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Mary Shelley, la mia Maestra Materna

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Mary Shelley originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 settembre)

Duecento anni fa, nel 1818, una ragazza inglese di 19 anni termina il suo manoscritto, questo è “Frankestein”. La storia dell’ossessione di un uomo per la creazione della vita e del successivo abbandono della sua creazione. Una storia che punisce la doppia morale rispetto al “diverso” e colpisce l’ambizione eccessiva dell’uomo. È la storia di una società che condanna i propri mostri, dimenticando che i mostri li generiamo noi stessi. Sono i nostri figli.

“Frankestein”, sostanzialmente, è la storia di una madre e di suo figlio.

“Dicevano che ero nata sotto una buona stella. Puoi vedere ora quanto fosse vera quella profezia. Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità.”

Mary Shelley nasce nel 1797 a Londra, sin da piccola vuole essere una figlia ideale per sua madre. Peccato che la madre, Mary Wollstonecraft, intellettuale londinese che nel ‘700 scriveva: è tempo di restituire alla donne la dignità perduta, è morta dieci giorni dopo averle dato la vita. Il padre, William Godwin,filosofo anarchico con la testa calda, cresce sua figlia nella libertà di pensiero, cura la sua formazione (le insegna persino a leggere tracciando le lettere sulla lapide della madre), la rende partecipe ai simposi poetici. Per questo il poeta più famoso del momento, Percy Shelley, viene subito colpito da Mary: una creatura pallida, con un tripudio di capelli rosso-oro, silenziosa fino a quando non arriva il suo turno e sbalordisce letteralmente il poeta, per le intelligenti allusioni e citazioni che rivelano la sua splendida unicità. Il padre dunque ha fatto un buon lavoro con Mary, deve aver pensato. Fino a quando sua figlia non le appare un mostro. A 16 anni Mary scappa con Shelley, sposato e padre di due figli. Il suo gesto è piena espressione del Romanticismo: se due persone sono innamorate, nulla deve ostacolare la loro strada. Come sua madre, che prima di lei aveva avuto una bimba illegittima, Fanny, che si suiciderà oppressa dalla condizione di “bastarda”, Mary diventa un mostro perfino per il padre che dimentica le idee radicali e non rivolge più parola alla figlia.

Nel 1814 Mary attraversa l’Europa al seguito di Shelley, ufficialmente suo compagno more uxorio. I due si uniscono presto a Lord Byron, il poeta più famoso dell’epoca. Come gli Shelley, era stato respinto dalla società londinese per il suo comportamento scandaloso. Lontano dall’Inghilterra e vicino a personalità inquiete, e multiple, come gli amici del suo Percy (oltre che Percy stesso) Mary si sente ispirata. In Svizzera, dopo settimane di pioggia, che li costringe in casa Byron sfida la coppia a scrivere la storia di fantasmi più spaventosa possibile. Mary scopre per gioco che dentro di lei abita qualcun altro: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai lo ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre ragazzi irrequieti.

Quando nel 1818 termina il manoscritto, Mary si è sposata da poco con Shelley (divenuto vedovo in seguito al suicidio della prima moglie) e non conosce il sapore della sua nemesi: quell’etterno dolore che provocherà la perdita prematura di tre figli a cui seguirà quella del marito, annegato a Viareggio nel 1822. Per questo, nel 1831 revisiona ”il mostro” e dà alle stampe la nuova versione, con il suo nome bene inciso sul frontespizio come quello di un defunto sulla propria lapide. I critici letterari mormorano che Mary Shelley è una donna mostruosa e immorale. Una madre sola che si mantiene scrivendo. Eppure quando l’incontrano, scoprono una persona signorile e riservata. Umile, inconsapevole di aver segnato la storia della fantascienza: “Quanto è pericoloso l’acquisizione della conoscenza e quanto più felice è quell’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di chi aspira a diventare più grande di quanto la sua natura permetterà”.

Cara Mary,

tu sapevi cosa vuol dire mettere al mondo un figlio. L’hai capito a sedici anni. Da queste parti, invece oggi, abbiamo ancora difficoltà a (ri)conoscere le nostre madri. Figuriamoci i nostri figli.

Quello che insegna la tua storia è questo. Il mostro è negli occhi di chi guarda e non è escluso che quegli occhi possano essere quelli di sua madre.

