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“Il sangue di maggio” racconto di Arianna Corsini – #dopolavoroletterario n.18

Arianna l’ho conosciuta qualche mese fa. Ha partecipato al laboratorio “Una storia tutta per sé”. Arianna quando scrive trasforma i sentimenti, le voci dei personaggi, la vita. Ha lo sguardo fisso dentro qualcosa che non conosce fino in fondo e questa forma di purezza, di mancanza di sé, rende la sua scrittura attraente come un fiore che vedi per la prima volta. Ti colpisce, è bello ma non escludi che possa essere velenoso. Questo è il racconto, intenso, che ha scritto alla fine del nostro laboratorio. (Foto dell’autrice)

Il sangue di maggio

di Arianna Corsini

 Nina percorse la strada assolata del primo pomeriggio, una tracolla in tessuto le colpiva il polpaccio nudo ad ogni passo. Faceva caldo, intorno a lei e dentro di lei. Le partì dal petto, le infiammò il collo.

  Spinse la porticina intarsiata della chiesa e l’odore d’incenso e di rose le carezzò le narici. Nina starnutì. Respirò.

  Quell’odore la invase. Incenso e rose, dappertutto. Si fece il segno di croce.

  Una voce atona cominciò: «Oh Dio, vieni a salvarmi».

  Un coro tuonante rispose. «Signore, vieni presto in mio aiuto».

 La voce di Nina si confuse in quella recita. Erano tutte donne eppure, nel momento in cui avevano parlato insieme, avevano generato la voce di un mostro.

  Incenso – nuvola densa, fili bianchi sospesi nell’aria.

 Rose – molli, aperte come mani inermi sul pavimento dell’altare.

 Nina si appoggiò al banco davanti a lei. Non le piaceva stare in chiesa ma quella volta, più di tutte, voleva scappare, voleva gridare, voleva sputare via l’odore dell’incenso e delle rose ma come si fa a respingere un odore? Le si rivoltò lo stomaco.

 Non le restava che vomitarlo. Nina sollevò il volto, c’era la statua della Madonna ad osservarla. Le parlava nelle sue preghiere. Come faceva a confidare a Dio il mal di testa, le fitte al basso ventre, il bruciore tra le cosce, quel calore viscido sulla pelle, quello scamiciato di lino che era troppo stretto?

  Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori amen una, tre, dieci volte.

  Padre nostro, tu sei un uomo e non potrai mai capire.

 Nina chinò il capo, strinse i denti. Non recitava più, ascoltava. Pazienza, devi avere pazienza, ma per cosa, perché? Era là perché lo voleva sua madre. Tutto quello che faceva lo voleva sua madre.

 Chiuse gli occhi e attese fino alla fine, quindi si mise in ginocchio per l’ultimo segno di croce.

 «Oh Signore santo!» Una vecchia, seduta accanto a lei, inorridì.

 «Cosa? Perché?»

 «Hai sporcato il banco di sangue… l’inginocchiatoio…»

 Nina si mise in piedi in un istante. Era vero, c’era qualche goccia di sangue sul legno. Si era forse graffiata le ginocchia? Ma quando, con il palmo della mano, pulì via il sangue dalla pelle, sul ginocchio non c’era alcuna ferita.

 Il sangue era sceso fino ai polpacci.

 «Povera cara» sospirò la vecchia, «quanti anni hai?».

 «Devo farne undici».

 «Povera cara» ripeté quella, «così piccola. Che disgrazia».

 Nina si voltò, le donne del banco dietro di lei avevano gli occhi di chi condanna, di chi non ricorda.

 «Vattene, per l’amor del cielo», sentì dire.

 Che succede? Nina si avviò verso l’uscita. Che succede perché questo sangue dove mi sono fatta male perché mi sono fatta male? Uscì sul portico, non c’era nessuno. Si era sporcata anche in mezzo alle cosce e lo scamiciato era bianco. Non poteva tornare a casa così, con il fruttivendolo sempre fuori, gli uomini del bar sempre fuori, le comare che cuciono sempre fuori. Si toccò. Ecco, le mutandine, lì. Oddio, era da lì.

 Mi fa male la pancia, mi fa male la schiena, c’è sangue. Muoio. Muoio? Esce da lì, da lì, da dove faccio pipì. Sta lì. Come altro si chiama? Mamma la chiama sempre , pulisciti , copriti lì.

