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Pier Vittorio Tondelli – Il mio Maestro sdradicato

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore Pier Vittorio Tondelli (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 aprile)

Caro Tondelli,

mi rivolgo al giovane scrittore che è in te e che con te (forse) è scomparso per sempre. Spiegami tu: chi sono i giovani scrittori oggi? Che vuol dire scrivere e che vuol dire giovane scrittore? Sono tempi in cui faccio confusione e non capisco se sia più pericoloso essere giovani o essere scrittori o entrambe le cose.

Dove cercheresti oggi le scritture giovanili? Chi leggeresti tra i giovani autori e le giovani autrici italiane? Che consigli di scrittura daresti?

Un’idea, caro Tondelli, me la sono fatta. Tu che per me sei la sibilla, la sfera di cristallo, la lettura incontestabile di un giro di tarocchi. Oggi ciò che hai detto al riguardo più di 30 anni fa, in un’intervista uscita su Linus nel 1985, vale ancora e anzi vale doppio:

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»

Quando una volta ti hanno chiesto perché scrivi?, tu hai risposto: “perché leggo”. Confesso che è stato lì che ho capito di amarti, dall’estrema sintesi di una risposta che rivela una filosofia, solo un genio trasfoma un’azione in una verità eterna.

Giovani scrittori, non dovete scrivere cose giovani dovete avere sguardi giovani. Lo sguardo è giovane se è autentico, sincero e perfino stronzo. Uscite dalle vostre classi, smettete di imparare le regole, ricominciate a leggervi dentro.

Essere giovane e scrivere per te hanno rappresentato lo stesso tempo nnel medesimo spazio, una inesorabile condizione naturale. Non faccio che pensarci. Scrivere non dovrebbe essere esperienza, dolore, accettazione, consapevolezza? Giovinezza non è esattamente la negazione di tutto ciò? Dipende dallo sguardo. Dove posavi il tuo sguardo, scoppiava una rivoluzione: dentro un palazzo, in una piazza, sul palcoscenico, in un fumetto o nei versi di una band inglese. L’amore specialmente, per te è stata la rivoluzione più importante. Lo sguardo necessario per trasformare la gioventù in età adulta, lasciando dietro l’ingenuità di sentirsi unici e provando a rendere unica un’altra persona.

Alla fine di “Camere separate” (manifesto dell’amore moderno che dovrebbe essere letto in tutte le scuole nell’ora di lettere ma anche di religione e di educazione civica) c’è il verso di una una canzone che dice, più o meno, che quando ci si innamora finisce la giovinezza. La canzone si intitola “Break up the family” e la canta il nostro adorato Morrissey, il verso è questo:

I’m so glad to grow older

To move away from those darker years

Oh, I’m in love for the first time.

Tu l’hai lasciato a noi, in eredità. Ora noi lo dedichiamo a te, giovane scrittore innamorato delle parole, con gratitudine.

RITRATTO

Ritratto di una scrittore da giovane: Pier Vittorio Tondelli, l’autore che ha inventato la meglio gioventù della scrittura

Nonostante si sentisse ispirato dalla Beat Generation americana, Jack Kerouac in particolare, Pier Vittorio Tondelli è stato il primo scrittore post moderno italiano. Non ha copiato i canoni letterari di nessuno, li ha anticipati. Possiamo considerarlo, giocando con l’iperbole tanto cara allo stile postmoderno, un David Foster Wallace italiano ma ancora più grande del grandissimo Wallace: Tondelli l’ha addirittura anticipato. Ha anticipato la scrittura frammentata e citazionista, ha anticipato la poetizzazione del profano, ha anticipato la narrativa autoreferenziale rendendola un Sacro Graal: un racconto leggendario che dona conoscenza e vita eterne.

Nato vicino Reggio Emilia, a Correggio, nel 1955, Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore molto amato dalla sua generazione e contemporaneamente criticato da quella a lui precedente. Non è da considerarsi una penna fastidiosa, i suoi libri non davano fastidio. Dicevano la verità, messianici per certi versi e satanici per altri. Non può essere un caso il fatto che, come tutte le personalità visionarie, sia compreso meglio oggi del suo tempo. Soprattutto dai più giovani. I suoi personaggi, portatori sani di ideali giovanili, affollano le pagine dei social; su instagram è uno dei più “quotati” autori: le citazioni tratte dai suoi libri ricevono più like di un bestseller (italiano) attuale. Tondelli è un cult, uno stracult. Tondelli questo amore eterno lo merita, scrivendo ha dato tutto se stesso. Ha vissuto più nelle sue pagine che nella vita. Non è detto che sia un bene, di certo è un merito e va riconosciuto. Dare ai lettori, nei propri libri, pezzetti di sé; rendere il particolare universale; intercettare il dolore degli altri attraverso il proprio è il modo in cui Tondelli faceva letteratura. Spremendo la sua vita.

Tutte le opere, poco più di una decina tra romanzi, raccolte di prose e di racconti e un testo teatrale, sono ispirate a se stesso. In ognuna di esse si può dire che non ci sia nulla di nuovo, se non una cura particolare per l’espressione e la riscoperta di alcune tecniche narrative tra cui la digressione, la citazione e il richiamo. Non c’è nulla di nuovo a parte il modo di raccontare, lo sguardo a mitraglia sul e nel mondo che PVT ha reso unico (potreste trovare questo acronimo al posto del suo nome: PVT che oggi è più noto come acronimo di MESSAGGIO IN POSTA PRIVATA. Questo lo rende ancora più adatto, trasfigura Tondelli dentro un pensiero che merita importanza, lontano dal clamore della piazza virtuale proprio come un messaggio in privato).

Nella scrittura di Tondelli la propria nevrosi si erge a sistema, senza mai diventare isteria. Le sue opere sono legate al contesto in cui lo scrittore agiva: la piccola minuscola provincia italiana in cui un ragazzo, attivista cattolico, allievo di Eco al Dams di Bologna, si innamora degli uomini. La provincia per lui era quel non luogo di fronte al quale le scelte diventavano due: fuga o rivoluzione. Tondelli scelse la seconda, attraverso la sue storie rese la provincia meccanica una dimensione sovversiva che dava voce agli emarginati: tossici, gay, trans, marchettari, poeti. Tutti giovani. Quella della giovinezza è stata la sua fissa. Tanto da diventare uno dei primi scrittori a scoprire talenti attraverso il lavoro editoriale e le riviste letterarie. È stata sua l’idea del progetto Under 25 che dal 1985 al 1990 ha scoperto giovani scrittori (alla ricerca risposero centinaia di autori inediti) che poi furono pubblicati, in tre antologie, con la casa editrice Transeuropa. L’iniziativa, avanguardia pura in Italia, trovò espressione nella raccolta di scritti “Un weekend postmoderno” in cui Tondelli sottolinea che pubblicare non deve essere il fine della scrittura, il fine della scrittura è scrivere bene: “Non abbiate paura di buttar via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita da un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando sarete già in pieno romanzo“. Il successo della ricerca di talenti fu immediato, a Tondelli si deve il battesimo letterario (tra i molti) di Gabriele Romagnoli, Silvia Ballestra e Giuseppe Culicchia.

Se è vero che dentro la scrittura di qualcuno si legge il suo destino, dentro quella di Tondelli c’è scritto: gioventù bruciata. Quando è morto, nel 1991, aveva soli 36 anni. L’articolo che ne annunciava la morte si intitolava “Breve storia di un libertino”, limitando il senso di libertà che lo scrittore ha raccontato, anche come giornalista: non libertà di vagabondaggio ma senso di sradicamento. Tondelli è stato uno scrittore sradicato, non senza radici ma capace di mettere radici ovunque. La sua morte, per AIDS, non si deve all’omosessualità ma ai tempi in cui lo scrittore ha vissuto. I feroci e fanatici anni 80 di cui è stato figlio prediletto e maledetto, senza potersi mai trasformare in genitore. Eppure oggi se fosse vivo, avrebbe 64 anni, sarebbe il padre putativo di gran parte della meglio gioventù delle lettere, quegli altri libertini rimasti orfani delle proprie radici.

Anna Maria Ortese: la mia musa piena di grazia

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 20 aprile, dedicato alla scrittrice Anna Maria Ortese

Cara Anna Maria,

il tuo cognome, da sempre, per me è diventato un aggettivo femminile singolare. Ortese è qualcosa che ha un corrispettivo nel mondo reale: indipendentemente da te, imprescindibile da te. Per me Ortese significa piena di grazia.