Cos’è la maternità? Significa guardare le cose dal punto di vista del creato e non del creatore. Significa essere ambivalente riguardo alla prospettiva che gli uomini creano la vita. L’istinto materno dovrebbe portare avanti questa consapevolezza. Senza distruzione non esiste creazione, così come senza fine non esiste inizio. E senza morte, non può esserci la vita.

Chi siamo disposti a far morire per far nascere qualcuno?

Cara Mary, hai dato alla luce un bambino che amavi, ma hai anche perso un altro bambino e tua madre è morta a causa del parto. Se gli uomini potessero controllare la vita e la morte, non avresti subito queste tragedie. Tu stessa suggerisci: i mostri sono di nostra creazione. In una lettera hai giustificato la nascita di Frankestein nella tua testa, annotando che si è trattato di un sogno, anzi di in incubo. Hai dovuto giustificarti, hai scagionato perfino il tuo inconscio per ciò che con la penna hai messo al mondo: Quando ho appoggiato la testa sul cuscino, non ho dormito né mi è stato detto di pensare. La mia immaginazione, nascosta, mi possedeva e mi guidava, regalando le immagini successive che sorsero nella mia mente con una vividezza ben oltre i soliti limiti della fantasticheria.

Vorrei sapere piuttosto chi non abbiamo messo al mondo e come e se continueremo a non (ri)conoscere chi ci ha generati e dunque a non generare di riflesso. Se fossi tu a scrivermi adesso, la domanda sulla creazione che mi porresti è: se essa fosse un’esperienza non solo naturale ma anche artificiale, chi metteremmo al mondo? Potrei darti un sacco di risposte e tu ne saresti quasi orgogliosa. Ma non so se felice di sapere che, con o senza artifici, mettiamo al mondo noi stessi. Come tu hai messo al mondo nel tuo figlio forse più sofferto, il tuo romanzo, quelle parti di te che altrove non potevano vivere. Non è difficile mettere al mondo. È il contrario che snerva e snatura. È conoscere chi e cosa non nasce il difficile, l’inverosimile mistero. Allo stesso modo in cui non riusciamo a scrivere ciò che abita in noi e lo lasciamo in un cassetto che peraltro, in verità e a dirla tutta, questo cassetto non esiste.

DFW, il mio Maestro Stoico

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a DFW originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  15 settembre)

Gli scrittori sono spesso esseri umani tediosi. Il loro silenzio, in odore di autismo, si interrompe solo quando parlano di se stessi o dei loro libri. Che poi è la stessa cosa. Non fa eccezione David Foster Wallace.
Un genio? Probabile. Ma fondamentalmente era uno scrittore.
Tutto qui.
«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive».
David Foster Wallace quando non parlava della sua vita raccontava di come voleva che fosse (la sua vita) oppure di come pensava che gli altri volevano che (la sua vita) fosse. Cioè è vero che alla fine parlava sempre di se stesso. Ma la differenza sta nel modo in cui lo faceva: perfino quando raccontava dei suoi cani, delle loro deiezioni, si desiderava il bis. Scrivilo ancora, David!
Come faceva a vedere certe sfumature della vita che per noi praticamente non esistono eppure ci appartengono? Da dove venivano le sue visioni?
L’unica risposta possibile è nel suo volto. Il volto di David Foster Wallace esprimeva stoicismo. Lo stoico è associato a personalità dogmatiche e irreprensibili, razionali e fataliste. Si dimentica un aspetto fondamentale dello stoicismo: l’ottimismo. David Foster Wallace era sì stoico ma lo era in quanto ottimista. Un ottimismo determinato dall’estrema fiducia nella sua forza mentale, qualità che contraddistingue lo stoico. Solo con un forte ottimismo della volontà poteva terminare il suo romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1997 quando lo scrittore, nato vicino New York, ad Ithaca, aveva appena compiuto 25 anni.
Leggendo i suoi libri si prova una specie di imbarazzo compulsivo sostentato dagli alambicchi della ragione. Nel complesso ha scritto tre romanzi e quattro raccolte di racconti in mezzo ai quali ha mantenuto alta la sua attività saggistica (dando prova di un’intelligenza fuori dal comune) che spazia dalla musica rap al tennista Federer.
Leggendolo appare sulle pagine, come una dolce sindone, il suo viso. Un viso in cui è facile perdersi: un labirinto da lui stesso costruito.
La sua scrittura «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi sia dare qualcosa al lettore. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore».
Per lui scrivere era soprattutto il suo modo per farsi leggere. Non è così scontato.
La differenza sta di nuovo nel suo volto. I suoi occhi sono occhi piccoli e sinceri, incapaci di guardare diversamente dalle parole che ci ha lasciato.
La sua vita è terminata il 12 settembre del 2008 in California a Claremont. Qui viveva con sua moglie, Karen Green, conosciuta nel 2002 quando lui insegnava Scrittura Creativa all’università e lei era un’artista, pronta a realizzare dei pannelli per rendere visibili le parole di lui. In particolare quelle di un racconto, La persona depressa. Qualche anno dopo si sposano.
Lui non smette di andare in terapia e di sostenersi con gli psicofarmaci ma sta meglio. Viaggia, scrive, accetta seppure con difficoltà di essere diventato uno scrittore già di culto presso i suoi lettori.
Poi c’è quella mattina, quel 12 settembre, David invita la moglie – sempre attenta a non lasciarlo solo e a ogni suo repentino cambio di umore – a uscire, per andare a organizzare la sua prossima attesa mostra. Lei si lascia convincere: in fondo suo marito è il suo più grande ammiratore. Quando torna, la sera, trova David nel patio appeso ad una corda.
L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono. Un’idea all’apparenza semplicissima: su un foglietto si scrive l’azione subita o compiuta per la quale si chiede perdono. Il foglietto viene inserito in un enorme marchingegno che lo trita. Perché perdonare davvero gli altri e se stessi non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Nel suo memoir “Il ramo spezzato”, Karen Green confessa: “Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia”. Sembra di ascoltare, dentro “ogni conchiglia”, accostata ad un orecchio, lo scrittore americano che sussurra: “L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.Si tratta di una delle frasi più significative del famoso discorso che David Foster Wallace fece in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005.

