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Ricomincia “Scrivere i sentimenti” – Il corso Classify della Scuola Holden

Lo dico nel trailer (eccolo qui) e lo ripeto anche adesso: Scrivere i sentimenti è un percorso di scrittura e lettura la cui trama principale è l’amore. Gli obiettivi sono due: difendersi da se stessi come narratori e imparare a evitare le trappole in cui è molto facile cadere, quando si scrivono racconti sentimentali.
Leggeremo per capire come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi e stereotipi; e scriveremo per mettere in pratica quel che abbiamo scoperto.
Gli strumenti principali del laboratorio saranno l’osservazione e la distanza: ti avvicinerai alle storie da leggere e cercherai di scrivere le tue con questi presupposti.
La prima cosa che dovrai fare, poi, sarà individuare una voce che possa essere percepita come nuova, e dunque autentica, che prenda le distanze da voci e situazioni già sentite. Perché l’amore e la sofferenza che spesso ne deriva sono concetti universali, e di per sé sono luoghi comuni della letteratura: è come parlare di vita e morte – a fare la differenza non è il tema, ma il modo in cui lo si racconta.
Uno dei tranelli più facili in cui cadere è quello del linguaggio: è facile perdersi in frasi fatte e logore, come se si potesse raccontare l’amore dicendo sempre la stessa cosa. Non è questa la regola: ci sono tanti modi di parlare d’amore quante le voci e i sentimenti di chi le scrive (e le ha vissute), e la maggior parte di esse non sono affatto banali.
Scrivere d’amore ha anche a che fare con la consapevolezza e, in larga parte, con la gestione della verità. Ha a che fare con le scelte, con le svolte, con le parole più esatte per definire un sentimento. Ha a che fare con il tempo sentimentale, inteso come distanza: quanto bisogna essere lontani da una ferita per poter parlare del dolore senza più soffrire (e quindi, poterne scrivere)? Può una cicatrice essere utile?

Forse hai già scritto un romanzo o un racconto d’amore, oppure vorresti farlo ma sei ancora fermo alla tua prima idea o a una bozza. Bene, questo corso è il punto giusto da cui ricominciare tutto da capo, o ripensare a quello che hai già abbozzato. Prima dell’inizio del corso tutti dovranno inviare una lettera d’amore di due cartelle (cioè 3.600 caratteri, spazi inclusi). In questa lettera dovrai raccontare la storia d’amore che stai scrivendo (o che vorresti scrivere). La lettera sarà la miccia, il colpo di fulmine da cui partire per questo intenso viaggio sentimentale. Lezione dopo lezione, lavorerai sul tuo testo e alla fine avrai scritto l’incipit, la sinossi, e un capitolo del romanzo o un racconto di circa 20.000 battute.

 QUANDO

La seconda edizione comincia a settembre 2018 e dura tre mesi.

Un gioco da dilettanti di Annamaria Monterisi – #dopolavoroletterario n. 21

A dispetto del titolo, il romanzo di Annamaria non è niente di più lontano dal gioco. Annamaria scrive con il pugno fermo, osserva con sguardo consapevole ogni immagine e parola. Non è una scrittura che capita di incontrare spesso tra chi è al primo manoscritto: densa senza giudicare, imperterrita senza annoiare. Conosce bene i personaggi e i loro desideri e proprio per questo si diverte a metterli continuamente in discussione come chi  scrive dovrebbe sempre fare. Questo è l’incipit del suo romanzo, un thriller psicologico ambientato in una Bari di provincia, che sono certa prenderà presto posto tra gli scaffali delle librerie.

(Foto © Michele Morelli, Legs)

UN GIOCO DA DILETTANTI

di Annamaria Monterisi

Febbraio: Ubaldo e Irene

Il primo ad accusare i segni della crisi era stato il cane. Un certo giorno dell’anno prima, la sua razione quotidiana di Healthy break da sgranocchiare come merenda nei momenti morti della giornata aveva cominciato progressivamente ad assottigliarsi, finché semplicemente non ce n’era stata più. I primi giorni aveva provato a mugolare significativamente, attorno alle 7 e alle 18, scodinzolando alla padrona e poi trotterellando verso la ciotola. Lo stesso percorso per tre o quattro volte. Poi, rassegnato, si acquietava e si sdraiava mogio sul suo tappetino a quadri blu e celeste, nell’angolo del soggiorno di cui era padrone assoluto.

Questa storia era andata avanti per un paio di giorni, fin quando Ubaldo – come poteva chiamarsi altrimenti un terranova? – aveva capito che, come non c’era più trippa per gatti, così non c’erano più Healthy break per lui. La sua merenda di marca per cani fighetti alla fine fu sostituita da qualche biscotto no logo per umani, di quelli con lo zucchero in grani grossi sopra, che gli faceva pure un po’ schifo.

Ma tant’è. Ubaldo fece buon viso e, dal terzo giorno, cominciò a sgranocchiare pigramente la sua nuova merenda, puntuale come sempre, alle 7 e alle 18.

E dovette probabilmente collegare la novità alla circostanza davvero inedita della presenza in casa della sua padrona, Irene, a tutte le ore. Cosa che, sino a quel momento, era accaduta per non più di due settimane consecutive ogni anno e che, invece, sembrava essere ormai la nuova normalità della loro vita di coppia.

***

La coda dell’inverno si stava accanendo contro gli alberi del corso principale: il maestrale, a stento domato dalla topografia a scacchiera del centro, dava sfogo alla sua furia negli isolati finali a ridosso del mare. Che, dal canto suo, rispondeva a tono, inondando la carreggiata del lungomare di spuma e alghe.

Erano le giornate che Irene preferiva, quelle in cui anche a non far niente ci si sente vivi, sferzati dal vento e inebriati dalla salsedine. Vivi nonostante tutto, come diceva lei, con fare da donna che ne aveva viste troppe.

Cinquant’anni – ma ne dimostrava qualcuno in più -, la figura rotondetta e tuttavia agile, Irene stava camminando svelta verso il palazzone bianco-travertino dell’INPS, di fronte al mare. Una folata più forte le ribaltò in testa il cappuccio del giaccone verde, coprendole la zazzera biondastra. Lo ricacciò indietro con la mano libera, mentre nell’altra teneva una cartellina grigia. Spinse la porta girevole ed entrò.

Conosceva ormai quasi tutti i piani del palazzo, i diversi uffici, per le diverse pratiche. Conosceva anche gli uscieri e qualche impiegato. Tanto spesso aveva accompagnato colleghi, amici e parenti, li aveva guidati e sostenuti, li aveva anche consolati, quando si capiva che qualcosa nella loro vita lavorativa non era girata per il verso giusto e che ora li attendeva una misera pensione di vecchiaia. Da sindacalista, aveva suggerito loro come tentare una difesa, rivendicare i propri diritti, compilare moduli e richieste.

Anche per questo le sembrava così strano quel giorno essere lì per una pratica che riguardava proprio lei, per un suo problema. La cassa integrazione stava per scadere. La sua azienda, “la fabbrica” come preferiva chiamarla lei, era in difficoltà: mesi prima il segretario provinciale del sindacato era andato a spiegare, in un’assemblea infuocata, che per via dell’apprezzamento dell’euro sul dollaro e dell’aumento delle tariffe, gli ordinativi dall’estero erano diminuiti drasticamente e che il consiglio di amministrazione aveva deciso di trasferire all’estero parte delle lavorazioni.

“Purtroppo – aveva concluso – dobbiamo prendere atto dell’esigenza di una … cura dimagrante”. Cura dimagrante? Gli operai non si erano tenuti. Erano volate frasi pesanti, accuse di collusione con i padroni, qualcuno si era calato la tuta da lavoro, scoprendo le mutande, a significare la condizione in cui sarebbero finiti presto. Irene era stata dura con il suo segretario, anche se aveva come sempre cercato di mediare la rabbia dei compagni. Ma aveva capito che, tanto, non ci sarebbe stato niente da fare. La direzione aveva già preso provvedimenti, siglando accordi di partnership con due imprese cinesi del distretto di Shenzhen.

Ciò che non si sarebbe proprio aspettata era che la cura dimagrante avrebbe riguardato anche lei. Una rappresentante sindacale. E senza tanti complimenti. Peccato che il segretario provinciale si fosse poi negato al telefono per giorni. Abbandonata. Lei e altri ventiquattro operai specializzati.

Aveva chiamato un certo amico suo che lavorava in un quotidiano locale e che qualche volta aveva scritto delle agitazioni allo stabilimento e della crisi dell’indotto. Gli aveva promesso uno scoop. Che poi era un’intervista con lei, Irene, che gli avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno dei giochetti e degli accordi sottobanco tra il sindacato e i padroni, sputtanandoli tutti.

Quando si erano incontrati, il giornalista aveva realizzato subito che giochetti e accordi erano ben lontani dal poter essere dimostrati e aveva avuto pena di quella donna di mezza età, scapigliata nonostante i capelli corti, che si accaniva a raccontargli una desolante, piccola tragedia privata, quasi fosse uno dei misteri italiani degli ultimi decenni. Si era anche vergognato del suo cinismo; ma giusto quanto bastava per lisciarsi la coscienza e, sorridendo, sussurrarle “ma tu sei una donna forte”, con una carezza sulla mano, non tanto affettuosa, giusto un po’. Poi aveva estratto dal cilindro l’armamentario consunto di scuse e di verosimili difficoltà che avrebbe potuto incontrare in redazione, proponendo un pezzo così esplosivo.

“Sai, ci sono le amministrative che incombono e il giornale ha bisogno della pubblicità elettorale. Ma dopo le elezioni, vedrai che mi fanno passare non un pezzo solo, ma un’inchiesta a puntate”.

Irene lo aveva guardato dritto negli occhi, seria. Poi gli aveva restituito la carezza sulla mano, un po’ ruvida, a dire il vero, quasi uno schiaffo.

“Senti, non preoccuparti di me, anzi non preoccuparti proprio di niente, della fabbrica che sta per chiudere, dei venticinque che diventeranno trecento in pochi mesi, della pubblicità elettorale e di quel rozzo ex democristiano che ti ha spianato la strada per l’assunzione tre anni fa. Di niente”.

Così, se n’era andata via. Questa storia non interessava a nessuno.

Mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, le tornò alla mente l’occupazione dell’istituto tecnico nell’autunno del 1977. Erano le prime occasioni in cui aveva realizzato di possedere anche lei, una ragazzina di sedici anni, ancora timorosa di tutto e amante solo delle canzoni di Baglioni, una coscienza politica. Era nato da lì il suo impegno nell’organizzazione giovanile del partito, la sua voglia di fare politica, poi, una volta al lavoro, il desiderio di vivere l’esperienza sindacale.

Tutto aveva confusamente avuto origine con l’assassinio di un ragazzo per mano di un manipolo di giovani fascisti, figli di papà. Il giorno dopo quell’azione scellerata contro un militante inerme del partito comunista, davanti alle scuole della città erano stati schierati celerini e carabinieri. Dalla finestra angusta del bagno delle ragazze, nel fumo avido della sigaretta delle dieci di mattina, Irene aveva visto due poliziotti in assetto anti-sommossa, con le mitragliette spianate, presidiare le scale d’ingresso. Avevano paura di ritorsioni e così cercavano di disincentivare i ragazzi, di far percepire la netta superiorità dell’ordine costituito, per scongiurare ogni reazione violenta. In quelle ore, gli assassini erano già al sicuro, protetti da alcune famiglie della borghesia cittadina. Ai ragazzi come Irene non rimase che occupare le scuole, convogliando la rabbia all’interno di un movimento più complesso, un sussulto di sessantotto in anni di crisi economica e di terrorismo.

Al tempo dell’occupazione c’erano i filobus a collegare il centro con la frazione di Carbonara. Già allora rallentati dal traffico, i filobus stendevano le loro antenne verso il cielo di corso Sicilia, una striscia di asfalto dapprima stretta e poi via via sempre più ampia, che attraversava tutto il quartiere Carrassi: costruzioni a due piani degli anni Venti e Trenta, poi un bel tratto di palazzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, il carcere, l’ospedale militare e, più in fondo, le ville ottocentesche, con torri e lanterne, immerse in boschetti privati di pini secolari.

Irene aveva sempre abitato lì, in una traversa di corso Sicilia – ormai da oltre un trentennio la strada aveva cambiato nome, ma per lei restava sempre quello antico, quello suo – a un isolato dal mercato.

Schiacciata tra un finestrino opaco di salsedine e di altro e un giovane barbuto con l’ipod nelle orecchie e lo sguardo assente, Irene si sistemò alla meglio, cercando un equilibrio possibile mentre si bilanciava su un piede e poi sull’altro.

Tentò invano di specchiarsi nel riflesso del vetro. Ma stava cominciando a piovere con accanimento: una pioggia a vento che si mescolava maldestramente con la mistura di smog e salsedine che decorava i finestrini. Impossibile specchiarsi, in quelle condizioni. Meno male.

Irene ripensò alla faccia tonda e inespressiva del funzionario dell’INPS con cui aveva parlato quella mattina. La sua inflessione dialettale le aveva dato ai nervi. Ma più di tutto aveva detestato il fatto che le avesse dato del tu dopo la prima domanda.

Perché tu? Perché non lei? Forse perché le stava comunicando, in estrema sintesi, la notizia più brutta della sua vita? Perché le stava annunciando che ormai per la società rappresentava solo un peso? Che per l’Istituto passava, in un batter di ciglia, dallo status di creditore a quello di debitore, da una voce attiva a una passiva?