A chi mi chiedesse: “Com’è stata la passeggiata sulla spiaggia?”

Risponderei: “È stata Ortese.”

E ancora: “Come hai trovato l’ultimo libro di quello o quell’altra?”

E io: “Ortese, mi è sembrata una storia molto ortese.”

Qualcosa è “ortese” se è un’esperienza piena di grazia, la stessa grazia che tu ci hai messo nella scrittura.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per te Anna Maria provo amore devoto da scrittrice. Ti voglio bene, sei un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante, quando non lo fa, mi manca e mi spezza. Le nostre parole dialogano in una direzione comune: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici nelle storie che inventiamo. Scrivendo fuggiamo, in cerca di un riparo dalla realtà.

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Questo riparo non è un rifugio o un eremo, non è una stanza tutta per sé. La stanza l’abbiamo arredata da un pezzo. La consapevolezza di vedere altrove e oltre attraverso la scrittura è uno spazio immaginario e possibile con le parole. Sono le storie che scriviamo a darci spazio. Questo spazio è – proprio – la scrittura.Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

La tua idea di “tornare a casa” scrivendo ce l’ho incollata addosso, l’ho scritta sui muri del mio appartamento con il pennarello indelebile. Perché se è vero che scrivere è tornare a casa allora è vero, soprattutto, il contrario: non scrivere è non stare in nessun luogo, non scrivere è non essere. Quando scrivo io esisto, quando non scrivo non lo so. Mi perdo.

Leggendoti, penso: ma chi sei tu senza la scrittura? Non sei stata, mi rispondo.

Ti ho scoperto tardi, cara Anna Maria, ero donna e adulta, già schiacciata dalla mancanza di verità nel mondo. Ti ho trovata in un mercatino delle pulci, poco meno di dieci anni fa. Il cardillo addolorato è stato il nostro primo contatto. L’ho letto, non ho capito tutto. Questa mancanza di comprensione totale mi è bastata per amarti e, in quanto innamorata, per sentirmi ogni giorno meravigliosamente meno di te. Meno giusta, meno grata, meno profonda, meno Ortese.

Tu sei visione pura. Sei spostata più in là rispetto al senso comune; la tua forza sta nella diversità che è stata la tua salvezza.

Le tue parole sono stelle cadenti che si posano sulla pagina e scrivono storie. Ogni volta che le leggo, immersa nella loro luce, esprimo desideri. Desideri di riconoscere ciò che non sono; desideri di attraversare storie quotidiane rendendole piene di grazia, più simili a una preghiera ascetica che a una confidenza tra amiche.

RITRATTO

«Io sono una persona antipatica. Sono aliena, sono impresentabile. Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare. Io sono in contraddizione continua con me stessa.» Due anni prima di morire, nel 1996, Anna Maria Ortese rilascia a Goffredo Fofi (per Linea d’ombra) un’intervista dove si racconta come colei che “non sa cosa ha voluto, né chi è”.

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914; suo padre ha origini siciliane e sua madre è napoletana. Nel 1915 il padre si arruola nell’esercito della Grande Guerra e si sposta con la famiglia in Puglia,Campania,Basilicata e in Libia dove Anna Maria trascorre tre anni insieme ai genitori, i cinque fratelli e l’adorata sorella. Il deserto metaforico e non, il sud del mondo, nutrono l’immaginario alieno dell’autrice. La mancanza di identità ne condizionò pensiero e opera, rendendola una delle scrittrici stravaganti italiane, come quelle cugine o zie lontane che alle feste comandate raccontano storie incredibili a cui nessun parente, dopo un po’, dà più retta.

Nel 1928 si trasferisce a Napoli, dove intraprende gli studi da autodidatta senza frequentare circoli ufficiali. Tempo dopo all’amico poeta, Dario Bellezza, in proposito scriverà: “Spiegarti questo orrore segreto di partecipare alla cultura italiana di buon livello – è impossibile. Sai, sarebbe come rientrare malvestiti e invecchiati in una casa di potenti – dove tutti sono sempre vestiti in modo impeccabile, e soprattutto sono rimasti gli stessi”.

