. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

“L’uomo sole” di Saverio Giannini – #dopolavoroletterario n. 42

Dopo uno dei più appassioannti percorsi di editing, Saverio Giannini ha ridato nuova vita e luce al suo romanzo. Conoscere “L’uomo sole” è stato un po’ come conoscere un aspetto degli esseri umani che spesso sfugge. La vulnerabilità.questa di solito appartiene ai ragazzini. infatti il protagonista del romanzo di Saverio Giannini è un ragazzino. Ma dentro di sé contiene un mondo adulto. Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche a loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro.

L’UOMO SOLE

di Saverio Giannini

Prologo

Mi chiamo Samuel e sono uno zero.

Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS.

Non ho mai avuto una ragazza, né un’amica o un amico, a parte Bauxie che non vedo da tempo, gli Alan Parsons Project che mi sparo per tutto il giorno, Rocky (Il più grande di tutti), YouTube e CB011.

Frequento l’ultimo anno di scuola e io odio la scuola perché odio Tomas e Giovanni.

Avete presente “Asso” Merrill e Johnny Lawrence2, i cattivi di Stand By Me e Karate Kid?

Belli, biondi, muscolosi , il mio incubo più grande.

Elementari, medie e superiori sono stati un inferno. Il merito è tutto loro.

Sono la vittima perfetta dei bulli.

La prima volta (avevo 10 anni) si sono presentati con l‘ineffabile sciacquata: mi hanno trascinato in bagno, ficcato la testa nella tazza del cesso e tirato l’acqua, facendomi la messa in piega.

In seguito hanno iniziato a insultarmi, deridermi, gridandomi davanti agli altri: “Acciughina”, “Vomito”, “Sfigato”: parole pesanti come macigni sul mio cuore.

Io non ho mai reagito .

Rimanevoin silenzio e immobile, pietrificato come una mummia, senza neanche piangere, ingoiando il sapore amaro delle lacrime.

Ho un padre e una madre ma è come se non ci fossero (tra qualche pagina capirete il perché) e un’unica grande ossessione: quella di accostare ogni persona che incontro a una celebrità.

Io, ad esempio, sono la fotocopia di Jeff Goldblum (Seth Brundle de La Mosca).

In classe siedo in fondo, agli ultimi banchi dove non c’è nessuno.

Resto alla larga da tutto e da tutti e, in particolare, da Tomas e Giovanni che vietano agli altri di guardarmi e di parlarmi

Le sento le cattiverie che dicono anche quando dialogano sottovoce:sono incise nella mia mente e non riesco a cancellarle.

Sei una merda” bisbigliano e mi sento nuovamente uno schifo.

Nessuno mi saluta.

Nessuno mi sorride o mi chiede: “Come stai?”

La sedia accanto alla mia è sempre vuota e io attendo che un giorno qualcuno finalmente occupi quel posto.

Chissà, forse quel giorno sta arrivando.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

“La volta buona” di Massimo Lapolla a Bari – Giovedì 28 novembre – Libreria101

Massimo Lapolla l’ho conosciuto grazie a un regalo di Natale, che gli ha fatto sua moglie. Quel regalo ero io, anzi era un percorso di Writitng Coach con me.  Sua moglie mi ha contattato per chiedermi: fai scrivere mio marito, altrimenti sta male. Così, ho conosciuto Cesco e Pinin (che per  mesi ho chiamato senza i). Ho conosciuto una Torino che resiste alla decadenza, ho conosciuto Massimo che è un essere umano introverso e dunque un narratore delicato che però sa quando deve spingere sulla tastiera.

Il 28 novembre potrò finalmente rivedere i protagonisti del suo romanzo. Chiedere loro come si sta, là dentro tra quelle pagine. Qui un’anticipazione de La Volta buona edito Scatole Parlanti.

Ma sarà anche l’occasione per raccontare ai presenti come si arriva alla pubblicazione di un romanzo di cui quasi non si aveva nemmeno un’idea, prima di lavorarci insieme. A cosa serve una guida quando si scrive? Venite a scoprirlo Giovedì 28.

Vi aspetto il 28 novembre alle 19.

Info e dettagli qui.

“Viaggio nel mondo narrativo di Raymond Carver” con Valerio Pastore da SpineBookstore Bari, 16 novembre

“Un uomo può restare senza parole, ma le parole non possono restare senza l’uomo”. Alla perfezione di questa frase, si può aggiungere solo questo: uno scrittore può restare senza racconto ma un racconto non può restare senza Carver. Raymond Carver in una frase poteva racchiudere un universo. Considerato il padre del minimalismo letterario, ha raccontato l’America sbugiardando le sue distorsioni quotidiane. Carver è il sovrano delle short stories. Per alcuni versi si può dire che ha reinventato le storie brevi, dando loro la completezza e l’essenzialità di una scrittura senza fronzoli.

In occasione dell’incontro con l’artista e illustratore pugliese Valerio Pastore, con molto piacere vi racconterò chi era Raymond Carver. Anzi, chi è Raymond Carver per me.

Sarà una chiacchierata che attraverserà il mondo narrativo e immaginifico dello scrittore, partendo dal primo graphic novel italiano a lui dedicato: Carver – Una storia a cura di Valerio Pastore e di Valentina Grande (BeccoGiallo Editore).

Vi aspetto sabato 16 novembre alle ore 19 da SpineBookStore presso L’officina degli Esordi

Info e dettagli qui

Da dove vengono le (tue) storie -Workshop – La Content Academy – Bari, 14 Dicembre

Da dove vengono le (tue) storie

Come trasformare un’idea in una storia

Workshop per LA CONTENT ACADEMY

14 DICEMBRE 2019

a cura di Alessandra Minervini

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è l’autore. Croce e delizia di una storia. Chi scrive non finirebbe mai il suo romanzo. Non si tratta di una tensione verso la perfezione; non solo. Non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo e di un’illusione emotiva. Come se tenendosi stretta un’idea e una storia questa possa trarne vantaggio. L’unico vantaggio che ne trae, in realtà, è che nessuno la legge. Ma se si scrive, usando il pensiero narrativo per produrre storie, è indispensabile allo stesso gesto del narrare rivolgersi a qualcuno. Questo lettore ideale è il “personaggio” che ci aiuta a evocare in maniera più esatta il totem/autore. Durante questo workshop impareremo a svelare un segreto: “Il segreto per scrivere bene è semplice: bisogna che diventiate il lettore invece che l’autore.”

ARGOMENTI, TEMI, OBIETTIVI DEL LABORATORIO

La mattinata sarà suddivisa in tre momenti, scanditi dalle tre ore del workshop.

PRIMA PARTE: Nascita e serbatoio delle storie

  • Il caos calmo. Da dove vengono le (nostre) storie?

  • La memoria vien scrivendo. Come gli stimoli interni si trasformano in stimoli esterni.

  • Questione di feeling. Come mettere insieme intenzioni autoriali e necessità narrative, cioè la consapevolezza dell’autore.

    SECONDA PARTE: Sviluppo di un’idea narrativa

  • Incipit. Come cominciare una storia che possa immergere il lettore nell’atmosfera e nel mondo narrativo raccontato.

  • Dialoghi. Se la voce dell’autore è debole, quella dei personaggi ne risente. Sono come entità simbiotiche: la voce dell’autore e quella dei personaggi sono determinate da una relazione di interdipendenza.

  • Finale. Conoscere prima il finale di un testo significa conoscere il senso di un romanzo. Ma non sempre le cose coincidono né filano lisce. Insieme capiremo come e perché.

    TERZA PARTE: Gestione di una storia

  • Taglia e cuci ovvero: la dura legge dell’editing. Cosa significa rinunciare a una frase per non rinunciare a una storia.

  • Scrivere una sinossi, siamo sempre sicuri di sapere come si fa. E invece no.

  • Imprevisti e possibilità. Cosa succede quando avete un romanzo nel cassetto. Quali sono le strade da intraprendere per farlo leggere.


“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi