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“Pitima” di Marzia Elisabetta Polacco – Dopolavoroletterario n. 45

Quando prima di cominciare il nostro editing, ho chiesto a Marzia: cos’è che non va nella tua storia?; lei mi ha risposto così:” Mi piace lo stile, ma a volte ho la sensazione di aver banalizzato troppo alcune descrizioni.” Vero era vero. Marfzia ha unan voce, in questo romanzo ma anche nei suoi precedenti, che non può lasciarti indifferente e tantomeno da sola. La voce di Pitima, la bambina protagonista di questo romanzo inedito, ha una voce che mi ha sedotta, infastidita, nutrita e innervosita. In tutti questi mesi, è rimasta con me. Stimo molto il lavoro che l’autrice ha compiuto su stessa, non è possibile che questo romanzo, e questa voce, resti dentro un cassetto. Editori, fatevi avanti!

(L’estratto è l’incipit del romanzo. L’immagine è dell’autrice.)

Pitima

Romanzo di Marzia Polacco

Così mi chiamava mia madre. Sparava la pi come se le sue labbra sputassero la pallina di un flipper. A tutta velocità. Ne sentivo lo schiocco, quando colpiva il puntino in cima alla i e la sua bocca si arricciava in un ghigno. Poi, non appena l’energia che ne aveva sostenuto la traiettoria si affievoliva, la pallina rallentava e atterrava svogliata sul trattino della ti. Rimaneva qualche secondo in bilico, quasi un frammento di indecisione, prima che l’inerzia la spingesse a rimbalzare brevemente sulla curva arrotondata della emme e poi di nuovo giù, a capofitto nella a finale, che si spegneva senza eco nelle mie orecchie annoiate.

Pitima mi chiamava.

Sempre.

La mattina, se indugiavo qualche minuto nel letto prima di andare a scuola. Dal tabaccaio, quando mi perdevo con lo sguardo nei pacchetti di caramelle. La sera, se inventavo qualche scusa per rimanere sveglia a guardare la tivù e infrangere il coprifuoco delle nove. Eppure il nome, quello con cui ero stata registrata all’anagrafe, quel Sancia che i miei compagni di scuola si divertivano a storpiare da più di quattro anni, l’aveva scelto proprio mia madre. Anzi, l’aveva imposto. Mio padre si era sforzato di proporre in sequenza Carla, Maria e Paola, quasi fossero le soluzioni di un cruciverba, lui che ogni giovedì si faceva mettere da parte la Settimana Enigmistica dal giornalaio sotto casa solo per leggere le barzellette. Ma la mamma aveva detto No, non darò mai a mia figlia un nome così dozzinale! Nella vita bisogna distinguersi, ripeteva sempre. Perché siamo nobili, io e lei, discendenti di antichissimo lignaggio. Principi spagnoli, addirittura. Era stato un parente di sesto grado, sicuramente di un ramo cadetto, ad assumersi il compito di far crescere a ritroso l’albero genealogico di famiglia fino al Siglo de Oro, ma l’interesse per l’araldica si era rivelato un caso isolato. A nessuno dei suoi congiunti, naturali o acquisiti che fossero, era mai importato un accidenti di quel dannato albero, nonostante le sue fronde adornassero di sguincio la parete esposta a nord del salotto stile Impero del parente di sesto grado. Tranne mia madre, che con quella nobiltà decaduta si era cucita addosso una tunica di rancore da indossare tutti i giorni. Di altri benefici non vi era traccia e sebbene immaginassi i miei antenati che intrecciavano trame e matrimoni con le casate regnanti di mezzo mondo, noi non ci potevamo permettere nemmeno uno straccio di governante. Probabilmente era proprio questo ciò che la offendeva di più, ritrovarsi un giorno sì e uno no accovacciata in bagno a pulire la tazza del water, quando lo scopino del cesso diventava l’unico scettro di cui potesse dotarsi. Nonostante la diffusa indifferenza per le sorti dell’albero – di quale specie si trattasse, è rimasto ignoto – erano anni che sentivo mia madre vantarsi di quella supposta e supponente nobiltà con la stessa protervia con cui Maria Antonietta avrebbe chiesto un parrucchiere al suo boia. Nessuno si era mai azzardato a chiederle come mai gli eredi di una casata dal sangue tanto blu avessero pensato bene di abbandonare regge e tenute boscose dell’amata nobiltà per attraversare mezza Spagna, Francia e lo stivale intero al solo scopo di mettere radici in uno sperduto paesino della Puglia. A fare cosa poi? Raccogliere pomodori da bagnare sulle friselle? Rinseccolirsi al passaggio a livello di Via Pezze del Sole fino al giorno della pensione? O magari alzarsi alle due di notte come lo zio Pasquale per accendere il forno? Di altri mestieri a Giovinazzo in quegli anni non ne conoscevo, a meno che non decidevi di imbarcarti dieci mesi all’anno su un peschereccio e allora chi s’è visto, s’è visto. Ma so per certo che se anche qualche impavido avesse osato farle quella domanda, la mamma non lo avrebbe degnato di una risposta. Del resto non se ne preoccupava: lei era la pronipote dei principi di Cabrera e vattelappesca, il resto solo invidia e pettegolezzi.

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“Diario Pelgorilla” di Sissi Patruno – Dopolavoroletterario n. 44

Sissi Patruno è una ragazza molto giovane che ho incontrato in alcuni laboratori, notando subito il desiderio di dare vita a nuove vite letterarie, un desiderio forte ma spesso anche obliquo, come se qualcuno lo spostasse continuamente lontano dalla sua atrice. Saranno luminose le sue storie, quando le finirà. Intanto vi consiglio questo diario immaginario e poetico che lei stessa racconta così: “Una sequenza di passi febbricitanti, discorsi monchi senza soluzione che l’autrice segue mentre si sforza di allacciarsi alla logica dei rapporti umani ancora giovani e immaturi. Diario Pelgorilla è il sangue che sgorga e sul terreno si raggruma in parole, che unisce poesie votate a un simulacro d’amore. Quella gioia potenziale che Pelgorilla, bestia fiera e macigno d’uomo fumoso, ha consumato fino alla cenere nei loro brevi incontri fantastici. Diario Pelgorilla raccoglie le note di uno spartito amore riposto su un pianoforte che non ha mai trovato suonatore, nonché le stupefatte rovine della speranza di un’unione sognata.” Buona lettura!

(Immagine: “Amare troppo”, scelta dall’autrice nel profilo Instagram di @exx.voto)

Poichè tu sei gorilla

io potrei essere, che so?, un maiale

fattezza di strega, profanatore di isole

immagina

su una montagna innevata, io maiale tu gorilla

ma umani

potremmo fare esperimenti del colore dell’Aurora

dischiudere risposte

su noi che ci guardiamo in noi stessi

e abbiamo paura di non capire

mentre il gorilla e il maiale

scivolano in diletto e agonia

aprono fauci e naso, fuori le lingue

io lenta a trascinare i rosei

pesi di sterco

tu a battere il petto

ignorante fracassando la voce

contro i miei singhiozzi

di felice avventura che è la nostra

immagina

quando ringrazio il cielo

tu gridi scagliandoti su me

veloce e potente

ti basta una spinta e il maiale rotola giù,

giù

la verità

la verità è che

Il maiale, di sotto al burrone, è già

carogna per lupi

Se mi avessi detto

Poetessa, guardi, quell’è

Un fosso

Profondo lei non vede il fosso

Attenta al fosso

Se mi avessi detto

Poetessa, lei ci cadrà

Trenta giorni

Di stenti agli occhi morirà

Non è altro che il fosso

Se mi concede

Il permesso,

Poetessa,

Io cucirei poesie

Se lei cade cade

E Pelgorilla ride ride

__________________________________________________________________

Nella mia stanza

non si può vivere senza prima

accendere il lucernaio col sangue,

senza sacrificare brandelli di sè

-della mia poetessa!

E quando fa luce

il caldo sapore di Pelgorilla, di nuovo visibile

gli cola sul gran collo

quatta quatta al principio

dell’amor sacro

poi balzi felini mi vestono

e mostro la lingua biforcuta

orgogliosa e prospera

vedova nera

conto le goccee bevo

bevo Pelgorilla e sono felice.

Questa, signori nostri amanti,

omuncoli,

è l’eredità che ci lasciate:

assoluta e distillata confusione.

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Sylvia Plath, la mia Maestra bellissima

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  19 gennaio)

Se Sylvia Plath fosse un mantra sarebbe: “Le persone mi piacciono molto oppure per niente.” Una frase che lei stessa partorì, tra una poesia e una pagina di diario. Sylvia era nero o bianco. Dentro o fuori. La nettezza del pensiero è la qualità più riconosciuta alla poetessa americana, nata il 27 ottobre del 1932 in una famiglia di origine tedesca, trasferitasi a Boston.

Sylvia Plath, con i suoi enigmi in versi, “Non sono crudele, sono solo veritiera”, rappresenta una delle figure più misteriose della letteratura contemporanea. Tanto mistero, tanto fascino. Come lo Scorpione, il segno zodiacale del vedo non vedo/faccio non mostro. Un segno che unisce la Plath alla sua anima gemella letteraria, Anne Sexton. Entrambe poetesse, entrambe discepole del poeta statunitense Robert Lowell, padre della poesia confessionale che, alla fine degli anni Cinquanta, diffonde una scrittura in versi ispirata alla vita personale.Si conoscono da ragazze durante un corso di scrittura creativa a Boston, dove Sylvia si era trasferita da poco con il neomarito, sposato nel ’56, Ted Hughes, anche lui poeta, con cui visse in America dal ’57 al ’59. Entrambe, Sylvia e Anne, affette da un eccesso di sé tipico del disturbo bipolare, troppo vive per continuare a vivere, autrici di meravigliosi versi anticonformisti, accumunate dalla disperazione fino a togliersi la vita.

Quando si è visto Dio, qual è il rimedio?/Quando si è stati afferrati e sollevati senza che una sola parte sia tralasciata/non un dito, non un capello, e usati,/usati fino in fondo,… qual è il rimedio?

Il rimedio non esiste, per lei esiste solo il disturbo. Bambina iper-intelligente, capace di scrivere la sua prima poesia a otto anni, in seguito alla prematura morte del padre; prima della classe a scuola; autrice di racconti apprezzati da giovanissima. Studentessa modello e genio precoce. “Non mi avevano detto che sei anche bella!” le dicono al College. Ed è vero. Sylvia Plath era bellissima: bionda, sorridente, con le ciglia lunghe. Una strega magica. Amava il rossetto e lo smalto per unghie color ciliegia di Revlon. Aveva una vera passione per l’estetica e per la moda, collabora al femminile Mademoiselle. Nei suoi look non manca quasi mai un tocco di rosso – ballerine rosse, sciarpe rosse. Poi arriva il 1953. Ha poco più di 20 anni e non viene ammessa al corso di scrittura creativa, considerato il lasciapassare definitivo verso il beneamato mondo delle lettere. Lo stop esterno si trasforma in uno stop interiore e poco tempo dopo tenta, per la prima volta, il suicidio. Un anno dopo torna allo Smith College, con una diagnosi del disturbo bipolare in una mano e la domanda per studiare a Cambridge nell’altra. Finito il College lascia l’America per l’Inghilterra. Qui conosce Ted Hughes, croce e delizia, amore della sua vita. Entrambi poeti, giovani belli ambiziosi, vivranno alcuni anni di estasi alternata a burroscose liti. Tutta l’esistenza della Plath è stata una giostra lenta e meccanica, un’altalena di vuoto che si alterna al pieno. Prima tanto amore per un uomo, poi tanto odio per lo stesso. Prima un effluvio di parole, poi la loro definitiva dissoluzione.

In continuo rapporto dialogico tra carnale e intellettuale, bellezza ed etica, la Plath ha scritto talmente tanto di sé che si finisce per non saperne mai abbastanza. Si rimane assetati di Plath. Scrive tanto: le lettere alla madre, l’inseparabile diario, le prime poesie, tutte parole da bere fino all’ultima goccia.

Gli Hughes tornati in Inghilterra con i due figlioletti, sembrano felici. Fino a quando Ted abbandona la famiglia per Assia Wevill, poetessa che vive nello spettro di Sylvia: all’inizio sua amica poi rivale, ne emulerà miseramente perfino la modalità di suicidio. Dopo la separazione coniugale, avvenuta all’inizio del ’62, Sylvia è decisa a riprendere in mano l’attività letteraria: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei.”

La sua vitalità naufraga, però, nella dipendenza affettiva per Hughes, senza il quale si sente persa. È una madre infelice. La maternità è oscurata dall’abbandono, dedica poesie tetre ai figlioletti: “Dici che quei gattini dovrei affogarli. Che puzza! E affogare anche la bambina. Se è matta a due anni, a dieci taglia la gola. Il pupo sorride, lumacone paffuto, dalle lustre losanghe del linoleum arancione. Roba da mangiarselo. È un maschio.” Più volte accuserà Hughes di averla vessata e manipolata. Interi diari e lettere sull’argomento vengono disintegrati dal marito, dopo la morte di Sylvia.

A parte i diari, gli anni della separazione (dal ’61 fino alla morte avvenuta nel ’63) sono quelli in cui termina le opere più importanti. Ariel (che resta la sua silloge più acclamata); una visionaria e proto-femminista opera teatrale Tre donne (“Sono solitaria come l’erba. Che cos’è che mi manca? Lo troverò mai, questo qualcosa che non so?”); libri per bambini, tra cui Max e il vestito color zafferano che racconta la difficoltà di un ragazzino ad entrare in abiti troppo grandi per la sua età. Una settimana prima di togliersi la vita, pubblica il suo primo (e unico) romanzo semiautobiografico, sotto pseudonimo, La campana di vetro di Victoria Lucas.

«Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.» Romanzo che consacra la depressione, paragonandola a una campana di vetro, nella quale finchè si sta dentro “si sta bene”. Il romanzo vede la luce in America quasi 10 anni dopo, quando la Plath non c’è più e invece il suo nome (vero) campeggia indomito sulla copertina. La campana di vetro ha cambiato schemi e strutture del romanzo tradizionale, una sorta di Giovane Holden al femminile.

Tutta l’opera della Plath si è rivelata una macabra autoprofezia per la sua vita. La fine è nota, ci sono perfino delle sue foto in circolazione con la testa affondata nel forno a gas.

In uno dei suoi versi più noti, dai tratti autobiografici, Sylvia scrive:

Dalla cenere io rinvengo
con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.

Noi la aspettiamo la nostra “Lady Lazarus” che ancora ha nove volte per morire, e altrettante per tornare.

“Mi Racconto” – Laboratorio di scrittura auto-biografica – Libreria Hamelin, Bitonto

Il diario è una forma prenatale di scrittura. Chi scrive un diario è un pre-scrittore. Questi due incontri sono finalizzati a scoprire cosa vuol dire scrivere di sé, attraverso un percorso teorico e pratico, nei diari letterari più famosi della storia della letteratura: da Virginia Woolf a David Foster Wallace.
La scrittura del sé non chiude un cerchio. Ne apre tantissimi. La scrittura diaristica è la più istintiva. È la scrittura dell’intimità. E la cosa più misteriosa, la chimera narrativa, è la (ri)scoperta del proprio lato più nascosto. In questo seminario cercheremo il lato nascosto dei capolavori intimisti della letteratura fino a scoprire il nostro. E con le nostre parole, gli daremo luce.
Con questo workshop la docente guiderà i partecipanti alla scoperta del proprio mondo interiore. Attraverso l’utilizzo narrativo di foto, ricordi, canzoni, film, sogni e soprattutto delle letture dei diari letterari dei più grandi scrittori e scrittrici di tutti i tempi, si arriverà a scoprire la propria identità. Alla fine del percorso i corsisti sapranno maneggiare meglio episodi ed emozioni della propria vita e scriveranno una pagina di diario che li racconterà pur nella finzione narrativa.

Sarà possibile per i corsisti, in particolare se insegnanti o educatori, riproporre la modalità di scrittura diaristica all’interno dei propri gruppi di riferimento, stimolando così i ragazzi ad approfondire il proprio mondo interiore, esprimendo vissuti e dando voce alle emozioni nella forma scritta

Non è necessario aver svolto altri laboratori prima di questo. Il workshop è adatto a chi si affaccia per la prima volta al gesto del narrare.

‼ COSTO SCONTATO PER CHI SI ISCRIVE ENTRO IL 15 FEBBRAIO!

Per informazioni e iscrizioni:
☎ Tel. 080.3740636
📨 messaggio privato pagina FB Libreria Hamelin

“Overlove” sul blog Le Finestre di Notte

Mi sono tuffata in Overlove sicura che sarei stata investita da un’ondata di Amore.
Ma Overlove va molto oltre l’Amore.

L’amore è la genesi, la pena e il nutrimento, l’afflato imprescindibile che muove le esistenze.

Ma nella trama fitta dell’amore, si infila soprattutto la Vita che prende i volti e le storie di una sfilacciata umanità.

Recensione a cura di Margherita Lomangino:

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“Innocua come te”, l’esordio di Rowan Hisayo Buchanan su Exlibris20

Innocua come te è un esordio da leggere. Non solo perché ha vinto importanti premi come il Betty Trask Award e l’Authors’ Club Best First Novel Award. Ve lo consiglio per le luminose doti narrative dell’autrice, la saggista americana, di mamma giapponese, Rowan Hisayo Buchanan. Innocua come te è la storia di una donna che, alla fine degli anni Settanta, abbandona tutto, figlio compreso, per diventare un’artista. Il romanzo si svolge su due piani temporali, la fine dei Sessanta a New York e il 2016 tra New York e Berlino. Ieri e oggi. Ci sono vari approcci per raccontare questo romanzo: la doppia scansione temporale delle storie, passato e presente che segna la trama legata a filo doppio al tema della maternità; i dialoghi brillanti da cui prendere spunto, soprattutto per chi cerca un romanzo in cui i dialoghi portano avanti la storia attraverso la voce dei suoi protagonisti (come dovrebbe essere, sempre). Ho scelto, però, un aspetto della scrittura della Buchanan che ritengo essenziale sia per approcciarsi al libro sia per chi sta scrivendo a sua volta il suo (primo) romanzo. Quest’approccio riguarda la lingua con cui la storia è raccontata.

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Umberto Eco, il mio Maestro sensato

(Questa è la versione integrale del ritratto di Umberto Eco, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  12 gennaio)

Se è vero che il nome spesso contiene la nostra storia, il destino, quello di Umberto Eco non è da meno. Ogni suo pensiero, anche minimo, ha prodotto un’eco, cambiando il senso della vita di chi quel pensiero l’ha fatto proprio. Umberto Eco, nato esattamente ottantotto anni fa: il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, è stato filosofo, semiologo, medievalista, giornalista, scrittore. Eco è diventato, forse suo malgrado, il “supereroe di massa”, parafrasando uno dei suoi saggi più rivoluzionari (1976) in cui smaschera retoriche e ideologie popolari. Per esempio. Analizzando il melò, campione di incassi, “Love story” (1970) scrisse che quel film faceva piangere tutti perché era stato pensato, a livello strutturale, come un film che facesse piangere tutti. L’intreccio disperato, la retorica sentimentale devastante a cominciare dalla premessa narrativa (questi due sono destinati a lasciarsi perché sin dall’inizio sappiamo che lei è malata e morirà), consentivano allo spettatore/lettore di vivere l’esperienza con i fazzoletti pronti. L’attesa della tragedia è essa stessa tragedia. Abbracciare le teorie sulla comunicazione di Eco, per l’epoca, era come ascoltare Copernico, o il successivo Galileo, sostenere che è la terra a girare intorno al Sole e non il contrario. Fino a buona parte degli anni Novanta, e per certi versi ancora oggi, le teorie di Eco sulla cultura di massa erano purtroppo appannaggio solo della cultura elitaria. E per molto tempo soprattutto in America, dove Eco venne subito considerato un cervello fuori dal comune. Quando nel 1995 Vogue America lo intervistò, chiedendogli: “Come mai i suoi romanzi, pur non essendo affatto facili, hanno così tanto successo?”, Umberto Eco, dando ulteriore prova della sua demistificatoria iroina, rispose: “La sua domanda mi offende, è come chiedere a una donna come mai ci sono uomini interessati a te?”

Touchè.

Pur avendo attraversato almeno tre epoche culturali, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio scorso, fino al 2016 (anno della sua morte, sono certamente i Novanta gli anni in cui Eco estese la propria popolarità.

La sua grandezza non sta solo nell’inarrivabile cultura, nell’eleganza con cui metteva a posto mezza e più popolazione italiana. Si recuperino, a questo proposito, gli scritti de La bustina di Minerva, la storica rubrica che Eco tenne sull’Espresso fino al ’98 in cui “prediceva” il presente ai lettori, riflettendo sulla società italiana. La grandezza di Eco sta nell’applicazione della teoria alla pratica. Per questo possiamo considerarlo il secondo Vate della lingua italiana, dopo Dante Alighieri.

Si deve a lui l’evoluzione, per molti versi in positivo, delle discipline umanistiche nelle Università italiane. Nel 1971, fu tra i primi proporre l’istituzione del DAMS di Bologna (il primo corso di laurea italiano in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Nei primi anni Ottanta ha promosso e realizzato i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione, prima a Bologna e Siena, ora estesi in tutta la penisola.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.

Prima della sua carriera universitaria, cominciata nei primi anni Sessanta, Eco ebbe una lunga storia intellettuale e pratica con i movimenti dei giovani cattolici, ad Alessandria e poi a Torino, dove nel 1954 si laureò con una tesi su Tommaso D’Aquino che cambiò per sempre la sua concezione sulla fede cattolica. Studiando san Tommaso abbracciò definitivamente una posizione atea che poi ne caratterizzò pensiero e azione. “Tutte le cose di questo mondo, per esempio un fiore, nascono perché nella materia preesistente esse sono in potenza, poi sopraggiunge la forma-fiore e sboccia il fiore come sostanza. Se dunque Dio avesse dovuto imporre le varie forme su una materia preesistente questo significherebbe che il mondo, come materia informe, ovvero pura possibilità, esisteva prima del suo atto creatore, il che è impossibile. Tuttavia Dio ha creato gli angeli senza che ci fosse materia preesistente (infatti l’angelo non ha materia ed è pura forma), quindi non è necessario che Dio crei da una materia preesistente.”

Dalla fine degli anni settanta, affiancò la critica letteraria agli studi di semiotica. Portò in Italia questa disciplina che interpreta le culture attraverso i loro segni e simboli (parole, icone religiose, divi cinematografici, feticci televisivi, cartoni animati, canzoni). Pubblicò più di 20 saggi sull’argomento. “La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.”

Come romanziere non si separò dalla semiotica, cercando nelle sue storie un altro significato dentro quello più apparente. Il suo successo mondiale, Il nome della rosa, best seller che solo nel 1980, anno di pubblicazione, ha venduto 10.000 copie in Italia, coinvolge più di una delle sue “preoccupazioni” semiotiche. Il romanzo, oggi riconosciuto come uno dei libri italiani più famosi nel mondo, con oltre 50 milioni di copie vendute e più di 40 traduzioni, gli valse il Premio Strega nel 1981, a cui seguì la trasposizione cinematografica con l’indimenticabile Sean Connery nei panni di Gugliemo da Baskerville.

Anni dopo, dichiarò di odiare a volte il suo best seller e di amare molto di più i successivi romanzi (6 in tutto) che a suo avviso avevano più valore del primo. Ma i lettori non sono mai stati d’accordo. Come romanziere resta “quello” de Il nome della rosa. Il best seller fa ormai parte dell’immaginario collettivo, divenendo di proprietà dei suoi lettori.

In tal senso (…) ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, una sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la compresione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale. (…) In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata.”

Il nome della rosa l’abbiamo scritto noi non meno di quanto l’abbia fatto Eco. Dimostrando che se il destino di un uomo è nel nome, il destino di uno scrittore è nei lettori della sua opera.

Colette e Anais Nin – Ritratto di signore al Circolo dei lettori di Andria

Secondo appuntamento con le signore della letteratura al Circolo dei Lettori Andria.

Questa volta le protagoniste sono due francesi di razza: Anais Nin e Colette (Gabrielle Sidonie), raccontate come sempre da Giorgia Antonelli e la nostra Alessandra Minervini.

Non mancate!

(Se volete un assaggio dell’intervento su Colette, leggete qui http://www.alessandraminervini.info/4110-2/!)

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