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La vita inedita di una scrittrice #18

By alessandra vitainedita

Per pranzo ho preparato una vellutata di zucca. Volevo che mi riconducesse verso un preciso ricordo, una sensazione esatta che avevo in mente. Mentre gli ingredienti cucinavano, tutti insieme, dalla cucina fino allo studio dove lavoro veniva fuori un odore di scuola materna. La mia scuola materna era tornata in vita, suscitando in me un fastidio supremo. Non era quello il ricordo che la vellutata doveva sprigionare. Nonostante tutto il sapore era buono. Succede così. Quando si riprende a scrivere. Si trova quello che non si cerca. Un sapore dimenticato.

Sempre sui pavoni

By alessandra overlove
“Malgrado le ipotesi più plausibili sul comportamento animale, tutte le bestie trovarono un unico modo per sopravvivere alla preziosa ma inattesa libertà: innamorarsi. Eccetto Tess”. #ov
(Photo: Ren Hang)

La vita inedita di una scrittrice #17

By alessandra vitainedita

L’altro giorno ho incontrato una persona che vuole iniziare un nuovo progetto narrativo.  Conosco questa persona da tempo, ho già lavorato alle sue storie. Tutto il tempo ripeteva che non riesce a scrivere, che non scrive, che non ha messo giù nemmeno una parola da un anno. Voleva fossi io a rivelarle il motivo per cui non scrive, pur volendolo. Ovvero: la condizione naturale di uno scrittore.  Invece io niente, zitta.  Nel silenzio mi è entrata nella testa la voce di Rossella O’Hara, quando stride: “Ancora più stretto, Mamy”. E allora ho pensato che sono tipo Mamy che stringe il corsetto: non mi interessa il motivo per cui non si scrive. Preferisco lavorare sul perché, davanti a un’idea, si pensa che l’unica cosa necessaria sia renderla narrazione.  Scriverla, costringendo la forza di gravità.

#ov su “Altri animali”

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Il romanzo d’esordio di Alessandra Minervini, Overlove (edito da Liberaria), potrebbe catturare l’attenzione dei bibliofili romantici. Ma cosa vuol dire overlove? Carmine, uno dei protagonisti del libro, lo spiega all’amata Anna a pagina 84: «Non abbastanza, quindi troppo. Troppo amore non è abbastanza amore.» A queste parole, lei deglutisce e strabuzza gli occhi.

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“Allori”, racconto pubblicato su Cadillac N. 10

By alessandra Miei racconti

ALLORI

Da un po’ di anni a questa parte, in estate, c’è il sole a scoppiare o una pioggia devastante. Questa mattina, il sole. Esplode. Sulla pelle. In ogni lembo. Mi segue sulle braccia sulle cosce in mezzo alle gambe tra le dita dei piedi ispessiti dal sudore.

Non torno su questa spiaggia da quando ci siamo stati insieme. Non è proprio una spiaggia. È una caletta. Ed è meglio essere precisi.

Tecnicamente si parcheggia l’auto su una roccia a strapiombo, stando attenti a non inciampare in cocci di birra, siringhe e detriti animali; poi si scende a mare. La caratteristica della caletta è l’acqua. Gelata. Al primo contatto il piede scava dentro un iceberg. Uno stecco gelato, la pelle frizza come quando si morde un ghiacciolo.

Quando arrivo in spiaggia, non penso a noi, che ci siamo venuti insieme. È solo la soluzione più comoda. Parcheggio che non irrita. Vicinanza discreta dal centro abitato. Pochi bambini. Non che abbia niente contro. Ma sono scomodi, come vicini di ombrellone. Una scelta comoda, insomma. Deve essere questo la solitudine, la soluzione più comoda.

Quando entro in acqua mi torna in mente ogni dettaglio, nel rinnovato bisogno di dimenticarti.

Quel giorno avevi detto a tua moglie che saresti andato, con il tuo amico Beppe, a camminare dall’altra parte della Puglia, quella dove non c’è il mare e non ci sono nemmeno i soldi.  Una giornata di trekking. Con questo caldo, avrà commentato lei. Senza dirtelo. Il dubbio che le stordiva la testa.

Io infradito, tu scarpe da trekking. “La discesa è comoda”, è stata la prima cosa che mi hai detto. Era vero.  Bastava.

