Anna Maria Ortese: la mia musa piena di grazia

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 20 aprile, dedicato alla scrittrice Anna Maria Ortese

Cara Anna Maria,

il tuo cognome, da sempre, per me è diventato un aggettivo femminile singolare. Ortese è qualcosa che ha un corrispettivo nel mondo reale: indipendentemente da te, imprescindibile da te. Per me Ortese significa piena di grazia.

A chi mi chiedesse: “Com’è stata la passeggiata sulla spiaggia?”

Risponderei: “È stata Ortese.”

E ancora: “Come hai trovato l’ultimo libro di quello o quell’altra?”

E io: “Ortese, mi è sembrata una storia molto ortese.”

Qualcosa è “ortese” se è un’esperienza piena di grazia, la stessa grazia che tu ci hai messo nella scrittura.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per te Anna Maria provo amore devoto da scrittrice. Ti voglio bene, sei un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante, quando non lo fa, mi manca e mi spezza. Le nostre parole dialogano in una direzione comune: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici nelle storie che inventiamo. Scrivendo fuggiamo, in cerca di un riparo dalla realtà.

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Questo riparo non è un rifugio o un eremo, non è una stanza tutta per sé. La stanza l’abbiamo arredata da un pezzo. La consapevolezza di vedere altrove e oltre attraverso la scrittura è uno spazio immaginario e possibile con le parole. Sono le storie che scriviamo a darci spazio. Questo spazio è – proprio – la scrittura.Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

La tua idea di “tornare a casa” scrivendo ce l’ho incollata addosso, l’ho scritta sui muri del mio appartamento con il pennarello indelebile. Perché se è vero che scrivere è tornare a casa allora è vero, soprattutto, il contrario: non scrivere è non stare in nessun luogo, non scrivere è non essere. Quando scrivo io esisto, quando non scrivo non lo so. Mi perdo.

Leggendoti, penso: ma chi sei tu senza la scrittura? Non sei stata, mi rispondo.

Ti ho scoperto tardi, cara Anna Maria, ero donna e adulta, già schiacciata dalla mancanza di verità nel mondo. Ti ho trovata in un mercatino delle pulci, poco meno di dieci anni fa. Il cardillo addolorato è stato il nostro primo contatto. L’ho letto, non ho capito tutto. Questa mancanza di comprensione totale mi è bastata per amarti e, in quanto innamorata, per sentirmi ogni giorno meravigliosamente meno di te. Meno giusta, meno grata, meno profonda, meno Ortese.

Tu sei visione pura. Sei spostata più in là rispetto al senso comune; la tua forza sta nella diversità che è stata la tua salvezza.

Le tue parole sono stelle cadenti che si posano sulla pagina e scrivono storie. Ogni volta che le leggo, immersa nella loro luce, esprimo desideri. Desideri di riconoscere ciò che non sono; desideri di attraversare storie quotidiane rendendole piene di grazia, più simili a una preghiera ascetica che a una confidenza tra amiche.

RITRATTO

«Io sono una persona antipatica. Sono aliena, sono impresentabile. Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare. Io sono in contraddizione continua con me stessa.» Due anni prima di morire, nel 1996, Anna Maria Ortese rilascia a Goffredo Fofi (per Linea d’ombra) un’intervista dove si racconta come colei che “non sa cosa ha voluto, né chi è”.

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914; suo padre ha origini siciliane e sua madre è napoletana. Nel 1915 il padre si arruola nell’esercito della Grande Guerra e si sposta con la famiglia in Puglia,Campania,Basilicata e in Libia dove Anna Maria trascorre tre anni insieme ai genitori, i cinque fratelli e l’adorata sorella. Il deserto metaforico e non, il sud del mondo, nutrono l’immaginario alieno dell’autrice. La mancanza di identità ne condizionò pensiero e opera, rendendola una delle scrittrici stravaganti italiane, come quelle cugine o zie lontane che alle feste comandate raccontano storie incredibili a cui nessun parente, dopo un po’, dà più retta.

Nel 1928 si trasferisce a Napoli, dove intraprende gli studi da autodidatta senza frequentare circoli ufficiali. Tempo dopo all’amico poeta, Dario Bellezza, in proposito scriverà: “Spiegarti questo orrore segreto di partecipare alla cultura italiana di buon livello – è impossibile. Sai, sarebbe come rientrare malvestiti e invecchiati in una casa di potenti – dove tutti sono sempre vestiti in modo impeccabile, e soprattutto sono rimasti gli stessi”.

Nel 1933 viene colpita dalla perdita del fratello Manuele, un dolore che la spinge a rinchiudersi nella scrittura; scrivendo ritrova se stessa, seppure a frammenti. Da questa sofferenza inaccettabile nascono le sue poesie (pubblicate da Empiria) a cui segue l’opera prima, Angelici dolori, nel 1937 l’anno in cui perde il secondo fratello Antonio, suo gemello.

Il suo rapporto con la scrittura è mimetico, una seconda pelle che si cuce addosso nella disperante aspirazione di essere amata e ricevere il riconoscimento di cui invece sentirà l’assenza anche dopo i primi successi: “La perla è la malattia dell’ostrica. Scrivere è una malattia; mi costano molto queste cose luccicanti che cerco di costruire.”

Se crediamo in una distinzione netta tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo giusto tra le due pulsioni che animano il dietro le quinte della creazione letteraria. Questa sua riflessione mostra bene lo sguardo sul mondo: I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco”.

Il suo cuore scriveva esule e privo di appigli, strappato a morsi dall’esistenza. (Come altro può sentirsi chi non oscura le proprie nevrosi?) Non bisogna, però, considerare il dolore il suo talento narrativo, il talento della Ortese è la visione. Oggi, leggendola, si impara a guardare la vita con un’eleganza naturale come quella della sua prosa. Italo Calvino la chiamava «zingara assorta in sogno». La prosa della Ortese sogna ma non dorme. Le sue storie, legate ad un immaginario fiabesco, sono tragicamente vere. Tra gli autori che la ispirano c’è Giacomo Leopardi (Sua è l’immagine del genio leopardiano come “giovane favoloso”) ed Hemingway: “un pezzo di mare e di vento, un pezzo di cielo, e una fitta di sole”.

Dietro la pacatezza, a cui comunemente viene associata, traspare una rabbia fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che la rende una Cassandra, mille spanne sopra tutti. Nel 1955 seguì il Giro d’Italia, di cui scrisse con tenacia e ardore, partecipandovi con il capo coperto da un foulard per ripararsi dai curiosi che commentavano scettici la presenza della prima scrittrice al Giro.

Quando nel 1967 vince il Premio Strega, con il meno interessante “Poveri e semplici”, dichiara di accettarlo per soldi. Quella dei soldi è una mancanza predominante che la ossessiona. Dopo lo Strega finalmente compra casa e sceglie Rapallo come esilio volontario, dove vivrà con la sorella fino alla morte nel 1998.

Anna Maria Ortese nelle rare foto che la ritraggono appare spesso con gli occhi invisibili dentro gli occhiali scuri. Quel suo sguardo, pieno di pudore, con uno spessore protettivo in meno degli altri, smosse prodigiose lotte sociali ante litteram. Fu un’attivista animalista, battendosi contro la vivisezione e la caccia non risparmiò critiche feroci a personaggi falsamente progressisti. “Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni.”

Umile con gli umili, intollerante con i padroni. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere una persona. Questo suo essere umana l’ha resa la dea delle piccole persone.

 

alessandra

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi