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“Educazione sentimentale 2020” – I miei amori letterari e non su “The period”

Articolo originariamente pubblicato sulla newsletter “The period”, il 14 febbraio 2020

L’educazione sentimentale di noi lettrici viscerali passa attraverso le storie d’amore letterarie più belle. E anche se finiscono male, ci immedesimiamo: siamo Emma, siamo Anna, siamo Modesta, siamo Lizzie e Cathy. Siamo innamorate sulla carta, amiamo le loro storie e i loro amori, anche quelli maledetti. Sappiamo sempre di chi si innamorano i personaggi letterari. Invece, di chi si innamorano le donne che li hanno inventati non lo sappiamo (quasi mai). Innamorate? Be’, innamorate è un eufemismo. Illudersi che donne molto intelligenti facciano scelte altrettanto intelligenti quando si tratta di relazioni, ecco è un’idea sbagliata. Una specie di mistificazione. Spoiler: a me non è andata meglio.
A vent’anni, se mi chiedevano: “Sei femminista?”, io rispondevo stupidamente: “Sono maschilista”. Ma ero ingenua, anche un po’ scema. Sottintendevo al maschilismo un significato emotivo, non letterale. Non mi sentivo certo una crocerossina, piuttosto una buona affiancatrice, che è una cosa ben diversa. Ero ammalata di un maschilismo inconsapevole e ovattato. Lo stesso da cui era affetta Mary Shelley. La scrittrice inglese ha inventato “Frankenstein” per un gioco letterario con l’adorato John Keats. Lui, il poeta maledetto, per la situazione letteraria, era l’unico deputato a “vincere” con l’idea migliore. Invece la vittoria andò a “Frankenstein” che non sarebbe nato se lei non avesse vissuto qualche pagina indietro rispetto al marito: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai l’ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre anime irrequiete: Shelley il marito e l’amichetto Lord Byron. Perché ve ne parlo? Perché il teamShelley esiste, vive e lotta insieme a noi ed è un team di donne innamorate, scrittrici e non, che con il “siamo maschiliste” ammirano e sostengono (senza se e senza ma) i propri compagni. Prestandogli il fianco, rendendoli fieri di sé, senza osare immaginare che un giorno non solo raggiungeranno gli stessi risultati dei propri uomini, ma faranno perfino di meglio con o senza il loro sostegno. Proprio come successe a Mary con “Frankenstein” o a me, con innumerevoli uomini meno interessanti di Shelley.

Quando sono diventata più adulta, e sono aumentate le esperienze e di conseguenza le letture, insomma quando sono passata da “Frankenstein” a “Memorie di una ragazza perbene”, mi si è ingrandito tutto. In primis, il punto di vista. Ho capito che anche Simone de Beauvoir, davanti alle bizze di Jean Paul Sartre, “sputava il veleno”, tanto per citare un caro amico scrittore che, quando gli raccontai della rovinosa fine di una mia storia (confessandogli che la perdita del mio orgoglio mi faceva impazzire più della di lui assenza), questi placido come solo un brav’uomo sa essere, mi consolò dicendomi: “Bella: e di che ti meravigli? Pure Simone De Beauvoir sputava il veleno appresso a Sartre”. Proprio lei che in “Una donna spezzata” scrisse: “È così stancante detestare uno che si ama”. Ma veramente Simone, chi ce lo fa fare?
Non va meglio a quelle che, alla stregua delle attuali poliamorose, si invaghiscono di uomini apertamente infedeli proprio come fece Anaïs Nin e il suo, si fa per dire, Henry Miller o Gabrielle Sidonie Colette e il maniacale marito Willy. Il teampoliamorose si nutre dall’inconsapevole idealizzazione dell’unicità: “ci sono altre donne, ma la sua femmina sono io”. Come se un uomo o una donna possano essere una giostra su cui scendere e salire a piacimento. Una giostra che si incrocia con quella che io chiamo la ruota delle sadiche: a metà tra la ruota della fortuna e quella del criceto. La scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ebbe una relazione more uxorio con Citto Maselli per quasi vent’anni, mentre lui restava legalmente unito alla moglie.
Perché noi donne, diciamolo, quando amiamo siamo disposte ad accettare tutto. Prendi Sylvia Plath: il marito, il poeta inglese Ted Hughes, non le concedeva nemmeno la sua ombra sulla quale l’innamoratissima poetessa si sarebbe volentieri genuflessa. Sylvia amava Ted in modo assillante per se stessa. Più che accanto, gli stava dieci passi dietro. E così, mentre si immaginava poetessa famosa, le occasioni editoriali le sfuggivano a favore di Hughes che con lei invece raggiunse le prime glorie letterarie. Solo quando lui se ne andrà con un’altra (la migliore amica della moglie), Sylvia troverà l’energia per dedicarsi alle sue parole: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei”. Ma perché non farlo prima cara Sylvia? Se non è sadismo quest’amore, allora cos’è? “Le coppie di letterati sono una peste”, scriveva Elsa Morante a proposito della sua relazione con Alberto Moravia. Oggigiorno non va meglio a noialtre che non siamo Elsa e neanche Mary o Sidonie. Per questo, se dovessi fare il test a quale scrittrice innamorata appartieni?, probabilmente risulterei affine a tutte. Ho amato, come loro, fino alla disperazione, urlando, piangendo ma dalle vite di queste scrittrici, romanzate o meno, e dalla vita mia ho capito che la differenza in queste nostre stupide storie d’amore la fa lo sguardo. Il nostro e di nessun’altra. Fare le cose per il piacere di farle, aveva ragione Sylvia, resta l’unico vero dono degli dei. Il resto, arriverà.

Ritratto di signore a Bari – “Emily e le altre”

(Articolo originariamente pubblicato su Repubblica Bari, 6 febbraio 2020)

Emily e le altre

di Alessandra Minervini

Il silenzio è tutto ciò che temiamo./C’è riscatto in una voce./Ma il silenzio è infinità./In sé non ha un volto“. Può sembrare contraddittorio che una donna, tanto sola e silenziosa, in realtà sia una poetessa così rumorosa e prorompente. Perfino aggressiva, nei suoi versi, rispetto ai canoni di fine ‘800. Eppure, è proprio così che è andata. La storia della poetessa americana Emily Dickinson sarà raccontata questa sera da Giorgia Antonelli, docente ed editrice, per il secondo appuntamento di “Ritratto di signore”.

“Ritratto di signore” è un ciclo di incontri dedicati alla narrazione al femminile. La nostra rassegna letteraria ha esordito tre anni fa alla libreria Campus, dove ogni anno per tradizione inauguriamo gli appuntamenti, anche se con il tempo le nostre scrittrici sono state ospitate da altre realtà pugliesi. Come ci è venuto in mente? Onestamente, non è un progetto nato a tavolino. Piuttosto è il risultato di un flusso di (in)coscienza. Come molte lettrici viscerali, io e Giorgia giochiamo al “fare a essere”: il classico gioco dei bambini che si mettono nei panni di qualcun altro. Solo che noi lo facciamo con le sacerdotesse della scrittura. Facciamo che io ero la Austen e tu la Stein? Facciamo che sono la Plath e tu la De Beauvoir? Al posto nostro come si comporterebbero? Che cosa direbbero? Mettersi nei panni di qualcuno, in fondo, non è altro che il fine nobile del gesto di scrivere. Così, davvero senza alcuna pretesa né identitaria né accademica, è nato “Ritratto di signore”. Qui diamo spazio e voce alle scrittrici più toste della letteratura. Donne che non l’hanno mai mandata a dire, fino a pagare anche con la propria sorte una tale autenticità. In uno dei suoi frammenti più noti, il 1263, Dickinson svela il mistero delle sue verità eterne: “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua/il successo è nel cerchio/(…) se con dolci parole lo si attenua/così la verità può gradualmente illuminare/altrimenti ci accieca“.

Il senso della rassegna, dunque, non è divulgativo ma passionale. È come quando ci si innamora di qualcuno e non si perde tempo a raccontarlo a tutti, perchè quella persona ci sembra la migliore la più bella la più tutto. Ecco, se dovessi dire cosa succede durante i nostri incontri letterari direi questo: dichiariamo il nostro amore alle scrittrici e alle poetesse che amiamo (tra le quali, nelle passate edizioni, ci sono:Colette, Morante, Ortese, Sapienza e Ginzburg).

Ogni anno la rassegna alterna autrici italiane con autrici straniere. Ho inaugurato il 2020 con un ritratto di una donna che di voce ne aveva fin troppa. La poetessa americana Sylvia Plath che di sé diceva, serissima: “Sono abitata da un grido“. Questo grido era la sua verità. Sylvia Plath viveva il femminile nella scrittura, non intendendolo come superiorità di genere e nemmeno come alternativa al maschile. La parola per lei è desiderio. Scrivendo, frammenti e pagine e pagine di diario, proclamava l’autoaffermazione del suo modo di vedere il quotidiano, filtrato attraverso una voce nuda e dannata: “Non sono crudele, sono solo veritiera“.

Emily Dickinson la considero una Sylvia Plath ante-litteram, così moderna da bastare a se stessa ma così tenacemente orgogliosa da apparire come un ramoscello fragile e bianco (per via della sua scelta di recludersi in casa, vestendo solo di bianco). In realtà, nessuno può escludere che la Dickinson non vivesse reclusa per soffrire, né per autoflagellarsi. Viveva nella pace dell’identità a lei più cara: la sua personalità poetica.

Se c’è una cosa che è evidente da questi ritratti è il contrario del luogo comune secondo cui la scrittura femminile possiede qualcosa in più di quella maschile. La verità è che queste signore letterarie quando scrivono restano donne, cioè quello che sono. Non si aggrappano a qualche archetipo o non scimmiottano le colleghe. Sono se stesse, come diceva la scrittrice francese Colette: “Non ho mai potuto diventare qualcun altro“.

Nel terzo appuntamento della rassegna, previsto per venerdì 20 marzo, racconterò la vita e l’opera di una scrittrice meno nota ai più eppure esemplare. Si tratta di Flannery O’Connor, scrittrice soprattutto di racconti, che aveva un modo maestoso di mettere in scena la vita quotidiana del sud dell’America, quel piccolo fazzoletto di “terra rossa” nella vasta Georgia dove era nata, a Savannah nel 1925. In una lettera del 1956, a proposito della sua educazione, scrive: “Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire“. La O’Connor è un modello di scrittura tutta di un pezzo. Si deve a lei il monito, caro a chi scrive: “Show don’tell”. Mostra, non riferire. Da lei ho imparato che non serve dichiarare un dolore o una gioia, in una pagina scritta, se non si è in grado di mostrarla con una penna precisa come un ferro chirurgico. Si tratta della prima donna ufficialmente annoverata tra chi della scrittura ha fatto non solo il proprio mestiere ma anche quello dei suoi studenti universitari, giovani aspiranti scrittori. Eccentrica al punto da dedicarsi all’allevamento dei pavoni con la stessa intensità con cui si dedicava all’insegnamento della scrittura creativa: “L’ultima parola è dei pavoni“, diceva a chi le chiedeva lumi sul mistero di scrivere.

L’ultimo appuntamento, a cura di Giorgia Antonelli, è previsto per venerdì 3 aprile ed è dedicato a Simone De Beauvoir. Quando pubblica, nel 1967, La donna spezzata, il ritratto di tre donne devastate dall’assenza di un uomo, il suo femminismo non è pretesto letterario ma scoperta del sé: “La chiamano indulgenza, saggezza, quest’inerzia del cuore; e invece è la morte che si installa in noi poco a poco.” Ci sono numerose sorelle di Simone; eppure non esiste ancora un’altra personalità atlantica, capace di caricarsi addosso il vulcano con tutta la lava: “Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere”.

Tutti gli appuntamenti sono alle ore 19.00, con ingresso libero fino ad esaurimento posti, presso Campus Libreria in via Toma 76, obbligatoria la prenotazione chiamando 080 926 0560 oppure scrivendo a giant@liberaria.it e a info@alessandraminervini.info.

Simone de Beauvoir, la mia Maestra Circolare

(Questa è la versione integrale del ritratto di Simone De Beauvoir, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  23 febbraio)

“Il destino delle donne è uguale a quello degli uomini.” Nel maggio del 1949 esce in Francia, per la casa editrice Gallimard, Il secondo sesso, l’opera simbolo di generazioni di donne. A scriverlo è Simone De Beauvoir. Vent’anni prima, nel 1929 alla Sorbona, la ragazza perbene di Francia (bella borghese e baciata dalla fortuna) conosce l’uomo della sua vita, Jean Paul Sartre. Entrambi sono studenti di lettere, fisicamente non ci azzeccano molto l’uno con l’altra( lei algida ed elegante, lui bassino e non particolarmente curato), eppure da quel momento un’appartenenza, che supera il sentimento amoroso e l’attrazione sessuale, li legherà per tutta la vita. Tra Simone e Sartre immediatamente si instaura un legame panottico: nelle loro vene scorre lo stesso sangue. Vent’anni dopo l’uscita del noto volume, nel pieno del maggio francese sessantottino, i due saranno considerati gli intellettuali simbolo della protesta giovanile contro tutto e contro tutti. Cos’ come visse lei, Simone De Beauvoir, sempre sulle barricate tanto da sembrare, ai suoi lettori meno ammirati, mossa da pose esageratamente antisessiste. “Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo.”

Nata a Parigi nel 1908 da una famiglia alto-borghese, caduta in disgrazia per la bancarotta del nonno materno, Simone si immerge presto nei libri. “Tutta la mia educazione mi assicurava che la virtù e la cultura contano più del denaro e i miei gusti mi portavano a crederlo; perciò accettavo serenamente la modestia della nostra condizione. Fedele al mio atteggiamento ottimista, mi convincevo perfino che essa era invidiabile.”

Nei primi anni ’30, dopo la laurea alla Sorbona, si dedica alla scrittura e all’insegnamento di filosofia all’università, per poi accettare la cattedra in un liceo di Parigi. Sempre elegante e in tiro, con acconciature all’ultima moda, labbra dipinte di rosso, Simone troverà stretta la la mansione di insegnante che infatti abbandonerà presto per dedicarsi alla scrittura.

Sono gli anni in cui scopre l’Europa, compresa l’adorata Italia, al fianco di Sartre. Sartre si rivolge spesso a lei chiamandola “castoro”: “Ti abbraccio con tutta la mia forza, mio caro castoro dolce, e ti amo con tutto il cuore. Mi manchi”. Castoro per la laboriosità, per l’operosità e probabilmente anche per l’alacrità con cui procurava nuove prede al suo uomo. Non è possibile raccontare la De Beauvoir senza accennare almeno al suo uomo. Bizzarro destino, per chi alle donne consigliava: “Liberatevi, elevati, non relegatevi in un ruolo marginale. Avete mente, cuore, cervello, pensiero. Rialzatevi e porgete le spalle, se è necessario.” Durante la guerra i due, invece, si rifugiano nelle campagne francesi. Scrivono, si amano, vogliono cambiare il mondo a cominciare dal proprio. Nel ’42 Simone pubblica il suo primo romanzo, L’invitata.

Impegno politico, attivismo femminista, lavoro da scrittrice e da filosofa, il ritratto letterario di Simone De Beauvoir interseca necessariamente quello personale. Scrive per farsi conoscere al suo pubblico, rimuovere le ipocrisie e le ambiguità che inchiodano gli scrittori a “non esseri umani”, cioè a esseri al di sopra degli altri. Dentro ogni sua pagina c’è un pensiero per le donne a cui Simone dice, sostanzialmente: “Tutte le donne si credono diverse; tutte pensano che certe cose, a loro, non possano succedere. E si sbagliano tutte.”

