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Paolo Volponi – Il mio Maestro corporale

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Paolo Volponi. Originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 luglio)

Pur essendo un autore nostro contemporaneo, o forse proprio per questo, di Paolo Volponi si sa poco. Non si sente tanto parlare. Un’ipotesi di questa dimenticanza, grave, può essere dovuta all’immaginario narrativo di questo grande scrittore italiano. Il lavoro. L’alienazione che ne deriva. La massacrante prigione che produce dentro l’uomo.

Non prendere il lavoro come un nemico, e non farne nemmeno l’unica ragione della tua vita.” 

Nato a Urbino nel 1924 e morto ad Ancona nel 1994, Paolo Volponi appartiene ad un’italia che non esiste più. Quella Repubblica fondata sul lavoro che oggi ci appare da esso sfondata. Fa sorridere rileggerlo, un sorriso amaro, nella sue totali diatribe contro lo sfruttamento dei lavoratori, quelli delle fabbriche in particolari, oggi che lavorare è diventato un lusso che invece di ripagare si paga.

Volponi fu una mente perversa dal punto di vista letterario. Esordì nel 1948 con “Ramarro”, raccolta di poesie, molto legate per temi e visioni al neorealismo italiano: “Nelle vastissime notti io sento il rumore dell’ossatura delle cose.” La produzione poetica, raccolta dalla casa editrice Einaudi, lo tenne in qualche modo avvinghiato ancora alla vita. Abbraccio che invece si spezza completamente quando passa alla narrativa.

La vicende professionali e politiche della sua vita sono il nutrimento da cui nascono gli indimenticabili, indefessi e stolti per quanto idealisti personaggi. Personaggi d’altri tempi che credono che la differenza tra vivere e l’essere al mondo sia nella lotta per qualcosa, un ideale, uno stipendio più alto, una vita interiore libera.

Quando nel 1955 viene assunto dalla Olivetti a Ivrea, secondo il progetto di Adriano Olivetti che voleva fortemente circondare la sua azienda di menti illuminate, scrittori e intellettuali, credendo che l’integrazione dell’anima potesse stringere alleanza con l’alienazione del corpo, Volponi si dedicò moltissimo alla gestione democratica e umana delle relazioni tra lavoratori e padroni. Un ruolo che occupò dal 1972 anche per la Fiat, spostandosi a Torino.

La sua figura di uomo sano in un contesto che pian piano sarebbe impazzito, quello delle fabbriche, generò in lui una fantasia narrativa che può dirsi, appunto, perversa. Perché l’utopia è una perversione. Soprattutto quando si tratta di diritti dei lavoratori.

Negli anni olivettiani Volponi esordisce con due romanzi, “Memoriale” e “La macchina mondiale” (che gli valse il Premio Strega nel 1965) nei quali i protagonisti sono simboli dell’eccessivo ottimismo che all’epoca si poteva provare verso l’industrializzazione del Paese.

“Questo poter vedere allacciarsi la vita della fabbrica con quella di fuori è l’aspetto positivo del fare il piantone insieme a quel risentimento contro la fabbrica che consente di giudicare con tutta la necessaria acidità.
Infatti nei reparti la smania dei premi, dei passaggi di categoria e l’ambizione di essere benvoluti dai capi, portano sempre tutti a rimettere ogni giudizio, ad assumere quasi la difesa dell’interesse dell’azienda, anche contro il proprio e quello degli altri che lavorano.
Quanto sbaglia la gente, ad ogni livello, che crede di diventare una parte della fabbrica. In quel momento, la fabbrica conta per loro e più di loro; così cominciano tutti gli sbagli che si possono fare contro la propria vita. Meglio, allora, fare il piantone per scampare quell’influenza.”

Anche leggendo la vita di Volponi, ci si accorge che è ruotata intorno a un’unica ossessione. Verrebbe da dire che questa sia l’uguaglianza se una parola del genere non risultasse oggi uno scherzo del destino. Eppure, era così. “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse.”

Nel 1975 lasciò la presidenza della Fondazione Agnelli per aderire da indipendente, al PCI di cui divenne senatore a vita nel 1983. Nei tormentati mesi in cui lasciò la fabbrica, seppure non da operaio ma pur sempre da attivista, scrisse a Pier Paolo Pasolini, morto da pochi mesi, che considerava maestro e amico: “Caro Pier Paolo – scriveva il 26 agosto 1975, pochi mesi dopo la morte di Pasolini) mi aiuti, anche da lontano, con i tuoi silenzi”. Ascoltare i silenzi è un segno dei tempi antichi, a noi tocca ancora troppo chiasso.

Caro Paolo Volponi,

chissà cosa si prova ad essere uno scrittore e ad essere pagati. Non parlo dei compensi per i libri o altre attività legate al battere i tasti sulla tastiera. Mi riferisco a quel riconoscimento emblematico che deve essere di avere dei soldi per cambiare le cose. In quanto scrittore, cioè pensatore libero e onnipotente.

Ingenuamente pensavo che se uno faceva lo scrittore veniva pure pagato. Non senza lavorare, per carità. Veniva pagata, quindi riconosciuto umanamente e socialmente, per mettere una cosa piccola, il proprio pensiero, al servizio di una cosa più grande, un’azienda o una comunità o un Paese. Un contesto che del pensiero potesse fare risorsa economica e non meramente consolatoria.

