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“La rampicante” di Davide Grittani, in libreria a novembre

By alessandra Uncategorized

L’8 novembre in libreria troverete questo romanzo. Si intitola “La rampicante”, l’ha scritto Davide Grittani e fa parte di Meduse, la collana di narrativa italiana che curo per Liberaria.

Cosa posso dire di questo romanzo più di quello che ho detto e fatto mentre ci lavoravo con l’autore, più delle intenzioni che sono diventate moventi, più delle parole che si sono arrampicate come doni e come doni spero possano tornare ai lettori.

Ne parlerò il 5 novembre, a Bari, presso la libreria Campus. Qui è possibile leggere una anticipazione. Questo invece è quello che ho scritto nella quarta, ma molto ancora ci sarà da raccontare.

Nelle Marche, sospese tra Medioevo e terzo Millennio, la storia di una famiglia apparentemente come tante. Riccardo è un figlio che si ribella alle logiche del branco; Edera è una “bambina rampicante” che sente delle voci (nella testa) e inconsapevolmente dispensa saggezza; Sor Cesare è un padre che esercita la propria egemonia comprando l’affetto di chi lo circonda.
“La rampicante” è un viaggio dentro sé stessi che sovrappone tutti gli strati della tragedia shakespeariana: la verità, l’amore, l’inganno, l’avidità, la paura, la vendetta. Un crescendo di emozioni che, spiando dentro la scatola nera di una famiglia qualsiasi, scortica le deformazioni di una società fatta di ipocrisia che ignora il destino. Fino a quando l’edera riporta le cose al loro posto.
Davide Grittani ha scritto un romanzo sull’importanza del dono, su com’è difficile riconoscerlo, su com’è arduo meritarlo e infine su com’è categorico dimenticarlo. Una trama fitta e avvincente sull’incapacità, degli uomini, di rendersi conto del privilegio che gli è stato concesso attraverso la vita: un argomento prezioso, espresso attraverso una scrittura autentica.

Per una lira #4: Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti

Dopo il diluvio è un romanzo strepitoso per il modo in cui la scrittura si fa luogo. L’autore inventa uno spazio nuovo eppure noto. Gioca con i richiami della tradizione grottesca e surreale della letteratura mitteleuropea di altri tempi, di ispirazioni yiddish, per catapultare il lettore dentro una fiaba nera e fantastica. Tutto comincia da un luogo, non sapremo mai dove eppure ci restiamo dentro.

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Ritratto di Signore – Seconda edizione

Quattro appuntamenti con quattro grandi Signore della letteratura italiana.
Alessandra Minervini e Giorgia Antonelli raccontano la vita e le opere di Goliarda Sapienza, Natalia Ginzburg, Annamaria Ortese, Elsa Morante in quattro incontri letterari presso la LIBRERIA CAMPUS BARI.
Un’occasione per riscoprire il talento di queste grandi scrittrici e immergersi nelle atmosfere dei loro libri.

  • Goliarda Sapienza: 22 novembre con Alessandra Minervini
    – Natalia Ginzburg: 13 dicembre con Giorgia Antonelli
    – Annamaria Ortese: 17 gennaio con Alessandra Minervini
  • – Elsa Morante: 14 febbraio con Giorgia Antonelli

In collaborazione con Vineria Est.

L’incontro ha un costo di 5 euro inclusivo di un calice di vino e di un piccolo rinfresco. Per info e prenotazioni scrivete a info@alessandraminervini.info

DOVE: Libreria Campus Bari, via Toma 76/78
QUANDO:  alle ore 19.00

“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27

Antonio mi ha scritto un giorno per chiedermi di leggere e revisionare il suo romanzo. Un romanzo che traeva molta, forse troppa, ispirazione dalla propria vita. Con molta pazienza e abile capacità di mettersi in gioco, il romanzo è diventato una raccolta di racconti, pezzi di storie che messi insieme ricostruiscono pezzi di vita.

(La foto è di Luigi Ghirri)

Occhi a mandorla

Di Antonio Bonagura

 

Aspettava ogni anno quelle due settimane di agosto.

Era il 1982, da qualche giorno era arrivato a Palinuro,il posto dove fin da piccolo andava in vacanza.  Il posto dove il panorama delle spiagge, del mare, dell’incredibile scoglio, lo scoglio del coniglio per la sua sagoma che si riusciva a distinguere dalla finestra della sua stanza, tutto di Palinuro lo affascinava, riportandolo indietro con il pensiero a quando, da piccolo, osservava le stesse cose ma con uno sguardo diverso e lontano. Cos’era cambiato?

A Palinuro c’erano suoi amici,gli amici dell’estate. Cambiati, cresciuti ma con la stessa testa ogni anno. Le barchette a remi noleggiate tutti insieme, le nottate trascorse sulle spiagge intorno al fuoco in compagnia  di una chitarra e delle canzoni di Battisti con una sigaretta accesa, il bagno collettivo a mare, illuminati  dal bagliore della luna che rischiarava i corpi bruniti dal sole dell’estate. Le serate trascorse in discoteca per l’acchiappo di turno che se per qualcuno diventava il diversivo della nottata, per qualcun altro si trasformava in un’altra delusione. L’attesa dell’alba si rivelava in tutto il suo splendore quando sulle acque di quel mare cristallino si evidenziavano le ombre degli scogli che assumevano  forme più impensabili dando libero sfogo alla improvvisa visione di mostri mitologici. Tutti gli anni la stessa storia, la stessa estate. Poi ci fu quella del 1982.

Quell’anno aveva notato l’arrivo, nel gruppo degli amici del mare, di nuovi soggetti che Osvaldo non conosceva. Compresa lei.

I suoi occhi corvini  a mandorla  richiamavano alla mente quelli scolpiti sul viso marmoreo di una madonna. La ragazza dagli occhi a mandorla inizialmente sembrava volesse mantenere le distanze, ma poi iniziò a mostrare una certa simpatia nei suoi confronti manifestandosi più apertamente. Lei aveva dei lunghi capelli neri che le coprivano le spalle, una pelle olivastra e vellutata come quella delle ragazze sudamericane, vestiva elegantemente con abbinamenti originali e talvolta sensuali. Osvaldo, non volendo, la incontrava tutti i giorni quando rientrava a casa dal mare. Lei se ne stava sempre seduta sulla stessa panchina con un libro in mano e con un prendisole trasparente che le lasciava intravedere i suoi bei costumi da bagno e le sue forme sinuose come quelle di una sirena. Osvaldo credendo che aspettasse qualcuno si limitava a salutarla. Quella ragazza, a differenza di tutte le altre, gli stimolava fantasie che, liberandogli la mente, lo spingevano ad assumere atteggiamenti goliardici solo per farla sorridere. Lei lo assecondava stampandogli in faccia sorrisi semprepiù grandi . Si trattava di una sorta di eccitazione nascosta che Osvaldo riusciva a provare solo in quel modo, l’unico che gli consentiva di celare la sua timidezza.

Dopo qualche giorno fu lei a fermarlo affrontando la timidezza di Osvaldo:sfacciatamente gli chiese se poteva accompagnarla a casa. Lui, visibilmente impacciato, le rispose:

  • Credevo che stessi aspettando qualcuno.
  • No – rispose lei – ogni giorno aspetto qui il tuo saluto.

A quel punto Osvaldo, in un brivido di emozione che gli pervase la schiena, accettò di accompagnarla. Lungo il tragitto lei lo scrutava aspettando qualche sua battuta: aveva capito che con lei riusciva a comunicare solo scherzando. Quel reciproco timore non si sciolse nemmeno quando arrivarono sotto casa della ragazza che gli mostrò il suo interesse con uno sguardo intenso. Osvaldo, abbagliato da così tanta bellezza, rimase inebetito e riuscì solo a dirle:

  • Grazie, grazie!
  • E di cosa? – rispose lei.
  • Di avermi consentito di stare con te tutto questo tempo.
  • Guarda che ci abbiamo messo solo dieci minuti – rispose lei.
  • Possiamo rifarlo domani?
  • Certo che possiamo, magari vengo in spiaggia così partiamo da lì e stiamo un po’ di più insieme solo noi due.
  • Grazie – rispose Osvaldo con un sorriso appena accennato ed in preda ad un eccesso di sudorazione.Il giorno successivo, alla solita ora e con il cuore a mille, lasciò la spiaggia nella vaga speranza di non incontrarla, forse per non rivelare nuovamente il suo imbarazzo e si avviò verso casa. Appena dietro l’angolo dello stabilimento balneare la vide in lontananza, vicino alla chiesa mentre si avvicinava. Aveva uno sguardo particolare che, se da un lato svelava un’intrigante interesse, dall’altro evidenziava una parvenza distaccata forse per non apparire troppo sfacciata. Si era pettinata i capelli in modo tale che le facevano risaltare il viso e soprattutto gli occhi a mandorla. Indossava un costume nero ricoperto da un copricostume bianco trasparente che ne evidenziava le sinuose forme. Aveva un sottile filo bianco che le cingeva il polso della mano sinistra al quale era attaccato un vistoso palloncino rosso svolazzante. Osvaldo rimase abbagliato da quella visione
  • In quel brevissimo lasso di tempo che lo divideva dalla ragazza, la sua mente affogava nei pensieri più angoscianti:
  • Ora mi manderà a quel paese.
  • Ora mi dirà che si è sbagliata.
  • Ora capirà come sono fatto e cambierà strada.

Fino a quando la sua agitazione approdò serena  nel caloroso saluto di lei che lo distolse, così, dalle sue agitazioni. Lo salutò con un bacio sulla guancia che lui percepì come il preludio di qualcosa di più profondo che stava per sbocciare.

  • Ciao, come stai?
  • Bene! Tu? Da quel che vedo, meglio. Sei in forma smagliante, luminosa, solare, hai una luce particolare negli occhi.

Lei da questi inaspettati complimenti di Osvaldo rimase inizialmente confusa con il palloncino svolazzante che la seguiva nei suoi movimenti:

  • Sei tu che sembri fatto di ebano, i colori e le fattezze del sud America, la mia terra.
  • La tua terra?
  • Ma di dove sei?

Osvaldo non conosceva l’Argentina ma per quella idea che ogni ragazzo ha di un paese latino americano con le sue tradizioni, il suo folclore, i suoi balli, il tango e tanto altro, si lasciò andare ad una entusiastica esclamazione:

  • Bello! Bellissimo!
  • La conosci?
  • No, ma immagino che sia un paese stupendo.
  • Si lo è, peccato che però i suoi governanti lo stanno affossando.
  • Perché?
  • Io e la mia famiglia siamo fuggiti per evitare i rastrellamenti che la polizia fa quotidianamente.
  • Perché? Come mai?
  • E’ la dittatura, non ce n’è per nessuno.
  • E ora dove vivete?
  • A Napoli. Resteremo per un po’ dai nostri familiari che vivono qui  e che per fortuna possono ospitarci. Sai, sono contenta di essere arrivata qui. Insomma, sono contenta di conoscerti. Osvaldo, dopo aver ingoiato la saliva che aveva in bocca riuscì ad imbastire una risposta:
  • Anche io. E’ bello il tuo palloncino!
  • L’ho preso per te, per noi, ci fa volare con lui.
  • Ci fa volare?
  • Si col pensiero, guardandolo mi fa questo effetto. A te, no?

Osvaldo quasi smontando quel momento di tenerezza troncò:

  • Andiamo?
  • Si, ma non a casa, facciamo prima un giro.
  • E dove andiamo?
  • Passiamo dalla Chiesa, ci sono ancora le bancarelle, vorrei che tu vedessi una cosa.
  • Cosa devo vedere?
  • Andiamo, te la mostro.

Si incamminarono e riuscirono pian piano a muoversi seguendo una delicata intimitàanche se il pudore di Osvaldo gli faceva ancora mantenere un certo distacco.

