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La vita inedita di una scrittrice #5

In questo momento la liturgia quotidiana prevede l’alternarsi di due attività, leggere e scrivere.

Leggere è pregare. Scrivere è bestemmiare.

Leggo quando prego. Scrivo quando bestemmio.

(Immagine Rebecca Horn, Love Olympia)

“Autogrill” di Michele Lamacchia – #dopolavoroletterario n.6

Conosco poco Michele, ha frequentato un mio corso a marzo. Michele illumina quando scrive. Illumina una storia. Lo immaginavo, mentre leggevo le sue cose, luminoso e titubante, e mi colpiva questo fatto di sapere dove arrivare ma avere come delle ritrosie che rendono uno scrittore reale. Questo romanzo che Michele sta finendo ha una luce dentro che è composta dalle diverse voci che lo attraversano.  (Foto dell’autore:“L’attesa consuma – presso Carino Scalo, 1999”)

Michele Lamacchia

AUTOGRILL

La straordinaria storia di Rocco Pantano.

«Masto Rocco», chiese Santo, «ma voi ci credete nel duemila?», come se si trattasse di un demonio, di una forza magmatica soprannaturale.

Ogni tanto qualcuno saliva al Montedoro e si fermava a cazzarare. C’erano le birre fresche nel frigo e qualche altra cosa tipo taralli, caramelle e cingomme sul banco e, solo alla mattina o dopo pranzo, la macchina del caffè in pressione.

Masto Rocco Pantano era uomo di vita e profonde conoscenze. Per l’umanità nei dintorni era una specie di sapiente saggio: un “intellettuale”, si direbbe. Un intellettuale fuori dai circuiti, uno che sa interpretare i fenomeni e li rende lucidi e comprensibili alle persone della valle. Uno a cui chiedere le cose. Uno, masto Rocco, che ascoltava la radio, leggeva i giornali, i libri, faceva le ricerche, faceva.

Tra le persone che venivano spesso su c’erano pure questi signori cafoni di Carino scalo. Venivano e si stavano le ore sane. La nullafacenza. Santo Mezzacapa era uno dagli occhi di faina, stretti e piccoli, con le palpebre sempre come chiuse, come a guardare come fregare il prossimo, come procacciarsi qualcosa, qualsiasi cosa. I capelli spettinati e le basette lunghe. Un giorno lo vedevi a fare il ferro, un altro a truccare una macchina, un giorno a portare frighi vecchi, un altro vendeva scarpe imitazione Tod’s in stock o felpe Fruit of the Loom.

Santo era l’inquietudine e aveva una passione più calorosa delle altre, insieme alla volontà di arrabattarsi: il Potenza calcio, ovvero lo Sport Club. La squadra nobile dai colori rosso e blu.

Quel giorno stava sostituendo (o così pareva) il bombolaio di zona, insieme a Rinuccio il grosso. L’Ape aveva salito la strada a due all’ora, portando alcune centinaia di chili di gas in bombole dondolanti. Venne lasciato al ristoro, dove c’era un minimo di ombra, tra il carrubo e il parcheggio del bar.

«Secondo te», Rocco masticava aria, guardava attraverso i pensieri, «che cosa succederà nel duemila?», gli chiese di risposta.

Santo trattenne il fiato, preso alla sprovvista. Rinuccio, l’altro, il grosso, pensò di sorridere, facendo quello che capisce. Però guardava a terra, la polvere e i piedi nelle scarpe ex-di-vernice troppo strette. Filippo, il ragazzo, invece, seguiva tutta la scena dal suo punto equidistante, prendendo appunti per il suo libro. Segnava dettagli, descriveva particolari, disegnava certe piccole cose.

I piedi nelle scarpe strette, gli occhi piccoli da faina.

«Secondo me», si rischiava di fare la figura dei cretini. E Santo si rispose stringendo gli occhi un poco di più, faina che non vuole essere fregata: «E secondo me qualche cosa deve succedere!», Filippo scrisse qualcosa come un appunto in fretta, «Alla televisione hanno detto le peggio cose!»

«Per esempio. Facci sentire», chiese Rocco. Rocco che aveva insegnato a Filippo a leggere e scrivere. Rocco che diceva le cose come stanno. Rocco che due anni prima a Matera aveva avvicinato De Mita, presidente del consiglio, all’inaugurazione dell’anno accademico e gli aveva chiesto nei denti se si era arricchito con il terremoto.