Non abbiamo paura delle trasformazioni e non crediamo che vi sia un vuoto etico incolmabile tra noi e la scuola, tra noi ed il mondo del lavoro, tra noi e la società, tra noi e i vari gruppi, anche emergenti e nuovi, perché teniamo fermo il principio democratico della ricerca, che è alla base dell’insegnamento, il principio della materialità della verità e dei suoi strumenti, anche scientifici e culturali. È il principio secondo il quale la cultura non deve perdersi nelle parole e nelle proclamazioni ideologiche, ma deve entrare effettivamente nel campo del lavoro e della trasformazione e impossessarsi di tutti i termini – anche di quelli tecnico-scientifici – che derivano sempre dalla ricerca, dal pensiero, dalle capacità dell’uomo e dal suo lavoro”.

Invece. Conosco la maggior parte degli scrittori e delle scrittrici della mia generazione che la mattina, e a volte anche il pomeriggio, sono a casa propria a passare lo straccio per terra. Perché non lavorano. E se lo fanno non lo fanno in virtù della propria risorsa intellettuale. Ma perché fanno altro. Si occupano di pizze, per esempio, servendole la sera nei locali. Oppure di turismo, caricandosi nei taxi le persone. Ma nessuno, o quasi, chiede loro: secondo te questa cosa come dovremmo risolverla o quanto meno affrontarla?

Caro Volponi, com’è che se uno pensa non fa e se uno fa non pensa? Dove è finito il lavoro? Quando penso al ruolo  dello scrittore (cioè chi non sa fare e non fa altro che scrivere) oggi penso al lucernario. Un mestiere che non esiste più. Il lucernario era colui che si occupava di accendere i lampioni prima che venisse sera in città. Dava luce al buio. Quando penso al lavoro dello scrittore oggi penso a questa mansione antica e desueta perché divenuta inutile. Non c’è bisogno di pagare qualcuno per far luce. È già tutto acceso. Ed è accecante.

“Allontanarsi dalla macchina” – Laboratorio di Editing – Scuola Holden – Bari (Officina degli esordi)

Quando finite il romanzo […] mettetelo in un cassetto. Più a lungo che potete.

Un anno o più sarebbe l’ideale; ma andranno bene anche tre mesi.

Allontanatevi dalla macchina, come ordinano i poliziotti del telefilm.

ZADIE SMITH

Dal 12 ottobre al 30 novembre 2019 comincia a Bari un laboratorio di editing. Il percorso è adatto a chi ha terminato il proprio manoscritto e a chi desidera imparare a ri-leggere e ri-scrivere un testo. Tutte le info e i dettagli per le iscrizioni sono qui.

In collaborazione con Scuola Holden, Officina degli Esordi e Spine Bookstore.

Charles Bukowski, il mio Maestro solitario

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a C. Bukowski. Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 21 luglio)

Buk è uno scrittore dis-accademico. L’eroe della seconda possibilità. È la dimostrazione che la vita ti dà ragione, ma troppo spesso lo fa con grave ritardo. Di questo aspetto dello scrittore, del ritardo che ha scontato con la vita, bisogna innamorarsi ancora, ogni giorno.

Henry Charles Hank Bukowski Jr è nato il 16 agosto del 1920 in Germania (in Renania) da padre di origini statunitensi e madre tedesca. Nel 1923 la famiglia si trasferisce nel Maryland e poi in California, Los Angeles. La prima cosa che ci si domanda su Buk è che cosa avrebbe scritto se la crisi economica non avesse costretto i genitori a trasferirsi. Perchè sul fatto che sarebbe diventato un grande scrittore, anche in Germania, dubbi non ce ne sono. Ma dove avrebbe posato il suo sguardo? Cosa avrebbe raccontato dell’Europa infestata dai demoni nazisti? Quello che sappiamo, invece, è che non ci poteva essere più figlio dell’America di lui.

“Vivi in una città tutta la vita, e arrivi a conoscere ogni puttana all’angolo e metà di loro le hai già scopate. Hai il menabò, la struttura, dell’intera zona. Hai una foto di dove sei… Essendo cresciuto a Los Angeles, ho sempre avuto il sentimento geografico e spirituale di essere qui. Ho avuto il tempo di conoscere questa città. Non vedo altro posto che L.A.” Molti lo associano alla beat generation. Ma con il movimento letterario ribelle di Ginsberg e Keruac, onestamente Bukowski non c’entra niente. Non è stato un ribelle, non è stato un rivoluzionario né uno sciupafemmine. È stato un uomo solo al mondo. Un perdente, un lottatore (auto)distruttivo. La sua storia ha un lieto fine (al di là della morte di leucemia fulminante avvenuta dopo i 70 anni). Questo lieto fine è dovuto alla scrittura. Lui senza scrivere non poteva vivere e la sua disperazione, i problemi con l’alcol e il dissiparsi fisiologicamente nelle dipendenze anche sessuali, non è dovuto alla scrittura. Piuttosto alla sua assenza. Il fatto che sia riuscito a lasciare il lavoro alle poste a 49 anni, quando già a 24 aveva scritto e pubblicato senza consensi i suoi primi racconti, lo dimostra: “Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Charles Bukowski ha lasciato un’eredità di oltre mille frammenti e poesie, centinaia di racconti e sei romanzi, tutti di grande impatto sulla letteratura americana moderna. Le sue storie sono nate parassitando la sua esistenza.

