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“Scatole nere” di Cinzia Cognetti – Dopolavoroletterario n. 14

I sei protagonisti dei rispettivi racconti di “Scatole Nere” sono tragicamente segnati dall’abbandono o dal senso di inettitudine, riversano nella pagina sensazioni, pensieri, dubbi, speranze e preoccupazioni.  Lavorare con la scrittura di Cinzia è stato come srotolare delle vite accartocciate che adesso hanno il respiro, e la fragranza, di storie universali. Quello che segue è un estratto di uno dei sei racconti contenuti nella raccolta che sarà presto pubblicata da Les Flaneurs.

Il cagnolino del dottor Zaum

di Cinzia Cognetti

Ho pestato un guscio di nocciolina. È collassato. Ha perso la sua interezza; è diventata una poltiglia irriconoscibile.

Anche io ero intero. È stata la vita a sgretolarmi. Gli arti sono a posto, per amor di Dio, l’artrite mi consente ancora di camminare e il cortisone attenua il dolore. Il problema è in profondità. Sotto l’epidermide; nel cranio. Lo perforavo ai miei pazienti e inserivo l’aspiratore. Mi facevo strada nella materia grigia del cervello. Avevo la responsabilità del passato, io, il peso: attraversavo ricordi. L’operazione chirurgica era complessa. Sfioravo quella gelatina disgustosa e mi stupivo di quanto fossero fragili. Sono come le orme che ho lasciato sulla brecciolina. Una folata di vento e il terriccio le ricopre.  Io ero come  il vento. Una disattenzione e sarebbero stati travolti; cancellati per sempre.

Cammino nella notte. Entro. Il Parco Giochi è deserto. Le torri del castello delle fiabe  svettano nel nero. Seguo la linea verticale verso il basso, scendo con la vista. C’è un lungo muro. La merlatura sembra porfido. Passo l’indice. Non è porosa e manca attrito: è cartongesso. Quando mio figlio Riccardo era un bambino e mi chiedeva a quale epoca risaliva, io rispondevo: “quella dei cavalieri e di Mago Merlino”. I suoi occhietti scintillavano e le guance si arroventavano per l’emozione. Era una bugia ma io amavo guardare felice mio figlio. Per questo gli ho mentito anche su sua madre.

I ricordi se sono così deboli perché non si frantumano? Fanno più fracasso della suola. La sbatto sulla brecciolina. Cerco di scrollare i rimasugli del guscio. Lascio solchi come la punta ferrosa dell’elettroencefalogramma. Una riga a zig zag che disegna montagne aguzze; pianura significa morte.  Continuo a sopportare il fardello del passato. Fa male, grava sulle spalle. Mi appoggio al cancello. È alla fine del muro. La schiena è arrugginita ma meno rispetto alle sbarre. Potrei piantarne una nella calotta cranica. La sofferenza cesserebbe. La riga diventerebbe piatta. Accarezzo l’idea. Morendo graviterò in alto, nel cielo. Le foglie  volteggiano per terra; frastagliate e ruvide. Le gambe avanzano faticosamente, seguono un effluvio. È profumo di nostalgia e burro di arachidi. Mia figlia Melissa affondava le dita nel sacchetto, rastrellava con l’indice il fondo di burro; non le bastavano i pop-corn, mangiava i pezzettini bruciacchiati che erano rimasti sulla carta. Era una bambina; aveva l’età in cui non sai riconoscere l’amaro; poi quel sapore lo scarti e desideri non averlo mai provato. Lei rigirava pezzettini tra le dita unte e hop! li lanciava in bocca come se stesse centrando un bersaglio mobile. Spesso non aveva mira: mi colpiva. “Smettila” dicevo; ma Melissa sorrideva e rinunciavo. La purezza dei suoi dentini bianchi mi disarmava. Solo la giostra  con i cavalli di legno, e le stecche che sembrano di zucchero, la convinceva. La piccola scorgeva il tendone con le luci, variopinte e scintillanti. Emetteva un gridolino di gioia e il sacchetto veniva scaraventato per terra. Le gambine correvano avvolte nelle calze di flanella; in quella sicurezza puerile di non cadere, mai. Si arrestavano davanti al cavallo con la bardatura rosa, il suo preferito. L’aiutavo a salire sulla groppa. Mi allontanavo e la giostra partiva. Melissa mi tendeva le braccia; desiderava rimanessi. Lei si aggrappava alla mia giacca. Il profumo di acqua di colonia dei suoi riccioli cascava nelle narici. Non si stacca dalla camicia, è cucito nella memoria. Ora, che è cresciuta, scaccia suo padre come un appestato. Forse teme che la contagi con la nostalgia. “Papi, tra dieci minuti ho uno shooting fotografico”, mi dice trafelata. È mattina e sono nel suo attico. La nostra conversazione  dura un battito di ciglia, il tempo di addentare l’ultimo morso del toast. Lo stringe tra le mani. È  spalmato con il burro di arachidi. I pezzettini bruciacchiati  li  butta via. Il suo sorriso lo rivedo sulle riviste di moda.  Ne sfoglio una nella sala di attesa dello studio di mio figlio. La  luce rossastra del tramonto delinea un contorno sinistro sulle immagini delle modelle ingioiellate. Alzo la testa e guardo verso la finestra: la sera è vicina. La porta della stanza si spalanca.

Riccardo  mi accoglie con addosso il suo camice bianco ghiaccio. “Come stai?” chiede con freddezza. Siedo sulla poltroncina di pelle, dura come lui. Provo a rivelargli cosa provo, sotto i tessuti connettivi e le arterie, in profondità. Le voce freme, è attraversata dal dubbio dell’incomprensione. Lui mi scruta in tralice dietro gli occhiali. Le lenti sono spesse come una lastra di vetro antisfondamento. Non frantumo la sua impassibilità alla mia sofferenza interiore. “Papà, alle articolazioni il dolore è diminuito?” smorza il discorso. Si interessa della superficie. Sull’uscio, mi  abbraccia. Le dita velocemente scorrono lungo la schiena. I nostri corpi non si toccano.

Ricordo quando sedevamo sulle panchine del tronco. Un’attrazione del Parco Giochi. Riccardo era piccolo. Si accoccolava al mio petto con tutta la leggerezza dei suoi anni. Le manine cingevano il collo. Stringevano e avevo calore. Avvertivo affetto. Si generava un’onda che scaldava il cuore e risaliva alle tempie infervorandole. I cavalloni artificiali schiumavano e lui era ancorato a me. C’era una tale naturalezza nello slancio che mi ero illuso.

Desidero rivedere quella giostra dove la felicità sembrava eterna. La notte torno nel Parco Giochi. Quando arrivo, scorgo un uomo. Dorme su una sedia impagliata. È  il guardiano del Parco, penso. Veste una divisa blu con i bottoni dorati. Quella dell’autista del bus era diversa.  Era livida come il suo colorito chiazzato di paura mentre mi parlava dell’incidente. Disse che l’asfalto era sdrucciolevole, la pioggia puntellava il parabrezza. Tra le gocce d’acqua colse l’espressione spaventata del camionista, i suoi occhi sbarrati. Sterzò; la manovra fu inutile, l’impatto inevitabile. Irruppe un fracasso più forte di mille stoviglie. Le sue preghiere si mischiarono alle urla dei passeggeri. Una triste litania aleggiò nell’abitacolo distrutto. L’autista chiuse le palpebre. Aveva terminato il suo racconto. Calò un silenzio di morte. Mia moglie non doveva trovarsi nel bus. Le mie di preghiere non servirono a nulla.

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

#ov sul blog “Mezzapenna”

Partendo da quello che possiamo sapere di te dal tuo magico blog, credo di poter intuire che, a parte Overlove, il notissimo “cassetto“; dove restano chiusi i romanzi debba esser pieno zeppo di scritture. Quali, tra queste, pensi ti sia più riuscita e perché?

Non proprio. I miei comodini non hanno cassetti e per anni non ho avuto, accanto al letto, nemmeno i comodini. Non amo conservare, riporre, predestinare al futuro. Anche le mie scrivanie sono tutte prive di cassetti. La mia attività creativa assomiglia di più a un open space! Sono una persona molto presente e concreta almeno quando devo scrivere. Nella vita poi è tutta un’altra storia. Per cui: no, non ho cassetti.

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Rileggere Tommaso Landolfi – Sul Blog “Altri animali” (Racconti Edizioni)

Torino, dicembre 2003. Qui, e allora, ho comprato i racconti di Tommaso Landolfi. Un volume di oltre 500 pagine che, fino ad oggi, si è adattato bene alle nebbie e alle mareggiate della mia vita. Lo presi senza sapere chi fosse e cosa scrivesse, attratta da: «Scelte da Italo Calvino», lo scrittore pomeridiano che all’epoca inseguivo come se, da un momento all’altro, potessi incontrarlo dietro l’angolo di Corso Re Umberto.

Landolfi, nato all’inizio del secolo scorso vicino Frosinone, è considerato uno scrittore stravagante, dandy, francese (che temo significhi più bravo della media italiana), romantico (nel senso culturale del termine) e raffinato. Leggendolo la prima volta non ci ho capito niente, o quasi, ed è stato per questo che l’ho amato a prima lettura. L’amore è così. Non si sceglie, capita.

Unknown

Se considero tutte le parole che ho cercato sul dizionario durante la prima, la seconda e la terza lettura del volume, questo mi basta a rinsaldare il forte legame che sento con la sua scrittura e la sua visione narrativa. Eccone alcune: scapruginaregordomezereocimandorlobozzima. Sono contenute tutte in La passeggiata che, secondo la divisione di Calvino, rientra nella sezione – Le parole e lo scrivere. Tutti i racconti qui compresi sono esattamente il contrario di quello che è un classico manuale di scrittura. Per questo funzionano bene, come mappe che conducono per strade più lunghe ma verso mete più affascinanti. Non è sfoggio di paroloni, è costruzione di un linguaggio che, soprattutto, nella forma breve considero buona regola: ogni parola è come se fosse una pagina bianca in cui chi legge ri-scrive ciò che sente e desidera.

L’amore e il nulla (che vince già per il titolo) raccoglie storie di sentimenti mancati e occasioni perse: l’amore. In Stazioni morte il protagonista si abbandona a fantasticherie sentimentali lungo «le cosiddette stazioni morte: stazioni cioè dove, per mutate esigenze di servizio o per chissà qual motivo, nessun treno ormai si ferma». Fino a quando non incrocia una «ragazza con frangetta» che lo salva, un dialogo surreale e malinconico che gestisce il sottinteso in maniera esemplare.

Nei vuoti cosmici creativi rileggo questi racconti, e pochi altri, tra cui L’eterna provincia, uno dei più lunghi della raccolta. Il protagonista, con una gamba di legno, furoreggia in paese per le sue conquiste fino a quando non incontra una donna che lo spiazza perché non si accorge (così gli pare) del suo difetto: «Me ne ero innamorato; non per tanto cessavo di odiarla, anzi la odiavo un poco di più». Succede così nei racconti di Landolfi che lui crea dei personaggi che si incollano letteralmente alla pelle. Sono come dei tatuaggi, a volte fanno male e si scoloriscono ma restano sempre lì. A differenza di un tatuaggio, anche grattando forte, non vanno via.

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Ritratto di Signore – Libreria Campus – 26 ottobre/14 dicembre

Quattro appuntamenti con quattro grandi Signore della letteratura.
Alessandra Minervini e Giorgia Antonelli raccontano la vita e le opere di Gertrude Stein, Colette, Anaïs Nin e Jane Austen in quattro incontri letterari presso la LIBRERIA CAMPUS BARI.
Un’occasione per riscoprire il talento di queste grandi scrittrici e immergersi nelle atmosfere dei loro libri.

– Gertrude Stein: 26 ottobre con Giorgia Antonelli
– Colette: 16 novembre con Alessandra Minervini
– Anaïs Nin: 30 novembre con Giorgia Antonelli
– Jane Austen: 14 dicembre con Alessandra Minervini

In collaborazione con Vineria Est.