L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono:”Scrivevi la cosa che volevi perdonare o per la quale volevi essere perdonato. Un aspiratore risucchiava il foglietto e lo restituiva sull’altra estremità, in brandelli.” Perchè perdonare non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Caro DFW,

mi manca chiunque. È uno dei tuoi pensieri più citati. Si potrebbe tappezzare una parete con le traduzioni in tutte le lingue di questa frase. Ma anche solo per una persona che la sta leggendo per la prima volta adesso, vale la pena citarla ancora.

Ne vale la pena perché mi manca chiunque è la storia della tua vita fino a quando sei stato in vita; è diventata la storia della nostra quando ce l’hai consegnata in eredità.

Se si potesse riassumere in breve, e non si può farlo ovviamente, la depressione ecco forse mi manca chiunque sarebbe la sintesi perfetta. Caro DFW come hai fatto a sentire tutta questa folla intorno a te?

“Ehi, non volevo metterti tristezza. – Dice a un certo punto ne La scopa del sistema un personaggio – Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Caro David, com’è difficile scriverti questa lettera. L’unica consolazione, il fatto che non la leggerai, è pure materia di afflizione, per lo stesso motivo.

Ecco, la depressione – di cui si è parlato espressamente solo dopo la tua vita – è una forma di tristezza privata. Non condivisile. Scrivere è stato darle uan forma, pubblicare è stato renderla altro. Un romanzo, un racconto. Fino a diventare un’icona. Quello che sei diventato tu con quel fazzoletto sulla fronte, con cui ti stringi la testa quasi a volerla fermare questa tristezza che dici non essere un nostro problema ma una tristezza tua. Su quel fazzoletto, con cui appari nelle ultime foto che ti ritraggono, io leggo una scritta e questa è: mi manca chiunque.

Sono piena di curiosità morbose e inespresse, ma anche se potessi non ti farei una domanda una. Non c’è niente che posso scrivere o pensare oltre ciò che hai scritto e pensato tu. La sensazione che ho, leggendo e rileggendoti, è quella di partecipare ad una cena in cui la tavola è apparecchiata per una persona in più. Un posto fisso per qualcuno che non si sa se arriverà. Ma è bene che questa persona sappia che è atteso, che chi ha preparato la cena, lo sta aspettando. Una testimone invisibile di cui la letteratura contemporanea oggi avrebbe un gran bisogno.

“Mio caro diario” – Laboratorio di scrittura Autobiografica ad Altamura

MIO CARO DIARIO
Laboratorio di scrittura autobiografica

«La capacità di ricevere gli shock è ciò che fa di me una scrittrice.»
{Virginia Woolf}

• DURATA e FREQUENZA
2 incontri:
– sabato 11 gennaio dalle ore 14.30 alle 19.30
– sabato 25 gennaio dalle ore 14.30 alle 19.30
Libreria nuova macelleria Patella via M. Giannelli, 85, 70022 Altamura

Il diario è una forma prenatale di scrittura. Chi scrive un diario è un pre-scrittore. Questi due incontri sono finalizzati a scoprire cosa vuol dire scrivere di sé, attraverso un percorso teorico e pratico, nei diari letterari più famosi della storia della letteratura: da Virginia Woolf a David Foster Wallace.

La scrittura del sé non chiude un cerchio. Ne apre tantissimi. La scrittura diaristica è la più istintiva. È la scrittura dell’intimità. E la cosa più misteriosa, la chimera narrativa, è la (ri)scoperta del proprio lato più nascosto. In questo seminario cercheremo il lato nascosto dei capolavori intimisti della letteratura fino a scoprire il nostro. E con le nostre parole, gli daremo luce.

• NUMERO DI ISCRITTI
Il laboratorio è rivolto a un minimo di 6 iscritti e un massimo di 12.

• MODALITÀ DI ISCRIZIONE E COSTI
Per iscriversi o ricevere informazioni inviare una mail a libreria.nuovamacelleria@gmail.com o telefonare al 3470012007.

Verrà fornita una bibliografia di riferimento (da leggere prima dell’inizio del laboratorio) a tutti gli iscritti, dopo la conferma dell’iscrizione.

Wislawa Szymborska, la mia Maestra caustica

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Wislawa Szymborska, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 settembre)

RITRATTO

La sua vita è stata un paradosso. Il paradosso è una contraddizione rispetto al senso comune, è l'etica del dubbio. Consiste in un ragionamento logico e corretto ma solo se visto a dispetto di qualcosa e di qualcuno. La vita e l'opera di Wislawa Szymborska si possono immaginare così: a dispetto di. 

Non amava dire nulla, rilasciare interviste e tantomeno commentare i suoi versi. Ogni tanto si lanciava in (paradossali, appunto) pennellate agrodolci come, tra le più note: ''Io tendo all'aforisma e alla concisione e ormai credo sia un'inclinazione incurabile''. Tradotto: sono una poetessa a dispetto della poesia.

Wislawa Szymborska è considerata tra le poetesse più importanti del 21 secolo. Solo che a lei questa considerazione pesava come un paradosso. La si può immaginare sinceramente infastidita, più di una rockstar volutamente snob, sollevare le spalle mentre apprende nel 1996 di aver vinto il Nobel per la letteratura. Che paradosso, avrà pensato. Si racconta, peraltro, che abbia passato la maggior parte della cena di gala a Stoccolma fumando sui balconi e bacchettando i commensali ex-fumatori con l'espressione: "Perchè così adesso pensa di non morire?"

La sua giovinezza si svolge al di fuori della brama poetica. Si svolge in una Cracovia, in Polonia, assediata dalle persecuzioni naziste e antisemite (1941 – 1943) alle quali sfugge impiegandosi nelle ferrovie. In questo periodo scopre di avere un talento e pensa che questo sia il disegno. È in questi anni che, dopo il lavoro, comincia a realizzare illustrazioni. Quella di illustratrice, in particolare di libri per ragazzi, è una passione che poi si trasformerà in professione. Quando nel 1945 viene pubblicata la sua prima poesia, Wislawa ha 22 anni. La letteratura la chiama a sé. Alla fine degli anni 40 comincia a lavorare per alcune redazioni di riviste letterarie, occupazione che manterrà con diverse difficoltà. Anzi, si può dire che – paradossalmente – essere una letterata le è costato la carriera.