  • Ti piace questa collanina?
  • Si, è sottile ed elegante, ti ci vedo molto bene.
  • Non è per me, è per te.
  • Per me? E perché?
  • E’ un mio pensiero, volevoper starti sempre vicino .

 La mise al collo di Osvaldo.

  • Sai che ti sta proprio bene.

Osvaldo arrossì e arrossì ancora più forte quando  lei gli diede un altro bacio sulla guancia. Continuarono così la loro passeggiata fino a casa della ragazza.

Era un palazzo antico con un gran portone di legno che immetteva in una corte  contornata da diverse abitazioni. Appena entrarono, furono accolti dall’abbaiare di un pastore maremmano, tutto bianco legato ad una catena. Osvaldo, colto di sorpresa, sobbalzò per l’aggressione di quel cane ma bastò un gesto e una parola della ragazza che il cane si acquietò, tornando mesto sui suoi passi. la ragazza riuscì a tranquillizzare Osvaldo e prima di lasciarlo andare, incrociò teneramente il suo  sguardo, abbandonandosi tra le sue braccia in cerca di un bacio che le arrivò  a suggellare la bellezza dell’emozione di quel momento vissuto intensamente da entrambi, ad occhi chiusi e con l’emozione di due bambini. Solo la voce di lei ruppe quel silenzio:

  • Ti amo! Ti amo.

Quella improvvisa passione si trasformò in un fuoco ardente che alimentò il loro amore, quell’amore estivo fino al giorno della partenza di lei.  Dopo l’estate lei sarebbe tornata in Argentina. Dover lasciare Osvaldo non le faceva affatto piacere.

L’ultima cosa che si dissero fu il nome, ciò che di solito si dice all’inizio. Grazia, disse lei. Si scrive con la c. Gracia. Osvaldo promise che le avrebbe scritto chiedendole di fare altrettanto. Passò qualche mese. Nella sua camera a Benevento, senza più il panorama del coniglio disteso sul mare di Palinuro, Osvaldo, con in mano la collanina che Grazia gli aveva regalato, iniziò a scrivere la sua lettera:

Anima mia, luce dei miei occhi, fuoco che mi bruci dentro, ossessione delle mie notti, sorriso, fiorellino, amore …

  • Osvaldo? – lo chiamò il fratello sulla porta
  • Scusami, sto scrivendo una lettera , non ci sono per nessuno, che tornassero stasera.
  • Ma Osvà, sono venuti a prenderci per la partita di calcetto. Avevi detto tu di passare a prenderci.

Maledizione, se ne era dimenticato e non poteva non andare, senza di lui non avrebbero potuto giocare. Quel tormento che aveva dentro lo bruciava ma come poteva fare? Doveva darsi malato? No. Terminare la lettera così com’era? No, aveva tante altre cose importantissime da dirle. A quel punto, scoraggiato chiuse il foglio in un cassetto, prese la borsa con tutto l’occorrente e via. Doveva solo fare presto. In poco più di un’ora sarebbe tornato a scriverle. Dopo la partita si precipitò in camera sua, si sedette allo scrittoio ed aprì il cassetto, la lettera non c’era più. La confusione del cuore lo assalì. Chi poteva aver frugato nella scrivania? Aprì con veemenza gli altri cassetti, uno ad uno. Si era confuso, la lettera era là. Ma impostarla prima di pranzo era ormai impossibile.

Stava per riprendere a scrivere quando nuovamente il trillo del telefono lo interruppe.

  • Pronto?
  • Pronto, qui è lo studio di ingegneria Vecchione di Napoli.
  • Ah, si, mi dica, dica pure in fretta per favore.
  • La chiamiamo per quel colloquio conoscitivo con l’ingegnere, sarebbe disponibile per …

Inchiodato un’altra volta, si trattava di una possibile proposta di lavoro da cui poteva dipendere il suo avvenire. La discussione durò quasi mezz’ora.