Nel 1933 viene colpita dalla perdita del fratello Manuele, un dolore che la spinge a rinchiudersi nella scrittura; scrivendo ritrova se stessa, seppure a frammenti. Da questa sofferenza inaccettabile nascono le sue poesie (pubblicate da Empiria) a cui segue l’opera prima, Angelici dolori, nel 1937 l’anno in cui perde il secondo fratello Antonio, suo gemello.

Il suo rapporto con la scrittura è mimetico, una seconda pelle che si cuce addosso nella disperante aspirazione di essere amata e ricevere il riconoscimento di cui invece sentirà l’assenza anche dopo i primi successi: “La perla è la malattia dell’ostrica. Scrivere è una malattia; mi costano molto queste cose luccicanti che cerco di costruire.”

Se crediamo in una distinzione netta tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo giusto tra le due pulsioni che animano il dietro le quinte della creazione letteraria. Questa sua riflessione mostra bene lo sguardo sul mondo: I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco”.

Il suo cuore scriveva esule e privo di appigli, strappato a morsi dall’esistenza. (Come altro può sentirsi chi non oscura le proprie nevrosi?) Non bisogna, però, considerare il dolore il suo talento narrativo, il talento della Ortese è la visione. Oggi, leggendola, si impara a guardare la vita con un’eleganza naturale come quella della sua prosa. Italo Calvino la chiamava «zingara assorta in sogno». La prosa della Ortese sogna ma non dorme. Le sue storie, legate ad un immaginario fiabesco, sono tragicamente vere. Tra gli autori che la ispirano c’è Giacomo Leopardi (Sua è l’immagine del genio leopardiano come “giovane favoloso”) ed Hemingway: “un pezzo di mare e di vento, un pezzo di cielo, e una fitta di sole”.

Dietro la pacatezza, a cui comunemente viene associata, traspare una rabbia fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che la rende una Cassandra, mille spanne sopra tutti. Nel 1955 seguì il Giro d’Italia, di cui scrisse con tenacia e ardore, partecipandovi con il capo coperto da un foulard per ripararsi dai curiosi che commentavano scettici la presenza della prima scrittrice al Giro.

Quando nel 1967 vince il Premio Strega, con il meno interessante “Poveri e semplici”, dichiara di accettarlo per soldi. Quella dei soldi è una mancanza predominante che la ossessiona. Dopo lo Strega finalmente compra casa e sceglie Rapallo come esilio volontario, dove vivrà con la sorella fino alla morte nel 1998.

Anna Maria Ortese nelle rare foto che la ritraggono appare spesso con gli occhi invisibili dentro gli occhiali scuri. Quel suo sguardo, pieno di pudore, con uno spessore protettivo in meno degli altri, smosse prodigiose lotte sociali ante litteram. Fu un’attivista animalista, battendosi contro la vivisezione e la caccia non risparmiò critiche feroci a personaggi falsamente progressisti. “Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni.”

Umile con gli umili, intollerante con i padroni. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere una persona. Questo suo essere umana l’ha resa la dea delle piccole persone.

 

L’ESORDIO DI ANNA MARIA ORTESE SU EXLIBRIS20

By alessandra PER UNA LIRA

Cosa possiamo imparare oggi dall’opera prima di autori e autrici del passato? L’esordio di Anna Maria Ortese è una raccolta di racconti, Angelici dolori, uscita nel 1937. La raccolta, pubblicata all’epoca da Bompiani e fortemente voluta dal critico letterario Massimo Bontempelli, rappresenta un’esperienza aliena che la stessa autrice così descrive: «Fare possibile, anzi normale, semplice, l’impossibile». Se l’avesse proposto oggi, questo libro, nessuno l’avrebbe pubblicato o, ancora peggio, pochi lettori (forti e deboli) l’avrebbero amato.

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Goliarda Sapienza: la mia musa lavica

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 13 aprile, dedicato alla scrittrice  Goliarda Sapienza

L’odore dei limoni – Lettera per una scrittrice

di Alessandra Minervini

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono.