L’incontro ha un costo di 5 euro inclusivo di un calice di vino e di un piccolo rinfresco. Per info e prenotazioni scrivete a info@alessandraminervini.info

DOVE: Libreria Campus Bari, via Toma 76/78
QUANDO: dal 26 ottobre al 14 dicembre alle ore 19.00

“Cara amica”, lettera a Goliarda Sapienza su Libroguerriero

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono. Quando penso a te sento questo odore falsamente ingannevole e gentile, come la tua scrittura.

Mi sei venuta in mente, Goliarda. Tu che da ragazzina sognavi di diventare Jean Gabin, che hai vissuto la svalutazione dell’intelletto femminile in un modo che apprezzo e spero di poter emulare sempre: fottendotene! (Scusa il termine, ma sono cose in cui è meglio azzardare.) Questo è l’atteggiamento che perseguo con la differenza che tu hai lottato, io mi limito a preservare uno spazio dal quale osservare. Fottendomene, con consapevolezza.

Cosa penso della questione femminile legata al lavoro letterario, in particolare? Mi è capitato di sentirmi discriminata, di essere sempre e solo la sorellina della crew, di provocare un certo scioccato fastidio di fronte all’autonomia di pensiero e azione (letterarie)?

Sì.

Come reagisco?

Fottendomene. Come diresti tu. Forse è una forma di presunzione, forse di difesa. Tutte e due. Intanto, osservo e ti scrivo.

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Cicchetti n. 8 “Pronti a morire per toccare il cuore del lettore”

By alessandra cicchetti

Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse.

Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi – da Carver a Cechov a Flannery O’Connor al Tolstoj della Morte di Ivan Il’ic al Pynchon dell’Arcobaleno della gravità – sia dare qualcosa al lettore. Quando il lettore si allontana dalla vera opera d’arte pesa di più di quando ci si è avvicinato. È più ricco. Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio. Quello che è velenoso e deleterio, nell’ambiente culturale di oggi, è che rende tutto questo tanto spaventoso da dissuaderci a farlo. Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.

David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008)

Amore e guerra: laboratorio di scrittura

AMORE E GUERRA 

Cosa vuol dire questo laboratorio di scrittura

  • “Amore e Guerra” è un laboratorio dove ci si confronta con il dettaglio biografico per leggere e scrivere storie in cui il legame sentimentale rappresenta la relazione principale nella storia. Un legame che risponde a due movimenti narrativi: l’amore e la guerra. Che poi, sono la stessa cosa. Indivisibili. Nutrimento e fame. C’è una frase che sintetizza ciò che accade nei buoni romanzi:  “Bad decision makes good stories”.  L’imprevisto genera, di solito, migliori accadimenti dal punto di vista narrativo. Questa è la nevrosi delle narrazioni autobiografiche (dichiarate o meno): mettere in scena la possibilità, l’imprevisto. Allargare il confine, superare il limite. Nascondere la vita, mimetizzare la messinscena: dire la verità mentendo. Gli obiettivi del laboratorio sono due: difendersi da se stessi come narratori e combattere gli stereotipi legati al racconto biografico, in particolare quello amoroso e bellico. Leggeremo per osservare come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi; scriveremo per metterlo in pratica. Stessa cosa per la guerra. Cosa c’è di più stereotipato della sofferenza, della morte e del dolore? E cosa c’è di più simile alla guerra dell’amore? La guerra e l’amore sono specchio, come la morte e la vita. Sono il legame che più inseguiamo e che più di altri è presente nella letteratura. Imparare a scrivere la propria storia partendo da questi due campi di battaglie è la finalità definitiva di questo modulo.

Cosa succede in questo laboratorio di scrittura

  • L’osservazione e la distanza saranno gli strumenti pratici del laboratorio, quelli con cui leggere e scrivere le storie. Il laboratorio è suddiviso in due giornate. La prima dedicata alla letteratura sentimentale e la seconda a quella bellica. Saranno giornate in cui “amore e guerra” diventeranno oggetto, soggetto, inizio, fine, metodo, condotta, materia e antimateria delle storie lette e raccontate in aula. In “Amore” la scrittura è legata all’osservazione. Non è semplice far emergere la propria storia, osservare se stessi. Ha a che fare con la consapevolezza e, in larga parte, con la gestione della verità. In “Guerra” lavoreremo con il tempo dei sentimenti intenso come spazio di distanza. Quanto devo essere lontano da una ferita per poterne sentire il dolore senza più soffrire? In pratica, per scriverne. Può una cicatrice essere sufficiente?