 Nina prese un fazzoletto dalla tracolla, ancora nell’ombra del portico se lo infilò nelle mutandine e corse verso la parte opposta del centro abitato, dove c’era il mare.

  Non voglio che mi guardino. Meglio morire. Piuttosto, meglio morire.

 Avrebbe aspettato la fine proprio là, con l’odore salmastro a mandare via per sempre quello dell’incenso e delle rose.

Perché non aveva mangiato più gelati e più cioccolata? Il fioretto non l’aveva protetta da niente. Dio non proteggeva da niente, Gesù non proteggeva da niente e la Madonna stava muta, solo a guardare. A mandare il sole, così anche gli altri potevano vederla, deriderla, additarla e dirle “vattene!”.  Seduta sulla sabbia, strinse le ginocchia e sperò che il sangue si arrestasse con la vita. Il magone che tratteneva in gola si trasformò in un pianto. Dapprima docile, da bimba. Poi Nina respirò forte, digrignò i denti. Era la voce di un mostro senza gli artigli. Era la voce di tante donne insieme che condannano e non ricordano ma Nina era solo una, una ragazzetta di quaranta chili con gli occhi cerchiati e le guance pallide e lo scamiciato sporco di vergogna. Così, si addormentò.

***

Svegliati figlia,  hai dormito come gli orsi in letargo. La tua vita era in autunno anche se hai versato il sangue di maggio. Sei viva, sì – il dolore non uccide se tu non glielo permetti. Nina, figlia, alzati e torna a casa. Un ultimo sguardo al mare di notte: non ci puoi più vedere attraverso. E le donne, lo sai, sono così. Quando crescono, non ci puoi più vedere attraverso.

(#DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER.)

La vita inedita di una scrittrice #29

By alessandra vitainedita

Pensierini sparsi, voci di dentro e di fuori

N.1 Int. giorno – chat

– Non parli mai della tua vita.

– Io non ho una vita.

N. 2 Est. giorno – sotto il portone di casa in attesa di muovermi

-Ciao …

-Ciao.

-Non ti vedevo da parecchio in giro.

-Eh, sto incasinata in questo periodo.

– Ti vidi in tv, ma parecchio tempo fa. Alla televisione, un telegiornale. Hai fatto un libro. Eri tu o S’ SO SBAGLIAT’??

N. 3 Int. giorno – negozio di arredo

– E lei che lavoro fa?

– La scrittrice.

(Svenuto.)

N. 4 Est. sera. Castello aragonese di Taranto

“Il romanzo di Alessandra è (cose bellissime che non oso ripetere per scaramanzia) e poi c’è questa Puglia che è descritta e vista come fosse una Scandinavia del Sud”. Omar di Monopoli

(Io: levito.)

N. 5. 

La foto è un ritratto che ha scattato Umberto Lopez durante una festa di matrimonio, l’estate scorsa. Involontariamente se dovessi descrivermi, potrei farlo solo così: osservo senza essere osservata. Mi viene in mente un verso di Charles Bukowski (che ho sempre letto come una dichiarazione d’amore/odio per la scrittura):

“E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.

Ed io ti penso ma non ti cerco”.

“California” racconto di Luca Cammisa #dopolavoroletterario n. 17

Luca ha seguito “Una storia tutta per sé”, quest’inverno a Campobasso. In libreria, Mondadori Point del capoluogo molisano, mentre scriveva gli esercizi assegnati sembrava stesse compilando un modulo. Poi, alzando la testa, mi pareva che si fosse liberato di mezza vita. E leggendo, ho avvertito la conferma e la leggerezza preziosa delle sue storie mi è rimasta incisa. Prima e dopo il laboratorio. Quello che segue è il racconto che luca ha sviluppato dopo aver seguito il corso, ispirandosi ai cinque sensi e ai ricordi. (La foto è sua.)