Quando siamo arrivati giù, a mare, invece di sudare sembrava che tu sanguinassi dentro quella tuta fuori luogo. Faceva molto caldo quel giorno  come fa caldo oggi. C’era molta gente, troppa. Ci stringemmo un asciugamano in due tra un mezzo scoglio e una borsa termica delle dimensioni di un comodino brutto. “Adoro questo posto”, mi avevi detto. Io invece non lo conoscevo. Al mare vado sempre nello stesso luogo, lontano da casa, da sola, come al cinema. Raccolgo i pensieri e le idee. Funziona da studio di registrazione, il mare. Soprattutto ora che ci vivo lontana.

Tornando sul bagnasciuga, la vedo. Discende la cala. Dietro di lei ci sono i tre nanetti, in ordine crescente di altezza. Mi copro gli occhi.  Lei indica al bagnino tre lettini e un ombrellone. Sono quelli a due passi dal mio. Affondo la faccia dentro il lettino. Mi giro di spalle al sole, e conficco il naso nelle trame ispide del nylon. Forte forte, sperando che lei non mi veda. Il nylon sa di petrolio. Di vomito. L’arancio della tela mi appanna la vista.

Dopo il mare siamo andati al concerto di David Garrett. C’era tanta di quella gente che tu non potevi crederci. Io mi sono fatta un po’ boriosa. Sapevo che ti avrei stupito. Non lo conoscevi, David Garrett. Quando è salito sul palco hai detto: “Ma questo è Kurt Cobain” e io ti ho odiato e poi Garrett ha aperto il concerto sviolinando “Smells Like Teen Spirit” e io mi sono bagnata nelle mutande immaginando che quando tu nomini dio: dio si manifesta. Il concerto ti è piaciuto. Mi hai ringraziato per tutta la sera, quando siamo scappati in un albergo a ore. Stupirti era stata una cosa semplice. Insegno al Conservatorio da troppi anni. Sono la più anziana tra i moderni, come  chiamano i musicisti falliti come me. Se non sapessi nemmeno portare un uomo a un concerto sarei fottuta. Lo sono già abbastanza che chi insegna una disciplina senza praticarla è un vero fallito, che vergogna. Anche se questa cosa è vera fino a un certo punto: un musicista che non sa suonare è sicuramente più fallito di uno che ci ha rinunciato.

Passata un’ora e mezza dall’arrivo della tua famiglia. Il terrore che il segno del lettino si incolli al naso, per sempre. Troppo a lungo in questa posizione. Mi giro di colpo verso il sole e vedo il tuo gemello nano giocare con il secchiello e le formine a stella a meno di venti passi dal mio lettino. Deve essere lui Gianvito, l’ultimo nato, quello che ti stava un po’ antipatico, che era dispettoso. Scherzavi: tu i tuoi figli li adoravi. Posso giurarlo anche sotto tortura. Adoravi Manuela che era stata la prima ed era rimasta l’unica femmina, l’avevo vista una volta in foto ma adesso, adesso se la vedessi adesso ti verrebbe la pelle d’oca come sta succedendo a me. I riccioli si sono definiti. Non sono più un cespuglio sulla testa. Le efelidi si sono ridotte, forse con lo sviluppo.  Ha un sorriso che mi ricorda quello che mi facesti quando ti dissi che forse era meglio lasciarsi subito per non aggravare la situazione. Alla parola situazione, sorridesti. Si sentiva il mio accento del sud carnoso che mi illudevo, all’epoca, di nascondere per sentirmi più cittadina. Hai sorriso, chiudendo gli occhi. Come a provare vergogna. La stessa espressione che fa adesso Manuela, tua figlia.

Simone invece è quello di mezzo, quello che ti somiglia meno. Somiglia a tua moglie. Che in qualche modo adesso somiglia a te come se tu le avessi lasciato in eredità le espressioni facciali. In particolare quella in cui ti spremi le pupille quando sei stanco e le dita che spingono sull’occhio creano un suono simile alla corazza di una coccinella quando la schiacci. Mi fa molto ridere questa cosa. Ossevare le tue espressioni su di lei.

Comunque Gianvito, avevi ragione, è antipatico. Rastrella nella sabbia proprio accanto al mio piede. Quando incrocio lo sguardo di Elisa, tua moglie, che si scusa con me per l’invadente presenza del bimbo, quando pronuncia Mi scusi è come se un serpente mi stesse strisciando sulla schiena, in quel preciso momento realizzo che non serve nascondere la faccia dentro il lettino perchè lei non la conosce, la mia faccia. Chiudo subito l’argomento dicendole di non preoccuparsi, che tuo figlio Gianvito, il bimbo, non mi procura fastidio, tanto ora vado a fare un altro bagno.

Quando mi hai detto che l’avresti lasciata, sono stata la donna più felice sulla faccia della terra. Proprio, la più felice. Ma quando ho ripensato alla situazione ecco lì sono diventata la persona più stupida della faccia della terra, e ti ho detto: lasciami stare. Tu insistevi, ma io: lasciami stare. Anche dopo che facevamo l’amore e mi sarei estratta un rene pur di comprare ai tuoi figli un padre nuovo e vivere per sempre solo con te: lasciami stare.

Allora ho accettato di trasferirmi al conservatorio di Vienna. Un bel posto, ti piacerebbe il quartiere che lo circonda. Ci sono delle case molto scure, affumicate, con i tetti che guizzano spioventi verso il cielo. Fa un effetto piacevole vedere le porte di legno colorate, in mezzo a tanta austerità. Azzurro, fucsia, giallo. La prima volta che ho visitato il quartiere, un mese dopo il trasferimento, in un giorno di pioggia schizofrenica, ho visto questa alternanza di possibilità, il grigio e i colori, e mi sono sentita serena. Il mio petto ha fatto un sospiro. Un bel sospiro. Non quel sospiro che mi ha fatto dondolare quando mi hai chiamato per dirmi: “Vengo a Vienna”. Oh, no. Quella volta ho sospirato in un modo raro. Come se le arterie scavassero nella sabbia senza trovare mai il fondo. Mi sarei venduta l’altro rene per comprarmi un sistema di teletrasporto e portarti da me e darti un bacio soffiato sulle labbra. Invece, la verità: non voglio stare con un uomo come te. In quel momento credo di aver smesso di amarti. Alla tempesta basta un microsecondo per smettere.

Secondo bagno della giornata. Torno dal mare, l’acqua ghiacciata mi fa i lividi sulle cosce. Tua moglie mi squadra opaca, è fiera di aver convinto Gianvito a togliersi di torno, a non darmi più fastidio. Lo dice proprio, indicando tuo figlio che adesso spara acqua dal bocchettone di una pistola gialla puntando il cielo. “Ora dovrebbe stare più tranquilla”, mi rassicura. “Ne sono certa”, rispondo. Faccio per stendermi ma lei è ancora in piedi, a pochi passi da me. Mi sento in imbarazzo a stendermi con questa che mi punta con gli occhi del parlare. Ci fissiamo. Manuela è in acqua; Simone dorme sotto l’ombrellone. Tua moglie mi chiede se conosco un buon ristorante da queste parti: “Non sono mai stata qui, in questa caletta”. Mi implora con lo sguardo di chiederle cosa le è successo ma io impietosa fingo ignoranza: “Il posto più vicino è “Il galeone”, ma dipende da quello che cercate”. E mi pento. Ma è tardi. “Festeggiamo il compleanno di mio marito, oggi avrebbe compiuto 46 anni. Ma è morto, dieci mesi fa”.

 

Quando sei morto mi ha chiamato Beppe. Mi ha detto: “So che non puoi venire al funerale ma te lo volevo comunque dire”. Ho pensato che per lui il terrore che io venissi al funerale fosse più grande del dolore per la tua  scomparsa. Ho ringraziato Beppe, e poi ho chiuso subito la conversazione. Non mi andava di parlare. Di sapere cosa fosse successo. Sono uscita di casa, sono andata nel centro di Vienna, e mi sono fatta un giro sulla ruota panoramica. Da lassù ho visto tutta la città e sono riuscita a vedere anche quello che avresti visto tu se fossi venuto a vivere con me, qui a Vienna. Mi è piaciuto.

I tuoi figli sono belli ma sono tanti, in effetti. Li osservo con la coda dell’occhio dal mio lettino, oltrepassando con lo sguardo il libro che sto leggendo. Tua moglie non ha finito con me. Lo percepisco da come resta tesa. Allora mi alzo, poso il libro e mi avvicino. Le chiedo se ha prenotato il ristorante e lei mi risponde che ha cambiato idea. Che tornano a casa, tutti e quattro. Poi succede che mi fa segno di avvicinarmi al suo orecchio, sento il tuo odore e le viscere fanno un salto fino in gola.

“Lei non ha idea di che vergogna provo”, mi dice che ha fatto una cosa e che vuole sapere da me che ne penso, se è una cosa orribile. La lascio parlare. “Dovrei vergognarmi per quello che ho fatto a mio marito?” Non so cosa dirle. La fisso ma lei non si ipnotizza, peccato!, e prosegue: “Mi deve dire perché mi hanno condannata. Tutti. Lei lo sa?” No, non lo sapevo e gliel’ho detto, senza indugio: “Non lo so”.

Il vento porta dal mare odore di allori. L’alloro che usavamo in cucina quando venivi da me e nella borsa avevi più dischi che calzini. Me li regalavi, dicendo che mi sarebbero piaciuti. Li avevo già tutti. Ma metterli su con te, avevano un suono nuovo. Un suono di allori. L’alloro che mio padre bolliva nell’acqua insieme ad un limone quando non stavo bene. Non mi chiedeva cosa come e nemmeno perché. Dicevo che stavo male e lui rispondeva: “Vado a prepararti l’alloro”, e io capivo che nel giro di poco più di dieci minuti avrei bevuto gli allori. Li chiamavo allori perché dentro il bollitore c’era più di una foglia e invece il limone era sempre uno. Era singolo, gli allori no. Mio padre non mi chiedeva cosa avessi e io non gli chiedevo a cosa servisse tutta quella brodaglia da ingerire. Che cosa guarisse. Quale malattia. Non lo sapevo. E c’era un bisogno di tacerla. Io dicevo: “Male!”, e lui: “Alloro!”. Al massimo lo correggevo: “Allori”. Questa storia degli allori o dell’alloro o del male è andata avanti per tanti anni. continuerebbe se io dicessi ancora a qualcuno, a mio padre, che ho male, alla pancia, alla testa, a te.

A tua moglie avrei voluto offrire una tazza di allori come quella della mia adolescenza. Le avrei detto: “Bevi gli allori, fanno bene”. Lei non mi avrebbe chiesto il perché e nemmeno a cosa servono gli allori.  Invece, torno al mio posto. Mi distendo sul lettino. Sto zitta.

Sono passate le sette di sera, c’è ancora luce ma senza sole. L’aria comincia a raffreddare. Manca poco alla sera. Le luci del cielo si sono opacizzate nel tramonto. La tua  famiglia si prepara a lasciare la caletta. Manuela pulisce i piedini di Gianvito che puntualmente li ficca di nuovo nella sabbia, non appena la sorella si distrae. Simone ha la faccia incollata a un fumetto con la copertina rossa. Tua moglie ripiega gli asciugamani. Ogni tanto mi lancia uno sguardo. Rivestita e pronta per andare via, mi avvicino. Le sussurro all’orecchio: “Sì: fa abbastanza schifo quello che hai fatto a tuo marito. Ma non devi vergognarti. Molte persone sarebbero capaci di fare ben di peggio. Ma non hanno coraggio. Allora condannano te. Anche se farebbero ben di peggio. Se avessero il tuo coraggio.”

Mi allontano dalla caletta prima di tutti. Tengo il libro in mano. Passo davanti ai tuoi figli. Mi allaccio i sandali. Risalgo lo scoglio. Sento delle risate alle mie spalle.

(Precedentemente pubblicato qui)

Il 17 Febbraio “I difetti fondamentali” di Luca Ricci, alle Librerie Coop Bari, ore 20

Sto leggendo I difetti fondamentali di Luca Ricci. Prima di cominciare la lettura avevo un sospetto: questo libro mi avrebbe coinvolto ma restava da comprendere se in assoluto o zero. Leggo Ricci, dal suo esordio. Ma il fatto che questo fosse un libro in cui l’autore disegna con le parole diciotto ritratti letterari inventati giocava in qualche modo un ruolo definitivo in me. Mi piace o non mi piace? Bene, mi piace, per fortuna. Ma il perché, il motivo per cui mi piace è sconvolgente.  Non per la prosa, che già sapevo potesse attrarmi; non per l’argomento, che già so ossessionarmi (divoro biopic, romanzi metaletterari, vite e morti celebri e non di scrittori). Il motivo è che mi piace il tipo di scelta letteraria. Che io in qualche modo, nei miei corsi, definisco verga. Non con la maiuscola ma come sinonimo di bacchetta, di scettro. Quando scriviamo abbiamo infinite possibilità e tra queste ce ne sono alcune senza dubbio di comodo. Io, se per assurdo avessi scritto un libro come “I difetti fondamentali”, mi sarei appoggiata su alcune figurine letterarie che percepisco come maschere di quelle che nessuno ha invitato al veglione di carnevale: la profumiera, il gne gne gne, la primogenita, il finto semplice. Insomma, avrei piegato questa possibilità di scrivere al mio servizio. Mi sarei messa comoda. Avrei scritto un libro pessimo, un orrore: una specie di diario segreto switchato con una chat di whatsapp. Luca Ricci non lo fa. Racconta diciotto storie in cui il brutto dell’esistenza è davvero brutto e il bello è proprio bello, un modo di scrivere che sceglie di mettersi a distanza dalla tentazione di scambiarsi delle figurine, come fanno quei bambini che le appiccicano su un album di cui diventano gelosi, che non prestano a nessuno, che stringono dalla propria parte così forte che alla fine lo distruggono. Le storie de “I Difetti fondamentali”, invece, non distruggono. Creano. Per fortuna.

Ne parlerò con l’autore e con Luca Romano, venerdì sera a Bari, più precisamente qui. Il giorno dopo Luca Ricci sarà ospite della libreria “Il ghigno” di Molfetta dove converserà con Giorgia Antonelli, l’evento qui.

Di cosa scriviamo quando scriviamo di “amore e guerra” – Nuovo laboratorio di scrittura

“Le tue parole mi si addicono”.  J D. Salinger 

“Tutte le storie sono storie d’amore”, recita la prima frase come una spudorata dichiarazione di Eureka Street: tumultuoso romanzo in cui il protagonista viene mollato dalla sua fidanzata. Mettere in scena subito la fine di una storia è uno dei movimenti narrativi che più mi eccita. Un attraente segno di inciviltà.

Qualche tempo fa mi hanno chiesto una riflessione in merito alla scrittura e all’amore ovvero: come si può scrivere d’amore senza essere banali. Alcuni spunti sono diventati un articolo su “Il libraio”. Altri si sono fatti pneumatici dentro la testa. In particolare una parola e questa parola è inciviltà. Se esiste una regola per scrivere, in generale, d’amore in particolare, questa è l’inciviltà. Inciviltà nella punteggiatura, per esempio. Usare un punto o una virgola, in una storia sentimentale, è una dichiarazione d’amore. Sporca le parole per trasformarle in sentimento amoroso.  Lo fa J.D.Salinger nelle lettere indirizzate a Joyce Maynard, la sua amata studentessa di trenta e passa anni più piccola di lui. (Da cui è tratta la citazione iniziale). Oppure, la corrispondenza amorosa tra Pavese e Bianca Garufi? Io le trovo straordinarie lezioni di inciviltà e letteratura.
Avevo già scritto, tempo fa, di come la scrittura di qualcosa poi diventi la padrona di chi l’ha scritta. Nel mio caso l’amore e il suo tormento sono diventati la materia prima, una delle, di conversazione quando parlo di scrittura e non solo. Forse volevo che succedesse da una vita, forse non lo sopporto ma accolgo questo destino. Del resto, i romanzi che hanno spostato qualcosa dentro di me, come persona e come autrice, sono sostanzialmente storie d’amore. A cominciare da Lolita. Un amore che è una derivazione dell’inciviltà. Quanto più un personaggio è incivile tanto più la storia d’amore sarà appassionata. Potrei creare una mappa dell’inciviltà letteraria. E dentro ci metterei mezza storia della letteratura ma anche tanti romanzi recenti italiani che raccontano, in buona sostanza, la mancanza d’amore, la fine di una storia o la separazione, e lo fanno molto bene. Con un profondo senso di inciviltà.  Riflettendo su amore, inciviltà e scrittura mi è venuto in mente che un’altra caratteristica della letteratura sentimentale è la guerra. L’altra faccia dell’amore o forse l’unica, quella più autentica. Da qui, o forse da sempre, è nata in me l’idea di farne un laboratorio. Si chiamerà “Amore e guerra” e girerà per l’Italia insieme a me. Nelle prime versioni del laboratorio ci sarà anche un modulo curato da Giorgio Vasta che si intitola “Avere una storia”.
Anche “Amore e guerra” rientra nel programma e nell’idea di Una storia tutta per sé: il dato biografico e la propria vita, per chi desidera scrivere, rappresentano un giacimento prezioso. Da cui attingere, succhiare e reinventare.
Il prossimo laboratorio di scrittura, visione e percezione autobiografica ricomincia a Bari. A partire da marzo, ospite dell’associazione OMA. Ecco i dettagli.
Mentre per sapere quando #amoreeguerra arriva a Bari, scrivetemi o aspettate ancora qualche giorno.  Intanto questo è il programma generale.
Sono invece già disponibili i posti per partecipare ad #amoreeguerra a Campobasso. Ecco qui tutte le informazioni.