Senza voler indugiare troppo sulla gloriosa relazione sentimentale dei due esistenzialisti francesi, è importante però leggerla come una sorta di “molotov” che seppure a scoppio ritardato ha drasticamente influenzato la visione generale della vita di coppia. Il forte legame che i due instaurano si struttura sulla totale fiducia professionale e personale. Sartre non scrive niente che non sia approvato da Simone, Simone non ama altre persone che non siano amate anche da Sartre: ragazze, soprattutto studentesse. Si susseguono nella loro vita Olga, Natalia, Wanda:  “Ammaliati e ammaliatori al tempo stesso, ci amavamo di un amore circolare”. Quando pubblica, nel 1967, La donna spezzata, il ritratto di tre donne abbandonate, devastate dall’assenza di un uomo, il suo femminismo non è pretesto letterario ma scoperta del sé. Se è diventata la paladina delle donne è stato per la capacità di mettersi in gioco, di gettare le sue stesse ferite in pasto alle parole. “La chiamano indulgenza, saggezza, quest’inerzia del cuore; e invece è la morte che si installa in noi poco a poco.” L’amore circolare è un amore libero ma vigilato in cui la fedeltà, come promessa di scelta a priori, viene sempre rispettata. Infatti quando si trasferiscono in America, alla fine degli anni ’40, s’innamorano visceralmente di altre persone, ma mai nessuno prende il posto di Simone e di Jean Paul nelle rispettive vite. Saranno sempre l’uno al fianco dell’altra. Quando nel 1980 Sartre muore, lei lo veglia tutta la notte ed è l’unica a baciarlo prima di lasciarlo andare. La vita letteraria di Simone trova il suo culmine alla fine degli anni ’70, quando alla scrittura saggistica alterna un fervore politico che la porta a prendere posizioni radicali su questioni come l’aborto, il Cile, la questione sovietica e infine quella palestinese.

Oggi di Simone De Beauvoir amiamo la purezza dell’artificio, la capacità di strutturare un romanzo come una vita e viceversa. Quando è morta, nel 1986, ha lasciato un’eredità di vita e di pensiero che nessuna donna, ad oggi, da sola, è riuscita a caricarsi addosso. Ci sono tante figlie e sorelle di Simone, ma non esiste, e non esisterà, un’altra personalità atlantica come lei.

Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”

AMORE & GUERRA: LABORATORIO LETTERARIO SENTIMENTALE

AMORE & GUERRA

Laboratorio Letterario Sentimentale

O N L I N E

Questa versione di “Amore e Guerra” è in fase di sperimentazione, a settembre tutto il mio lavoro diventa online con piattaforme private attrezzate per questo. Ma per ora mi piace l’idea di lavorare in via sperimentale, non a livello teorico dove è già tutto studiato, quanto a livello di esercizi e pratico.

Questo non è un laboratorio autobiografico, ma un vero e proprio corso di scrittura creativa; una palestra dove la creatività converge tutta sui sentimenti tra personaggi di romanzi famosissimi e non.

Durante il percorso di lettura e scrittura ci si confronta con il dettaglio letterario per leggere e scrivere storie in cui il legame sentimentale rappresenta la relazione principale. Un legame che risponde a due movimenti narrativi: l’amore e la guerra.

Che poi, sono la stessa cosa. Indivisibili. Nutrimento e fame.

C’è una frase che sintetizza ciò che accade nei buoni romanzi d’amore:  “Bad decisions make good stories”.

In “Amore” la scrittura è legata all’osservazione. Non è semplice far emergere la propria storia, osservare se stessi. Ha a che fare con la consapevolezza e, in larga parte, con la gestione della verità.

In “Guerra” lavoreremo con il tempo dei sentimenti intenso come spazio di distanza. Quanto devo essere lontano da una ferita per poterne sentire il dolore senza più soffrire? In pratica, per scriverne.