  • … così poco all’amore – scrisse – per vincere lo spazio e oltrepassare gli oceani. Oh, Grazia mia …

Nuovamente la mamma sulla porta che lo invitava ad andare a tavola perché aveva scolato la pasta. Lui si alzò di scatto in preda ad una reazione nervosa ed andò. Subito dopo pranzo riprese a scrivere:

  • … Oh Grazia mia, mia deliziosa Grazia, vorrei che tu sape …

Il fratello sulla porta:

  • Di là c’è Luigi che ti aspetta e poi, non dimenticarti che devi andare dal dentista.

Se ne era dimenticato un’altra volta e cercando di assumere un tono più tranquillo raggiunse il cugino in salotto.

  • Avevo capito che avevi da fare e ho deciso di venire dopo pranzo ma guarda che se ti do noia posso anche andarmene.
  • Sono passato per chiederti se ti fa piacere assistermi nella scelta del vestito per il mio matrimonio.
  • Ma certo che mi fa piacere, ci mancherebbe altro, sono o non sono il tuo testimone?
  • Ok, allora preparati che devi venire a Roma con me.
  • Quando?
  • Adesso, passo a prenderti tra un’ora, fatti trovare pronto.

Non poteva dirgli di no, tornò quindi in camera sua per prepararsi mentre sentiva che le forze lo abbandonavano. Lì trovò la sua lettera sullo scrittoio che aspettava di essere finita. Dovendo partire di lì a poco, decise di conservarla in un libro sulla sua scrivania.

Roma, in due giorni Luigi provò una ventina di abiti fino a trovare quello giusto, poi rientro a Benevento, colloquio con lo studio di ingegneria Vecchione, preparazione occorrente per l’inizio dell’ attività lavorativa.

Quanto durò quel vortice? Ore, giorni, mesi? Finalmente una sera si ritrovò da solo a casa e decise di mettere un po’ di ordine sulla sua scrivania, dove si era accumulata una pila di libri, documenti, certificati. Da uno di quei libri si sfilò un foglio di carta da lettera scritto a mano su cui riconobbe la sua scrittura.

  • Che stronzate, che cazzate. Quando le avrò scritte? – si chiese, cercando nei ricordi con una mano che gli cingeva la bocca – Quando ho potuto scrivere simili sciocchezze? E chi era questa Grazia?
  • Improvvisamente tutto tornò al suo posto.
#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

Per una lira #3: “Voragine” di Andrea Esposito

Prima di scrivere una storia chiediamoci: cosa racconto? Devo raccontarlo o posso farne a meno? Perché quando si scrive non si tratta dell’importanza della nostra vita, ma dell’importanza di una narrazione: cioè l’importanza di dire una cosa importante. Se non sapete scegliere, immaginate uno spazio, interno ed esterno, e decidete cosa raccontare di questo spazio se tutto o solo un metro quadro, per capire cosa è racconto e cosa si può, si deve, tacere. Gli spazi in cui si muovono le storie hanno più contenuto delle parole dei personaggi. Penso ai racconti di Carver o ai romanzi della Strout. I luoghi identificano la storia prima dei personaggi. In qualche modo, il set (termine semplice ma utile) è la storia. Questo succede nel primo romanzo di Andrea Esposito, Voragine, uscito qualche mese fa per Il Saggiatore.

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La Vita Inedita Di Una Scrittrice #32

“Allontanarsi dalla macchina” è il mio primo laboratorio ufficiale di #editing. Questo vuol dire che chi farà la prima edizione sarà al contempo fortunato e non. Partiamo dai non. Non sappiamo ancora, nemmeno io lo so bene, cosa succederà. Non è un laboratorio dove si diventa editor perché io non credo nei laboratori dove si diventa qualcuno. Io faccio laboratori dove si diventa al massimo se stessi che per chi scrive è tipo indossare la corona di allori. Non è un laboratorio dove ci sono in palio contratti editoriali. Perché io non credo nei palio (a meno di non essere a Siena) ma credo al massimo che scrivere ciò che si desidera è, per chi poi prova a pubblicare, come vincere un nobel apocrifo.