Quando, infatti, nel 1952 aderisce al Partito Operaio Unificato Polacco, dunque diventa ufficialmente un'intellettuale socialista, esce il suo primo volume di poesie, Per questo viviamo, che lei rinnegherà insieme con il secondo, Domande poste a me stessa. Entrambe le sillogi sono state occultate per sempre dalla stessa autrice. La vita intellettuale polacca è molto fertile, nonostante e forse anche proprio per le persecuzioni prima e il regime comunista poi. Wislawa diventa oltre che illustratrice, redattrice e, oggi si chiamerebbe così, editor: specializzata nella scoperta di autori esordienti. Quando però nel 1966, lascia il Partito, in cui non crede più, Wislawa perde lavoro e spazio e la sua voce, fino ad allora considerata di riferimento, nel suo Paese andrà lentamente svanendo. Intellettuale autentica, e dunque dalla verve caustica, commentò l'emarginazione intellettuale così: "È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo ".

Dagli anni Settanta continua l'attività letteraria in clandestinità al seguito dell'Unione dei letterati polacchi e la sua ricerca poetica si distanzia dalla politica e dalle questioni civili: "Non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente."

Aderire al Partito per Wislawa, come per i suoi colleghi intellettuali, corrispondeva a realizzare un'utopia. Fino a quando questa non è diventata un paradosso. Come la storia ha mostrato. La morte, avvenuta nel 2002, la consacra poetessa globale. Al punto da avere, adesso – paradossalmente - lettori e scrittori che non la amano. E si compiacciono di comunicarlo al mondo. Lei saprebbe come metterli a posto, confermando che nel paradosso c'è più verità che nella normalità: "Devo molto a quelli che non amo. Il sollievo con cui accetto che siano più vicini a un altro. La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro e in libertà con loro, e questo l'amore non può darlo, né riesce a toglierlo." 

Cara Wislawa,

dubito di me stessa. Vorrei si potessero far sparire i dubbi come un refuso su word o un libricino fuori edizione. Eppure, non mi contraddico. Invece è proprio la coerenza estrema che fa dubitare delle proprie scelte, spesso anche delle persone e delle situazioni che portano a compierle. Non deve essere stato molto diverso il tuo dubitare. Quella mattina, la immagino un'alba, "sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì. È bella una tale certezza ma l'incertezza è più bella." la poesia si chiama "Amore a prima vista" e questo ne è l'incipit. Ho sempre dubitato si trattasse di una storia sentimentale. In fondo anche di un ideale, di un progetto,di un'idea ci si innamora a prima vista. Anzi a prima vita. Ma la trama di ogni vita non vale nulla senza gli scherzi del destino. Questo forse è diventare poeti: raccogliere gli scherzi del destino e trasformarli in versi, in sensazioni a cui nessuno ha fatto caso prima di leggerle.

Deve essere stata una mattina, all'alba vero? Quando hai preso le tue raccolte socialiste e le hai fatte fuori come si divide la plastica dall'organico per la differenziata. Quella mattina, nel tuo sacchetto immaginario o magari anche fisico, hai preso i tuoi dubbi e li hai trasformati in certezze. Vorrei poterci arrivare anche io. Vorrei che tutte le persone che sentono dei dubbi profondi, quando scrivono o quando si innamorano (di una persona, di un'idea, di un progetto) " a prima vita", siano in grado di differenziare così bene le proprie parole. Da un lato quelle di plastica che nuociono gravemente alla salute del Pianeta; dall'altro i dubbi organici e le parole biodegradabili. Le parole che si decompogono facilmente, favorendo la crescita di un ecosistema più solido. Amore a prima vista nel finale sostiene il miglior dubbio del mondo: "Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà."

“Si chiama Andrea” – Presentazione dell’ultimo romanzo di Gianluca Favetto

Giovedì 12 settembre, ore 19
presentazione del nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, “Si chiama Andrea”, edito da 66thand2nd Editore

Dialoga, insieme all’autore, Alessandra Minervini

IL LIBRO
Andrea ha avuto un’infanzia quasi felice, dei nonni affettuosi, una madre che è «l’incarnazione del sublime» e un padre che da sempre coltiva una certa arte della fuga. Andrea ha degli amici coi quali impara a leggere il mondo e amanti con cui il mondo lo assaggia. E ha un lavoro: l’agente immobiliare, direbbero in molti, anche se non cerca case adatte ai clienti. Andrea cerca abitanti adatti alle case che sceglie perché le case sono la metafora migliore per ognuno di noi. Andrea, infatti, in un giorno dei suoi sedici anni, si scopre un noi, un luogo di personalità multiple che, come sul proscenio di un teatro, si affacciano per reclamare spazio e condurre la loro e la sua esistenza, quando il direttore d’orchestra è stanco o sovrappensiero. In questa commedia umana a tratti poetica a tratti inquietante e nera, Favetto racconta la forza latente dei passaggi di stato, costruendo un personaggio unico e molteplice che con una vita ne abbraccia molte o forse infinite. Quelle che sono e quelle che sono state. Perché Andrea è un essere umano. Come tutti.