Forse sì. O forse dipendeva dal fatto che lei era una donna. Irene non si abituava ancora, non si era mai abituata all’idea che il suo sesso venisse sistematicamente discriminato. E certo non l’aveva aiutata a farci il callo il suo mestiere. Fare l’operaia specializzata, e poi il capo reparto, in un’industria metalmeccanica, nell’immaginario collettivo non è esattamente percepito come un lavoro da donna. Almeno non al sud.

L’autobus sobbalzò su una buca – una voragine -, i passeggeri si spintonarono a vicenda e Irene finì contro il giovane con l’ipod, che accusò la botta con una lieve smorfia e nulla più.

Finalmente la sua fermata. Scese facendosi largo a fatica tra persone accalcate, odori di mercato, dopobarba invadenti, buste e sbuffi.

Aria! Aria e vento e ancora uno strascico di pioggerella sottile. Cominciò a camminare svelta, quasi correva. Doveva pensare.

Febbraio: Paola

Il computer si era impallato di nuovo. Era la terza volta, quella mattina, e ancora non erano le dieci. Da mesi faceva presente che, ogni volta che accedeva contemporaneamente a più di due applicazioni, quell’aggeggio decideva di prendersi una lunga pausa di riflessione. Ma l’ufficio di assistenza tecnica rispondeva invariabilmente che macchine nuove non ce n’erano e che, non appena si fosse conclusa la gara per la nuova fornitura – cominciata forse nel decennio precedente – a lei sarebbe andato uno dei pc con schermo ultrapiatto che qualche dirigente aveva accuratamente evitato di usare negli ultimi anni. “Per ora ti tieni quello”, le aveva laconicamente comunicato un giovanotto stempiato del seminterrato.

Il seminterrato era un luogo un po’ tetro, pieno di stanzoni freddi e di server. Corridoi lunghi, poco personale, di poche parole. Come cavie di laboratorio nelle gabbiette. Se c’era bisogno dell’assistenza per il computer che si bloccava o per la posta elettronica che non partiva o non arrivava, non serviva telefonare a qualche collega del seminterrato: era proprio necessario scendere di persona.

I telefoni squillavano a vuoto, se le chiamate provenivano dai primi tre piani. Solo le telefonate provenienti dal quarto piano, quello dei dirigenti, avevano diritto a una risposta solerte ed educata. Per il resto, squilli a distesa, orfani di un “pronto”.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito di resettare la macchina, Paola si infilò il giaccone, entrò in ascensore e scese nel seminterrato. Le porte dell’ascensore si aprirono sul corridoio principale del piano, asettico come quello di un ospedale. Odore di detersivo per pavimenti. Di marca scadente. Paola si strinse nel giubbotto e si diresse in fretta, per quanto glielo permettessero le sue chanel dal tacco dieci, verso la terza porta sulla sinistra. Bussò e, senza aspettare, aprì.

Il giovane stempiato e scuro in volto – forse solo seccato – sollevò lo sguardo occhialuto dalla tastiera. “Sììì?”, strascicò.

“L’ha fatto ancora. Oggi è la terza volta, ma ora non riesco a riavviarlo”.

“Adesso non posso proprio”, fece lui tornando al suo video. “Magari passo prima della pausa pranzo”.

“Ma io devo lavorare! Ho un documento da consegnare entro la pausa pranzo”, protestò la ragazza.

“Eh, ma ora sono occupato”, rispose calmo e antipatico il collega. Collega … “lo stronzo”, pensò Paola.

“Vuol dire che quando mi chiederanno il documento, dirò che l’assistenza tecnica non poteva lasciare …”, diede uno sguardo rapido allo schermo e si illuminò “… la partita di Tetris”, terminò con un mezzo sorriso.

Il tipo la guardò di sottecchi. Che stronza!

Poi si alzò, si tirò su la cintura dei pantaloni, fece una smorfia e le ingiunse di seguirlo, ché ora sistemavano. Paola gongolò.

Ripercorrendo a ritroso il corridoio verso l’ascensore, lanciò uno sguardo distratto in un altro ufficio. Questa volta, forse perché più distante, non riconobbe subito il videogame che sicuramente teneva occupato un collega panciuto e con un riporto unto da raccapriccio.

“Di cosa si occupa il collega?”, fece al suo accompagnatore.

“Fatturazione elettronica”, laconico.

“Ah … con quello schermo tutto colorato?”, soggiunse lei allusiva, di rimando.

Lo stempiato si fermò, soppesò quella collega invadente e fastidiosa, che faceva tanto la prima della classe, e stava per sfoderare una risposta al cianuro, quando dall’ufficio accanto arrivò la risposta.

“Mi sto impratichendo con e-bay”.

“Contenta?”, lo stempiato aveva perso la pazienza. Entrò quasi di corsa nell’ascensore e lei fece appena in tempo a infilarsi tra le porte che si chiudevano.

Una volta su, l’uomo del seminterrato decretò la morte per consunzione del pc della ragazza. “Ora bisogna chiedere all’economato se c’è una macchina avanzata, ma non credo. Mi sa che l’ultima l’hanno data la settimana scorsa”.

Febbraio: l’avvocato Bendinelli

“Per favore, metti a posto quel file, poi va’ pure”. L’avvocato Bendinelli, con la sua finta condiscendenza, si rivolse alla praticante a cui stava decisamente sulle palle. Che uomo falso! Lo gridava la sua grisaglia impeccabile sulla camicia bianca operata. Una tessitura finissima di stoffa lavorata in un altrove efficiente, ovattato, borghese da secoli. E l’abito gli cadeva a pennello, fatto su misura, ovviamente. Due piccoli brillanti occhieggiavano dai polsini della camicia, cosicché ogni cenno della mano, ogni movenza asciutta o cordiale, rigorosa o cerimoniosa, ne venivano esaltati, creando come un alone di luce intorno alla persona.

Ecco, la persona. L’evidenza unica e probante della falsità. Si sarebbe detto un vecchio arcigno, non fosse stato per lo sguardo acquoso, che ne mascherava i pensieri. E come camminava! Metteva tre passi e poi restava, come soppesando il calibro della propria pancia. Non un obeso, ma quasi.

Dunque: quasi arcigno, quasi obeso.

E quasi gay. Perché le donne gli sfilavano davanti, ancheggiavano, lo blandivano, lui e la sua ricchezza; ma lui, l’avvocato Bendinelli, pareva preoccupato solo di piacere agli uomini, di conquistarne benevolenza, stima, in alcuni casi affetto.

La praticante spense in fretta il pc, mise a posto la comparsa conclusionale su cui stava lavorando, lanciò un buonasera nel corridoio semibuio e uscì rapidamente nell’ultima luce rosata del tardo pomeriggio.