Dove e come e quando si svolge questo laboratorio di scrittura

Si svolge a Bari, nella sede di Liberaria, sabato 7 e domenica 8 ottobre. Dalle ore 10 alle ore 18. Costa 175 euro. Serve: un quaderno, una penna, una storia. Poi se è d’amore lo capiamo.

Libri Consigliati:

  1. “Sylvia” di Leonard Michaels, Adelphi
  2. “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij
  3. “Memoriale” di Paolo Volponi, Einaudi
  4. “Anatomia di un soldato”, di Harry Parker, Sur Edizioni

Bucce d’arancia di Nico Mele – Dopolavoro Letterario n. 13

Ho incontrato Nico, per la prima volta, durante Una storia tutta per sé (la prima edizione). Uno degli esercizi più importanti che abbiamo svolto era legato alla percezione e al ricordo e al modo in cui questi possono diventare materia narrativa per le nostre storie. Così è nato questo racconto a cui l’autore ha continuato fino a quando odori e visioni del passato non sono diventate percezioni attive, presenti e vive nella storia. Nico Mele ha partecipato con Bucce d’arancia a Racconti nella Rete e fa parte dei 25 autori selezionati per la raccolta che sarà pubblicata da Nottetempo.  Questo è l’incipit del racconto, buona lettura.

Bucce d’arancia

Di Nico Mele

Gli stringo la mano grinzosa carezzandola col pollice. E lo guardo: il volto scavato e deformato dalla maschera dell’ossigeno, contratto nello sforzo di raccogliere gli ultimi soffi d’aria. Nonno ha i capelli ancora folti e bianchi ma arruffati e con la piega buffa e innaturale segnata dal cuscino, inconsueta per lui sempre impeccabile e pettinato. Quante volte avrei voluto e potuto stringere quella mano senza farlo: liscio quella rugosità e sento la stessa consistenza delle bucce d’arancia arrostite sulla stufa al kerosene, ruvide e indurite.

Quando ero un bambino, tutta la famiglia si riuniva a casa dei nonni, durante le feste ma anche i sabati e le domeniche qualunque. In inverno nonno puliva le arance e le disponeva sul tavolo a metà, così che tutti le potessimo assaggiare: aveva un modo particolare di sbucciarle, con le sue sapienti mani di chef, intagliando le bucce in figure strane e mai regolari. Poi le raccoglieva e le andava a distribuire in ordine sulla piastra della stufa: si arrostivano e lentamente l’effluvio acre ma aromatico pervadeva tutta la casa. Noi bambini ci lamentavamo spesso perché l’odore permeava anche le fette di pane che ponevamo sulla stufa ad abbrustolirsi prima di mangiarle, ma nessuno osava mai rimuoverle. Quell’odore inconfondibile ci accompagnava durante tutto l’inverno, era il segno che si stava tutti insieme, era il profumo della famiglia, della nostra famiglia unita. Ancora adesso, quelle bucce d’arancia e quel profumo che riesco quasi a immaginare e riassaporare, mi riempiono di ricordi e di sensazioni ormai perdute. Nonno era un patriarca, vecchio stampo, o almeno così mi appariva: tutto doveva essere deciso da lui e nessuno osava mai contraddirlo. Stento a riconoscerlo in quell’esile e dimessa figura, resa ancor più fioca dal debole e tremolante neon della stanza di ospedale, che emana una tenerezza e una debolezza che non gli sono mai appartenute. Ne avevo conosciuto la vita attraverso i racconti dei figli che si ripetevano in quelle serate d’inverno, in un susseguirsi di ricordi d’infanzia ora comici ora risentiti.

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#ov su “La divoratrice di libri”

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Overlove racconta l’eccesso, il superamento, la bruciatura di quel confine entro cui si può continuare ad amare normalmente. Per Anna e Carmine, che si amano così insopportabilmente tanto, le cose non possono più andare avanti nello stesso modo e Anna stronca il loro rapporto, schietta, dura e precisa, come un chirurgo che sa esattamente dove deve tagliare per poter sopravvivere.

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