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“Dolce, non troppo” di Ketty Zotti – #dopolavoroletterario n. 43

All’interno del Laboratorio di Storytelling che quest’anno ho tenuto nella Biblioteca della Facoltà di Agraria,
abbiamo lavorato sulle storie che nascono dalle nostre percezioni e dai nostri ricordi,volontari e invoontari.

Tra i testi che sono venuti fuori, quello di Ketty rappresenta un esempio di scrittura espressiva che partendo dal racconto del sé avvolge chi legge.

Questo è l’incipit del tuo testo, dove è possibile già rintracciare “le visioni” dell’autrice.

(Foto dell’autrice)

Dolce, non troppo

di Ketty Zotti

 

Parigi, notte. Il rumore di tacchi discontinuo risuona prepotentemente nelle strade quasi deserte, dissolvendo la cortina di mendace silenzio che avvolge la città. La donna traballa sulle scarpe troppo alte. Sul suo corsetto nero un leggero strappo all’altezza del cuore sembra evocare una pena oscura.

Cammina lentamente, instancabile, come se non potesse far altro che camminare.

Il suo sguardo si perde nel vuoto, allucinato e privo di speranza. Non è giovanissima, né irresistibilmente bella; sul suo viso due profonde rughe agli angoli della bocca tracciano il percorso di quella sofferenza sopita.

Inciampa, cade. Un uomo le passa accanto. Lei si rialza da sola. Lui torna indietro, ne resta stregato, una forza magnetizzante lo trattiene.

Riprendono a camminare, vicini, senza dirsi una parola. Lei non appare turbata, né impaurita. Il loro incedere lento e senza sosta pare scandire un tempo lungo, eterno, che non conosce gioia, non conosce amore.

Entrano in un bar.

L’uomo è visibilmente teso. La seducente donna ostenta un’aria annoiata.

Una luce calda avvolge l’ambiente.

La donna indossa abiti luminosi e sfarzosi quasi al limite del volgare. Grandi fiocchi rossi decorano le sue scarpe. I vestiti dell’uomo sono consunti, sporchi. La barba troppo lunga gli conferisce un’aria molto dimessa, il suo viso mostra i segni della sua vita sregolata e dall’eccessivo consumo di alcool.

Dalla radio, in sordina, giunge la malinconica lirica de “Que reste-t-il- de nos amours?”, offerta dalla suadente voce di Dalida.

Bevi qualcosa?”. Lei ha una voce roca, che lascia pensare a quella pena oscura.

Non mangi?” le domanda evitando di risponderle.

C’è tempo!”

Caffè?”, le chiede.

Dolce, non troppo”, gli risponde asciutta.

I loro sguardi si incontrano, rendendo vano ogni ricorso alle parole.

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“L’uomo sole” di Saverio Giannini – #dopolavoroletterario n. 42

Dopo uno dei più appassioannti percorsi di editing, Saverio Giannini ha ridato nuova vita e luce al suo romanzo. Conoscere “L’uomo sole” è stato un po’ come conoscere un aspetto degli esseri umani che spesso sfugge. La vulnerabilità.questa di solito appartiene ai ragazzini. infatti il protagonista del romanzo di Saverio Giannini è un ragazzino. Ma dentro di sé contiene un mondo adulto. Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche a loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro.

L’UOMO SOLE

di Saverio Giannini

Prologo

Mi chiamo Samuel e sono uno zero.

Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS.

Non ho mai avuto una ragazza, né un’amica o un amico, a parte Bauxie che non vedo da tempo, gli Alan Parsons Project che mi sparo per tutto il giorno, Rocky (Il più grande di tutti), YouTube e CB011.

Frequento l’ultimo anno di scuola e io odio la scuola perché odio Tomas e Giovanni.

Avete presente “Asso” Merrill e Johnny Lawrence2, i cattivi di Stand By Me e Karate Kid?

Belli, biondi, muscolosi , il mio incubo più grande.

Elementari, medie e superiori sono stati un inferno. Il merito è tutto loro.

Sono la vittima perfetta dei bulli.

La prima volta (avevo 10 anni) si sono presentati con l‘ineffabile sciacquata: mi hanno trascinato in bagno, ficcato la testa nella tazza del cesso e tirato l’acqua, facendomi la messa in piega.

In seguito hanno iniziato a insultarmi, deridermi, gridandomi davanti agli altri: “Acciughina”, “Vomito”, “Sfigato”: parole pesanti come macigni sul mio cuore.

Io non ho mai reagito .

Rimanevoin silenzio e immobile, pietrificato come una mummia, senza neanche piangere, ingoiando il sapore amaro delle lacrime.

Ho un padre e una madre ma è come se non ci fossero (tra qualche pagina capirete il perché) e un’unica grande ossessione: quella di accostare ogni persona che incontro a una celebrità.

Io, ad esempio, sono la fotocopia di Jeff Goldblum (Seth Brundle de La Mosca).

In classe siedo in fondo, agli ultimi banchi dove non c’è nessuno.

Resto alla larga da tutto e da tutti e, in particolare, da Tomas e Giovanni che vietano agli altri di guardarmi e di parlarmi

Le sento le cattiverie che dicono anche quando dialogano sottovoce:sono incise nella mia mente e non riesco a cancellarle.

Sei una merda” bisbigliano e mi sento nuovamente uno schifo.

Nessuno mi saluta.

Nessuno mi sorride o mi chiede: “Come stai?”

La sedia accanto alla mia è sempre vuota e io attendo che un giorno qualcuno finalmente occupi quel posto.

Chissà, forse quel giorno sta arrivando.