Lo immagino come una riunione del #fightclub dove non ci sono regole e ogni ora si stabiliscono regole. Immagino giornate attorno a parole che possono essere buone ma non sono ancora giuste. Ecco, è un laboratorio che darà giustizia alle parole dei partecipanti.
Non è obbligatorio (ma lo consiglio proprio tanto) avere già un testo, un’idea per un romanzo, un saggio o dei racconti. Se poi invece avete già un romanzo o un saggio o dei racconti finiti allora questo è il posto per lasciarli andare. Una specie di prova d’amore. Mi affiderete le vostre storie, io spero di restituirvi le vostre vite.
Tutto questo in una chiesa e in collaborazione con la Scuola Holden
Non fiori ma #opereinedite.
(Ditelo in giro.)
http://scuolaholden.it/fare-editing/

Per una lira #2 – Come un giovane uomo di Carlo Carabba

Carabba racconta questa storia si pone esattamente sull’asse opposto: quello di una voce molto personale, la definirei una questione privata. Privato è lo sguardo, quasi di sottecchi; privata è la vicenda; privata è la morte e privato è l’amore; privatissima la sofferenza per la scomparsa dell’ultima idea di giovinezza.

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Per una Lira – Parlarne tra amici di Sally Rooney

Parlarne tra amici, opera prima della dublinese e giovanissima Sally Rooney, brillantemente tradotta da Maurizia Balmelli, è un romanzo con una voce unica e allo stesso tempo collettiva. (Se fossimo negli anni Settanta direi che ha una voce “compagna” ma siamo nel 2018 e collettiva rende meglio.)

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“Un mare piccolo piccolo” di Emanuele Finardi – Dopolavoroletterario n. 26

“Il paradosso del respiro” è la raccolta di racconti ancora inedita di Emanuele Finardi. Nel prologo la racconta così: Il libro che vi apprestate a leggere è, in definitiva, uno scherzo della vista. Un gioco a rimpiattino che cerca di aggirare piccoli e grandi stereotipi che accompagnano normalmente la narrativa. E le sue atmosfere tipiche.

I suoi personaggi, le storie che animano sono effettivamente non-sense nell’accezione positiva che solo la scrittura sa rendere: così come in letteratura 2+2 non  fa 4, allo stesso modo in queste storie non si trova un senso alla o della vita;  non ci sono idilli nelle parole di Emanuele ma tante mareee che riportano a riva alcune cose che non sapevamo di avere perso.

UN MARE PICCOLO PICCOLO

 di Emanuele Finardi

Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere.
(Emily Dickinson)

Figlia mia finalmente oggi ci riesco, ne sono sicura.

Oggi ti scrivo. In francese come vuoi tu e non in algerino, lo giuro.

L’ho deciso stamattina, mentre mi guardavo nello specchio facendo fatica a riconoscermi. Nemmeno la vista del mare mi ha potuto aiutare. Un mare che neanche questo inverno riesce a raffreddare del tutto. A me, così piccola stamattina nel cuore, sembra davvero grande dalla finestra. Mi parla con la voce grossa di chi ne ha viste tante, e che conosce da vicino tutte le leggende di questo porto: che profuma di sardine che arrivano dall’acqua, e di vino Bordeaux che arriva da terra. Dal balcone dei miei occhi, seduta sull’altalena del pianto, lo posso dominare tutto questo anfiteatro di sughero, con la sua parvenza di durezza e il suo nocciolo di burro. Nel suo labirinto poroso, scorgo la saggezza di mia nonna che con la sua sedia a dondolo coperta di rose dava indignata le spalle al mondo; un po’ come questa città orgogliosa da secoli della sua indipendenza.

In fondo, ho pensato guardando per un attimo in basso, sono come quel giovane magrebino intento a spazzare il marciapiede prima della nuova asfaltatura, anche lui con il suo carico di frustrazioni di chi piega la schiena la mattina presto. Lui a pulire la strada – io il letto – prima che arrivino altri uomini a sporcare di nuovo. Vai a spiegarlo tu al corpo che chiede il riposo.

E, invece, bisogna rimettersi in marcia anche lungo il solito vicolo stretto di questa città che ormai mi guarda con compassione mentre scendo dalla stazione al Vieux Port.