Allargare il confine, superare il limite. Nascondere la vita, mimetizzare la messinscena. Gli obiettivi del laboratorio sono due: difendersi da se stessi come narratori e combattere gli stereotipi legati al racconto sentimentale. Leggeremo per osservare come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi; scriveremo per metterlo in pratica. Stessa cosa per la guerra. Cosa c’è di più stereotipato della sofferenza, della morte e del dolore? E cosa c’è di più simile alla guerra dell’amore? La guerra e l’amore sono specchio, come la morte e la vita. Sono il legame che più inseguiamo e che più di altri è presente nella letteratura. Scrivere una storia partendo da questi due campi di battaglie è la sfida di “Amore e Guerra”.

E poi c’è una bibliografia che da sola ci farà innamorare.

Ci incontriamo online per due sabato pomeriggio: 11 e 18 aprile dalle ore 15 alle ore 18.

Scrivetemi per le iscrizioni: info@alessandraminervini.info

“Scavare”, l’esordio di Giovanni Bitetto su EXlibris20

By alessandra PER UNA LIRA

Un’opera prima chiede a se stessa il motivo per cui stare al mondo. Di frequente mi imbatto in inediti che mettono volutamente in campo il meccanismo narrativo, ripreso nel momento stesso della scrittura. Svelano, senza lasciare dubbi, che ciò che stiamo leggendo è finto. Se per caso qualcuno avesse ancora qualche dubbio. Eppure, nonostante l’aperto disvelamento del gesto del narrare, sono tante le domande che scandaglia Scavare del pugliese Giovanni Bitetto, pubblicato da Italo Svevo Edizioni, per la nuova valorosa collana di narrativa curata da Dario De Cristofaro, Incursioni.

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Edmondo De Amicis, Il mio Maestro riscoperto

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  2 febbraio)
Con tutto il bene che si può provare per Edmondo De Amicis non può sfuggire che più di qualsiasi altro scrittore italiano, l’autore del Libro Cuore è affetto da secoli di pregiudizi legati al buonismo e alla portata patriottica del suo pensiero letterario. L’educazione d’un popolo si giudica dal contegno ch’egli tien per la strada. Con Cuore, l’opera che a partire dalla sua prima pubblicazione, nel 1886, ha consacrato l’autore a simbolo della buona educazione giovanile sia a scuola che in famiglia, è cresciuta la popolazione italiana, volente o nolente leggendo le avventure di Enrico e della sua classe: “Coraggio piccolo soldato dell’esercito. I libri son le tue mani, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera e la vittoria è la civiltà umana.”

La sua fu tutt’altro che un’esistenza all’insegna del buonismo, ne è scorso di sangue sul suo nome. Innanzi tutto De Amicis, a dispetto dei luoghi comuni su di lui, non ha mai fatto l’insegnante. Nonostante non esista, forse, città italiana senza un istituto scolastico dedicato allo scrittore di origine ligure ma naturalizzato piemontese. Edmondo De Amicis nasce vicino Imperia (Oneglia) nel 1846 da una famiglia ricchissima che si trasferisce, due anni dopo, prima a Cuneo e poi a Torino, che diventerà la città di elezione dello scrittore. La sua è stata una formazione di matrice militare. A sedici anni era già nel collegio militare di Torino e a 22 parteciò alla battaglia di Custoza, nel 1866. Non si può raccontare De Amicis escludendo questo suo aspetto risorgimentale-patriottico. Per un ragazzo ricco e colto di allora non era un dovere, più una vocazione. La vita militare e i valori risorgimentali rappresentano un sogno. Rappresentano la libertà, la via di fuga dai “padroni austriaci”, l’indipendenza e soprattutto: educazione e cultura. Una casa senza libri è come un giardino senza fiori.” Essere risorgimentali significava essere giovani. Tutt’altro che parrucconi monarchici. Ora non immaginiamoci nemmeno De Amicis come un rivoluzionario maledetto. Nemmeno però come un secchione, ecco. A questo momento storico e personale dello scrittore si deve la stesura di Vita militare e l’inizio della sua attività di giornalista, a Firenze, specializzato in bozzetti militari.

Qualche anno dopo, intorno al 1870, spostò ilsuo interesse letterario dai campi di battaglia ai viaggi. Inn poco tempo, si dedicò al racconto di viaggio, ancora oggi considerato un ottimo esempio di reportage narrativo, girando per l’Europa e il Sud America.