Una storia tutta per sé: Amore e Guerra

AMORE E GUERRA

Laboratorio di scrittura

  • “Amore e Guerra” è un laboratorio di scrittura dove ci si confronta con il dettaglio biografico per leggere e scrivere storie in cui il legame sentimentale rappresenta la relazione principale nella storia. Un legame che risponde a due movimenti narrativi: l’amore e la guerra. Che poi, sono la stessa cosa. Indivisibili. Nutrimento e fame. C’è una frase che sintetizza ciò che accade nei buoni romanzi:  “Bad decision make good stories”.  L’imprevisto genera, di solito, migliori accadimenti dal punto di vista narrativo. Questa è la nevrosi delle narrazioni autobiografiche (dichiarate o meno): mettere in scena la possibilità, l’imprevisto. Allargare il confine, superare il limite. Nascondere la vita, mimetizzare la messinscena: dire la verità mentendo. Gli obiettivi del laboratorio sono due: difendersi da se stessi come narratori e combattere gli stereotipi legati al racconto biografico, in particolare quello amoroso e bellico. Leggeremo per osservare come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi; scriveremo per metterlo in pratica. Stessa cosa per la guerra. Cosa c’è di più stereotipato della sofferenza, della morte e del dolore? E cosa c’è di più simile alla guerra dell’amore? La guerra e l’amore sono specchio, come la morte e la vita. Sono il legame che più inseguiamo e che più di altri è presente nella letteratura. Imparare a scrivere la propria storia partendo da questi due campi di battaglie è la finalità definitiva di questo modulo.
  • L’osservazione e la distanza saranno gli strumenti pratici del laboratorio, quelli con cui leggere e scrivere le storie. Il laboratorio è suddiviso in due giornate. La prima dedicata alla letteratura sentimentale e la seconda a quella bellica. Saranno giornate in cui “amore e guerra” diventeranno oggetto, soggetto, inizio, fine, metodo, condotta, materia e antimateria delle storie lette e raccontate in aula. In “Amore” la scrittura è legata all’osservazione. Non è semplice far emergere la propria storia, osservare se stessi. Ha a che fare con la consapevolezza e, in larga parte, con la gestione della verità. In “Guerra” lavoreremo con il tempo dei sentimenti intenso come spazio di distanza. Quanto devo essere lontano da una ferita per poterne sentire il dolore senza più soffrire? In pratica, per scriverne. Può una cicatrice essere sufficiente?

Libri Consigliati:

  1. “Sylvia” di Leonard Michaels, Adelphi
  2. “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij
  3. “Memoriale” di Paolo Volponi, Einaudi
  4. “Anatomia di un soldato”, di Harry Parker, Sur Edizioni

 Le prime edizioni  di “Amore e guerra” si terranno a Bari (il 1 e 2 aprile) e a Campobasso (il 5 aprile). Per informazioni o per portare #amoreeguerra nella vostra città scrivetemi

#ov su “La farmacia letteraria”

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Bibliopillola n.17 Per favorire il cambiamento

(una piuma di pavone non teme la superstizione …) In tempi in cui si cerca un significato a tutto, la novità consiste nel non darne. Accettando mancanze, incompletezze, défaillances e procedendo in ordine sparso, un po’ improvvisando un po’ costruendosi percorsi di mosaici, tessera dopo tessera. Più che altro, una mappa che non è detto porti ad alcun tesoro.

#ov su “Periscritto.it”

By alessandra RASSEGNA STAMPA

L’ospite di questa puntata è una scrittrice, editor e writing coach che lo scorso anno ha pubblicato il suo primo romanzo che s’intitola “Overlove” (LiberAria 2016). Sto parlando di Alessandra Minervini che è l’autrice di questo libro, andato in ristampa dopo solo due settimane dalla pubblicazione. Le storie fanno parte del mondo di Alessandra Minervini. Sono quelle delle quali si prende cura come editor ma anche quelle che, come writing coach, aiuta a venire al mondo. Le ho chiesto di raccontarci come ha scritto Overlove e la sua risposta è legata a questi tre aspetti.

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