Con passo da sposa ripudiata e coi topi come damigelle d’onore. Una esistenza, la mia, consumata sul filo sottile del margine. Dodici, a volte quindici ore, ove il salario alla fine è uscire viva, con le mani e la gola al posto giusto, senza aver pagato alcun altro pedaggio oltre alla vergogna. Ah come vorrei una volta mollare tutto questo per un giorno e arrivare, stavolta con le gambe e non solo con gli occhi e il sospiro, alla Corniche. Basta guardare alla sinistra del porto, è lì che comincia. Ma, come spesso accade, lo sguardo inganna e le ville dei ricchi sono molto più lontano, almeno per me. Tanto lontano che nemmeno col tram sono riuscita mai ad arrivarci.Dicono che dietro la curva, prima di arrivare al Vallon des Auffes, ci sia il mare più bello del mondo, che puoi ammirare mentre nell’aria si sparge il profumo di bouillabaisse, talmente forte da essere in grado di portarti volando sino a Cassis. Dicono che il mare di là sia di un azzurro indomito e insolente, quasi violento nella sua magnificenza: un mare che ti sveglia con uno schiaffo, per poi accarezzarti col vento caldo da sud. Strano che queste terribili giornate al mattatoio dell’anima non lo abbiano reso cattivo, Omar, il mio ultimo amante di questa notte. Lui lavora alla stazione frigorifera: in mezzo a pareti alte, di lamiera lucente, che fan da teatro a piccole formiche scure intente a stoccare l’ultimo carico di carne e sangue. Si muovono tutti al ritmo dei rumori di metallo cattivo, terribile e insensibile a quei cristi appesi dal collo. In fondo Omar è l’uomo che va bene per me. Per questo fisico da gazzella col leone attaccato al culo. Per questa faccia che il pasticcio di rimmel e ombretto si diverte a rendere ancor più scavata. Un volto da strada. Che sa di bitume caldo. Lui è come il Mare dietro la curva. Omar conosce la formula: bisogna essere spietati e attenti, movimenti brevi precisi da torero, dove quello che conta è ricordare che davanti hai una cosa, un bene tale solo per il suo involucro. Una merce che vale da morta.Perché, in fondo, io valgo solo da stesa, al massimo carponi. Quasi nessuno vuole che salga sopra, chissà quale onore signori! Ma loro non sanno che da sotto si vede meglio. Che dal basso ogni volta rubo il midollo. E scruto la loro morte. Che è molto peggio della mia. È appena piovuto, e dunque riesco a vedere tutta la mia grama sfida al domani in questo stagno prima di pestarlo con le scarpe. Come se fosse il mio piccolo mare privato. Un mare piccolo piccolo. In questo cristallo d’acqua sbrecciato a destra ci vedo le notti da fanali di una volta; pupille asiatiche fissate su auto improbabili, invadenti perché di un giallo forte, francese, che fora il buio del lampione castrato dai sassi del figlio del lattaio. Un colore sfacciato che si insinua sin sotto la gonna, e passi. Sotto i seni in vetrina, e passi. Ma che cerca ti violarti anche il cuore. E questo non lo accetto.Meglio le mie calze scure, lise ma tanto belle e sincere quando le allungo sin quasi all’inguine. Meglio anche loro di voi: perché sanno stare zitte e da sempre non mentono a nessuno.

Vorrei che tutto mi si confondesse, come accade nel retrovisore appannato dei miei clienti. E vorrei non vedere niente: così da dimenticarmi chi sono. E scriverti la più bella lettera della mia vita.

“Cara Alida, nonostante siano più di vent’anni che non ci vediamo…”.

L’avrò riscritta un milione di volte, ma alla fine ci sono riuscita a imbucarla.

E, come in un vecchio film, di quelli che mi fanno sognare, vedo già il postino con la bicicletta in volo dall’altra parte del Mediterraneo al tuo uscio, che te la consegna.

Non so nemmeno se  abiti ancora là… Ma mi fido del mare.

Purtroppo, figlia mia, la vita non si decide per posta.

E, anche se fosse, conosci tua madre: di certo riuscirei a dimenticare il francobollo.   

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