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Laboratorio di editing: “Allontanarsi dalla macchina” – La Scuola Holden a Bari

By alessandra Uncategorized

Ad Aprile comincia la nuova edizione di . Il laboratorio di editing (in collaborazione con la Scuola Holden dove spegniamo la che oscura le vostre bozze e i manoscritti.

Cosa può succedere nella pagina di un romanzo? Tutto. Questa è la meraviglia. Ma per farci entrare quel tutto, scrivere può non essere sufficiente. L’editing è la ricerca di quelle “lame di luce” che uno scrittore non vede; l’eliminazione di quell’“alba lattiginosa” che è meglio non spunti mai. Insomma, perché nella pagina possa accadere la meraviglia, è necessario che qualcun altro la osservi, prima di riscriverla. Per vedere oltre una storia, cioè lavorare con l’occhio vigile di un editor, bisogna sapersi allontanare dalla pagina e ripensare con uno sguardo estraneo quello che si è scritto o quello che qualcuno ha scritto.

In questo laboratorio si imparano gli strumenti per valutare un testo narrativo attraverso pratica e teoria, non solo analizzando testi di altri, ma lavorando anche sui propri scritti (difficilissimo!); impareremo così a distinguere la passione per la scrittura dalla necessità delle parole che devono restare sulla pagina, eliminando tutto ciò che è superfluo (anche se ci siamo affezionati).

Per le iscrizioni: qui

“Le Lunarie” di Ines Regina – Dopolavoro Letterario n. 31

Le lunarie è una storia affettiva. Ines è una ragazza ventenne che, dopo un periodo di cure in sanatorio, lavora per un anno in montagna, in una casa di vacanze che si chiama semplicemente Hotel: si occupa dell’andamento generale, all’accoglienza degli ospiti e di questioni pratiche. Il direttore della casa, Vittorio, è un signore aristocratico, meticoloso, attento, e la simpatia immediata tra i due diventa attesa di qualcosa.  Ines Regina non esiste, questa è la sua storia raccontata in prima persona. (Foto dell’autrice, stralcio preso dal romanzo in cerca di casa editrice.)

Ines 17 settembre 1972

Non volevo sembrare una sfollata ma alla fine ho fatto quell’impressione, sul treno, quando il controllore è venuto nello scompartimento a chiedermi se avevo bisogno di aiuto per scendere, con tutti quei bagagli. È l’essiccatore, ho detto, per i fiori. Ho stipato la mercanzia in un borsone, nello zaino ho messo il guardaroba e l’essiccatore lo porto sotto il braccio, una cassa rettangolare con i cassetti e le ventole di lato, ingombrante ma leggero, la batteria pesante ce l’ho in borsa. Alla partenza, a Torino, il cielo era pallido, ho messo i ganci alle finestre in veranda, ho tagliato gli Amarillis che erano cresciuti lunghi e sottili, senza luce da tre mesi, ho rasato tutti i vasi e sono partita. Sul taxi ero perfino euforica dopo una notte a scrivere lettere (a Claretta del preventorio, a mia sorella) dicendo loro che possono venirmi a trovare all’Hotel e sperando però che nessuno di loro lo faccia, neppure l’amica di Villa Cara. Pensavo che non ci saremmo mai lasciate, e invece.

Alla stazione di Salbertrand è cominciata a scendere una pioggerella mista a fiocchi. Il treno si è fermato per parecchi minuti, ho sentito martellare sulle ruote del treno vicino, poi ne è passato un altro senza fermarsi e poi finalmente il mio si è mosso e allora ho cominciato a sistemare le cose davanti alla porta di uscita: alla mia stazione sono scesa scaricando e risalendo sul treno due volte. Pioveva aghetti di neve.

Bartolo con un eskimo e le galoche mi aspettava nel piazzale con la testa ricciuta piena di brillantini di pioggia ghiacciata e un sorriso gigantesco. Con l’Ape siamo saliti lentamente per una quantità di curve, le cose le abbiamo caricate nel cassone, la neve fine e rada sembrava arrivare dal lato, contro il finestrino triangolare e non dall’alto, minuscoli fiocchi che diventavano scuri contro il vetro.

Prima di arrivare all’Hotel c’era già un piccolo strato azzurrino sui prati mentre sulle gobbe del terreno si intravedeva ancora il verde chiaro dell’erba. Ero contenta anche se a ogni tornante mi beccavo nel fianco il gomito di Bartolo -ha detto mille volte Scusa- e mi è venuta anche voglia di vomitare. Mi sento molto stanca.

L’Hotel intonacato color salvia si presenta alla nostra destra contro il cielo bianco spesso, due piani e una torretta piena di finestre, al primo piano un lungo balcone con la ringhiera di legno. Davanti alla casa c’è una struttura di rete con sopra il tetto ondulato e poi una casetta tipo cuccia di cane, e anche una specie di capanno di alluminio – un’idea di costruzioni temporanee che poi sono rimaste fisse, credo.