Ti considero un’amica non una maestra, un’ispirazione personale che tengo per mano o in tasca e che porto dovunque e dovunque ti conduco mi danno retta. La tua scrittura è un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Quello che mi ispira di te, sei tu.

Mi vieni spesso in mente. Tu, che da ragazzina, al cinema Mirone sognavi di essere come l’attore Jean Gabin, a cui tutto era concesso in quanto uomo. Anche a me capita di sentirmi non all’altezza. La mia autonomia (letteraria) provoca un certo scioccato fastidio. Il compagno di una vita non vuole condividerti con le Lettere.

Come reagisco? Fottendomene. Un po’ come facevi tu.

Mi chiedo: ma è vero che io, in quanto donna, devo dimostrare di essere più brava? La mia risposta è NO. Non voglio essere una donna che si mette da parte, ma non voglio nemmeno sentirmi in competizione. E non voglio nemmeno fare come le donne che escludono gli uomini. Osservo festival dedicati solo alle donne, ai quali partecipare mi crea un po’ di imbarazzo. Io quando parlo, parlo tanto di uomini. Scrittori che mi ispirano o personaggi maschili a cui devo molto. Se ti ho letto, Goliarda, lo devo a un uomo. Era il 2005, vivevo a Torino e uno dei miei docenti mi passò una versione ben consumata de “L’arte della gioia” (ancora nell’edizione Stampa Alternativa). Me la passò come una molotov. Nel personaggio di Modesta ho trovato tutto: cibo e fame, luce e giorno, mare e pioggia, anche una femmina.

Una femmina che, come te nei tuoi diari, non ha paura di occuparsi della casa, di stirare lenzuola. Si dice: se sei ovunque, sei chiunque. Tu invece hai scelto dove stare e chi essere, tu hai scelto chi amare: la scrittura. “Non sono più giovane, non ho tempo. Devo scrivere.” Così rispondevi a chi ti proponeva questo o quell’altro circoletto. “No, non sono una donna che si guadagna la vita, sono una donna che guarda dalla finestra e ha una camera per se stessa. Vi ripugna? (…) Sono libera e questa libertà la voglio far fruttare”.

Allora ti chiedo: se oggi non è la possibilità di essere libere che manca, perché non fare qualcosa di completamente nuovo invece di spadroneggiare nel vecchio?

Magari, per una volta, qualcosa invece di accadere: cadrebbe giù. Giù i silenzi, giù le parrocchiette, giù i soliti giri, giù le solite lagne, giù le guerre tra poveri. Ci vuole una bella caduta. Non una caduta di stile ma una caduta per un nuovo stile: “Sono caduta tante volte, eppure eccomi qua, in piedi, che ti scrivo. Anzi ultimamente sono venuta alla conclusione che le persone che non cadono, in realtà è perché non stanno in piedi”. Anche io cado, cara Goliarda.

Inventiamo una nuova visione letteraria, un nuovo sguardo e chiamiamolo: Alle cadute di tutte le guerre. Nell’attesa come te “stiro lenzuoli”, cerco la pace e l’odore dei limoni.

RITRATTO DI GOLIARDA – UNA DONNA LAVICA

Sai come sono fatta – aveva detto ad una conoscente tre giorni prima di morire – è possibile che scompaia per un po’ per poi tornare all’improvviso”. Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924 ed è morta a Gaeta nel 1996; è stata un’attrice e poi una scrittrice, è stata una donna alla ricerca di un’identità vivacemente irripetibile.

L’infanzia siciliana, che racconta in “Io, Jean Gabin”, fu segnata dai due eccentrici genitori. La madre, la lombarda Maria Giudice, fu la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino e una delle prime a portare avanti le protobattaglie sulle questioni femminili; il padre, Peppino Sapienza, fu un avvocato sindacalista catanese detto “l’avvocato dei poveri”, tanto influente nella formazione della figlia al punto da non mandarla a scuola come gli altri, quando gli altri erano i Balilla. Così Goliarda la vita la imparò dalla vita: per le strade di una Catania malfamata e ambigua, in mezzo alle chiacchiere di pupari e intrecciatori di gelsomino, al cinema Mirone. La sua è una Sicilia fatta di visioni bizzarre, immerse in un’umanità impastata di passionalità bestiale.