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“La volta buona” di Massimo Lapolla a Bari – Giovedì 28 novembre – Libreria101

Massimo Lapolla l’ho conosciuto grazie a un regalo di Natale, che gli ha fatto sua moglie. Quel regalo ero io, anzi era un percorso di Writitng Coach con me.  Sua moglie mi ha contattato per chiedermi: fai scrivere mio marito, altrimenti sta male. Così, ho conosciuto Cesco e Pinin (che per  mesi ho chiamato senza i). Ho conosciuto una Torino che resiste alla decadenza, ho conosciuto Massimo che è un essere umano introverso e dunque un narratore delicato che però sa quando deve spingere sulla tastiera.

Il 28 novembre potrò finalmente rivedere i protagonisti del suo romanzo. Chiedere loro come si sta, là dentro tra quelle pagine. Qui un’anticipazione de La Volta buona edito Scatole Parlanti.

Ma sarà anche l’occasione per raccontare ai presenti come si arriva alla pubblicazione di un romanzo di cui quasi non si aveva nemmeno un’idea, prima di lavorarci insieme. A cosa serve una guida quando si scrive? Venite a scoprirlo Giovedì 28.

Vi aspetto il 28 novembre alle 19.

Info e dettagli qui.

“Viaggio nel mondo narrativo di Raymond Carver” con Valerio Pastore da SpineBookstore Bari, 16 novembre

“Un uomo può restare senza parole, ma le parole non possono restare senza l’uomo”. Alla perfezione di questa frase, si può aggiungere solo questo: uno scrittore può restare senza racconto ma un racconto non può restare senza Carver. Raymond Carver in una frase poteva racchiudere un universo. Considerato il padre del minimalismo letterario, ha raccontato l’America sbugiardando le sue distorsioni quotidiane. Carver è il sovrano delle short stories. Per alcuni versi si può dire che ha reinventato le storie brevi, dando loro la completezza e l’essenzialità di una scrittura senza fronzoli.

In occasione dell’incontro con l’artista e illustratore pugliese Valerio Pastore, con molto piacere vi racconterò chi era Raymond Carver. Anzi, chi è Raymond Carver per me.

Sarà una chiacchierata che attraverserà il mondo narrativo e immaginifico dello scrittore, partendo dal primo graphic novel italiano a lui dedicato: Carver – Una storia a cura di Valerio Pastore e di Valentina Grande (BeccoGiallo Editore).

Vi aspetto sabato 16 novembre alle ore 19 da SpineBookStore presso L’officina degli Esordi

Info e dettagli qui

Da dove vengono le (tue) storie -Workshop – La Content Academy – Bari, 14 Dicembre

Da dove vengono le (tue) storie

Come trasformare un’idea in una storia

Workshop per LA CONTENT ACADEMY

14 DICEMBRE 2019

a cura di Alessandra Minervini

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è l’autore. Croce e delizia di una storia. Chi scrive non finirebbe mai il suo romanzo. Non si tratta di una tensione verso la perfezione; non solo. Non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo e di un’illusione emotiva. Come se tenendosi stretta un’idea e una storia questa possa trarne vantaggio. L’unico vantaggio che ne trae, in realtà, è che nessuno la legge. Ma se si scrive, usando il pensiero narrativo per produrre storie, è indispensabile allo stesso gesto del narrare rivolgersi a qualcuno. Questo lettore ideale è il “personaggio” che ci aiuta a evocare in maniera più esatta il totem/autore. Durante questo workshop impareremo a svelare un segreto: “Il segreto per scrivere bene è semplice: bisogna che diventiate il lettore invece che l’autore.”

ARGOMENTI, TEMI, OBIETTIVI DEL LABORATORIO

La mattinata sarà suddivisa in tre momenti, scanditi dalle tre ore del workshop.

PRIMA PARTE: Nascita e serbatoio delle storie

  • Il caos calmo. Da dove vengono le (nostre) storie?

  • La memoria vien scrivendo. Come gli stimoli interni si trasformano in stimoli esterni.

  • Questione di feeling. Come mettere insieme intenzioni autoriali e necessità narrative, cioè la consapevolezza dell’autore.

    SECONDA PARTE: Sviluppo di un’idea narrativa

  • Incipit. Come cominciare una storia che possa immergere il lettore nell’atmosfera e nel mondo narrativo raccontato.

  • Dialoghi. Se la voce dell’autore è debole, quella dei personaggi ne risente. Sono come entità simbiotiche: la voce dell’autore e quella dei personaggi sono determinate da una relazione di interdipendenza.

  • Finale. Conoscere prima il finale di un testo significa conoscere il senso di un romanzo. Ma non sempre le cose coincidono né filano lisce. Insieme capiremo come e perché.

    TERZA PARTE: Gestione di una storia

  • Taglia e cuci ovvero: la dura legge dell’editing. Cosa significa rinunciare a una frase per non rinunciare a una storia.

  • Scrivere una sinossi, siamo sempre sicuri di sapere come si fa. E invece no.

  • Imprevisti e possibilità. Cosa succede quando avete un romanzo nel cassetto. Quali sono le strade da intraprendere per farlo leggere.


“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

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LA SPOSA VOLANTE DI CAROLA MININCLERI COLUSSI – #dopolavoroletterario n. 40

Carola è fluviale. Quando parla, quando pensa, quando scrive. La sua capacità di far scorrere i pensieri dentro un letto di un fiume in piena è stata la croce e la delizia del nostro percorso di editing. All’inizio, Agata era la protagonista di un romanzo dal titolo “Lise”, un altro personaggio della storia che non è la protagonista. Adesso è “La sposa volante”, il nuovo titolo le si addice come la voce con cui racconta. A volte un percorso di editing può essere il modo per mettere al centro chi altrimenti sarebbe restato ai margini, autrice compresa.  Finalmente Agata ha una voce obliqua, l’argine del fiume creativo da cui è nata. Questa è la storia di una donna che ha le ali ma ha paura di volare, una donna appassionata delle donne lontane e vicine della sua vita. Questo è l’incipit del romanzo, la foto è dell’autrice. Buona lettura a voi e buon volo ad Agata!

LA SPOSA VOLANTE

DI CAROLA MININCLERI COLUSSI

PARTE I, VITA IN ISOLA

1. LA MANU DI LU SIGNURI

Sono nata ai piedi di un vulcano, a Ginostra, il 17 marzo 1974.

Porto il nome della nave della Marina Militare Italiana il cui medico, quella notte, mi ha salvata dalla morte, mi chiamo Agata.

Per mia madre, Pasqualina Vitale, invece, non c’è stato nulla da fare. M’ha partorita e se n’è andata via, come il vento di Punta Corvo prima che cala il sole. Però quello poi torna. Mia madre no.

Mio padre, Salvatore Amato, insisteva a dire che ero stata tanto desiderata. Nonna Assunta raccontava spesso che, ancora quando c’avevo un mese, e mi cambiava i vestiti, mi veniva via anche la pelle, come vengono via le squame a u pisci mirluzzu quando lo squami.

Dopo che le si erano rotte le acque, Pasqualina si rifiutava di andare a partorirmi all’ospedale, come Caterina, l’ostetrica del paese, e ‘u medicu di Lipari le avevano raccomandato – che in gravidanza c’aveva avuto più di qualche emorragia, perché nonna mia, sua madre, non era ancora ritornata a casa – che da sempre abitavano congiuntamente, loro due, con papà e pure uno dei due fratelli di papà, il più piccolo, zio Antonio, perché di occasioni a Ginostra non ce n’erano tante, e di soldi ancora meno, e perciò si viveva tutti insieme, o quasi.

Per nessun motivo voleva dare alla luce ‘a creatura senza che lei fosse presente. Non importava che il marito, mio padre, capitano di un piccolo peschereccio, fosse corso immediatamente a casa per assisterla ed essere presente al lieto evento: ci doveva stare mammuzza, accanto a lei.

Pasqualina, amuninni, u ventu a cuminzat’a susirisi, e cu lu mari cu la raggia a Milazzu arrivamo dumani, le aveva detto Salvatore. Ma Pasqualina tratteneva e tratteneva, finché madre natura le aveva mandato una doglia tanto forte che papà a uscire ce l’aveva obbligata. Proprio in quel momento nonna era rientrata a casa e mamma, con un altro sforzo, le aveva dato il tempo di cambiarsi d’abito. Assunta era andata al centro a comprare la pasta di mandorle per fare i biscotti, che se belli notizi fossero arrivate, cioè – anche se non lo diceva apertamente – se fosse nato un maschio, e i parenti fossero venuti a festeggiarlo, almeno avevano qualche cosa da offrire. Uscita dalla bottega, un gabbiano le aveva fatto uno schifiu sulla casacca di cotone bianco semi-nuova, e lei davanti a ‘u medicu non voleva fare brutte figure con ‘a cammisetta sporca.

Intanto s’era fatto buio, e siccome era marzo e il tempo non era ancora volto a buono e stabile, e il mare si era increspato parecchio e arrivare all’ospedale, a Milazzo, era oramai impossibile, a Salvatore non rimaneva che chiedere aiuto al medico dell’unità di addestramento della Marina, ormeggiata due miglia al largo di Ginostra, il dottor Magnifico, un uomo dall’aspetto gentile, e umile, nonostante il suo cognome, con cui aveva scambiato qualche parola, quella mattina, al porto di Stromboli, e proprio sul vento e sul tempo che veniva a peggiorare.

Era corso alla sua barca e lo aveva contattato con gli strumenti di bordo. Il medico si era precipitato con una scialuppa verso il porto, ma le onde erano così alte che non gli permettevano l’ingresso, così Salvatore era uscito a prenderlo con la barchetta in legno che usavano per andare a vendere il pesce. Con l’aiuto di San Bartolomeo, il patrono dei pescatori, per papà, ma zio Antonio diceva per la sua grande esperienza del mare, le due barche erano riuscite a entrare, l’una dopo l’altra nel Pirtuso, il porto di Ginostra.

A causa dell’eccessivo prosciugamento dell’acqua, la nascita era stata difficile, e quando finalmente ero uscita, mamma non aveva nemmeno la forza di guardare se fossi maschio o femmina: dopo pochi minuti si era addormentata e non si era risvegliata mai più. Il dottore mi aveva fatto una flebo e all’alba se n’era andato sulla scialuppa, scivolando sul mare ritornato di pace e di un velluto indifferente.

A papà era arrivato un telegramma di condoglianze che, controvoglia, ma obbligato dall’onore, mi avrebbe consegnato al mio tredicesimo compleanno, il giorno dopo m’erano venute le prime mestruazioni:

– Condoglianze. STOP – Non dimenticherò questa notte di vita e di morte. STOP – E questo porto di mare, STOP – tra due pareti di scogli, STOP – due metri e mezzo di larghezza. STOP – Quando Agata sarà grande, le dica che ho fatto tutto ciò che potevo in quelle condizioni. STOP

Firmato, Pier Luigi Magnifico

Rimasto vedovo, papà mi aveva voluta chiamare come la nave da cui era arrivata la manu di lu Signuri, che s’era portata via la mogghie, diceva a tutti, ma gli aveva lasciato la figghia.

Fin da bambina, i segni di quell’arrivo inaspettatamente burrascoso mi bruciavano dentro come brucia la lava nella pancia dello Stromboli, sputando regolarmente pietre incandescenti pure da diecimila metri sotto terra, dalle viscere, che guai se ci vai troppo vicino, e guai se ti colpiscono in testa. Mi sentivo segretamente responsabile della morte di mia madre, e al contempo non abbastanza desiderata, dato che, ad accogliermi, non ce l’avevo trovata. Mi ero presto convinta che nascere non fosse affatto abbastanza per ottenere il diritto alla vita e alla felicità. In fondo uno vorrebbe solo essere il benvenuto.

