionata di kickboxing, in zona Corvetto: periferia est della città, epicentro di case popolari e attraversata dalla ferrovia verso Bologna e Genova.

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“Lo stato delle cose” di Francesco Cipriani – #dopolavoroletterario n. 46

Il manoscritto di Francesco ha una voce che urla e sobbalza, si ferma e si intreccia al destino dei personaggi e dei lettori. Lavorare con lui è stato come sgomitolare una matassa proveniente forse da un mondo lontano o forse da dietro l’angolo. “Lo stato delle cose” è un viaggio che termina cosi come ha avuto inizio, sulle scene del film che invece di raccontare lo stato del paese finisce per mostrare la corruzione di un singolo rapporto, il rapporto tra il protagonista e la moglie. Arte e amore imbalsamati in un museo o nelle immagini di un film, niente che possa riguardare la vita se non una serie di continue ricerche, di continui e brevi innamoramenti, di segreti e silenzi che tengono in vita. Questo è l’incipit, la foto è dell’autore.

PROLOGO

Scelte

Ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, giocavo da solo in un campetto, tiravo calci a un pallone, ero prossimo a far gol, la porta era vuota, mi sentii chiamare:

«Non allontanarti, vieni da mamma.

Mi girai, due donne accovacciate mi aspettavano a braccia aperte. Sorrisi, feci un passo, guardai un attimo il pallone e poi le due donne.

Mi bloccai, non sapevo dove andare.

Lo stato delle cose

CAPITOLO 1

Nudo come un verme

Fino ai vent’anni tornavo a pranzo a casa dei miei genitori. Arrivavo con mia zia e mio nonno, mio padre era al suo posto, seduto di sbieco, non rispondeva al nostro buongiorno, guardava in tv cose buone da mangiare. Prendevamo posto, mi sedevo all’angolo accanto a mio nonno e a mia zia che era all’altro capo del tavolo. Mia madre era fuori e friggeva zucchine e carciofi, si lamentava dell’invasione delle formiche. Arrivavano gli altri miei fratelli, due maschi e una femmina. Pappardelle con funghi porcini e una punta di tartufo bianco passavano in tv. Bagnavo un pezzo di pane nel piattino al centro del tavolo con pomodori e un filo di olio. Mia zia chiedeva a mio padre in che paese preparassero quelle cose buone in tv, lui non la guardava e borbottava qualcosa. Mia madre continuava a lamentarsi delle formiche. Mi toglievo le scarpe e poggiavo i piedi nudi sul pavimento fresco. Mi veniva in mente un episodio della mia infanzia.

Eravamo in macchina, mio padre guidava e mia madre era accanto, noi figli tutti dietro. Papà papà fermati, gli dicevo. Lui rallentava leggermente, io ero affacciato al finestrino e stavo guardando una gara di velocità di formiche, i miei fratelli ridevano, era quello che volevo, i miei genitori insieme mi davano dello scemo.

Mia madre portò in tavola un piatto di frittelle di zucchine, lo mise dalla parte di mio padre, lontano da mia zia, lei si alzò e ne prese un paio, mio padre sbuffò. Mio nonno era in silenzio, allungò la mano sotto il tavolo e tirò un pizzicotto a mio fratello che lo rimproverò. Mi tolsi la camicia. Mio nonno si sentiva offeso dalla reazione di mio fratello. Mio padre si innervosì e sgridò suo padre. Mia madre disse a mio padre che avrebbe potuto alzarsi a darle una mano, era chiaro che fosse un rimprovero a mia zia che si era seduta e non aveva mosso un dito. Mio fratello piccolo sbatte il piatto sul tavolo e se la prese con mia madre che aveva parlato vicino al suo orecchio con la voce alta. Mi tolsi la maglia. Mia madre non prese bene la reazione di mio fratello ed ebbe un fremito di pianto che le attraversò le labbra che cominciarono a tremare. Tornò nel cucinino. «Dalla profumeria ieri ho comprato un buon profumo» disse mia zia a mia sorella. «Di Armani. Aveva un foulard di seta grande quanto uno scialle ma costava troppo» aggiunse. Abbozzò un sorriso. «L’hai comprato?» chiese mia sorella. Mia zia negò e poi aggiunse: «Vieni oggi e se ti piace te lo prendi o lo dai a tua madre.» «Cosa ce ne frega», sbottò mio padre, io insistevo e chiedevo a mia zia di che marca fosse il foulard, Fendi o Armani. Sentì la frase di mio padre e ci rimase male, si alzò e andò in bagno, tornò con gli occhi arrossati. Mi tolsi, senza alzarmi, i pantaloni e li lasciai cadere sul pavimento sotto il tavolo. Assaggi di formaggio in tv. Mia madre tornò con il tegame, le passammo i piatti e li riempì con pasta e ceci. A mio fratello non piacciono e chiese una fettina di carne. Non c’era carne, mio padre non aveva fatto la spesa. Mio nonno mi chiese cosa avesse detto mia madre, non aveva sentito, si colpì le orecchie per smuovere l’apparecchio acustico che portava da un paio di anni. Avevo tolto le mutande, ero nudo e il mio coso era un po’ sveglio. Ci sedemmo a mangiare. Mia sorella chiese a mio padre di cambiare canale, stava per iniziare Beautiful. Sul tavolo arrivò la frutta, arance banane e pere. Mia madre si abbassò per raccogliere uno straccio e vide che ero nudo, si alzò, mi guardò e iniziò a ridere. La risata di mia madre è contagiosa, stupida, come le vere risate piene. Gli altri non capirono ma cominciarono a ridere, prima mia sorella poi mia zia mio padre e i miei fratelli. Mio nonno ci guardava, non capiva e pensava che lo stessimo prendendo in giro. Sulla musichetta della sigla di Beautiful mi alzai e mi avvicinai al frigo per vedere se ci fossero dei gelati, non mi andava di mangiare, gocciolavo olio dal pisello. Mi guardarono a bocca aperta, mia madre ebbe una crisi di riso e gli altri anche. Erano risate tese come lo sono sempre state le risate a casa mia, ma adesso avevano un che di tarantolato. Raccolsi i vestiti e andai in bagno a rimetterli.

Nessuno ha mai tirato fuori questa storia. Non ho mai accettato lo stato delle cose.

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