«Per esempio», disse Santo tutto d’un fiato «che tutte le cose elettriche, tutte le cose elettroniche, le antenne, i motori, i semafori, i computer, i microfoni, gli orologi: tutto improvvisamente smetterà di funzionare. Si bloccherà».

Chiuse la bocca a culo di gallina, il culo strinto di chi sa di averla sparata.

«E come è possibile?», chiese Rocco accigliandosi un poco, «Su quali basi?»

Santo mosse un poco la testa e cercò con gli occhi Rinuccio, a chiedergli soccorso. Quell’altro vibrò un paio di secondi.

«Sì, è vero, l’ho sentito anche io», con una mano tozza e grossa, senza polso attaccato, fece un gesto come a indicare tutto intorno «anche la radio, la benzina, la macchina del caffè!». E dopo tacque, volendo scappare via.

Filippo sul suo blocco disegnò, in piccolissimo, l’Ape del bombolaio con una grossa nuvola spumosa alle spalle. Guardò in alto e vide che non c’era nessuna nuvola in cielo, solo una tela azzuro-ghiaccio. Corrucciandosi, cercò di spiegare a se stesso perché avesse fatto quella massa bianca, come un pensiero ingombrante o una visione. Non trovò giustificazioni immediate, si limitò ad appuntare in grande “Pensieri: inizio? fine?”.

Rinuccio il grosso era un parassita che viveva del sussidio di disoccupazione. Non aveva mai fatto nulla di nulla nella sua vita, se non il servizio militare negli alpini, in Veneto. Non faceva esercizio fisico, nemmeno le scale, mangiava e beveva, beveva e mangiava. E dormiva. Si riteneva troppo debole per lavorare, troppo inaffidabile per trovarsi una donna. Si riteneva troppo stupido per capire e perciò non si sforzava nemmeno di chiedere, né di leggere o di studiare.

Non si sforzava di cercare lavoro perché nessuno glielo avrebbe dato proprio in quanto stupido e debole e non abituato, non lo cercava perché altrimenti avrebbe perduto il sussidio, non cercava nemmeno una ragazza perché non aveva un lavoro e senza soldi non poteva portarla al cinema, o a mangiare fuori, o comprarle un anello o una borsa. E se invece voleva una donna avrebbe dovuto lavorare per non sfigurare e non poteva lavorare perché.

Una fatica.

Aveva interrotto il cerchio anni prima, quando aveva lasciato una bella ragazza bruna di San Brancato che, lavorando per un ingrosso di frutta e verdura, aveva anche una paga decente che gli pagava tutto lei.

Quando la lasciò non ebbe rimpianti, né rimorsi. Solo una tensione di caldo che lo abbandonò scemando piano piano, e fu subito sereno e tranquillo: poteva tornare a non fare niente e non pensare a niente.

Rinuccio, dal suo punto di vista, era solido. Sapeva che il mondo intero andava allo sfascio, alla deriva morale, che i valori su cui si era formata la società, valori come la famiglia, la fede, la patria, stavano vacillando. E tutti erano complici. Tutti. Sarebbe arrivato un eroe, un nuovo Messia e avrebbe mondato tutta quella sporcizia. “Il ladro notturno”: «Noi non sappiamo quando arriverà il ladro!». Prima o poi. Lo ripeteva spesso a se stesso.

«A te tengo!», gli disse la mattina Santo. Lo andò a chiamare alla casa, urlando sotto la finestra. Era quasi ora di pranzo ma dormiva ancora.

«Lo vuoi fare un lavoro?», gli chiese, quando quello si affacciò.

«Ueh, Sa’. Mi sto alzando mo», disse scocciato e pigro, «Fammi prendere il caffè».

«E scendi, me’! Il caffè te lo pago io. A te ti faccio guadagnare una cosa di soldi».

«No, ma io», Rinuccio cominciò a vibrare, pensava nell’ordine “Ma perché mi sono alzato stamattina?”, “Mai sia qualcuno mi vede mi offrirà altro lavoro”, “Il sussidio”, “Sto stanco”, “Mo dico che tengo da fare”, “Mi sto, così quello si scoccia e se ne va”.

Non finì il pensiero che Santo stava già dietro alla porta a bussare come i carabinieri.