Lo studio era così: le sfuriate del capo, la sistematica mancanza di rispetto, il clima di tensione e le gerarchie invisibili. Certo, una vera palestra. In cui l’avvocato faceva e disfaceva, il più delle volte tenendo all’oscuro persino i suoi fedelissimi. Il sorriso laido e lo sguardo acquoso sigillavano segreti, qualcosa di losco, certamente. Si capiva da come quello, normalmente un autentico stronzo con i collaboratori di studio, perennemente sottopagati, diventava cordiale se aveva bisogno di restare da solo o se aspettava qualcuno. C’era tra i collaboratori chi pensava che Bendinelli avesse un giro di amanti o che i casi più scabrosi, quindi anche quelli che gli fruttavano di più, li gestisse in totale solitudine.

Nello studio al quarto piano rimase solo una luce bianca a illuminare l’unica finestra. L’ufficio di Bendinelli, il suo sancta sanctorum. Con dentro Bendinelli.

Che faceva un ultimo giro per le stanze, spegneva la lampada da tavolo della segretaria – “Quella cretina la dimentica sempre accesa. Domani le dico che le decurto la bolletta dallo stipendio e vediamo” – e con la sua andatura smozzicata, tre passi e stop, tornava verso la sua stanza.

Richiuse la porta di rovere lucido alle sue spalle con un colpo secco ma ovattato – prodigi dell’ebanisteria degli anni settanta – girò lentamente attorno alla scrivania scura, come in un passo di gavotta, e sprofondò nella poltrona di pelle nera, godendosi per un attimo il silenzio dell’appartamento, la semi-oscurità, quella pancia flaccida che gli pesava sulle cosce e gli nascondeva da anni la vista delle splendide cinture che inspiegabilmente amava collezionare.

La fisionomia sembrò allargarsi, allora, le braccia scivolarono sui gomiti, impossessandosi di una buona metà del piano della scrivania, lucido e scuro come la porta. La mandibola slittò dolcemente in avanti, come per un cedimento, donando al viso un’aria di rilassamento lungamente cercato.

Gli occhi gli si fecero meno acquosi, più piccoli, vezzosi quasi, con un breve battere di ciglia che li rendeva trasognati.

E la bocca, perennemente asciutta e stretta, attenta a non far sfuggire nulla di più del necessario, si arricciò a un angolo, come per un capriccio.

Finalmente trasformato, finalmente, propriamente se stesso, Bendinelli accese il computer. La luce bluette dei pixel gli restituì la consueta richiesta di una chiave.

“Apriti”, sussurrò trasognato e laido. Le dita grassocce, artiglietti ricurvi e dissimulati dalla ciccia, in uno sfavillio di brillanti, si mossero rapide sulla tastiera e inserirono la chiave: “la Marquise”.

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I know It’s OVERlove – Il mio romanzo in musica

I know It’s OVERlove
Giovedì 21 Giugno #lettidinotte #ov #vediallavoce #overlove

Parole in musica Tratte dal romanzo Overlove di Alessandra Minervini (Liberaria Editrice)

Voce: Alessandra Minervini, Giorgia Antonelli

Musica: Pierpaolo Guaragno

Il Romanzo «Non esiste un motivo per amare. L’unico motivo dell’amore è l’amore». «Per questo smette». All’inizio del romanzo la protagonista, Anna, dice “Basta”. Lasciare Carmine è una delle prove d’amore più oneste che lei possa compiere. Non è tanto una separazione, che mentalmente non avverrà mai, quanto un abbandono. In apparenza sembra che la scelta sia per salvare se stessa: “Quando si fa schifo bisogna stare da soli”. In realtà, andando avanti, le scelte dell’uno e dell’altra mostrano che ci si può lasciare non per salvare se stessi ma per salvare il proprio amore. L’amore, nel romanzo è così, non corrisponde necessariamente ad aver trovato la soluzione a tutto. Anna vive un amore troppo grande, più grande del contesto a cui appartiene, più grande anche di se stessa al punto che, non riuscendo a superare i propri limiti, molla. La storia con Carmine diventa una rinuncia invece che una salvezza. Overlove è un amore che non salva nessuno se non l’amore stesso.

“Mesi prima Anna e Carmine erano distesi sul letto di un albergo di Lugano, dove Carmine aveva suonato in unplugged all’auditorium. Poca gente, come al solito, molte recensioni. Anna l’aveva seguito per mancanza. Il suo corpo nudo entrava e usciva dalla bocca di Carmine con la stessa leggera musicalità delle note. Lui aveva tenuto i vestiti e gli occhiali, non li levava mai, per via degli occhi svergognati. Ogni tanto spostava l’asta della montatura con l’indice per non ungere le lenti. C’era la musica e poi Anna; Anna e poi Overlove. Lei gli aveva chiesto: «Cosa vuol dire Overlove?» E lui aveva risposto: «Non abbastanza, quindi troppo. Troppo amore non è abbastanza amore». Anna aveva deglutito, allargando le pupille e poi, prendendo coraggio, gli aveva chiesto: «Ma sei sicuro che la gente lo capirà?» «Non m’interessa», e poi: «Della gente non m’interessa».”

La vita inedita di una scrittrice #30

By alessandra vitainedita

Interno, giorno, Scuola Media.

Allora ragazzi oggi è l’ultimo giorno. Facciamo una prova e vi lascio liberi. Fate quello che desiderate.

Un’ora e mezza dopo.

Le ragazze hanno: letto, scritto, si sono fatte le trecce a vicenda, mi hanno raccontato la loro vita tre volte a testa, hanno postato diecimila foto mandando messaggi a tutta la rubrica e a momenti hanno scoperto chi ha ucciso Laura Palmer, dopo aver programmato le prossime vacanze estive per i prossimi dieci anni.

I ragazzi, intorno a me, attaccati a capanello, non si sono mossi, chiedendomi a turno:

E che facciamo?

Quello che volete, dico io.

E che vogliamo?

Quello che vi va.

E cosa ci va?

Non so provate a pensare.

E ce ne andiamo? e dove andiamo? E che facciamo? E che vogliamo? E ce ne possiamo andare? E dove andiamo?

(…..)

“Nove C” di Dario Ricci – Dopolavoroletterario n. 20

Tutte le cose belle iniziano dal fare schifo. Questa è una cosa che mi ha detto Dario dopo che abbiamo terminato il nostro percorso. Io gli ho detto che è proprio così, un po’ diretta come osservazione ma vera. Se non si fa schifo all’inizio non si può arrivare a scrivere una storia buona. Dario ha fatto schifo, all’inizio, e ora il suo romanzo è buono. Piace molto a me, piace finalmente anche a lui e sono sicura che piacerà a chi vorrà leggerlo per pubblicarlo. Io ci conto, molto. E, come direbbe Diego – il protagonista di questa storia, “Nove C” arriverà fino in cima. L’arrampicata non ci spaventa.