CALIFORNIA

di Luca Cammisa

Ho scoperto di essere la ragazza sbagliata già prima di conoscere te. E forse anche prima di conoscere me stessa, prima di imparare a seguire il solco sanguinante che le parole sono in grado di tracciare sul mio braccio, di solito il sinistro, quando decido di farmi male, di punirmi per essere così sbagliata e così diversa e così inadatta a vivere tutto quello che vorrei vivere. Il primo sbaglio l’ho commesso in una notte di maggio, che i miei genitori descrivono come piovosa, quando nella sala parto sono riuscita a stupire tutti smentendo ecografie, veggenti e fondi di tè che avevano preannunciato la nascita di un maschietto. Nessuno probabilmente lo diede a vedere, un bambino era pur sempre un dono del cielo, a prescindere dal sesso, eppure non credo sia un caso che due anni dopo mio padre abbia dato il nome che avrebbe voluto dare a me, Riccardo, al secondogenito avuto con la sua segretaria, un mese prima di abbandonare me e mia madre per convolare a giuste nozze con una ragazza che aveva almeno la metà dei suoi anni. Quanto a mia madre, che avrebbe preferito chiamarmi Elisa e non Claudia come mio padre aveva deciso, riuscì dopo mesi di tormento a trovarne finalmente una, di Elisa, e a scoprirsene innamorata durante uno di quei corsi di teatro a cui si era iscritta per tentare di entrare nelle vite degli altri senza dover pensare alla propria. Al netto, quindi, nei miei primi due anni di vita posso dire di aver combinato più guai di quanti ne possa fare una persona normale nell’arco di ottant’anni. E crescendo non c’è stato nulla in grado di convincermi di essere giusta, almeno solo per un attimo: troppo alta per essere una principessa, troppo magra per fare la Conchiglia Azzurra nella recita in terza elementare, troppo bionda per essere Biancaneve. Troppo carina per non fare ingelosire le mie amiche, non abbastanza simpatica per interessare ad un ragazzo.

Mai troppo intelligente per riuscire a fuggire da uno come te.

Ci siamo incontrati in una sera di maggio, piovosa come la notte in cui sono nata: già questo avrebbe dovuto farmi capire che neanche per te sarei stata quella giusta.

Ho sedici anni, tu stai per compierne diciotto allo scoccare della mezzanotte. Insieme, in un gruppo di cinquanta adolescenti più due professoresse, ci troviamo in gita a Londra chiusi nella hall dell’albergo sperando che quel temporale finisca. Non ricordo molto di quelle ore interminabili se non le risate, fragorose, gli Oasis nelle orecchie grazie a quelle cuffiette gialle che ci passiamo di mano in mano e le birre, troppe, che iniziano a circolare non appena le due professoresse si ritirano in camera dopo averci estorto la promessa di non allontanarci dall’albergo, soprattutto non sotto quella tempesta. Fine della serata insomma. Fine del divertimento. O forse inizio di qualcosa, perché ammetto di non ricordare come, ma ci ritroviamo insieme, tu ed io da soli, sul balcone della tua camera d’albergo, seduti sul tavolino in ferro battuto umido e freddo in quella notte infernale, bocca su bocca, mani tra le mani, senza sapere dove andremo a finire: nel tuo letto, pensi tu. Sul mio braccio, capisco io quando è ormai troppo tardi.

Inizia tutto qualche giorno dopo il nostro ritorno in Italia: io comincio ad essere innamorata mentre tu continui ad essere il ragazzo ribelle che non ha nulla da dimostrare a nessuno se non di essere capace di vivere secondo il suo spirito selvaggio. Che in parole povere vuol dire: ogni sera in un letto diverso. Con una ragazza diversa. Mai con me. Perché come sempre, per l’ennesima volta, ho commesso uno sbaglio, ti ho detto “per favore, aspettiamo” su quel tavolino in ferro battuto, senza capire che questo avrebbe fatto appassire ogni tuo interesse nei miei confronti. È però saperti nel letto della mia vicina di casa, a due passi dalla porta della mia stanza, sul mio stesso pianerottolo, a farmi capire che qualcosa va fatto. E se non posso punire te, così bello e così irraggiungibile, allora devo punire me, per i miei sbagli, per quel no detto a Londra, per tutte le occasioni mancate. Il primo segno, rosso, compare senza che me ne accorga: vedo il sangue colare sulla mia mano e quasi mi affascina seguire quella piccola strada tortuosa che dalla mia carne scende giù verso le dita, tra gli anelli, fin giù nel lavandino troppo bianco come la pelle pallida di chi non riesce a vivere. Faccio un secondo taglio, poi un terzo: guardo il sangue colare sulla mia bellezza, sulla mia altezza, su quei capelli troppo biondi e troppo lunghi, sulle parole che non ho detto, su quelle che ti hanno allontanato da me, sui miei genitori, sui miei errori, sulla ragazza che non riesco ad essere, sulla pelle pallida di una vita che non riesco a vivere. Va avanti così per quindici mesi. Quindici infiniti mesi in cui tu continui a non vedermi ed io continuo a punirmi per non riuscire mai ad essere abbastanza, per nessuno. Ti guardo entrare ed uscire dalle case degli altri, baciare bocche e colli più belli e più vivi dei miei. Ti guardo ballare e ridere e scoppiare di vita a pochi passi da me, senza mai riuscire a far parte di quel vortice infinito di colori. No, a me restano i tagli e le lame e le lacrime rosse che continuo a versare per te. Su di me.

La giostra si ferma all’improvviso quando il mio ultimo giorno di scuola, l’ultimo in assoluto prima della maturità, trovo sul mio banco una rosa bianca con un biglietto in cui mi chiedi di vederci quello stesso pomeriggio nel parco a pochi metri da casa mia. Accetto il tuo invito, porto con me la rosa e ti trovo lì su una panchina in pieno sole, seduto e stanco come chi dopo mille naufragi ha bisogno di tornare a casa. Mi vieni incontro, mi guardi, non dici nulla e già riesci a convincermi. Sono tua, in questo giorno di sole e nel diluvio di Londra e nei mille inutili giorni passati senza di te. Sono tua forse da sempre, senza saperlo. E sono tua per i tre anni successivi, in cui fai di me la ragazza più felice e stupida che sia mai esistita.

È luglio quando mi chiedi di sposarti. Ed è agosto quando ricomincio a tagliarmi la carne, spaventata per quel futuro che non sono sicura di riuscire a gestire. Perché sono inadatta e ne sono consapevole. Perché so che prima o poi tornerò a sbagliare e non voglio che sia tu a farne le spese. Perché so che il mio amore non potrà mai bastarti, così come non riuscirò mai a bastarti io, ed è per questo, solo per questo, che ti dico “no”. Non voglio sposarti perché non voglio condannarti ad una vita infelice. Ed è per questo che tu mi dici “va bene”, prima di fuggire di nuovo verso altri letti e verso altre case fino al momento in cui guardandomi negli occhi, questa volta senza una rosa bianca, mi dici di non riuscire più ad amarmi e a stare con me e a pensare ad un futuro insieme se sono io la prima a non volerlo seriamente, un futuro con me. Ed anche se ormai hai notato i miei tagli sul braccio e sai che sotto la cenere si nasconde un mostro che mi sta divorando e che rischia di trascinare con sé tutto, i miei capelli biondi e le rose e la nostra storia e le nostre bocche, anche se sai tutto questo senza averne mai parlato sul serio, prendi le tue cose ed esci dalla mia vita. Senza voltarti, senza sorridere, senza aggiungere qualcosa di diverso a quella fine stonata che sa di tempesta.

Scopro che stai per sposarti, e questa volta sul serio, con una ragazza che probabilmente sa amarti nel modo giusto e che sa dare le risposte migliori ad ogni tua domanda. Mancano pochi giorni alla mia laurea, ed anche se so di avere mille cose da fare e mille cose da evitare, penso di doverti una spiegazione, o almeno una rosa bianca, ed è per questo che sotto il sole di un’estate infame mi ritrovo davanti al cancello della tua immensa villa di campagna, dove sorpreso mi inviti ad entrare e mi offri una spremuta di arancia che beviamo con gli occhi rivolti verso l’orizzonte. Il mare, lontano, potrebbe portare via tutto: gli errori, la tua futura sposa, il finale sbagliato che ho scelto di scrivere. Potrebbe fare un miracolo, se solo fosse accanto a noi. Ed invece accanto a me ci sei tu, ed io che non faccio mai la cosa giusta decido di baciarti. E tu, che non sei mai riuscito a farmi fare la cosa giusta, mi abbracci e mi stringi e mi porti in una stanza bianca tra lenzuola bianche e mi insegni a prendermi cura dei miei tagli senza che questi possano farmi ancora del male. Dura tutto un istante, il tempo di un sospiro che gonfia le tende bianche invase dal sole.

Tutto finisce, e mentre mi proclamano dottoressa tu ti sposi.

E mentre tu sei in California io scopro la verità. Scopro il mio nuovo errore.

Che per la prima volta mi sembra giusto.

E per la prima volta vorrei piangere, ma di gioia.

E per la prima volta non voglio vedere più il sangue uscire via da me ma scorrermi dentro fino ad arrivare a quella piccola parte di te che sta iniziando a crescere in me.

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