«Perché non aprivi, Ri’?», gli chiese indagatore.

«No, è che non mi sto sentendo», gli disse sedendosi in pizzo al divano, con la mano in testa, “Ma perché mi sono alzato stamattina?”, odore di mutande non proprio fresche e sudore di sonno estivo, «Stavo pure facendo un sogno brutto…»

«Eh, infatti», affermò Santo, infilandogli di forza le calze di cotone bianche e le scarpe ex-di-vernice nere, «Ho sentito dalla finestra aperta che gridavi».

«Ah», Rino diventò subito rosso, tremò le gambe e le braccia, pensava al sogno, a situazioni da sistemare una volta per sempre «Dov’è questo lavoro?»

«Sopra a Montedoro, alla benzina di masto Rocco».

Quelle informazioni gli arrivarono come aghi nelle tempie. Si fermò a pensare muovendo dita grasse su ginocchia nude dai peli radi, stringendo labbra, frenesia.

«Fammi mettere un pantaloncino», lo indossò con tutte le scarpe.

Rinuccio aveva delle certezze (poche), poche sicurezze alle quali si appoggiava: Renato Zero il cantante, i film di Alberto Sordi e Tinto Brass (non insieme) e la devozione per la Madonna, per la quale recitava rosari tutte le sere con radio Maria. Radio Maria era sempre accesa, in camera sua. Sempre. Anche durante i film di Tinto Brass: una specie di sottofondo gentile.

«La radio accesa!», lo avvertì Santo, uscendo.

«Tu non ti preoccupare: sta la casa», chiuse pensili e cassetti in cucina, prese qualcosa che nascose sotto la maglia e lo seguì fuori dalla porta.

L’Ape era un forno e in due non ci si stava.

«Non è che scoppia qualcosa?», chiese Rinuccio. Santo rise e sgasò. Per strada lo rassicurò sul lavoro da fare: niente di faticoso, solo segnalare una deviazione alle macchine che salivano sulla provinciale, semmai servisse. Rino sospirò, dondolando tra la portiera tenuta chiusa con un ferro filato e il gomito di quell’altro che alle curve gli entrava nel fegato.

Sotto la pensilina, Rocco si pulì le mani strofinandole su uno spigolo. Elaborava una questione da fare con quei due. Filippo posò la penna sul blocco, inspirò l’aria elettrificata, avvento di cassandre.

#dopolavoroletterario è la rubrica riservata a chi ha seguito uno dei miei corsi. Per partecipare basta inviarmi un testo, magari frutto del lavoro svolto insieme. Per conoscere le novità in arrivo scrivimi o iscriviti alla mia newsletter).

Cicchetti n. 6, Goffredo Parise, “Il padrone”

By alessandra cicchetti

Di questi oranghi si dice che siano tristi per il loro stato di prigionia, per la nostalgia delle origini e della libera esistenza nelle foreste. Ma non è vero. L’orango diventa triste per la lunga consuetudine all’uomo, per la dimestichezza con quei tratti fisici che tanto somigliano ai suoi, per il desiderio oscuro di diventare anch’esso un uomo.

In tanti anni di meccanica imitazione l’orango incomincia a intuirne i privilegi, i ricordi ancestrali della naturale libertà nella foresta svaniscono e l’orango comincia a sperare in un futuro non lontano in cui le sbarre verranno tolte e esso potrà far parte di quella società multicolore che sfila davanti ai suoi occhi dal mattino fino alla sera e di cui ha imparato oramai tutti i comportamenti civili.

Siccome è il più vecchio e dunque l’esemplare di maggiore esperienza, comincia a disprezzare gli individui della sua stessa specie, quasi che la speranza stesse per diventare realtà.  Ma col passare del tempo la speranza è delusa, l’orango si sente fisicamente indebolito, intuisce che la morte è vicina e non avrà mai nell’occhio la limpidezza e la profondità che tanto lo attirano, che quelle sue affinità somatiche non erano che un’illusione: si lascia andare, le blatte si moltiplicano indisturbate su di lui, non accetta più nulla di quanto gli uomini gli offrono se non quanto è necessario a mantenersi in vita, la curiosità si affievolisce e sta per svanire, il sedere si riempie di piaghe ed egli stesso sente che null’altro gli rimane se non l’esibizione dell’oscenità  di cui tanto si era vergognato nei primi anni di zoo.

Goffredo Parise, Il padrone (Mark Ryden – The Tree Show)

La vita inedita di una scrittrice #4

Tra le cose che mi sono rimaste sigillate nel cuore, durante il Cantiere di scrittura, c’è  l’entusiasmo che non è mai isterico ma pacato il che lo rende sincero, e indispensabile, di Gessica. (Anche se non ho mai avuto un debole per gli entusiasmi troppo affrettati. Ma questo è stato un caso diverso).
Un esempio. 
Io scrivo: “Cara Gessica, nel weekend non ho scritto che sono uscita. Al momento i miei appunti sono – tornando indietro, senza tornare indietro: ho ripensato al progetto al legame con il padre di anna e con la sua morte. per ora, il padre muore di diabete all’improvviso. invece io dico che si uccide, manco tanto tempo prima dell’inizio del romanzo, a causa dei debiti della crisi. Mi rendo conto che tutto questo, scritto e detto a crudo, così, sembra un melodrammone, che poi lo sarà, che poi il melò a me piace, ma considera che sarà scritto tutto con il mio solito stile che impiega due pagine per dire che c’era il sole e mezza riga per dire che, ad esempio, “la crisi uccise suo padre”. Che ne pensi?”
Gessica risponde:Direi che le nuove idee sono buone. Tra l’altro semplificano anche un po’ le cose, dal punto di vista della scrittura. L’unica cosa su cui non concordo è l’ultimatum che ti sei data. Io sarei più comprensiva, paziente. Gli intoppi non penso riguardino questa storia ma il tuo modo di scrivere. Senza essere troppo indulgente, però nemmeno severa. Per andare avanti hai bisogno di fermarti. Sono cicli, meglio capirli e assecondare i momenti buoni, gli altri sono pause fisiologiche di cui hai bisogno, forse. Bisognerebbe pensarci, al fatto che ognuno ha un suo modo, e quelle che a volte sembrano debolezze magari sono invece attitudini. Perché il rischio altrimenti è di censurarsi da soli, boicottarsi. Insomma, fin che hai piacere a tornare su questa storia vuol dire che è ancora viva, credo”.

La vita inedita di una scrittrice #3 (La Grande Invasione)

By alessandra vitainedita

Questa cosa che chi scrive si svuota è vera. Per cui questa cosa che è necessario trovare modi per riempirsi pure è parecchio vera. Finisci una storia e dentro di te non c’è davvero più niente. Il che ha un certo vantaggio. Non hai più niente, non perdi niente. Ma nel caso di scrittori questa cosa della leggerezza incancrenita non funziona tanto, senza storie nuove non siamo niente cioè meno del vuoto.

Qual è il modo migliore di riempirsi per una persona svuotata dallo scrivere? Stare in mezzo alle storie di altri scrittori e scrittrici. Per cui sono stata, per La grande Invasione, ad Ivrea che in dieci anni di vita torinese non avevo mai visitato. (Sarà anche questo un segno? Poi questa cosa di trovare segni dovunque pure deve, non dico finire, ma almeno affievolirsi che le persone, quelle che beate loro non scrivono, di segni ne trovano pochi e se li trovano li considerano scarabocchi da cancellare con la gomma pane.)

Presi appunti random durante i quattro giorni.

Andateci l’anno prossimo. E non lo dico solo a chi scrive. Lo consiglio a tutti.

Giorno 1

ICani: terzo concerto per me, primo al nord (c’è differenza? Boh, forse la pioggia che scendeva e devo dire che mica era tanto fastidiosa, si alleava con la musica e i salti di Contessa). Momento da ricordare: l’invidia delle pene de Icani e in particolare invidia di “Questo nostro grande amore”. Avrei voluto scriverla io ma l’ha scritta lui quindi bravo e tutto bene anche se, in alcuni momenti, quanta frustrazione per non essere riuscita a inventare un incipit così:

Dovremmo monetizzare

questo nostro grande amore

con dei video virali

o dei post svergognati

da 7000 mi piace.

Io e te, sponsorizzati venduti a decine di migliaia di euro ai brand

Giorno 2

Jenny Offill letta, amata, consigliata. “Sembrava una felicità” ha alleggerito i miei musi, l’anno scorso. Appunti random sull’incontro: crescere significa discutere le cosenasci però nessuno ti insegnacambiare sempre come dismissione di responsabilitànon esiste il diavolo esiste il Signore quando è ubriaco.

