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La Vita Inedita Di Una Scrittrice #25

(Appunti “Overlove”, Dicembre 2012) Immagine presa da qui.

Carmine fugge per mancanza di coraggio o forse fugge per coerenza. Non lo so. Si ritira per il semplice motivo che sbaglia tutto, sbaglia repertorio, non sa reinventarsi. E poi si ritira anche per portare avanti per una volta una scelta. Che appunto è sbagliata perché siamo noi la causa della nostra infelicità. È come una specie di orgoglio il suo. Ma direzionato male perché il senso è che appunto è sbagliato. Io voglio raccontarli attraverso i loro errori, le loro debolezze e non il loro coraggio. Perché non c’è più spazio nella mente per il coraggio. In questa storia è come se il coraggio appartenesse solo ai bambini, che non ci sono come personaggi. Mi piace l’idea della ironia della sorte, come la chiamano.

Ma se non funziona. L’impressione è che si arrivi alla fine a due personaggi puri, e forse questo non è coerente, non racconta nulla. Lei è pura perché non sa che fare della sua vita e si affida al Caso e sbaglia; lui è puro perché rinuncia a tutto anche a lei per portare avanti una coerenza emotiva quasi da sacerdote. Ma prima di conoscersi, entrambi non erano puri. Lui uno stronzo; lei una compulsiva. Si incontrano, si amano e diventano puri ma nel momento sbagliato. E sono destinati a essere infelici proprio attraverso le loro scelte di purezza.

Chi invece non sceglie attraverso la purezza, ottiene quello che ha. Ma non è una spicciola rivisitazione “del chi si accontenta, gode”. Che sia chiaro.

#ov su ExLibris20

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Volevo dirti una cosa, che può sembrarti folle, ma pazienza. Leggere è un po’ come bere del vino. Hai presente quando quelli che ne capiscono di vini ti dicono che dentro ci trovano il retrogusto di frutti di bosco, di noci, di legno, di foglie e dell’anima di qualcuno? Che alla fine te lo dicono talmente bene che, quantomeno i frutti di bosco, li senti anche tu? Ecco. Leggere è così. Voglio parlarti di Overlove di Alessandra Minervini, edito da LiberAria. E di questo ti parlo. Ma non solo. Sarebbe impossibile.

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“Il gioco dei rumori” di Stefano Sosio – Dopolavoroletterario n. 15

Se c’è una caratteristica che definisce meglio di tutte “Il gioco dei rumori” questa è la sua accessibilità. La semplicità con cui si racconta un discorso molto complicato è un merito. Il tema: la perdita dell’innocenza come parafrasi della scoperta del male (“Se uno c’ha la rabbia gli si aumentano le forze. Diventa il doppio”) funziona e colpisce il gioco dei rumori come metafora della guerra, semplice ma efficace nel lasciare a chi legge un sentimento condiviso ma magari, prima, mai reso esplicito.  “Il gioco dei rumori” è una storia di radici, di dolori, di piccole cose quotidiane, spesso invisibili ma senza le quali la vita non avrebbe senso. Questo è l’incipit del romanzo, dopo la revisione a cui insieme abbiamo lavorato.  (L’immagine è presa da qui.)

Il gioco dei rumori

di Stefano Sosio

Era appena giorno.

Due bambini camminavano lungo la roggia, al limite del campo, con passi decisi. I piedi nudi affondavano tra la terra e l’erba, riemergendo umidi e striati di fango.

Il primo avanzava con un vantaggio di qualche metro e con una luce sinistra nello sguardo. L’altro arrancava per tenergli dietro, ansimando per la fatica e lo sforzo.

L’acqua scorrendo nel fosso faceva un gorgoglio leggero, solo un poco più forte del rumore dei passi.

– Ti prego, non usare quel coltello! – fece ad un tratto il bambino più piccolo, quando si accorse che quello grande, davanti a lui, aveva estratto dalle tasche una corta lama, che era scattata dal manico a pochi centimetri dallo sguardo del fratellino. Gli occhi fissi sulla strada, Lorenzo fece un breve fischio, come quello di un  merlo e agitando il coltello nell’aria, disegnò piccoli cerchi invisibili con gesto rapido.

Erano fratelli. Solo pochi anni d’età separavano il maggiore, Lorenzo, dal più piccolo, Giacomo che quando vide il coltello volteggiare nell’aria si rasserenò, pensando che niente, nemmeno un’arma, in mano al fratello, lo avrebbe ferito.

Invece Lorenzo aveva la più ferma delle intenzioni: avrebbe usato il coltello. L’avrebbe usato eccome. Questo diceva il suo sguardo e il respiro fermo che, nell’aria di bruma del mattino, si condensava in piccole nubi.

– Sono stanco… – supplicò Giacomo. L’andatura di Lorenzo era determinata e si svolgeva in linea retta, con la testa alta nella nebbiolina della roggia e il fratellino ciondolava a ogni passo, come se per una qualche esigenza teatrale dovesse interpretare la figura del servitore che, incerto e vergognoso, segue il padrone. Fragile nell’equilibrio come tutte le maschere.

Quando uscirono dal campo, per immettersi sullo stradone, Lorenzo continuò con la medesima andatura marziale, tenendosi al centro della carreggiata.

– Ti farai travolgere… – cominciò a lamentarsi Giacomo.

Bagnati di rugiada, i piedi erano tutti sporchi. Bimbi selvatici: la madre non era riuscita ad educarli come si deve alle buone maniere. Non erano abituati, non erano civilizzati. Avevano sempre calcato la terra dei campi e del cortile a piedi nudi. Era quello l’unico  modo di camminare nel mondo, per sentirsi bene nella loro terra.

La sera prima era toccato il bagno. La madre aveva spogliato prima uno, poi l’altro, e li aveva messi insieme dentro la tinozza dove, con pazienza, aveva raccolto l’acqua scaldata nel paiolo sul fuoco.

In piedi Lorenzo, rannicchiato Giacomo, lei li strigliava sempre con vigore, con quelle mani grosse e rovinate dalle faccende. Il contatto con l’acqua gelida del bucato, con la terra del campo, con le padelle bollenti, le aveva trasformate: screpolandole, ispessendole. Le stesse mani che quando calavano sculacciate, avevano dentro quel gelido, quella terra, quel fuoco. Lasciavano segni di materia, sotto forma di rossori incandescenti e tardi a svanire. Mani che si facevano rapide e vigorose per il bagno nella tinozza. E strigliavano i corpicini ossuti. Era di un altro tipo, il rossore generato sulla pelle dallo strofinare delle mani. Il sapone usato con parsimonia mitigava l’attrito. Il bagno puliva più per escoriazione che per l’insaponatura. Poi l’acqua, diventata tiepida in fretta, lavava via tutte le scorie.

I due fratellini rallentarono. Giacomo aveva raddoppiato i passi per recuperare terreno e stare dietro a Lorenzo.

– Sono  tutto sudato – disse  il piccolino.

Alle spalle del fratello, guardava di traverso la lama a serramanico che l’altro non aveva più richiuso. Gli faceva paura quell’oggetto di metallo lucente. Così minaccioso, silenzioso, enigmatico. Come quello che il macellaio affonda nel collo del maiale, inesorabile, mentre la bestia sorpresa intensifica ancora di più il suo grugnito.

Allora Giacomo ricominciò:

– Ti prego. Metti via quel coltello!

– Fa’ silenzio. Taci! – lo rimproverò Lorenzo. – Io col coltello ci faccio quello che voglio.

– Ma vuoi fermarti, allora! – urlò Giacomo esasperato.

Così, dopo mezz’ora buona di andatura decisa, Lorenzo si fermò di colpo al bordo dello stradone. Il fratellino, che non si aspettava una frenata così improvvisa, gli si schiantò sulla schiena.

– E sta’ attento.

– Scusa!

Per qualche secondo Lorenzo misurò la strada con lo sguardo, con le sopracciglia aggrottate per la concentrazione: doveva ricordare la direzione giusta. Quella via l’aveva già fatta, perché per andare al Bosco si faceva la stessa strada del paese. A un certo punto, però, bisognava prendere una svolta, e non riusciva a ricordare quale.

Giacomo stette un poco a vedere cosa combinava Lorenzo, ma ben presto si annoiò e imbronciò. Era indispettito dal fatto di non essere considerato, ma più ancora nella sua testa rimbombavano domande.