Bon tempu e malu tempu, non dura tuttu ‘u tempu. Nonostante tutto, crescevo bene e crescevo pure tanto. Sono sempre stata alta, per la mia età: a tredici anni ero più alta di nonna, più alta di papà e anche della maggior parte degli abitanti di Ginostra e, da un certo punto dell’adolescenza, più alta persino di zio, che già lo consideravano un bel pezzo d’uomo. Ero più alta di Vita, che era poco più grande della mia età, la figlia di zio Vittorio, il fratello maggiore di papà, e più alta di Sergino, il figlio di Cettina, la vicina che era rimasta vedova a trent’anni, che era proprio piccolo, e che mi chiamava: cocuzza longa senza semenza. Non mi piaceva essere così alta, anche se nonna mi ribadiva che a lunghezza era mezza bidizza, così come non mi piaceva tanto essere femmina, specie quando papà mi diceva che non mi potevo arrampicare sugli alberi come faceva Sergino, che certe cose le femmine non le dovevano fare. E così m’ero abituata, senza neanche saperlo, a incurvare un po’ le spalle, che non si vedeva che ero alta e neppure tanto che ero femmina, e allora Sergino mi prendeva in giro perché ero spilungona e pure ‘ngobbita: scàcciti juncu ca passa la china!, mi gridava ogni volta che mi vedeva.

Sin da piccola ero rimasta inquieta, si può dire disorientata come una bussola in una tempesta. Mi svegliavo urlando, la notte, in preda agli incubi, oppure mi alzavo, sonnambula e chiacchierona. Era zio che mi sentiva e mi riaccompagnava a dormire. Mi perdevo tra le stanze della casa, non mi ricordavo mai perché mi ci infilavo, cambiavo idea continuamente sulle cose che avrei fatto durante la giornata, e spesso non facevo niente. E se facevo, non completavo quello che cominciavo.

Con papà non andavo d’accordo. Più di tutto ricordo il suo indice secco e sempre abbronzato, anche d’inverno, che mi faceva di no, senza aggiungere altro, quando facevo qualche domanda su mia madre. Mi aveva detto il minimo indispensabile, ed evitava costantemente di rispondermi. Pensava che, se ne udivo di meno, soffrivo di meno, e aveva imposto a tutti, a nonna, agli zii e ai vicini di fare lo stesso. Quel muro di silenzio attorno alla figura che più di tutte m’importava conoscere, mi faceva sentire in galera. Per questo nonna, di tanto in tanto trasgrediva a quella regola. Quando papà non mi considerava mi scatenava una rabbia che bollivo, e più io bollivo e più lui era tiepido, un sole tiepido che versava i suoi raggi sulla lapide di mamma più che sul seme della mia speranza e dei miei bisogni.

Non mi sentivo tanto meglio con nonna Assunta, che era una donna dell’altro secolo, e parlava poco, più che altro fissandoti con le pupille nere nere che teneva, ma mi piaceva che m’insegnava a leggere i segni, diceva, con cui il Signore ci parla, i disegni del vento sul mare, le forme delle nuvole, la comparsa improvvisa di un insetto, e con me era buona, mi cucinava, mi stirava e ogni tanto mi dava pure una carezza. Mi preparava di tutto, ‘a caponata, alalunga‘ca cipudda, u sugu di cernia, ‘u pane cunzato, di tutto tranne i biscotti. Dalla morte di sua figlia, nonna di biscotti non ne aveva fatti più, manco uno, e se le chiedevo di farmeli mi diceva di no, che teneva le mani occupate dal rosario.

A Ginostra, a quei tempi, non ci stava l’elettricità, se non prodotta dai generatori, e ogni famiglia teneva qualche lampada a olio per illuminarsi la vita della sera. Avevamo la tv, ma prendeva solo i telegiornali, perché papà s’era ingegnato collegando ‘u filu a un cucchiaino che prendeva il ripetitore in Calabria: non gli piaceva sentirsi completamente fuori dal mondo, e voleva interrompere i silenzi pesanti o la cantilena delle preghiere di nonna, che diceva che gli davano di matto. Liti, telegiornali e Ave Maria. Le tre cose che più alimentavano il peso invisibile sulle mie spalle, le tre ancelle nere del Dio dell’Irreparabile a cui niente più di una mente siciliana si vota, più spesso come sconfitta che come resa.

Un giorno di un marzo, prima dell’alba, che papà andava a lavoro molto presto e prima passava sempre dal cimitero, lui e nonna si erano chiusi in cucina. Io mi ero alzata dal letto e avevo appoggiato alla porta le orecchie per sentire che cosa si dicevano: stavano parlando di mia madre, litigando a bassa voce. A nonna le era salita la morsa del dolore, e aveva accusato papà di non essere intervenuto in tempo per salvare mia madre dalla morte. Papà diceva di dargli pure la colpa di tutto, ma che tanto, qualsiasi parola avesse detto, due cose non sarebbero mai accadute: Pasqualina non ce l’avrebbe ridata indietro nessuno, e lei, nonna Assunta, non sarebbe stata più innocente di lui agli occhi della storia. È così, per le loro reciproche accuse, che ho conosciuto per filo e per segno gli eventi di quella tragica notte, la memoria della quale ricorre insieme al mio compleanno, e che mi sono resa conto, per la prima volta, che anche lui era furibondo per la morte di mamma. Poi erano usciti dalla cucina e mi avevano vista lì, paralizzata da quella nuova cognizione. Nonna m’aveva chiesto che ci facevo là, e m’era venuto da risponderle che ci avevo paura che volevano mandarmi via. Cu ti voli beni ‘n casa ti teni, m’aveva risposto, e aveva abbozzato un sorriso, mentre papà se n’era andato a travagghiare e, quando la sera era rientrato, per loro tutto era tornato normale, come prima. Odiavo quella loro impostura, e a volte glielo gridavo addosso. Quando mi arrabbiavo forte parlavo solo in siciliano, la lingua del mio vulcano. Papà si lamentava delle mie sfuriate e delle mie puntigliose osservazioni, ancora a nasciri e si chiama Cola!, si a ogni cani c’abbaia ci tiri `na petra non t`arrestunu vrazza, mi ripeteva, prima di parlari hai a masticarli, li paroli!, e mi chiamava ‘ncazzusa, non mi capiva, anche s’era ‘ncazzusu pure lui, invece nonna mi sedeva accanto a lei e, cercando di calmarmi, mi porgeva un tamburello da cucire. Mi chiedeva di ricamarci sopra l’immagine del Timpone, la parte alta del borgo di Ginostra, quella dove abitavamo noi, che poi l’andava a vendere ai pochi turisti in piazzetta dei Caduti.