Questo è un estratto del romanzo, l’ immagine fornita dall’autore.

 NOVE C

romanzo di

Dario Ricci

VERSO NORD

Il buio in Islanda è più buio. Guardo fuori dai finestrini del fuoristrada. Solo qualche luce in lontananza. Un piccolo villaggio. Nessun rumore. Sono seduto accanto a Nicholas. Guida con lo sguardo di chi sa che è il momento che aspettavi da troppo è arrivato. Ho scritto alla Linetti che per imprevisti generici non sarò disponibile da qui a dieci giorni. L’agenzia mi ha risposto di andare a farmi inculare.  Stavano valutando la rescissione del contratto. Per fortuna le bizze di Mara lì ha fatti cambiare idea. Mi sono beccato una serie di insulti di vario tipo. Messaggi vocali pittoreschi. Credo che potrò farmene una ragione. A Dafne ho solo detto che per una decina di giorni non avrei avuto campo sul cellulare. Si è incazzata come una poiana. Scusa.

Ci stiamo spostando verso Aukereyri una delle cittadine principali del nord. Dormiremo lì stanotte. Sgranocchio carne essiccata giusto per prendere confidenza con quello che mangerò nei prossimi giorni. Fa abbastanza schifo, ma piano piano ci sto prendendo gusto. Nicholas non è di molte parole. Non sembra del tutto tranquillo. Provo a fare una battuta. Non ride. Procediamo silenziosi verso nord. Il panorama ruota su se stesso scivolando tra forme e colori diversi.

Arrivati. Pomeriggio. Questa cittadina è fatta solo di casette colorate. Un pub. L’unica vera attrazione. Non c’è molto da vedere. Direi che è quasi un eufemismo. Non c’è niente da vedere. Forse ha ragione lui che trangugia la terza pinta. Sono solo le tre. Mi guarda frustrato quando mi fermo alla prima. Tira nuovamente fuori la cartina tracciata.

“Sei pronto?”.

“Si.” Mi lecco le dita impastate dal sale delle patatine che sto mangiando.

“Domani mattina ci sveglieremo verso le quattro Un amico passerà a prenderci per portarci al rifugio di Sigurðarskáli. La strada è sgombra dalla neve. Riusciremo ad arrivare velocemente. Da lì partiremo il giorno seguente per il ghiacciaio.”

Manda giù l’ultimo sorso di birra. Paghiamo. Si parte.

BIANCO

Lo sci affonda in un abbondante strato di neve. Il mio primo passo sul ghiacciaio. Devo ancora abituarmi agli scarponi. Ancora qualche ora ed avrò vesciche ovunque. Per fortuna le pendenze che affronteremo sono umane. Vedo Nicholas che mi precede con la sua slitta rossa. Ha l’aria di un bimbo al luna park. Sguardo in alto. Fissa il sole. Occhiali a specchio e labbra imbiancate. Un chilo di crema solare. Ogni tanto si gira verso di me. Controlla il passo. Sembra molto premuroso. Forse non si fida troppo. In effetti portarsi dietro un italiano conosciuto da tre giorni non credo gli dia un gran senso di sicurezza. La prima tappa dice che dovremo fare circa diciotto chilometri. Il peso delle nostre slitte non lo renderà esattamente una passeggiata. In questo bianco infinito è difficile non pensare. Ogni movimento è ripetitivo. La marcia è una somma infinita di piccoli passi. Mezzo metro. Forse meno. Poi ancora mezzo metro. L’unica distanza a cui sei in grado di pensare quando la fatica ti attanaglia le gambe.  Nicholas si ferma un attimo e prende un thermos dalla slitta. É già paonazzo in volto, nonostante la protezione cinquanta. Bevo un po’ di the insieme a lui.

“Grazie, mi hai tolto di mezzo da quell’inferno.” Si cosparge nuovamente il volto di crema.

Credo di non aver capito bene, forse è il mio inglese. Faccio cenno di ripetere. Le parole sono identiche.

“Amo la mia famiglia ma avevo bisogno di questo. Un momento solo per me.” Non approfondisco. Il bello di non avere figli è che puoi reagire a queste situazioni semplicemente rispondendo con un sorriso idiota. Nessun aneddoto o consiglio da professare. Sono un po’ deluso. Io ci speravo nella famiglia nordica.

“E tu sei solo?”

Il sorriso idiota di prima sta benissimo anche per questo turno.

“Una ragazza, una moglie?”

Dovrei dire di sì. Ci sarebbero troppi “ma” da aggiungere.

“Sei gay?”. Rispondo di no con il dito.

L’orientamento sessuale è una delle poche cose su cui posso rispondere senza dubbi. A volte ho pensato che sarebbe stato più facile fosse stato il contrario. Sposato con Nicholas. Non si sceglie. Come la squadra per cui tifi.

Ripartiamo. La pendenza si fa sentire. Sono costretto a fare più forza sulle racchette. La neve è comunque dura abbastanza per non sprofondare e permettere un attraversamento non troppo estenuante. Il sole sta calando. Davanti a noi lo scintillare rossastro del tramonto, riflette sull’orizzonte impassibile del ghiacciaio. Il mio compagno controlla il Gps. Pollice alto.

Montiamo la tenda velocemente. Fornellino. Un piatto di ramen precotto. Gli effetti collaterali della globalizzazione.

IN BIANCO

Fa freddo. Molto. La prima giornata mi ha già messo alla prova. Nicholas scrive alcuni appunti sul diario di viaggio. Leggo qualche pagina di un libro in inglese comprato in un negozio lungo la strada. Dalla copertina avrei detto che avrebbe fatto schifo. Le prime pagine lo confermano. Dovrei sentirmi libero. Sperduto in questo nulla. Invece. Claustrofobia. Costretto dentro questo sacco a pelo. Fermo. Mentre i pensieri si muovono. C’è molto silenzio. Il silenzio è una cosa con cui non è facile avere a che fare. Avrei bisogno di parlare, ma ho un vichingo taciturno con cui riesco a scambiarmi giusto qualche pensiero. Eppure c’è qualcuno che mi aspetta a casa. Ho una ragazza che non vedrebbe l’ora di prendere il telefono e chiamarmi. Non si può. Per fortuna. Non saprei che dirle. Finiremmo per parlare di tutto tranne di ciò che dovremmo. Chissà come sarebbe dirle che io un figlio non so se lo voglio. Che odio passare le domeniche a comprare i mobili e che la disco music mi fa cagare. Chissà come sarebbe dirle allo stesso tempo che ha il culo più bello del mondo e che sa farmi ridere anche quando non ce ne sarebbe alcuna ragione. Amo il modo in cui mi ama. Come farei poi a spiegarle avrei voglia di accoppiarmi con Giulia qui, adesso? Come un animale. Credo si tratti di geni e di sopravvivenza della specie. Potrei rispolverare la teoria evoluzionistica. Non credo la prenderebbe bene.

“Domani sarà dura.” le parole di Nicholas riescono a distrarmi.

Mi mostra il tracciato per la seconda giornata. Sarà una tappa piuttosto impegnativa. Penso che dovrei dormire. Ci diamo la buonanotte. Vorrei attaccare bottone. Spegne la piccola torcia appesa sopra la sua testa.

Osservo il cielo giallo della tenda da quasi un’ora. Non riesce a cullarmi. Continuo a cercare una posizione. Nicholas dorme come un bambino. Servirebbe Trambusto. A riempire il vuoto di questo sacco a pelo. In questo momento starà mangiando per la quarantesima volta. Tutte le volte che lo lascio dai miei diventa il doppio.

La copertura della tenda sembra schiacciata. Non so che ore siano, ma deve essere da molto tempo che nevica. Mi alzo ed esco. I fiocchi scendono dolcemente. Coprono di bianco un orizzonte ancor più bianco. Bianco alla seconda. Cerco di togliere la neve in eccesso con i guanti. Fisso il cielo. É notte. Io però le nuvole le vedo lo stesso.

Su. Fra le nuvole sciolte nel blu. Il mio cuore la rabbia il tempo forse tu. Niente più.

Disteso con le braccia allargate nella neve. Gelo. Accogliente.

VICINO

Nono giorno. Non manca molto. Avrò dormito non più di un’ora. Nicholas prepara il caffè. Ho finito da solo un pacchetto di biscotti. Il sole è alto in cielo. Tutto sembra un po’ meno complicato. Riusciamo a smontare la tenda in pochi minuti per riprendere la nostra marcia. Le gambe non fanno male. Un insperato ottimismo ulula dentro di me. Avanziamo veloci cercando di evitare i crepacci che ci circondano. Fa molto più caldo di ieri. Nicholas si ferma per togliersi il pile. Io faccio lo stesso. Si avvicina.

“Stanotte non hai chiuso occhio, vero?” mi chiede.

Devo aver fatto un gran casino. Mi spiace.

“Si dice in questo posto la notte risvegli antichi demoni. Disturbano il sonno di tutti coloro che attraversano il ghiacciaio. Una favola che ci raccontavano da piccoli.”

“Se lo dici tu.”

Sorride e scuote la testa.

“In ogni caso non preoccuparti, tu non dormi sul ghiacciaio. Io sto sveglio tutti i giorni della settimana. Forse i demoni non vivono solo qui.”

Vorrei chiedere di più. Vedo Nicholas che prende in mano i bastoncini e riprende la marcia.  Probabilmente si viene in mezzo a tutto questo nulla per trovare qualcosa. O per perderlo. Definitivamente. Lasciarlo andare.

 Le nubi si addensano all’orizzonte accompagnate da un forte vento. Controlliamo la cartina di nuovo. Ci sono un paio di ore di luce che consentirebbero di avanzare ancora. Guardiamo il cielo. Forse è meglio fermarsi. Essere colti da una tempesta in mezzo ai crepacci non è una grande idea. Mi apparto un secondo per fare i bisogni. Con l’urina traccio un ovale perfetto. Provo un certo tipo di soddisfazione quando il ghiaccio si scioglie al contatto con il calore giallastro della pipì. Una volta disegnai un cuore per Giulia. Sono sempre stato molto romantico.

Oggi sta a me cucinare. Pesco dentro la slitta di Nicholas. Zuppa di fagioli. Il vento si è ulteriormente rafforzato. Non riesco a vedere oltre cinque metri. Non è una bella sensazione. Il mio compagno ha la faccia tesa. Mangiamo in silenzio.

Una raffica improvvisa fa vacillare la tenda. Ci guardiamo preoccupati. Sbircio fuori. Non riesco più a vedere niente.  Rintanati nei nostri sacchi a pelo, cerchiamo di scambiarci qualche parola. I paletti della tenda sembrano doversi rompere da un momento all’altro. Mi chiedo che fine avranno fatto i miei sci là fuori. Paura. La tenda si affloscia da una parte. Uno dei paletti ha fatto crack. Riusciamo a riparlo grazie ad un pezzo di metallo e del nastro isolante. Sappiamo entrambi che la tenda potrebbe non reggere. Passare la notte sotto una tormenta, sotto zero, non è esattamente la migliore delle idee. Non riesco a chiudere occhio. Torna la claustrofobia. Stavolta non posso neanche scappare fuori. Impotenti. Galleggiamo in questo niente fatto di vento che fischia ed una tenda che sembra sull’orlo della resa. Sibili. L’unica cosa che riesco a sentire, anche quando tutto è passato. I raggi di sole fanno capolino. Usciamo. Di fronte a noi gli sci spazzati via dalla bufera. A qualche metro di distanza dal punto dove li avevo lasciati. Una delle due slitte si è rovesciata. Il cielo è sereno sopra di noi. Nicholas mi abbraccia. Ne avevo bisogno.

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“Ciao per sempre” di Corinna De Cesare – #dopolavoroletterario n. 19

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
Qualcuno li ha visti tornare
Tenendosi per mano”

Il romanzo di Corinna ha la vitalità malinconica delle canzoni di Lucio Dalla. La storia è quella di una ragazza, Margherita, che diventa una donna attraversando i ricordi e i segreti della sua famiglia. In una Puglia nostalgica e sfuggente, si intrecciano esistenze facilmente riconoscibili. più vicine alle nostre di quanto riusciamo a immaginare. Lavorare con Corinna è stato come soggiornare dentro le montagne russe: alternando adrenalina, brividi e momenti di profetico silenzio. Mi auguro che presto questa storia possa trovare una casa, che la accolga con la stessa sincerità con cui è stata scritta.

Questi sono i primi due capitoli del romanzo. Buona lettura. (Photo credit:  Nico Profeta)

CIAO PER SEMPRE

Di

Corinna De Cesare

Ogni famiglia ha un segreto, piccolo o grande che sia: una rosa regalata dall’amante e nascosta dietro una libreria, il ricordo del profumo dell’ex cercato ogni tanto nell’aria, un libretto universitario con voti finti, dei libri orgogliosamente esposti e mai letti.

Il loro segreto era entrato dalla porta di casa e si era seduto sulla poltrona verde di velluto accanto alla nonna. Era un uomo alto, robusto e sconosciuto ai suoi occhi. Margherita lo avrebbe scoperto nel momento giusto, dopo che lui le aveva messo  tra le mani un foglietto bianco stropicciato. C’era scritto:

Queste lettere sono da parte di tua nonna. Ti prego, non aver paura.