I genitori, figure cruciali, li amò tantissimo e molto da loro venne influenzata, crescendo come creatura libera. Gli stessi genitori, che non si sposarono mai e che ebbero Goliarda in tarda età e in seguito alla precoce morte del primogenito (Goliardo) a cui probabilmente la scrittrice fu sempre legata in un immaginario cordone ombelicale, la spronarono a lasciare Catania per trasferirsi a Roma. Qui, era il 1943, studiò al Centro Sperimentale e nel 1947 conobbe il regista Citto Maselli con cui ebbe una relazione more uxorio, lunga quasi 20 anni. La prima parte della sua vita romana fu caratterizzata da una certa mondanità, sempre austera come il suo sguardo, che la portò a calcare palcoscenici teatrali noti e a girare film d’autore con Visconti, Blasetti, Comencini e Zavattini.

Ma le mancava qualcosa. Una mancanza che esplose con la morte della madre, nel 1953, dalla quale Goliarda non si riprese mai del tutto. A parte scrivendo. Fu proprio per l’amore di figlia che, persa la madre, non sapeva dove far fluire, che Goliarda fece la scelta che le cambierà definitivamente la vita: scrivere.

Dovete immaginare, se non l’avete mai letta, una scrittrice che non basta a se stessa. Il suo sguardo si fa parola e fuoriesce dalle cornici stabilite, con la consistenza della lava di un vulcano in evoluzione. Un vulcano che si spegne solo per ricaricarsi, meglio, della materia di cui si compone e riemerge in forma di lava, mai uguale a se stesso. Questo processo di malattia e guarigione avviene attraverso le parole, Goliarda fu salvata dalle parole.

“Una delle tappe d’obbligo che la vita ci impone: quella di essere abbandonati o abbandonare” è un karma che poi ha scontato nella vita, lottando. Goliarda è stata una donna militante: una lotta che non ha a che fare con la militanza politica. Lei ha lottato per rimanere se stessa, esprimendo una soggettività per l’epoca audace e addirittura più all’avanguardia delle femministe “di regime”. Per farlo è passata dalla povertà, dalla lascivia, dall’amore e dalla solitudine. Ma mai nella vita, almeno da quanto si legge, ha desiderato muovere qualcuno a compassione, pur essendo una delle scrittrici italiane più a lungo dimenticate. Nemmeno quando, per disperazione, rubò dei gioielli a casa di alcune amiche Goliarda intenerì nessuno e scontò la pena a Rebibbia nel 1956. Un’esperienza che ispirerà “L’Università di Rebibbia” (1983), romanzo autobiografico in cui non si risparmia.

Per L’arte della gioia, sua opera simbolo finito nel 1976 (dopo 10 anni di lavorio fisico e intellettuale) Goliarda rinunciò testardamente a tutto. Ma perse. La storia di Modesta vide la luce in un’edizione completa solo nel 1998 grazie a Stampa Alternativa, quando ormai la scrittrice era morta e per merito del suo ultimo marito, Angelo Pellegrino. L’opera viene apprezzata con la riedizione Einaudi nel 2008, solo allora lettori e lettrici italiane conoscono un’eroina letteraria che racchiude una buona parte di noi, Modesta. La storia di Modesta fa parte di quel modo di essere che normalmente seppelliamo, con tutta la testa, dentro la sabbia. La vergogna, la cattiveria, la solitudine, l’ipocrisia, la viltà. L’arte della gioia contiene le debolezze umane e le esalta. E questo, soprattutto se si scrive, deve ispirare. Sempre. Quelle de “L’arte della gioia”, non furono donne di crinoline ma donne di rovine.

Goliarda morì, a 72 anni, ma fu ritrovata tre giorni dopo dalla dirimpettaia il 30 agosto del 1996 a Gaeta, il luogo dove vide la luce e il tormento la sua Modesta. Sulla lapide, a Gaeta, c’è una sua poesia, che evidenzia cosa fu per lei l’essere al mondo:

“Non sapevo che il buio non è nero/che il giorno non è bianco/che la luce acceca/e il fermarsi è correre ancora di più”.

Leggendo Goliarda Sapienza si ritrova un antico o un futuro legame. Forse è questa l’arte della gioia che lei cercava, l’arte di diventare artefici dei nostri desideri.

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