Ebbe innumerevoli relazioni e due mogli: un’esperienza peggio dell’altra. Nel ’57 sposò Barbara Frye, senza averla mai vista prima se non letta nella rivista che lei stessa aveva fondato su cui lui pubblicò alcuni scritti. Divorziarono due anni dopo. Nel 1985 sposò Linda Lee Beighle, la donna che gli allungò la vita per l’amore e la devozione che gli dedicò. Insieme si avvicinarono al buddismo e alla meditazione dopo 10 anni di relazione burrascosa, narrata in “Donne” la cui protagonista, Sara, è Linda.

Come scrittore ha preso da se stesso ciò di cui aveva bisogno, il resto l’ha buttato via. Perfino la giovinezza l’ha gettata via, come racconta nelle poesie in “Quando eravamo giovani”.

Indubbiamente ha creato il suo personaggio, un tipo underground a cui non sta mai bene niente soprattutto se stesso. La cosa divertente è che non si capisce se a infastidire i suoi detrattori sia stata la nonchalance con cui reinventava la sua vita o la cinica verità della stessa.

Le critiche che gli si fanno sono legate al suo essere un autore ombelicale. Uno che ringraziava ogni giorno di bere fino a stare male, di non doversi svegliare all’alba per andare al lavoro e di non avere alcuna responsabilità. Perfino nei confronti dell’unica figlia, Marina Lousie, nata nel ’64 da Frances Smith, oggetto anche lei di una relazione poco convenzionale.

Bukowski sconta da solo i limiti di tutti, descritti con uno spudorato eccessivo atto di dolore contro la società e le sue emblematiche ipocrisie.

Dopo essere stato persino ignorato dalla comunità accademica, negli Stati Uniti, quando era in vita, la sua morte gli ha reso giustizia. E dalla seconda metà degli anni Novanta è diventato oggetto di studio e venerazione da parte del pubblico e della critica. La mancanza di accademia, ovvero la maleducazione, è riconosciuta come la sua dote principale. Per cui lunga vita ai suoi detrattori senza i quali non sarebbe esistito questo eterno “scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”.

Caro Buk,

i grandi scrittori e le grandi scrittrici fanno pensieri che le persone comuni non fanno. Per mancanza di coraggio o proprio perché la mente normalmente non ci arriva. Si distinguono per questo. Tu facevi pensieri che nella vita quotidiana nessuno fa. Questi pensieri riguardano la morte e il sesso. Due esperienze che ancora oggi corrispondono a tabù. In questo senso, per la tua capacità di pensare al di là del pensiero comune, sei stato un grande scrittore. Charles Hank Bukowski, conosciuto anche come Henry Chinaski (il tuo disperato alter ego letterario,”abbastanza folle per vivere con le bestie”) resterai un grande scrittore. E nessuno lo può negar.

Caro Buk, tu nuoci gravemente alla salute di chi scrive. Sei un pericolo vivente, anche da morto. Sei considerato il santo patrono dei manoscrittori, cioè di chi perde il suo tempo a scrivere usando la scrittura come sfogatoio e non come strumento narrativo. Eppure, non è stato così per te. Tu avevi un debito con la vita che questi tipi qui non hanno. Tu sei stato davvero un uomo solo nelle tue infinite relazioni. La maggior parte degli aspiranti scrittori, che a te si ispirano, non conoscono la tua solitudine, la solitudine dei numeri uno.

«Cosa fai? Come scrivi, come crei? Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.”

Don’t try. Non lo so quante volte ho litigato con l’attesa dello scrivere. E anche con te, dicendotene di tutti i colori. Quando la mattina mi sveglio e la prima cosa che devo fare è scrivere. Don’t try. Ogni mattina qualcuno aspetta di leggermi. Non importa cosa sia se un libro o questa lettera che ti sto scrivendo adesso, in ritardo perché la mattina la prima cosa che devo fare non è necessariamente quella che voglio. Don’t try. E sono pure fortunata a stare comoda davanti alla mia prosperosa scrivania dove nascono parole e frasi che riempiranno altre persone, svuotando me. Don’t try.

“E se fra voi c’è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va’ avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all’azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.”

Stupidamente se sono qui la colpa è tua. Stupidamente non ho ascoltato i tuoi consigli, gli unici realmente validi per chi scrive. Vuoi diventare uno scrittore? Be’, smetti subito. Oppure sanguina. Don’t try. Sulla tua lapide c’è scritto questo: Don’t try. Non ci provare, Buk. Lasciaci perdere nelle nostre parole. Lasciaci in pace. Lasciaci sbagliare e fallire e diventare pazzi e trovare la luce nel buio delle nostre storie di ordinaria follia.

“Scrivere storie fantastiche” – Laboratorio sul Racconto da martedì 8 Ottobre a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Questo laboratorio è pensato per chi si approccia alla scrittura breve ed è interessato a scoprire come funziona il mondo delle riviste letterarie italiane. Durante il laboratorio sarà possibile infatti conoscere dalla loro viva voce editori e autori delle riviste indipendenti come : EFFE, CRACK, ALTRI ANIMALI, RISME, etc.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti che saranno sempre in contatto durante il laboratorio.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima (solo per farvi un’idea):

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

DATE E COSTI

Ogni martedì a partire dall’ 8 ottobre dalle 19 fino 20.30. 12 incontri in totale. Costo 180 euro.

Dove?

Nella casa di scrittura, naturalmente.

(Ma se le sorprese e le promozioni non finiscono qui: seguite #casadiscrittura su instagram e facebook)

Invece se avete domande, scrivetemi pure: info@alessandraminervini.info
Vi aspetto!

“Una storia tutta per sé” – Come raccontare se stessi ed essere felici – 11 Novembre Bari

Date e Costi:

Una storia tutta per sé  dal lunedì 11 novembre, ogni lunedì dalle 20.00 alle 21.30, per un totale di 10 incontri.

Bari,  casa di scrittura

Il costo complessivo per i 10 incontri è di 200 euro

STRUTTURA DEL LABORATORIO AUTOBIOGRAFICO

Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Quando qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un laboratorio che corrispondesse alla mia idea di scrittura è nato “Una storia tutta per sé”. Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato. Che considero un percorso più che un corso di scrittura, un percorso in cui la lettura è protagonista.

Cosa succede durante gli incontri: 

Si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Alcuni libri che leggeremo:

Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso:

Lessico Famigliare, Natalia Ginzburg

L’arte della gioia, Goliarda Sapienza

Lolita, Vladimir Nabokov

Il mio noviziato, Colette

(Ma ce ne saranno tante altre di letture, ispirate dalle storie dei partecipanti.

Dino Buzzati, il mio Maestro fantastico

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Dino Buzzati (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 14 luglio)

“Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera [… ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.”

Scrivere storie fantastiche è stato il suo mestiere. A Dino Buzzati non è mai bastato un unico mezzo per raccontare. Scrittore, drammaturgo, scenografo, pittore, disegnatore, giornalista, inviato di guerra per il Corriere della Sera, la testata per cui scrisse per 43 anni. Autore per il cinema. Nel 1966 fu sceneggiatore con Fellini del visionario “Il viaggio di G. Mastorna”, un film mai realizzato a causa di un presagio funesto di Fellini, in pieno delirio creativo. A metà degli anni Sessanta, nel periodo di maggiore splendore, Dino Buzzati veniva definito “un uomo del 2000”.

Se l’aspetto e la prossemica denotavano un tipo d’altri tempi: fisicamente sempre al suo posto, postura compita senza accennare grandi slanci, dall’altra parte Buzzati era la mente del futuro. Il suo pensiero nuotava in acque d’avanguardia rispetto a quelle dell’Italia del Boom economico. Già alla fine degli anni cinquanta, Buzzati identificò un buco nero dentro cui la popolazione italiana sarebbe involuta: la cafonaggine per alcuni e l’eremitismo per altri.

Nato nel 1906, in un’agiata e colta famiglia bellunese di origine ungherese, è stato un ragazzo di quelli che comunemente si dicono prodigio. Già da adolescente suonava il piano e il violino, frequentava la rinomata biblioteca di famiglia a Milano, dipingeva.

Come scrittore Buzzati esordì nel 1933 con “Bàrnabo delle montagneche passò abbastanza inosservato. La consacrazione letteraria avvenne dopo l’uscita de “Il deserto dei tartari” (1940). Il grande successo lo incastrò in un’etichetta esistenzialista che lui, da bravo esistenzialista, rinnegò. Adorava mostrare il suo lato più colorato (e colorito). Più volte aveva dichiarato che il suo mestiere era il pittore: “La pittura ha il vantaggio di essere internazionale e non aver bisogno delle traduzioni.” Probabilmente tutta la sua narrativa fantastica non sarebbe esistita senza i disegni, vere e proprie ossessioni poetiche interiori: donne con gli occhi giganti e i seni minuscoli; uomini inghiottiti dai loro desideri sessuali; mostri e streghe in preda a premozioni; città tutt’altro che invisibili e molto dannate.

Raccontò la borghesia, di cui faceva parte, con il rigore di un militare. Tutti gli psicodrammi borghesi ante litteram come l’insoddisfazione perenne, il capriccio bello e buono senza dimenticare la vigliaccheria tipica dei traditori a buon mercato fanno parte del suo immaginario narrativo più riuscito.

La sua città adottiva divenne Milano senza la quale non avrebbe saputo dove posare il suo sguardo mai dritto, inquieto al punto da trasferirsi nel fantastico dove Milano una volta era scenario onirico e quella dopo “solo cemento e gesso”. Probabilmente il più grande tradimento che subì fu proprio da Milano, una città che stava cambiando troppo velocemente a scapito dei sentimenti (bruciati dalla fretta del consumo) e del legame magico tra uomo e natura. Due temi con cui (ri)scriverà il suo mondo interiore, scivolando del surreale e nel realismo magico. La prospettiva fantastica con cui creava personaggi e storie gli permetteva di vedere dell’umano nel mostruoso e viceversa.

Di Buzzati a scuola si studia l’aspetto più intimista e forse quello più noioso. Bisognerebbe invece conoscere il fanta-Buzzati che viveva in un fanta-mondo abitato da fanta-donne a cui dedicava fanta-storie. “In certi casi il lavoro giornalistico mi distrae dal vero lavoro di scrittore, ma io cerco di scrivere le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca.”

Insieme con Italo Calvino e Tommaso Landolfi appartiene alla triade di punta della letteratura fantastica italiana. Dei tre lui è il più equilibrato, l’ago della bilancia tra la percezione realistica di qualcosa e la sua trasfigurazione immaginifica. In questo equilibrio un ruolo centrale l’ha svolta l’ossessione amorosa di cui, più nel male che nel bene, Buzzati fu battitore libero. Per Buzzati l’amore è eterna malattia.

Almerina, quella che poi divenne sua moglie, sposata nel ’66 quando lei aveva 25 anni e lui 60, ha raccontato di aver invitato la vera Laide (la donna per cui Buzzati ebbe una vera ossessione, protagonista di “Un amore”) in ospedale, quando lui era sul letto di morte (avvenuta poi nel 1972 per una malattia). E quando Almerina gli chiese come le era sembrata quella donna che l’aveva fatto impazzire per tutta la vita, Buzzati rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”. Dino Buzzati è stato un uomo netto e tranchant, fino all’ultimo momento della sua vita.