  1. MARGHERITA

Quando Margherita arrivò, suo padre sradicava l’erbaccia in giardino. Si era fatto largo tra i cespugli e le belle di notte, destinate a sbocciare solo molte ore dopo, nel buio. Lei dal balcone lo osservava graffiarsi i polpacci con l’ortica mentre ogni tanto, con la canotta fradicia, cercava riparo dal sole con l’aiuto della mano. Poi, girandosi con gli occhi gonfi di chi ha dormito poco, l’aveva salutata puntando lo sguardo verso l’alto.

Il caldo non dava tregua, men che meno in quella casa che sembrava un desolato puntino nero su un foglio bianco: pur essendo infatti ad appena un chilometro dal centro, vicino allo stradone di corso Umberto e al vecchio ospedale San Francesco, vi si accedeva solo attraverso una strada sterrata fatta di piccolissime pietre bianche che a quell’ora erano diventante incandescenti. Tutto intorno la campagna avvolta dal sole rovente d’agosto, come solo in Puglia sa essere.

Gli angoli dei soffitti avevano perso il candore di un tempo e anche i muri erano testimoni di una vita e una routine familiare ormai remota, fatta di candeline spente, giochi con i cugini sotto il tavolo di legno tarlato del soggiorno, pranzi della domenica e altre immagini di vita diventate ormai solo piccole ombre scure sulle pareti. Non era rimasto più niente della loro vecchia vita, se non i ricordi racchiusi in quella quattro mura, certi armadi ancora pieni come di chi fugge all’improvviso e qualche lontano parente. Lo avevano pensato entrambi, Margherita e suo padre, guardando l’intonaco scrostato delle pareti ma non se lo erano detti ed erano rimasti in silenzio per un po’.

Nel salone era stato allestito un enorme banchetto funebre, con i thermos di caffè dei vicini, le pizzette calde, i rustici freddi abbandonati sulla vecchia credenza. La signora Rosa cercava di mettere ordine mentre si infilava in bocca qualche bignè al cioccolato. È una di quelle vecchiette che sembrano anziane da sempre, piegata su se stessa da una vita poco generosa che l’ha resa vedova sin da quando Margherita era appena una bambina e la incrociava sul pianerottolo di casa mentre puliva le scale, ramazzava il pavimento o apparecchiava l’atrio del palazzo con certe piante lunghe e insignificanti. È una donna del Sud che ha immolato la sua vita alla vedovanza, sempre vestita di abiti scuri e con quel bottone di onice tondo e nero, grosso come una ciliegia, sempre attaccato al petto. Era il simbolo del lutto, in uso solitamente tra gli uomini, ma che lei si era ostinata a mettere sui suoi vestiti per ribadire il concetto e spegnere qualsiasi slancio con l’altro sesso. Se era stato o meno per colpa dell’onice, pensò Margherita, quel che è certo è che aveva funzionato.

La mattina della partenza si era alzata molto presto, sistemando la camera di buon’ora e infilando le ultime cose nella valigia.  Chiuse la porta piano piano, per non svegliare i coinquilini e partì. Prese la metro fino alla stazione Termini, poi il treno verso Fiumicino, il volo per Bari e di nuovo il treno fino a Barletta che portava la solita ora buona di ritardo dei treni locali, con i bocchettoni dell’area condizionata rotti. Dai finestrini aveva riconosciuto i campi secchi e le strade curve e deserte di agosto, abbandonate per le più attraenti mete del mare. Un dedalo di vie polverose che dai monti dauni, schietti e selvaggi come i briganti, l’aveva accolta verso sud tra i fianchi morbidi del tavoliere dove i terreni paludosi si trasformano, dalla primavera in poi, in mosaici dalle mille sfumature che danno il meglio di se’ come quei pavoni che aprono la coda per impressionare la femmina. Quando vide dal finestrino le murge, si sentì subito a casa. “Il nostro Gran Canyon”  lo chiamava sua nonna, che paragonava le montagne carsiche a quelle dell’Arizona che poteva aver visto solo in tv, un Mivar di una ventina di chili, piazzato al centro del suo salotto su una robusta libreria di legno massello. Sua nonna si affezionava ai mobili con la stessa intensità con cui si legava alle persone anche se erano poche, a dir la verità, quelle che riuscivano a ottenere la sua fiducia. E così la libreria della nonna rimase immobile nello stesso posto per circa vent’anni fino a quando una scossa di terremoto in Abruzzo, nel ‘92, si diramò tutta intorno fino ad arrivare a Roma, nella sua casa facendo crollare qualche mensola in un effetto domino che riuscì finalmente a convincerla ad ammodernare la reggia. La chiamava così, la sua casa, e non era affatto ironica: era un appartamento come tanti in realtà, una cucina spaziosa, il salone con il camino che si era ostinata a far mettere dal marito. Poi i due bagni e la cameretta dov’era cresciuta la madre di Margherita e dove anche lei dormiva d’estate quando, finita la scuola, andava a stare dai nonni.

– Vai a Roma? – le chiedevano i compagni di classe quando iniziavano a portare le maniche corte e il sole batteva forte sulla lavagna rendendola quasi incandescente. A quella domanda seguiva in genere un lungo elenco di richieste in vista del viaggio nella capitale: Crystal ball e Polly Pocket durante le elementari. Cd e Smemoranda alle medie. Biglietti dei concerti e dottor Marteens originali al liceo. All’epoca la famiglia Lolli abitava in Puglia e a fine anno scolastico Margherita andava dai nonni a Roma per le vacanze estive. Erano giorni spensierati di corse in bicicletta e sere a far tardi, mesi in cui la routine di provincia veniva spazzata via dall’eccitante frenesia di città in cui ogni giorno poteva rivelarsi diverso dall’altro: una mattinata sul litorale romano, un pomeriggio all’acqua park, una serata afosa trascorsa in un cinema all’aperto con le cosce sudate che si attaccavano sulle sedie di plastica. Una centrifuga di un mese e mezzo dopo la quale era persino piacevole tornare alla normalità provinciale, gonfia di aneddoti da raccontare ai compagni di scuola.

Quando la nonna si aggravò, si trasferirono tutti a Roma.

Sembrava che il destino di tutta la famiglia fosse sempre stato quello di scappare dalla Puglia: negli anni cinquanta fu il turno della nonna e quarant’anni dopo toccò a loro. Era il primo gennaio del novantanove quando se ne andarono: si lasciarono alle spalle le campagne innevate a bordo di un’Alfa Romeo carica di valigie, zaini e un bel po’ di lacrime sulle guance mentre le casse della radio trasmettevano Whish I could fly e  ufficializzavano la nascita dell’euro.

– Anna purtè tott au’ sfasc’, disse il padre di Margherita mettendosi al volante, devono portare tutto allo sfascio – commentando con un certo ottimismo l’entrata in vigore della nuova moneta.