Giorno 3

Alan Pauls è uno scrittore immenso nei cui libri mi immergerò questa estate. Frase random indimenticabile, citando Borges: Forse non esisto; il romanzo non esiste perché è impossibile da tradurre in concetto. Consapevolezza totale.

Giorno 4

Catherine Lacey ha una pelle che sembra il letto di un fiume, il sorriso di una persona gentile che di persone gentili però ne ha incontrate meno di quello che avrebbe desiderato. Non ho letto il suo esordio, titolo e cover più belle del 2016. Ho comprato il  libro, adesso lo leggo. Ma prima due cose random sulla presentazione della Lacey: storie di donne in gamba alla deriva: smart women adrift; se una donna scrive di una donna è certo che qualcuno le dirà: ma è autobiografico? perché le donne scrivono personaggi cosi complessi che uno dice: non puoi che essere tu.

L’immagine è di Rebecca Dautremer. La foto l’ho fatta io alla mostra che a lei era dedicata. L’ho scattata piegandomi sulle gambe che la foto era messa troppo bassa, bisognava stare attenti (o essere parecchio svuotati) per notarla.

“Shotgun Lovesongs”: #guestbook di Letizia Bognanni

By alessandra guestbook

Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, Marsilio

Dalla copertina: Un vibrante inno alle cose che contano davvero nella vita, l’amore e la lealtà, il potere della musica e la bellezza della natura.

Motivo per leggerlo: Perché è leggero e sentimentale e non si vergogna di esserlo. Perché è grezzo come il Midwest e i suoi abitanti e delicato come il disco di Bon Iver a cui è ispirato. Perché bella New York, fantastica Londra, però le storie migliori vengono sempre dai posti da cui si scappa, e a cui si ritorna, perché per dirlo con Pavese “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Perché è una storia di fughe e ritorni, amicizia, amore, musica e bellissimi posti di merda.

Momento della vita in cui l’ho letto: Tornando a casa dopo un concerto, coi National in cuffia, un’estate in cui quasi quasi pareva che avessi trovato una strada, e che non ci fosse bisogno di scappare per seguirla.

Citazione preferita: “Lo avete sentito?”, diceva, il che non era una vera domanda quanto un’affermazione. “Sentite quel suono, quella nota? Giuro su Dio, quel colore lì, quel rosa. Quando quel rosa inizia a impallidire davvero, è come se emanasse questa nota, non riesco a descriverla, è morbida e alta. E lo sentite quell’arancione? Non l’arancione marmellata ma quello color pesca? Lo sentite? Cavolo, non vedo l’ora che arrivino i blu! I blu e i viola! E poi quell’ultima lunga nota, nera e bassa, quella nota riverberante di basso che dice: Vai adesso, buonanotte. Buonanotte America, buonanotte”.

Letizia Bognanni collabora con Rockit, Ithinkmagazine, Rumore. Ha pubblicato per Arcana “Love Buzz – Di cosa parliamo quando parliamo di canzoni d’amore”, “The National – Walking With Spiders” e “Blur – Love in the 90’s” con Daniela Liucci, e “Albe scure – sguardi sulla cultura Subsonica” con Roberta D’Orazio. A marzo è uscito il suo romanzo “Via dell’Abbazia” per Nativi Digitali Edizioni.

(#guestbook è la mia stanza degli ospiti dove non manca mai un buon libro. Gli ospiti, volontari o invitati da me, consigliano un libro che hanno amato. In passato, o il giorno prima. Non c’è alcuno scopo se non quello di diffondere l’amore imperituro per la lettura. Tutti i testi inviati non devono superare una cartella, 1800 battute spazi inclusi. Altra piccola regola, #guestbook è aperto a tutti ma se siete booklovers impiegati o coinvolti in professioni editoriali sarebbe meglio non consigliare un libro di un amico o edito dalle aziende per cui lavorate. In questo modo daremo vita a una sorta di #bookcrossing virtuale. Per cui mandatemi il vostro #guestobook e lo pubblicherò sul mio blog ma soprattutto sarò felice di leggere, se non l’ho ancora fatto, il libro consigliato. Per partecipare, leggi qui).

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