Caro Dino,

tu per caso ti ricordi l’Amore?

Beato te.

Qui non si capisce più niente. Si amano tutti e si lasciano tutti. Non si fa in tempo a dire ti amo che uno dei due ha già chiuso la porta in faccia all’altro. Tradimento? Non è più mica così importante.

Non voglio sembrarti presuntuosa, mio caro Dino, ma ti dò una notizia. Se “Un amore” fosse pubblicato oggi, l’avresti chiamato “Un poliamore”. Va di moda, adesso. Amare più persone, tutte insieme contemporaneamente. L’utilità ha scavalcato il sentimento. Metti che oggi Dorigo si innamora di Laide. Domani può farlo della sua amica. Poi di sua sorella. E via via. L’io giustifica qualsiasi cosa. Anche la peggiore azione.

La differenza con il passato, quando il tradimento era sibillino, è che oggi è tutto trasparente. Con questa trasparenza abbiamo distrutto l’amore. Se Dorigo si tormentava: “Lo struggimento era tale che gli sembrava che gli venissero succhiati fuori anni e anni di vita. Ormai era un automa, un istupido automa.” Noi abbiamo risolto così: zero struggimento. Laide, la sua amica e sua sorella oggi sono al corrente di tutto. Sanno di non essere le uniche e che ogni relazione porta con sé un’altra e un’altra ancora. Se ne prisciano, si dice dalle mie parti. (Parti molto lontane dalle tue, per quanto ci sono più baresi a Milano che a Bari).

“Un poliamore” non dovresti ambientarlo in una casa chiusa. Va benissimo in una qualunque casa. Tanto: tutto vale e nulla ha più importanza. Il signor Dorigo oggi non perderebbe tempo a struggersi. Laide non mi vuole? E che problema c’è. La cancello dai social. Anzi la banno e già che ci sono esco con la sua migliore amica che tanto mi aveva aggiunto lei su facebook, sto solo reagendo a una sua iniziativa.

L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” anche qui, caro Dino Buzzati, ti sbagliavi. L’amore adesso è ridicolo. Come ridicola è diventata la fedeltà. Una presa per i fondelli. Essere fedeli è un ripiego. Una scelta che si compie offline e dunque chi se ne frega. Tanto non lo saprà mai nessuno.

“La vita invisibile di Ivan Isaenko”, l’esordio di Scott Stambach

La vita invisibile di Ivan Isaenko, esordio dello scrittore americano Scott Stambach (traduzione dall’inglese americano di Ada Arduini), è la vera storia del disastro di Černobyl’. Vera, prima di tutto perché è una storia (in parte) inventata. Secondo poi perché, pur non entrando nei dettagli del disastro, racconta un aspetto della faccenda che scuote più di tutto: la vita dopo Černobyl’.

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Oriana Fallaci, la mia musa infallibile

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato ad Oriana Fallaci (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 7 luglio)

Il 29 giugno Oriana Fallaci avrebbe compiuto 90 anni. Novanta il numero della paura. Si tratta di un caso. Eppure nemmeno con il compimento di un’età, che i più si augurano come traguardo, lei raggiunse la paura.

Nata a Firenze, nel 1929, da una famiglia militante antifascista e partigiana, “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento, fiorentina è la mia cultura e la mia educazione”, Oriana Fallaci non è mai stata bambina. Se intendiamo per infanzia quel periodo dorato in cui si accoglie la vita come un regalo inatteso e accolto da mani inesperte. Nel 1943, a 14 anni, ebbe un riconoscimento d’onore, dall’esercito italiano, per il coraggio dimostrato durante la resistenza al fianco del padre.

Forse non scelse coscientemente di fare la giornalista, quando cominciò a lavorare per Epoca, diretta da suo zio, esordendo con la cronaca dell’Alta Moda Italiana a Palazzo Pitti nel 1952. Infatti, per un lungo periodo, il suo sguardo si posò su soggetti legati al mondo dell’aristocrazia, del jet set, della mondanità italiana e americana (I sette peccati di Hollywood, 1958). Cronache molto lontane da quelle più bellicose per cui è nota in tutto il mondo.

La sua vocazione fu precoce e insistente. Era capace di raccontare le vite degli altri non dando loro voce piuttosto orianizzando le loro storie. La Fallaci imponeva la sua voce, rinominava le cose del mondo. Mutò in un modo del tutto personale l’arte del giornalismo, cambiando la percezione dei fatti attraverso la voce molto potente. Severa ma giusta, a volte sulle pagine dei giornali sbraitava. Il suo punto di vista ignorava sia il senso comune che la convenienza e la verità che raccontava spesso era insopportabile.

“Ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero”.

Famosi sono i ritratti di personalità gigantesche, artisti e politici di fama mondiale, per la maggior parte raccolti in “Oriana Fallaci. Intervista con la storia”. Nelle sue interviste leggeva nell’anima delle persone. “Non mi presento a loro come una giornalista, non li spavento. Non vado lì con la presunzione di una persona che entra in una stanza dicendo e pensando “io sono la stampa” con la esse maiuscola. Io sono una persona che parla con un’altra persona. Sinceramente curiosa. Non in modo superficiale. Io voglio veramente capire.”