La sua vita cambia drasticamente intorno al 1884 quando si traferisce con la moglie e i figli a Torino e, ispirandosi alla vita scolastica di questi ultimi, compone Cuore. Ma dimentichiamoci di immaginarci la famiglia De Amicis come la famiglia Cuore. Quella di De Amicis è stata una vita famigliare tormentata dalle numerose liti con la moglie a cui lo legava una relazione letteralmente senza cuore. Non sappiamo dove e a chi appartenga la verità. Sappiamo che la loro fu un’unione caratterizzata da continue scenate di gelosie e che Teresa soffrisse il suo essere in ombra sia come donna che come scrittrice, attività a cui avrebbe voluto dedicarsi anima e corpo. Il figlio dei due, Ugo, è l’unico ad aver intrapreso la carriera del padre dedicandosi alla scrittura di libri per ragazzi che, negli anni Cinquanta, ebbero una buona diffusione. Ma il dramma che spezzò definitivamente i cuori di tutti avvenne nel 1898 quando: Il suo figlio primogenito Furio, vinto forse da quella triste melanconia che incombe sulle anime la dolorosa morbosità dei giorni nostri, al primo disinganno si uccideva nel pomeriggio di ieri, in circostanze che il cronista, stretto dall’ingrato suo ufficio, narra più avanti. Verso il tocco di ieri un giovane sui venticinque anni (imprecisione), civilmente vestito, si recava al Valentino sulla montagnola di fronte alla Vaccheria Svizzera, e sedutosi sopra una panca si esplodeva un colpo di rivoltella alla nuca. Il corpo fu trasportato all’ospedale San Giovanni e colà venne da alcuni studenti di medicina riconosciuto pel lor compagno Furio De Amicis, figlio primogenito dell’illustre scrittore.
Nei primi del ‘900, De Amicis affianca l’attività letteraria all’impegno in alcune mansioni istituzionali. Diventa prima socio dell’Accademia della Crusca e poi consulente speciale del Governo nei temi legati all’istruzione e alla scuola. Muore nel 1908 per emorragia cerebrale, in Liguria. Viene seppellito nella sua adorata Torino. Il legame tra lo scrittore e il capoluogo piemontese non si estingue con la sua morte. Al Comune di Torino, per volontà di De Amicis, sono destinati tutti i diritti del libro Cuore. La sua intenzione era di istituire delle borse di studio per bambini poveri. Intenzione che sarebbe diventata realtà lla morte dell’unico figlio rimasto, Ugo, che avvene nel 1962. Ma il lieto fine non è previsto. Nonostante le direttive dello scrittore, il comune di Torino riceve solo ciò che corrisponde ai diritti italiani del libro Cuore. I diritti stranieri sono tuttoggi spariti in una misteriosa cassetta in Svizzera, dove si pensa ci sia anche il manoscritto originario del libro italiano per ragazzi più famoso nel mondo. Il caso De Amicis, negli anni Ottanta, diventa di interesse nazionale, ne parlano i giornali, ma nessuno è in grado di capire dove siano girati i soldi dei diritti esteri. La vita, anche dopo la sua morte, di De Amicis non è stata quel rose e fiori che superficialmente ci si aspetta. Perfino a livello letterario non ebbe così tanto seguito come si crede. Nonostante l’evidente impegno civile e umano che offrì al suo Paese, configurando per primo la bellezza che l’accoglienza nei confronti dei più deboli determina, quando gli altri erano gli italiani che emigrano verso Nord o inseguivano il sogno americano. Fu Italo Calvino, agli inizi degli anni ’70 a riscoprire lo scrittore, pubblicando le opere minori tra cui
Amore e ginnastica, dove lo scrittore rivela più di un impeto carnale e perfino ironico. Esiste anche un lato giocoso e spensierato di De Amicis. La cosa divertente è che corrisponde al suo lato oscuro, in perfetta asimmetria con quello che ci si aspetta e scoraggiando qualsiasi luogo comune. Evviva!

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