La prima notte è cortissima nella camera quattordici che sarà la mia per un anno, sono le sei di mattina, fuori c’è una spanna di neve che brilla azzurra. Mi alzo subito, non sono mai riuscita a stare nel letto, sveglia; a Villa Cara uscivo dalla camera e andavo a lavarmi i denti sperando di incontrare qualche mattiniero. Mi raccolgo veloce i capelli in uno chignon davanti allo specchio che mi sono portata da casa e che ho appeso alla maniglia della finestra. Quello del bagno è incassato tra due armadietti neri e la luce della plafonière è scarsa e gialla. La camera dà sul costone, c’è il parcheggio, la strada che sale, uno chalet un po’ più in alto. Un boschetto rado di larici e cespugli di rododendri e brugo, credo, sotto. Ai lati delle orecchie metto le mollette.

Al pianterreno la scala arriva davanti al bar: la Faema è accesa ma nessuno in giro. Esco, costeggio l’Hotel a sinistra, passo davanti ai vetri cattedrale (una Cappella per pregare?), scendo degli scalini abbozzati nel terreno, con la neve che mi scricchiola sotto: il paese è lì in basso, tutte le case sembrano uguali sotto la coperta bianca, il campanile e la chiesa sono a sinistra e un condominio alto, brutto, vicino, un albergo, credo.

Arrivo al pollaio, le galline sono strette tra di loro e chioccolano. Una si spaventa della mia presenza, sbatte le ali e vola a terra starnazzando e sollevando una quantità di polvere e mangime. Un’altra fa un verso arrabbiato ma non si muove poi tutte si calmano. Mi appoggio al palo e le guardo: sopra le loro teste ammucchiate, sul muro, passa la luce dei fari che arriva dalla strada, scivola dal soffitto alla parete e poi sparisce. Un altro fascio di luce, arriva, fugge. Si avvicina un cane che mi annusa e poi si allontana, cerca tra la neve e fa pipì due o tre volte, lasciando dei buchi. Un fischio lo fa correre all’impazzata dall’altra parte della casa.

Neanche dieci giorni fa spostavo la sislunga, la mia sedia a sdraio, in un solarium caldo come una serra di orchidee e ora sono qui nella neve.

In pianura è passata la primavera e io quasi non l’ho vista per la malattia e anche l’estate se n’è andata tra le viti del preventorio e ora che si stava vendemmiando già l’uva bianca, io mi sono spostata nell’inverno, in montagna. I problemi ai polmoni, l’ospedale, la lombare per ridurre i danni della pleurite, le cure, cura d’aria si chiama, l’olio di fegato di merluzzo, al mattino, con tutta la nausea che saliva insieme al gusto di metallo del cucchiaio. Adesso sono davanti alle galline in un pollaio che mi guardano con i loro occhi rotondi e sbattono le palpebre piene di rughe, e davanti ho una montagna innevata, e anche sotto i piedi.

La mia sislunga era la seconda a destra della terza fila, tutte le sedie ordinate in una formazione orientata verso il sole che nell’ultimo mese era intermittente. Ogni minuto di sole non deve essere sprecato a Villa Cara. Tutti ogni mattina e ogni pomeriggio ci sdraiamo, chiudiamo gli occhi e aspettiamo che passino due ore prima di poterci alzare e sgranchirci le gambe. Io e la mia amica chiacchieriamo con gli occhi chiusi e poi di nuovo quando torniamo dopo aver preso il tè che ci portano con il carrello, e anche due fette biscottate, casomai, e un cucchiaio di latte condensato strizzato dal tubetto. Chiacchiere a occhi chiusi e giornali da sfogliare, dopo cena, nelle salette che alla mattina sanno di verdure cotte e la sera odorano di Vicks Vaporub. Anche le camere sanno di menta, i letti sono vicini, attaccati a un comodino di laminato. La finestra ha una catenella che impedisce l’apertura, d’altra parte in camera si può andare solo alla sera per dormire, che poi si dorme poco con tutto quello stare sdraiati durante il giorno.

Sotto le coperte ho letto tutti i romanzi di Cronin che ho trovato nella biblioteca, ho letto due volte La Cittadella con la storia con Christine e la malattia come la mia. Devo stare attenta ai rumori e subito spegnere la pila: a qualche ora della notte il direttore del collegio passeggia nei corridoi e parla sottovoce con l’infermiera notturna, viene con il suo cane, un barbone marrone che corre e scivola sul marmo.

Mi trovo le galline tutte vicine, al di là della rete, le conto, tredici. Non ho sentito arrivare Bartolo, me lo trovo a fianco.

-Fa freddo, andiamo su.-

Gli dico che mi piacciono gli animali con le piume, galline e uccelli, che avevo una Gracula indiana che sapeva fischiare. –L’Internazionale?- mi chiede. –Contessa, eh?-

No, dico, fischiettava La Primavera di Vivaldi, era un merlo che amava la classica. Ridiamo. Lui entra nel pollaio, entro anch’io. Mi dice: “Attenta” dieci volte come fossi una bambina.

Cambiamo l’acqua del secchio, lui raschia il terreno con un rastrello senza denti, una gallina con le piume bianche e un ciuffo in alto sulla testa sta covando in una cassetta della frutta.

-Quella vuole covare a tutti i costi-. E allora? Dico io.

E lui: -La lasciamo fare, ha quel vizio.-

Mi fa sorridere questo modo di accettare qualunque cosa. Arriva il suo cane e ci aspetta davanti alla rete sdraiato nella neve.

Il mio battesimo all’Hotel avviene nel pollaio.

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“La rampicante” in concorso al Premio Strega 2019

Da qualche settimana sono stati pubblicati i nomi dei primi romanzi in concorso al Premio Strega 2019, tra questi c’è il “mio” anzi il “nostro” La rampicante,  di cui ho curato l’editing. Ne sono felice e invito chi non l’ha ancora fatto a scoprire questa storia.

Scheda di lettura – in promozione fino al 27 marzo

“Può    darsi    che    io    corregga    perché    così    facendo    mi    avvicino    pian    piano    al    cuore dell’argomento    del    racconto.”  Raymond Carver

SE PUOI SCRIVERLO, DEVI RISCRIVERLO

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è la riscrittura. Chi scrive, lo sa. Lo scrittore scrive e riscrive. Non finirebbe mai. Non si tratta di una tensione verso la perfettibilità del proprio racconto; non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo che solo un occhio esterno corregge. Come un collirio che stilla consapevolezza. Finché non si vede ciò che si vuole dire, si corregge, revisiona, riscrive. La pulsione è naturale. Zadie Smith sostiene l’importanza di “allontanarsi dalla macchina”: Il segreto per editare bene il tuo lavoro è semplice: devi segnarti questa frase da qualche parte, per favore.

Allontanatevi dalla macchina: una volta terminata la prima stesura, bisogna mettere da parte ciò che si è scritto per delimitare il confine tra l’infinito atto di scrivere e il definito atto di leggere.
Rileggersi significa scoprire, senza dispiaceri, che a volte è necessario rinunciare a una frase anche se sembra perfetta. Non lo è. Fa male alla storia. Significa scoprire una cosa meravigliosa. Che quello che avete scritto vi piace. O almeno vi appartiene. Che non è poco. Prendendoci gusto, la riscrittura diventa più divertente della scrittura. Colma lo spazio vuoto e discontinuo. Mostra lo spazio dell’invenzione: l’unica cosa che distingue una storia da un buona storia.

A COSA SERVE UNA SCHEDA DI LETTURA

La scheda di lettura è il primo passo per la revisione di una storia, uno strumento di visione esterna che fornisco agli autori con i seguenti obiettivi:

1. analisi del manoscritto (storia, trama, mondo narrativo, personaggi)

2. analisi dello stile, della voce, della lingua

3. giudizio sulle questioni strutturali del romanzo

4. proposta di eventuali modifiche da effettuare

5. indicazioni specifiche sulla collocazione editoriale del romanzo

La scheda non comprende il servizio di correzione bozze ed editing, servizi di promozione o di agenzia, stesura della sinossi o tutoraggio. Sono servizi con costi a parte. (Lo stalking, invece, non ha prezzo. Meglio evitarlo, grazie. )

PROMOZIONE – FINO AL 27 MARZO

Per i timidi, per i tenaci, per gli insicuri, per gli spavaldi, per i credenti, per i mistici, per chi mi ama, per chi non mi sopporta ma soprattutto SOLO per chi è iscritto (o si iscriverà) a questa newsletter la scheda di lettura è in promozione da oggi fino al 21 marzo.

La promozione è la seguente:

  • 60 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) fino a 150.000 caratteri e spazi inclusi
  • 90 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) da 151.000 battute (non oltre le 300.000 caratteri e spazi inclusi)
  • 120 euro per un manoscritto che supera le 300.000 battute caratteri e spazi inclusi

“Ovunque sulla terra gli uomini” di Marco Marrucci

By alessandra Uncategorized

Se un racconto mi spaventa, mi piace. La sensazione di spaventare, dunque esitare e dubitare, è una calamita narrativa. Cosa mi spaventa? Non lo so, finché non leggo. In qualche modo, un racconto per colpirmi deve fare un po’ schifo o, se preferite, deve disturbarmi. I racconti di Marco Marrucci mi hanno disturbato non poco. Ovunque sulla terra gli uomini è l’esordio dello scrittore toscano che, come si legge nel retro copertina, ha mandato il manoscritto a Racconti Edizioni e la casa editrice li ha pubblicati. Questa forse è la prima cosa che disturba (nel bene): esistono ancora autori innocenti, capaci di scrivere e dunque meritevoli di pubblicare. Per cui: vietato mollare. La tenacia premia più del talento, in una storia. Il fatto che si tratti di racconti poi è il secondo effetto disturbante. Se c’è ancora, tra gli aspiranti esordienti, qualcuno che li ritiene di serie B faccia un passo indietro. Poche settimane fa ho visto circolare un elenco delle riviste letterarie italiane che pubblicano e sostengono i racconti degli esordienti. Si è finalmente sedimentata una tendenza letteraria che, a dirla tutta, era percepibile dieci/quindici anni fa. I racconti spaccano, sono concreti, sono brevi. Nei racconti opera la narrativa.

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