Tra gli anni sessanta e settanta, la Fallaci è stata tante volte in Vietnam, negli Stati Uniti e in America del sud. Lei agiva in nome della Storia. Non sopportava essere “solo” una giornalista ma si definiva una storica. Fu zelante osservatrice delle principali guerre, guerriglie e contestazioni rischiando anche la vita. Avvenne a Città del Messico, nel 1968, durante il massacro di Tlatelolco. Portata in obitorio, lei stessa si rese conto di essere ancora viva mentre la davano per morta.

Il suo essere popolare, pur essendo molto impopolare, la rese imperdonabile. Non ha mai riscosso simpatie unanimi. E a lei andava bene così. Anche di fronte alla morte e alla malattia, non spensi il suo pensiero.

Più di una volta dichiarò che non avrebbe potuto fare la moglie di mestiere “una donna la cui vita è dedicata all’essere madre due volte. Per suo marito e per i suoi figli”. Anche se, il libro che la consacrò al mondo è legato alla maternità, quella che le mancò a causa di vari aborti che spezzarono qualcosa dentro di lei. Nel 1975 pubblica “Lettera a un bambino mai nato”, tradotto subito in 22 lingue. “Il dolore è meglio del nulla”, scrisse, dimostrando ancora una volta che non era la paura di vivere a ferirla ma al contrario l’assenza di paura, la noia era la sua più grande paura. “La paura della solitudine, della noia, del silenzio? Il bisogno di possedere ed essere posseduto? Secondo alcuni è questo l’amore. Ma io temo che sia molto meno: una fame che, una volta saziata, ti lascia una specie di indigestione. E tuttavia, tuttavia, deve pur esserci qualcosa in grado di rivelarmi il significato di quella maledetta parola (…) ne ho tanto bisogno, tanta fame.”

Cara Fallaci,

ti scrivo stasera mentre in Italia hanno liberato una donna più libera di molte altre messe insieme. Carola Rackete è tedesca, ha 31 anni, ha violato il blocco imposto dal governo italiano per salvare 42 migranti a bordo della Sea Watch di cui è capitana. Il gip ha annullato il suo arresto, in quanto ha agito per portare in salvo vite umane. In un tempo in cui combattere assomiglia a una resa, mi chiedo che domande avresti posto a questa ragazza. Perché, sono certa, la vicenda non ti avrebbe lasciata indifferente. Forse avreste parlato di coraggio, come una forma di invidia repressa per chi non ha mai temuto il giudizio di qualcuno.

Non sono sicura di averti capita fino in fondo. Vent’anni fa, in occasione del g8 di genova, anzi in seguito ai movimenti no global italiani, te la sei presa a male, molto a male, con la gioventù smidollata come la mia, incapace di sfasciare un bancomat, figuriamoci lottare dentro una rivoluzione. A Firenze, la tua città, mentre la malattia ti dissolveva, circolavano cartelli con “Meglio un Pacciani in casa che una Fallaci all’uscio.” Fino alla fine te la sei presa con qualcuno, mi chiedo come si possa guardare così bene la verità anche prima che questa esista. Perché sì, Fallaci, tu ci hai fatti neri ma caspita se, quasi a 20 anni di distanza, non avevi ragione. Non siamo stati in grado di fare alcuna rivoluzione. Noi abbiamo paura. Perchè non siamo lucidi, non siamo mai nati lucidi. Abbiamo venduto l’orgoglio, scambiandolo con la rabbia.

A chi spetta il tuo scettro oggi? A chi appartiene la verità? Se a chi tace o a chi sbraita? Non lo so, Fallaci. Non so dire chi stia raccontando il presente con la sfacciataggine che ti distingueva. Non so nemmeno quale sia la Storia odierna e chi e come un giorno la racconterà. Forse c’è un coro silente che affronta le guerre senza finire sui giornali, stando al riparo dalla facilità dell’opinione sciatta. Un coro silente che parla una lingua che noi non comprendiamo. Incapaci come siamo di andare avanti senza ogni volta tornare indietro.

#tipedaspiaggia – Ragazze e libri per l’estate

By alessandra Recensioni
Dopo il grande boom! della prima serie di #tipedaspiaggia, ecco a voi la seconda serie, spiagge e scrittrici per le vostre letture a cielo aperto. Buona lettura e buon bagno!
(Se #tipedaspiaggia vi piace, condividete citazioni tratte da questi libri, fotografati rigorosamente sulla spiaggia.) Articolo pubblicato su Exlibris20
  • La lavoratriceElvira Navarro, LiberAria, trad. Sara Papini
    (Spiaggia Capitolo, Monopoli)

Se “lavorare stanca”, il precariato anestetizza. Tra le storie che vale la pena leggere sulla precarietà lavorativa, tema abusato in quanto inestirpabile radice velenosa della società, c’è la storia di Elisa e Susana. Entrambe precarie, la prima è costretta a lavorare da casa in seguito allo sfacelo dell’ambiente editoriale; la seconda è una 44enne teutonica, che dimostra meno anni della sua età: precaria (call center) con velleità artistiche (compone mosaici ridisegnando le strade di Madrid e utilizzando i ritagli, anche minuscoli, di giornale). Sono due donne sane, è la precarietà che le rende pazze. Terza protagonista della storia è Madrid, smisurata e periferica, in cui Elisa si (dis)perde per allentare la nausea del lavoro. La lavoratrice di Elvira Navarro, per la prima volta tradotta in Italia e inserita, nel 2010, tra i migliori narratori spagnoli dalla rivista Granta è una storia che appassiona lentamente, si infila dentro come un morbo pericoloso ma inevitabile. Leggendolo sulla spiaggia di Capitolo, lunga e sabbiosa, tra le più assaltate dai turisti, ho avuto l’impressione di attraversare la quarta parete che distingue la vita dalla follia, ammesso che la distinzione sia realmente possibile.