Non sacciu ricamarlo, mi posso equivocare!

Cu `un fa nenti `un sbaglia nenti.

Non ne ho mai finito uno. Per disegnare il posto dove sei, devi andarlo a guardare da fuori, da un altro punto di vista, e io voglia di uscire non sempre ne tenevo. E poi sentivo che arrivare alla fine delle cose non dava garanzia alcuna di soddisfazione, non nel mio mondo di allora, fatto piuttosto di vuoti da riempire, che di azioni da concludere. Le giornate sfitte di un mondo antico e poco popolato, soprattutto di bambini con cui giocare, che c’era solo mia cugina Vita, che però viveva a Stromboli, dall’altro lato dell’isola, e Sergino, che sua madre gli faceva fare quello che voleva, e che era manesco e non ce lo avevo in simpatia, ed era il mio unico compagno di scuola, una scuola con una classe e una maestra vecchia per due alunni soltanto. E il vuoto dei ricordi che non tenevo, quelli di mia madre, che non avevo mai conosciuto, e che faceva un rumore sordomuto.

L’unica persona con cui mi trovavo a mio agio era zio Antonio, che con mio papà c’aveva quasi diec’anni di differenza: un uomo buono, sensibile, intelligente, anche se non era studiato, che mi voleva un bene dell’anima, mi trattava a metà tra una nipote, una sorella e una figlia, e capiva la mia irrequietezza, perché anche lui teneva la sua, e non faceva segreto che aveva voglia di andarsene via dalla Sicilia, da questa terra così piena di contraddizione, dove la natura sapeva esplodere nella gioia della bellezza e della fioritura mentre le persone, il più delle volte, restavano secche come radici di ginestra strappate. E ne emigrò, infatti: a tredici anni tenevo già lo zio d’America. Voleva fare tanti piccioli per portarci tutti via da Ginostra, diceva che era pericolosa, che Iddu, u vulcanu, u Strognuoli, aveva parlato già tante volte e avrebbe parlato ancora. Era sicuro che a Nuova York ce l’avrebbe fatta, ripeteva sempre che se t’impegni puoi riuscire in tutto. Papà diceva che noi Ginostra non l’avremmo lasciata mai, che l’America era troppo lontana e troppo insicura, che cu lassa a vecchia pi la nova peggio si trova, che zio era troppu ambiziosu, che era megghiu l’ovu oggi ca a iaddina dumani, che era meglio essere poveri qui che ricchi e soli dall’altra parte del mondo, che unu sulu non è bonu mancu ‘mparadisu e così via. Pensava che suo fratello intendesse riscattare il ricordo della nonna, la madre della loro madre, che in casa si tramandava che l’avevano vista morire magra magra, perché dopo l’eruzione del 1930, se non stavi nell’esodo, stavi nella carestia. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu a nenné ca pappa nun ci n’è, cantavano ancora le donne della famiglia come ninna nanna ai bambini, e quel ritornello gli era impresso dentro e gli dava la direzione, come il timone alla barca di papà.

Zio Antonio mi scriveva sempre, soprattutto mi scriveva quanti piccioli prendeva a settimana, ma anche quanto costavano le cose, un filone di pane cinquanta cents, i pomodori trentanove cents per libbra, la benzina un dollaro e venti al gallone, che faceva come quasi quattro litri dei nostri, una macchina nuova settemila dollari, dieci dollari i jeans che si era comperato per lavorare come lavapiatti da ‘U veduvu, il ristorante italiano di Filippo, un amico milazzese di zio Vittorio emigrato a Nuova York dieci anni prima con i tre figli, dopo che, anche lui, aveva perso la moglie. E le sigarette, mi scriveva quanto pagava le sigarette, sessanta cents, perché aveva cambiato vita e continente, ma non aveva smesso di fumare, tutto il giorno, come la bocca del nostro vulcano.

Stilava i suoi pensieri in quella lingua estranea – con qualche parola in siciliano, quando non sapeva ancora come si diceva qualcosa – perché così, sosteneva, mentre lo imparava lui, lo imparavo pure io, che un giorno potevo andarlo a trovare e fare amicizia con la gente del posto, e che quando saremmo stati di nuovo tutti insieme negli Stati Uniti, mi sarebbe stato facile cominciare una nuova vita. Mi scriveva che quella era una promessa, e noi siciliani le promesse le manteniamo a costo di morire. Quando lo aveva scoperto, papà si era arrabbiato.

Pri tanti cunsigghi la navi si sfasciu ‘mmensa li scogghi!

E per un po’ aveva smesso di consegnarmi le sue lettere.

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Italo Calvino, il mio Maestro interstellare

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  13 ottobre)

Italo Calvino, l’intellettuale italiano più amato dagli italiani, ha avuto una vita e un’anima cosmopolita. A cominciare dalla sua nascita, avvenuta a Cuba, il 15 ottobre di novantasei anni fa, quando Mario, suo padre, agronomo, si era trasferito a Santiago di Cuba per effettuare studi sulla canna da zucchero. Insieme con la moglie, Eva Mameli esperta di botanica e prima docente italiana della materia presso l’università, la famiglia Calvino ritorna in Italia, a Sanremo, quando Italo ha cinque anni. Una prima infanzia lontana dalla patria e molto verde,quella dello scrittore che ricorderà la passione paterna per il verde nel racconto “La strada di San Giovanni”, pubblicato nel ’61. Dieci anni dopo la morte del padre con il quale da ragazzo attraversava in silenzio questa strada che li conduceva dalla città alla campagna.

Quando nell’estate del ’44 Calvino, ventenne, s’arruola nell’esercito dei partigiani, sceglie come nome in codice “Santiago”, proprio la città in cui era nato. Nel ’62, quasi 20 anni dopo l’esperienza partigiana in cui Calvino conosce anche il carcere, torna a Cuba e lì sposa Chichita, la moglie argentina, una traduttrice dell’Unesco che diventerà l’inseparabile consigliera dello scrittore. Nel frattempo in Italia, Calvino è già uno degli scrittori con maggiore seguito tra lettori e intellettuali, le sue anime gemelle tra cui Primo Levi, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale vive a lungo a Torino, una città che trova a lui somigliante: priva di fronzoli, solenne e dedita al lavoro. Qui nasce il personaggio per ragazzi, “Marcovaldo”, il cittadino naif inadatto al grigiore industriale in cerca di natura e bellezza ad ogni angolo. Calvino è astuto nel creare dentro la realtà macchiette fantastiche che simbolicamente sono la riprova delle prima fragilità della nostra società. Ad uno dei suoi racconti più sarcastici, “Furto nella pasticceria” si ispirerà Mario Monicelli per creare i personaggi di “I soliti ignoti” (1958), divenuto un cult della commedia all’italiana. La commistione con altri tipi di scrittura, Calvino la sperimenta anche con una breve esperienza di cantautorato pop (la cui canzone più riuscita “Oltre il ponte” è stata ripresa più di recente dai Modena City Ramblers).

Alla fine degli anni Sessanta, dopo la nascita della figlioletta Giovanna, Calvino si trasferirà a Parigi con la famiglia. Un tentativo autentico, seppure chic, di rendersi invisibile rispetto al sempre più cresciuto consenso editoriale: “Quando mi trovo in un ambiente in cui mi illudo di essere invisibile sto bene, agli scrittori esibirsi di persona non conviene affatto.”

Calvino fin dal suo esordio, con il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), una favola di bosco sulla guerra civile, coltiva il sogno di essere invisibile. Introverso di natura, serio fino a non avere altri “passatempi” all’infuori del lavoro di scrittore e di redattore e ufficio stampa per l’Einaudi, Italo Calvino ha scritto storie che sono il contrario della noia. È stato un uomo autoironico, definiva l’autoironia “la condizione prima dell’intelligenza”. L’aspetto giocoso dell’autore si avverte nello sguardo con cui inventa i personaggi. Cosimo, “Il Barone Rampante” è un ragazzino che sceglie di vivere su un albero, lontano dalla famiglia e dalla realtà. Il libro esce nel 1957, nello stesso anno in cui lo scrittore lascia per sempre il PCI con una lettera pubblicata su “L’Unità”: La via seguita dal PCI […] attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m’è apparsa come la rinuncia ad una grande occasione.”

Nella sua vita ha realizzato più cose di quante forse ne immaginava. Compreso quel viaggio americano, a New York. Dopo il quale in “Un ottimista in America” scrive: “Negli Stati Uniti sono stato preso da un desiderio di conoscenza e di possesso totale di una realtà multiforme e complessa e altra da me, come non mi era mai capitato. È successo qualcosa di simile a un innamoramento”.

Partigiano, giornalista, redattore, intellettuale, disegnatore, soggettista e autore tradotto in oltre 50 lingue. Italo Calvino ha scritto con gli occhi immersi nella totalità del mondo. Ha creato personaggi surreali, città invisibili, mondi impossibili, rifugi inespugnabili per “(…) cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino è morto vicino Siena, nel 1985, poco prima di pronunciare le famose “Lezioni Americane” all’Università di Harvard e pubblicate postume nel 1988, come cartoline interstellari provenienti, queste sì, dal paradiso.

Caro Italo,

sei stato uno scrittore interstellare. Qualche galassia è lassù che splende, in attesa di essere riconosciuta come un’altra meraviglia che hai creato tu. Tra qualche millennio scopriremo il pianeta Calvino, abitato da Marcolvaldo, dove distese e distese di alberi fanno da tana a frotte di ragazzini che crescono spontanei sui rami. Un luogo governato da Palomar, un governatore che si esprime attraverso il silenzio. “Il signor Palomar non riesce a spiccicare parola. Il fatto è che lui più che affermare una sua verità vorrebbe fare delle domande, e capisce che nessuno ha voglia di uscire dai binari del proprio discorso per rispondere a domande che, venendo da un altro discorso, obbligherebbero a ripensare le stesse cose con altre parole, e magari a trovarsi in territori sconosciuti, lontani dai percorsi sicuri.”

Nel pianeta Calvino ci sarà sempre qualcuno disposto a mordersi la lingua prima di parlare a vuoto, per non ripetere sempre le stesse cose. Dai torrenti, lungo le montagne “Cosmicomiche”, sgorgherà un’acqua magica che appena bevuta corregge tutti i congiuntivi. Anzi, fa molto di più! Li inonda di senso. Così non avremo solo gente che sa il congiuntivo ma anche gente che alla forma associa un significato. Fine delle belle frasi fatte.

Il pianeta Calvino, come scopriranno presto, sarà circondato da sei costellazioni: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza. Si potrà scegliere la propria a patto di esserle fedele, sempre: “Per riconoscere una costellazione la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama”, dice Palomar. Caro Italo, nel Calvino restituiremo un significato alle parole e allora leggerezza significherà di nuovo “assenza di pesi sul cuore” e smetterà di equivalere ad “assenza di compassione”; chi cercherà interazione e condivisione, sbarcherà sulla costellazione Molteplicità che smetterà di essere sinonimo di “confusione”, come avviene oggi sulla Terra.

Grazie a te, Italo Calvino per il pianeta che hai formato, per le nuove costellazioni, per tutti gli alberi e per tutti i ragazzini. Noi siamo pronti a trasferirci in massa. Se anche tu che ci stai leggendo, vuoi trasferirti sul Calvino, devi stare solo attento a una cosa, intanto che vivi sulla Terra: “prima di guardare le stelle devi togliere il coperchio al telescopio”.

“Il posto di Dio” di Loredana De Vitis – Dopolavoro letterario n. 39

Loredana De Vitis conosce bene il gesto dello scrivere, sembra che ogni volta le parta dal petto, trafiggendole la pelle e sconfinando solo dopo essere stato espulso con furore sulal pagina. A me sembra lei combatta, non che scriva. Questo romanzo, ancora inedito dopo le prime prove pubblicate con felice esito, ha un furore diverso dagli altri. contiene una buona dose di tenerezza, dentro la ferocia di una storia nostra, del sud, delle donne, degli uomini, delle croci e delle delizie quotidiane. Questo è un breve stralcio del suo “il posto di dio” che troverà sicuramenrte un posto nelle librerie. (La foto è del’autrice.)

il posto di dio

di Loredana De Vitis

stralcio del capitolo 2 – “profumo di casa”

Marta indovinò in pochi istanti ciò che l’aspettava per cena. Tegamino di uovo e piselli, patate al forno al rosmarino, bietoline lesse e pane abbrustolito, arance zuccherate e budino alla vaniglia. Marta amava i profumi e il calore della sua vecchia casa, non l’unica che aveva avuto ma l’unica che poteva ricordare. Zia Roberta era riuscita a farle sembrare normale la loro micro anomala famiglia avendola sempre nutrita d’affetto e cure, cibo delizioso, giocattoli quanto basta e senso del provvisorio a profusione.

I genitori di Marta si chiamavano Rosaria e Pino ed erano morti avvelenati dai funghi. Una storia che zia Roberta aveva sempre raccontato in modo così colorito e distaccato che Marta era riuscita a costruire con quella morte un ottimo rapporto: l’intossicazione e il decesso di quei-due-deficienti, come diceva sempre la zia, aveva preso nei pensieri e nell’animo di Marta le sembianze di quello che era stato in effetti. Una morte da scemi. Alle ore 16.04 del 4 novembre 1977, di ritorno dal piccolo terreno in campagna ove si recavano ogni settimana quando per innaffiare quando per diserbare quando per cogliere ciò che di maturo si poteva cogliere utilizzando gli attrezzi custoditi alla meno peggio in una piccola stanzetta abusiva e una zappa nascosta in un cespuglio di mirto, Rosaria e Pino s’erano fatti solleticare da un cesto di funghi freschissimi-buonissimi venduto per strada da un vecchio barbuto con le mani tremanti.

Nessun dubbio li sfiorò sulla provenienza, né sulla perizia di Giovanni il barbuto [ché erano due-deficienti], e presto-presto i funghi vennero lavati tagliati e buttati in padella per ricavarne un sughino alla pizzaiola. Dieci ore dopo cominciarono i sette giorni più tragicomici degli assai brevi annali della famiglia Mariani-Di Pierro. Stomaco e intestino furono i primi a dare chiari segnali di cedimento, poi fu la volta dei muscoli, quindi dei neuroni. Al collasso dei reni non vi fu rimedio, i due-deficienti spirarono lasciando Roberta definitivamente contrariata e Marta a ripetere la-mia-mamma-si-chiama-Rosaria. Solo in punto di morte Pino ammise ciò che avevano capito tutti e che i medici ripetevano insistentemente con aria di severo rimprovero: che avevano mangiato funghi velenosi, meritandosi così che, all’accomodamento del cadavere, Roberta volle lasciargli la bocca aperta in balia d’una mosca. Guardando Rosaria nella bara prima della piombatura, Roberta ripeté che sì, anche sua sorella era una deficiente e infatti un deficiente s’era sposata, e meno male che i due-deficienti non s’erano sognati di far assaggiare il sughetto avvelenato alla bambina [no no, solo latte e biscotti], sennò l’inferno non glielo toglieva nessuno. A quel tempo Marta aveva tre anni e desiderava tanto una sorellina. Le toccò, invece, raccogliere i giocattoli e trasferirsi dalla zia. Perché coi nonni materni morti da un pezzo, e quelli paterni morti di fresco, la palla passava per forza a Roberta.

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Cristina Campo, la mia Maestra Imperdonabile

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cristina Campo, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  6 ottobre)

Cara Cristina, la perfezione è un delitto. Allora come mai continuiamo ad essere sue complici?  Non c’è niente di meglio di un’imperfezione. Un neo improbabile sul viso oppure una spigolatura nel carattere. Una storia d’amore incompiuta o un matrimonio fallito. Una domenica barricata in casa, una frittata sfatta. Nessuno è perfetto, eppure è così che vogliamo essere. Le donne ultimamente sono tutte imperdonabili, a prescindere da ciò che fanno o desiderano. Da te ho imparato che la nobile arte di essere imperdonabili ha a che fare con la nobile arte della perfezione. Se sei imperfetta, ti perdonano tutto. Se sei perfetta, a volte non oltrepassi nemmeno la soglia di casa. “Gli imperdonabili” è il titolo del tuo saggio più famoso, oggi se dovessi riscriverlo potresti aggiornarlo al femminile. “Le imperdonabili”. Di imperdonabili sono rimasti in pochi, una dozzina ogni mille. Non voglio esagerare. Agli altri 988 si perdona la sciatteria e l’arroganza, che poi sono la stessa cosa; si chiude un occhio per l’incompetenza e la strafottenza, che poi sono la stessa cosa. Se i 988 mostrano superficialità vengono premiati, addirittura vengono amati. Quella sporca perfetta dozzina invece no. Non può permettersi una virgola fuori posto. Non una giornata di riposo o una banale scivolata su una buccia di banana. Mentre chi non cerca altro ristoro se non l’auto-compiacimento può permettersi perfino di viverci, su una buccia di banana. Non solo di capitarci per caso e magari cadere.

“Le imperdonabili” invece sono sempre in aumento. Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole…come cantava Zucchero in “Donne” un bel po’ di decenni fa.

Cara Cristina, non può che trasformarsi in preghiera questa mia piccola imperdonabile lettera con cui ti porgo gratitudine per essere riuscita ogni tanto a perdonarti, lasciandoci le tue immagini fatate e nutrienti con cui guardavi la vita ogni giorno. Cara Cristina, le imperdonabili hanno bisogno di te anche se non ti conoscono. Spero che questa mia preghiera possa arrivare a chi non ha mai fatto uno sgambetto, non ha mai dimenticato l’esistenza di un’amica, non ha mai giudicato nessuno. Questa preghiera spero arrivi a chi ha usato il suo tempo per cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per ascoltarle.

RITRATTO

“Nasce il 29 aprile del 1923 e viene battezzata Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina. Dai genitori e dagli amici sarà sempre chiamata con il suo nome anagrafico, Vittoria Guerrini, ma per tutti gli altri è Cristina Campo.” Comincia così “Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo” (a cura di Cristina De Stefano) che della scrittrice di origini bolognesi, traccia il ritratto di una donna che viveva dentro le parole. A cominciare dai tanti nomi che le hanno dato. Questa ricerca costante di perfezione lessicale l’ha resa una creatura mitologica: una specie di unicorno celeste, di mosca bianca. Un elefante rosa. Cristina Campo è stata una entità prima che un essere umano.

A discapito dei molti nomi con cui fu accolta alla nascita, è stata una donna tutta d’un pezzo. Algida come la sua bellezza. È tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, con quel viso come dipinto ad acquerello. Di temperamento era irreprensibile. Per questo ad alcuni lettori risulta lontana dall’empatia che si esige da chi scrive libri. Inquieta, più per cultura che per natura. A cominciare dalla scelta di cambiare nome per pudore. Non poteva permettere a se stessa di pubblicare con tutto il peso della famiglia di appartenza. Una famiglia altoborghese con cui condivise un’infanzia stravagante. Cristina Campo crebbe nell’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, abitando nella residenza del celebre ortopedico Vittorio Putti, zio della scrittrice. Dunque crebbe sì in mezzo ai coetanei, ma ricoverati dentro un letto d’ospedale. Lei stessa aveva una malformazione al cuore che le precluse la classica spensieratezza infantile, sottoponendo la sua crescita alle continue ansie dei genitori.

Avevo nove o dieci anni… pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: ‘Di tutto questo, nulla’ mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: ‘Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male’”. Così è stato.

Cristina Campo era una lettrice fortissima, robusta. Ingoiava traduzioni dall’inglese e dal tedesco, lingue studiate da autodidatta a Firenze dove, durante la guerra, si era trasferita con i genitori per consentire al padre di dirigere il Conservatorio fiorentino. Tra il ‘ 43 e il ’45 furono pubblicate le sue prime traduzioni di poesie tedesche e alcuni racconti di Katherine Mansfield, sua scrittrice feticcio.

Forse la cautela a cui i genitori la educarono, la devozione per scrittrici e poetesse di culto (nelle sue lettere e appunti si possono leggere veri e propri dialoghi immaginari con Simone Weil e Marianne Moore) la costrinsero a rinchiudersi nel culto della parola. Fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “La passione della perfezione viene tardi. O per meglio dire si manifesta tardi come passione cosciente. È un carattere aristocratico anzi è in sé la suprema aristocrazia.” Considerata una trappista della perfezione, scriveva poco e pubblicava ancora meno. I suoi lavori principali mostrano una penna “appartata”, come il suo stile di vita.

Solo quando a metà degli anni Cinquanta si trasferisce a Roma, le collaborazioni per case editrici e riviste acquistano una maggiore visibilità.

Cristina Campo resta una scrittrice poco nota. In pieno accordo con il suo karma che le imponeva, quasi, di essere inafferrabile. Vale la pena immergersi nelle sue storie fiabesche e delicate, scritte da una Trilli erudita: un folletto delizioso che vagava con la mente alla ricerca di leggerezza per il suo cuore doloroso e pesante. Lo stesso cuore che non reggerà, nel 1977, quando a 54 anni Cristina Campo è morta. Molto amata da amiche e amici, legati a vario modo al mondo della scrittura e della letteratura, è vissuta a lungo nel ricordo di questi. Tra cui l’eclettico Guido Ceronetti che la considerava una scrittrice/scrittore, cioè uno scrittore nato in un corpo di donna. Per quella sua continua ossessione per la perfezione e l’infallibilità: “L’erudizione non era che il manifestarsi della sua ispirazione, il rivelarsi in lei della parola abcondita.

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