L’AUTORE
Gian Luca Favetto è scrittore, giornalista, drammaturgo. Collabora con «la Repubblica» e Radio Rai. I lavori teatrali più recenti sono: Le radici davanti, Fausto Coppi. L’affollata solitudine del campione e Atlante del Gran Kan: Iros, Anen, Nairat. Fra gli ultimi libri pubblicati: Italia, provincia del Giro e La vita non fa rumore (Mondadori), le poesie Il viaggio della parola (Interlinea), l’audiolibro I nomi fanno il mondo (Il Narratore), Se dico radici dico storie (Laterza), Premessa per un addio e Qualcosa che s’impara (NNeditore). Per 66thand2nd è uscito Il giorno perduto, scritto con Anthony Cartwright. Nel 2018 con Leandro Agostini ha realizzato il progetto/mostra Il teatro del mondo.

LE RECENSIONI DELLA STAMPA
https://www.66thand2nd.com/libri/287-si-chiama-andrea.asp

Carte di identità: Scrivere di sé come impresa – 25 settembre Bari

Il 25 settembre a partire dalle ore 15.30 sarò tra gli ospiti del “Mansardina Day” curato da Gioia Gottini, un evento che coinvolge molto città d’Italia.

L’appuntamento con me è a Bari, presso IMPACT HUB.

Qui il lik per iscriversi: Carte d’identità – Scrivere di sé come impresa

Vi racconterò come si può costruire una piccola grande impresa a partire dalla propria vita.

Cesare Pavese, il mio Maestro sotto la pioggia

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cesare Pavese, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  1 settembre)

Ogni volta che Cesare Pavese ha dato vita a un personaggio, anche solo ad uno di passaggio, ci siamo innamorati. Dentro ogni gesto, ogni parola, dentro ogni sbattere di ciglia delle sue “ballerine dalle cosce nude” e i suoi antieroi irrisolti c’è l’autore. Per questo è importante tendere loro la mano e portarli in giro. Come si farebbe con lui.

Cesare Pavese è nato in Piemonte, in provincia di Cuneo a Santo Stefano Balbo, nel 1908. È nato su una collina, in mezzo alle Langhe, una collina dalla quale simbolicamente non è mai sceso. Il suo è stato un guardare la vita dall’alto; sembrava sempre altrove, sulla cima di qualche pensiero inesorabile. La scrittrice Natalia Ginzburg, sua amica devota, del suo suicidio ha scritto: “Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. (…) Era più che mai presente, su quella proda della collina”. Successe in estate, il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo, l’Hotel Roma a Torino, morì ingerendo sonniferi.

La sua vita è stata una ricerca continua di se stesso. Non riusciva ad attraversare le cose, la politica, l’amore, la scrittura, il lavoro. Ci rimaneva inesorabilmente immerso. Il suo mestiere di vivere è stato quello di un veliero incagliato perennemente sulla riva. Non in grado di salvarsi da solo e incapace di chiedere soccorso.

“Per me era strano, inaccettabile che il fuoco, la politica, la morte sconvolgessero quel mio passato. Avrei voluto trovare tutto come prima, come una stanza (che era) stata chiusa.”

De Gregori lo cita in Alice: “E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’.” L’episodio è vero. Gli è successo da liceale. Si era innamorato di una ballerina. L’aveva attesa tutta la notte sotto la pioggia, davanti l’uscita. Ma lei aveva preferito l’uscita laterale e un altro uomo. Da allora, quel ragazzino è rimasto in attesa di un Amore impossibile. Ballerine, attrici, scrittrici, ex alunne l’hanno imprigionato in una sfilza di amori non corrisposti rendendolo un grandissimo scrittore ma un piccolo misogino: “Una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a un rottame. Ci riesce sempre.” Ma tutto questo Alice non lo sa.

Gli studi liceali così come l’università avvengono a Torino, sua prediletta città d’adozione nella quale ambienta molti dei suoi romanzi. Nel 1930 si laurea in Lettere, mostrando un interesse spasmodico per la letteratura e la lingua inglesi che lo conducono ad un’intensa attività di traduttore. Sarà lui a tradurre in Italia, tra gli altri: Melville, Dickens, Stein, Joyce, Faulkner. La parola per lui si consolida in un’altra lingua, l’inglese appunto, e in un’altra forma, aliena, la poesia. Pavese è poeta, “decadente sì, ma titanico”. Leone Ginzburg provò a dargli la grazia editoriale che non riusciva a trovare per via delle sue poesie, lontane dagli echi ungarettiani “di regime”. Ma non fu semplice. Anche per l’ostinata mania di perfezionismo del poeta Pavese che lascerà la poesia per la prosa – arrendendosi – come si passa dalle stelle alle stalle.

Nel 1934 viene assunto nella redazione della neonata Einaudi. Un anno dopo si dimette, poi riprenderà a lavorarci fino a diventarne un factotum dopo la seconda guerra mondiale, sempre in anticonformista polemica con l’editore. In una lettera datata 1942, scrive: “Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.”

Nel 1936, durante il suo anno di confino in Calabria voluto dalla censura fascista, viene pubblicata la prima edizione di “Lavorare stanca”. Pavese autore prende forma, fino a consolidarsi nel ’41 con la pubblicazione di Paesi tuoi. Da quel momento l’attività di redattore, traduttore e scrittore diventano riconosciute e apprezzate in modo unanime, fino alla consacrazione nel 1950 del Premio Strega.

Eppure, Pavese è fradicio d’infelicità. “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

La vita e l’opera di Pavese erano intrise di una febbre costante. La febbre di non essere abbastanza bravo, abbastanza amato, abbastanza compreso. A lui dobbiamo un modo di scrivere malinconico ma mai compassionevole. “Il segreto della vita è di fare come se ciò che ci manca più dolorosamente noi l’avessimo.” A lui non mancava niente, a noi invece manca ogni giorno.

Ave Cesare,

tutti i timidi ti salutano.

Una volta ho letto un commento che ti descrive nel periodo in cui facevi supplente nei licei vicino Torino. Avevi 25 anni e occhiali troppo spessi per sorridere: “Era un timido e per questo assumeva un’aria austera, ma aveva un’umanità ricchissima e una sensibilità addirittura esasperata. Le sue lezioni erano di una chiarezza cristallina, prive di ogni enfasi retorica e compiacimento.”

Dietro quei cosidetti fondi di bottiglia c’erano i tuoi occhi timidi, quella rivoluzione introversa che ti portò a essere incorruttibile con il Regime e mellifluo con le ragazze: Io, di suppliche, ne ho fatte qualche volta a una donna, mai ad altri.

Se dovessi affidare un manuale per ragazze innamorate ma stronze a qualcuno, lo affiderei a te. So che molte di loro non volevano te. Ma cosa tu volessi da loro forse può aiutarci a dipanare la matassa.

Tu le volevi così com’erano. Alcune mezze tonte, altre miopi, certe addirittura perfide o, peggio, già sposate. Solo che loro, amico caro, non accettavano se stesse al punto da accettare il tuo amore. Tu le vedevi veramente, anche senza fondi di bottiglia sugli occhi. Loro non sapevano chi erano nemmeno davanti allo specchio. Non erano persone, erano folle di gente. Mentre tu eri un uomo di passione, non solo ma solitario.

Caro Cesare, se potessi fare il gioco dei dieci desideri impossibili uno di questi sarebeb ricevere una lettera da te. E mi imbarazza adesso scriverne io una per te. Ho letto più volte il tuo carteggio con Bianca (Garufi): Noi siamo una bellissima coppia discorde, ci cerchiamo perché diversi. Hai indirizzato a lei le parole più belle che potessi leggere tra un uomo timido e una donna cattiva, come una volta l’hai salutata tu. Ma lei non era cattiva. Cattivo era il vostro amore. Tutti gli amori leali sono incattiviti dall’orgoglio.

Caro Cesare, il problema dei timidi è lo stesso degli artisti. Chi li mette a tacere non è come loro, cioè un puro, ma un arrogante e peggio ancora un cinico. Il cinismo di oggi ha surclassato la timidezza. Meglio essere feroci che poco disinvolti. Spero che un giorno tutto questo cinismo ci sarà utile. Nel frattempo sono convinta che anche oggi un “Pavese” ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via. Un “Pavese” vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

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