  • KhalatGiulia Pex, Hoppipolla Edizioni
    (Spiaggia di Torre Canne).

Quando tutto iniziò mi trovavo in biblioteca. Prima furono solo canti lontani. Poi sempre più forti. Alla fine le grida e gli spari.” Khalat, passaporto siriano, nazionalità curda, è una ragazza di quasi 20 anni. In seguito alle vicende del suo Paese si trasferisce da Qamishli (Siria), dove vivono i genitori e la famiglia del fratello, a Damasco per frequentare l’università. Da questo momento la sua vicenda si trasforma in un racconto ibrido e per certi versi magico. È un romanzo illustrato ma anche un diario di viaggio. È una storia vera, ambientata in Siria, ispirato a un racconto di Davide Coltri (in Dov’è casa mia, minimumfax). “Avevo imparato sin dai tempi della scuola elementare che il curdo doveva essere la mia lingua segreta“. Mi ha colpito di questo libro il tratto delle illustrazioni (scure ma mai lugubri o scontate, i volti come annegati nei colori) e la capacità di dire tanto (guerra, lutti, partenze) in poche battute. Khalat a dispetto delle apparenze è una storia che riguarda tutti noi quando siamo obbligati e scegliere tra compromessi e incertezza. Una lettura lieve e delicata, attraversata dalla poesia (molte le citazioni di Prévert), che rende un pomeriggio sulla spiaggia meno scontato del solito.

Antonia Pozzi è stata una poetessa italiana che a 26 anni sul prato antistante l’Abbazia di Chiaravalle, a sud di Milano (città dove era nata), ingoiò un quantitativo di barbiturici sufficiente per liberarsi dalla sua disperazione e morire. La ricordano in pochi. Per questo il nuovo volume a lei dedicato è un raggio di sole che non brucia ma illumina. Nella prefazione la curatrice, Elisa Ruotolo, racconta la poetessa con parole impeccabili: “Da lei ho imparato che si può perdere definitivamente solo ciò che veramente si ama, mentre si torna e si rimedia sempre a quello che ci è caro con ragionevolezza.” Una lettura perfetta per essere distillata tra un tuffo e un altro in una piccola minuta caletta, tagliata dagli scogli e dalla vegetazione spontanea, piena di una bellezza senza trucco e piena di mistero come le parole di Antonia.

Se mia madre quel giorno avesse saputo che non mi avrebbe più rivisto, non mi avrebbe permesso di aprire l’uscio di casa. La conoscevo troppo bene. Mi avrebbe trattenuto e, se non l’avessi ascoltata, mi avrebbe legato stretto stretto, incatenato.” Musica sull’abisso è una storia magnetica, a cominciare dall’incipit. Marilù Oliva è la più brava, secondo me, a raccontare la vita interiore dei ragazzini. Sa scrivere thriller senza dimenticare di essere in Italia, senza abbandonare le sue visioni autoriali e senza caricare di inutile pathos blasonato lo schifo di cui è capace il genere umano. Soprattutto quando si tratta di minori, la meglio gioventù a cui si vuole bene, anche nel male. Il romanzo comincia proprio con la voce di uno di loro che scrive alla madre immaginando di non essere morto. Mentre le voci collegate al passato compongono una storia di sopraffazioni e ferocia, Micol Medici, adorabile ispettrice naïf conosciuta nel precedente Le spose sepolte, con il suo metodo scientifico sporcato dall’inquietudine dei suoi sogni notturni, cerca di scoprire cosa si nasconde dietro una torre di Babele di fantasmi e sangue. L’ho letto nella spiaggia più fredda della zona trovando la pace dal caldo torrido dentro un mare gelido, un abisso senza mezze misure.

#tipedaspiaggia – Ragazze e libri da leggere quest’estate

By alessandra Recensioni
Otto libri di recente pubblicazione, scritti da otto scrittrici, letti su otto spiagge. Questo è tipe da spiaggia, il passaparola delle mie letture estive che mi auguro possano essere presto anche le vostre.  Quelle che seguono sono le prime quattro tipe da spiaggia, seguiranno altre quattro la prossima settimana. Buona lettura e buon bagno!
(Se #tipedaspiaggia vi piace, condividete citazioni tratte da questi libri, fotografati rigorosamente sulla spiaggia.) Articolo pubblicato su Exlibris20
  • La straniera, Claudia Durastanti, La nave di Teseo
    (Scoglio dell’Eremita, Polignano a Mare)

Scrivere te stessa significa che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse per lasciare affiorare una specie di amore.” Mentre lo leggevo tutto di fila, sotto il primo sole dell’anno su uno scoglio a strapiombo a Polignano, mi sono chiesta: com’è che a un certo punto a una persona che scrive salta in testa di raccontare la propria vita?
Claudia Durastanti, recentemente entrata nella cinquina del Premio Strega 2019, ha scritto un romanzo bellissimo in cui “straniera” è una parola che gira come il vento. La prima volta che compare è riferita al personaggio della madre, che è il personaggio centrale della storia, sorda come il marito, eccentrica, praticamente uscita da un party dello Studio 54 se non fosse che invece è lucana, nata in un paese minuscolo di cui a stento si ricorda il nome. Andando avanti straniera diventa anche la figlia che racconta se stessa da outsider, poi straniera è l’Italia, straniera è la disabilità e infine è straniera perfino l’epoca che ogni giorno ci esula dalla vita.
La straniera è un sublime romanzo di autofiction che non specula sulla vita, ma la trasforma nel racconto di un’esistenza.