Voleva sapere perché si erano alzati così presto, di nascosto e senza nemmeno fare colazione. Voleva sapere dove andavano e come mai Lorenzo portava un coltello. Voleva anche sapere perché la mamma non era lì, con loro. Nella mente di Giacomo riaffiorò il ricordo della levataccia, un’ora prima: il freddo a uscire da sotto le coperte, gli occhi stropicciati, gli strattoni silenziosi del fratello maggiore che l’avrebbe voluto più rapido a prepararsi. E infine, assieme al ricordo della mamma addormentata nel lettone, l’immagine del posto insolitamente vuoto vicino a lei.

– Lorenzo – chiese allora Giacomo, – dov’è il papà?

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

Una storia tutta per sé alla libreria Il Ghigno, 11/18 Novembre

Una storia tutta per sé: come raccontare se stessi ed essere felici

Laboratorio intensivo di scrittura autobiografica

Molfetta, Libreria il Ghigno, sabato 11 novembre dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30

Molfetta, Libreria il Ghigno, sabato 18 novembre dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30

IL CORSO

Ogni storia dentro di sé contiene altre (micro)storie. Da dove vengono? Quante sono? Questo corso aiuta chi scrive, chi vuole scrivere o anche solo chi ama la lettura a scoprire il percorso più adatto per scrivere una storia tutta per sé.

Durante il laboratorio si impara a scrivere una storia tutta per sé. Al termine  della prima parte del corso (11 novembre) la docente assegnerà la scrittura di un testo (racconto, idea, incipit) che poi verrà letto, corretto e revisionato dalla docente durante la seconda parte del corso (18 novembre). Tutti i testi non dovranno superare le 7000 battute spazi inclusi.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

DOCENTE

Alessandra Minervini è nata a Bari, dove ora vive. Si è diplomata alla Scuola Holden nel 2015 e da allora collabora come consulente e docente dei corsi esterni. Lavora come editor freelance, occupandosi principalmente di esordienti e scouting. Suoi racconti sono apparsi su riviste tra cui «Colla», «EFFE», «Cadillac». Il suo sito è www.alessandraminervini.info. A novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Overlove (LiberAria)

DICONO DI “UNA STORIA TUTTA PER SÉ”

“Qui è nata la mia storia, quella storia tutta per me che mi rimbalzava nella testa da anni e anni e che non avevo il coraggio di scrivere.” Bianca

Ho alzato lo sguardo dalla mia storia personale e mi sono anche molto divertita, perché ogni lezione era un po’ come una festa, piena di sorprese. Insomma, un appuntamento prezioso a cui non sono mai mancata”. Anna Rita

“Non solo le lezioni, i libri, gli esercizi o gli scambi di pensiero ma soprattutto il suo cuore sono riusciti a darmi la forza per prendere in mano la mia storia e condurla verso i primi passi”. Ilaria

La vita inedita di una scrittrice #24

By alessandra vitainedita

(Mentre cerco alcune cose in vecchie bozze, ho trovato questa. Credo sia una poesia, l’ho scritta più di dieci anni fa. Suppongo. All’epoca era una prosa, adesso mi sembra una poesia. Ma sono pronta ad essere smentita.)

Quando tutto diventa delirio si rende disponibile un rimedio:

scegliere la vita comune, essere una persona che non si vede,

 ritmare l’esistenza sull’esistenza degli altri.

 Tra questi altri camminiamo, 

come uomini che non hanno l’ombra 

che  stanno sempre sul chi vive.

 Sono nel buio-buio

sono al sicuro.

Eppure questa terra è la mia terra e questo dio è il mio dio, avrei giurato un tempo.

Dove chi entra urla, su Il faro Palese

Mi lascio chiamare Priso che da dove sto camminando significa Pitale, recipiente destinato a raccogliere l’urina o anche le feci, orinale specifico per bambini. A otto anni sono stato abbandonato dal mio clan familiare composto da più di cinquanta membri tra titolari, affiliati, consoci e nani da giardino. Avevo gettato dieci volte dal terrazzo il gatto che viveva a spese degli abitanti del cortile. Detesto i parassiti.

“Dove chi entra urla” su Il faro Palese

(La rivista è disponibile presso il laboratorio urbano RIGENERA)

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