Quando arrivarono a destinazione la nonna era già un corpo immobile su un materasso sformato. La malattia l’aveva distrutta dentro e fuori ma non le aveva cambiato lo sguardo, dolce come quello del tempo che passava insieme alla nipote quando la portava nell’unico cinema di borgata a vedere Massimo Troisi innamorato di Francesca Neri.

Per la sua morte era voluta tornare tra i campi brulli e gli uliveti secolari della sua infanzia, in quell’immenso granaio distante quattrocentocinquanta chilometri da Roma, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita.

– Mettiamola lì, dove c’è più spazio – aveva indicato la signora Lolli ai becchini. E loro l’avevano sistemata dove c’era il pianoforte di Margherita, abbandonato lì impolverato e un tempo arrangiato con bomboniere e foto ricordo in quelle cornici d’argento che si anneriscono con il passare del tempo. Tra quelle cornici Margherita ne ricordava una così bene che le sembrava fosse ancora poggiata sul piano: c’era lei, il giorno della sua prima comunione, con una spiga in mano, le sopracciglia folte, i capelli lunghi raccolti in una treccia e un finto sorriso, ostentato come quelle collane d’oro pesanti che aveva visto al collo di certe anziane al funerale. E adesso vedeva anche un’altra foto, quella della nonna di fronte al camino, quando era ancora bella e non cambiava la libreria mezza scassata. I ricordi cominciavano a mescolarsi alle immagini reali, la casa, il pianoforte, lei seduta davanti agli spartiti, il padre che leggeva il giornale sul divano, sua madre che stendeva i panni ad asciugare, la bara, la nonna, il presente, il silenzio.

Non erano mai stati capaci di venderlo quell’appartamento: non lo aveva fatto la nonna dopo il suo trasferimento a Roma e non lo aveva fatto neanche la famiglia Lolli che se n’era andata lasciando qualche mobile e seminando oggetti che si intravedevano in penombra. In cucina era rimasta qualche pentola, un cucù ormai fermo appeso alla parete, una televisione non funzionante e un vaso di creta bianco su una mensola. Nel salone era rimasta la sedia a dondolo, i divani e la sedia di velluto verde, il pianoforte e dei liquori chiusi in una vetrinetta la cui chiave era andata persa da un pezzo.

Erano tutti lì, in quella vecchia casa, raccolti nel salone in stile liberty che puzzava di naftalina, ad accogliere silenziosamente la bara.

  1. LA FAMIGLIA LOLLI

Il signore e la signora Lolli si erano conosciuti a Roma alla fine degli anni ’70,  in un pomeriggio assolato di compere e soldati in libera uscita. Lui passeggiava su via del Corso insieme ai suoi commilitoni dentro una divisa verde bottiglia che gli pizzicava le gambe. Lei, con le sue compagne di scuola, si era fermata un attimo davanti ai muri di marmo di via dei Sabini per leggere alcuni manifesti attaccati abusivamente dalle femministe:

“Le donne hanno le loro colpe, gli uomini ne hanno solo due, tutto ciò che dicono e tutto ciò che fanno”.

E lui, d’improvviso, si era inginocchiato davanti ai suoi piedi:

“Chiedo perdono, sono colpevole” aveva urlato, incrociando le mani l’una con l’altra nel gesto del perdono e sporcandosi i pantaloni della divisa all’altezza delle ginocchia. Lei, da parte sua, era scoppiata a ridere. Non tanto per la sceneggiata, ma per quelle vocali chiuse come le porte della vicina Chiesa del Gesù.  Le pronunciava proprio allo stesso modo di  sua madre che viveva a Roma da più di vent’anni ma quando si arrabbiava con la figlia tornavano a galla le vocali aperte del Sud, l’accento della valle dell’Ofanto che la signora Lolli non aveva mai potuto visitare fino ad allora. C’era una sorta di avversione, in famiglia, su quelle origini tanto in pubblico esaltate per la loro bellezza, quanto in privato rinnegate per motivi poco chiari. Margherita ricordava le interminabili telefonate tra la madre e la nonna, le urla, i pianti su quel filo del telefono a rotella che allungava una distanza fisica ed emotiva. Tant’è che sua madre, per farle passare un po’ di tempo con i nonni, si era convinta che l’unico modo fosse raggiungerli a Roma. Non succedeva mai il contrario, loro non andavano mai a trovarli giù.

Era stato proprio mentre festeggiavano il compleanno di Margherita a Roma, che la nonna aveva ricordato l’episodio di via dei Sabini. “Il ratto della mia sabina” lo chiamava lei, provocando il signor Lolli che sorrideva sotto i baffi.

– Chiedo perdono, sono colpevole – rispondeva lui a voce alta ripetendo per l’ennesima volta quella scena del primo incontro con la moglie. Una scena diventata in famiglia ormai un racconto leggendario visto che fu una delle poche volte che il signor Lolli non parlò in dialetto. La lingua del cuore, la chiamava lui, che era nato in una famiglia di commercianti e il dialetto era sacro tanto quanto il portafogli. Come in tutte le famiglie di commercianti che si rispettino, il tema di discussione principale a casa sua, era il denaro. Dal risparmio al guadagno, dalle tasse ai contributi da pagare, era un continuo parlare di soldi dalla mattina alla sera. L’unico a fare eccezione era proprio lui che aveva non solo il pallino della lettura ma pure quello della musica e per uno che nasce povero tra le campagne del Sud, era una stravaganza troppo difficile da perdonare. Nella camera da letto sul suo comodino, di fianco alle pasticche per il colesterolo e a una piccola abat jour, il signor Lolli non aveva mai rinunciato a tenere qualche libro. Leggeva con avidità, prendendo in prestito i volumi in biblioteca e siglando con orgoglio quelli che comprava e metteva sugli scaffali della sua libreria concludendo la lettura sempre con il rito della data: giorno, mese e anno di acquisto, seguiti dalla firma: Mario Lolli, con quella “i” finale allungata dall’inchiostro, come se avesse voluto spingersi un po’ più in là. Era l’unico indizio che facesse intendere che in fondo, la vita di bottega, gli era sempre andata un po’ stretta. Se era o meno così, lui però non lo dava a vedere e neanche incolpava i suoi di quell’eredità che lo aveva allontanato per sempre dal sogno dell’università, considerata una meta impossibile agli occhi di una famiglia come la sua. All’epoca il rancore non era contemplato in un rapporto tra genitori e figli e il rispetto veniva sottolineato dall’uso di un pronome: “voi”. E così persino quando la nonna era ormai vecchia, Margherita era adolescente e la modernità degli anni ’90 entrava nelle case attraverso il Bimby e le vhs del Blockbuster, suo padre continuava con quell’ossequiosa riverenza.

Voi tutt’appost mà?

Vi sentite bun?

Avit mangiat?

Voi chi? Chiedeva sempre Margherita assistendo a quello scambio di battute tra il padre e la nonna.

Reir, reir, brontolava il padre. In dialetto.

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