  • Libera uscita, Debora Omassi, Rizzoli
    (Riserva Naturale di Torre Guaceto, Apani)

Una donna in divisa non può sorridere.” Aperto e poi sfogliato, lasciato a prendere aria sulla lunga fetta di spiaggia di Torre Guaceto, l’ho ripreso e poi in due giorni l’ho finito. Il romanzo della Omassi è una lettura che scuote. Non è da tutti immaginarsi la ricerca della propria identità di donna dentro una divisa da soldato che livella e frena ogni squarcio di  femminilità. Non è da tutti nemmeno scriverla questa storia che l’autrice, molto lucida, una che sa il fatto suo, racconta a volte come un pugno nello stomaco e altre come un bacio rubato. “Noi donne qua dentro dobbiamo correre il doppio degli uomini. Ci umiliano per una pisciata troppo lunga. Ci guardano come se fossimo incapaci o mezze ritardate. Piccole fragili creature inutili. Ribellarsi, siamo donne Cristo Santo.
Libera uscita, titolo azzeccatissimo, ha un punto di vista insolito sulla perenne questione dell’identità femminile. Ci si chiede se una donna meriti a un certo punto di essere una donna. La Omassi risponde mostrando che la legittimazione a essere donna non deve essere ricercata più nei ruoli.  Per alcuni versi è qualcosa di unico, questo romanzo, con un taglio secco sulle cose, una scrittura snella e piccoli affondi in cui non si sprofonda ma ci si rialza.

  • Persone Normali, Sally Rooney, Einaudi, trad. Maurizia Balmelli
    (Spiaggia Torre Quetta, Bari)

Se dopo aver letto il suo esordio, Parlarne tra amici, ero quasi sicura che questa scrittrice irlandese fosse la voce che aspettavo di leggere in questi ultimi anni, ora ne sono certa. Anzi punto ancora più in alto dicendo che la Rooney è la nuova Zadie Smith. La ventisettenne Sally Rooney scrive senza voler dimostrare mai quanto è brava. Per questo lo è, brava, e anche molto. Persone normali, da cui la BBC trarrà una serie tv, è la storia di due liceali irlandesi, Marianne e Cornell, che si amano. Ma ovviamente c’è un problema. Lui è popolare, lei è middle class, insieme formano un’evoluzione cosmica e per certi versi molto più romantica di Giulietta e Romeo. Anche per questo, per l’universalità dei sentimenti messi in scena, questo romanzo riguarda tutti noi. A meno che non vi siate mai innamorati nella vita. Letto sulla spiaggia della mia città, tra una limonata e uno sguardo all’orizzonte, l’ho finito in tre pomeriggi ridendo e commuovendomi a fasi alterne. “Sa che se lei fa la spiritosa e si comporta in modo elusivo è perché vuole dimotrargli di non essere risentita. Potrebbe dirle: Mi dispiace molto per quello che ti ho fatto, Marianne. Ha sempre pensato che se l’avesse rivista le avrebbe detto questo. Ma in qualche modo lei non sembra consentirglielo, o forse è vigliacco lui, o entrambe le cose.” La Rooney ha un talento inarrivabile, quello di non limitare mai la responsabilità di una relazione a una parte sola ma di ricordarsi che la fragilità appartiene a tutti gli innamorati, ancora di più a chi non lo è mai stato davvero.

Io volevo quello che vogliono sempre le donne: sentirmi legittimata.” Chi scrive è la compagna di Jonathan Franzen, si chiama Kathryn Chetkovich e la citazione è tratta dal racconto, prima di questo libro ancora inedito in Italia, Invidia. Parla di Franzen, di quando sia maledettamente bravo agli occhi della sua donna, anche lei scrittrice ma consapevolmente meno scrittrice di lui. Invidia è una delle più belle dichiarazioni d’amore che si possano scrivere e leggere. Si può amare nell’altro ciò che non si potrà mai avere nella vita.
Non ricordo, negli ultimi anni, un’antologia di racconti fatta con una tale potenza e personalità. I racconti delle donne contiene venti voci di scrittrici dal primo Novecento ai giorni nostri, rappresenta una radiografia letteraria e umana della narrazione femminile, in cui pubblico e privato diventano le stesse questioni come, pardon monsieur, solo le donne sono in grado di concepire.
Tutte le scrittrici presenti sono tipe che nella vita non l’hanno mai mandata a dire, tantomeno a scrivere. La curatela è preziosa perché ambisce a creare una festa bellissima, come scrive Annalena Benini nella presentazione del volume, facilmente riconoscibile (ci sono la Morante e la Ginzburg, la Woolf e la Parker) e nello stesso tempo senza civetteria (leggete in proposito i racconti di Edna O’Brien, Chimamanda Ngozi Adichie e una strepitosa Nora Ephron). Le storie si possono leggere come l’evoluzione della persistenza femminile nel mondo. Ogni storia è una confessione di sentimenti indicibili come le confidenze tra donne, complesse e dunque libere, mamme amanti mogli scrittrici mai stereotipate. Non ho scelto una spiaggia per leggerlo, ho deciso di portarlo con me in più spiagge come ulteriore protezione non dal sole ma dalle ombre che – inviolabili – sorvolano – pure – la bella stagione.

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