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Newsletter n. 4 “Resistere, RI-scrivere, combattere?”

By alessandra NEWSLETTER
Questa è una parte della newsletter che ho mandato a febbraio. Se non siete ancora iscritti, ci sono dei motivi per farlo ora.

Di cosa parlo: John Fante, esordire, resistenza editoriale, autosabotaggio letterario, sorprese

“Per scrivere bisogna amare e per amare bisogna capire”. La frase che ho inciso sulla testata del letto  è questa. Quella del titolo della newsletter è una mia rivisitazione. La frase originale, invece, è una citazione di un autore che amo molto, che ha scritto un libro che amo molto. Amo molto “Chiedi alla polvere” di John Fante, uno di quei romanzi che considero amuleto. Un testo anziano, del 1939, una storia universale. Eterna. Quella dell’aspirate scrittore che in attesa di pubblicare il suo primo romanzo fa di tutto per evitarlo, a volte inconsciamente altre volte con consapevolezza.
L’auto-sabotaggio tra gli autori, e non solo esordienti, è un dettaglio che racconta un’universalità: la paura di farcela. Con il mio amico Demetrio Paolin (di cui a marzo uscirà il suo ultimo maestoso o romanzo: “Conforme alla gloria”, Voland) discorro spesso di questa cosa dell’autosabotaggio e, di recente, in una nostra conversazione, è venuta fuori una cosa che entrambi pensiamo ma che entrambi neghiamo il minuto dopo. Che senso ha pubblicare? Ha un senso insensato. Il che non significa che sia inutile o non auspicabile. Non è quello. La direzione della scrittura deve, prima di tutto, essere quella di terminare una storia. Finire un discorso. Forse per questo ci si boicotta. Per non finirlo.

La paura del giudizio e l’aspettativa editoriale sono un grosso ostacolo per la scrittura. Mi cercano, spesso, persone con un bel progetto in testa ma tantissima paura di realizzarlo. Paura che il sogno si avveri o paura che il sogno non si avveri? Nella mia affollata esperienza di scouting letterario ho ricevuto entrambe le risposte. E se ci penso anche io, ecco, risponderei: entrambe.

Quindi come si fa a non autosabotarsi?

Tanto per cominciare, si scrive. Non serve una storia perfetta. Serve un discorso completo. Serve un progetto, un’idea di scrittura.Tutto il resto, il perfezionamento, la limatura, l’impostazione del manoscritto e la ricerca dell’editore ideale – perfino la trama – sono passi che devono necessariamente venire dopo. Dopo aver compreso qual è la storia che stiamo raccontando. Solo dopo aver portato a termine il proprio discorso, si passa alla fase più temuta, e anche meno facile. Cercare un editore. Perché quando si è finito un discorso si vuole, come minimo, raccontarlo a qualcuno e questo qualcuno, prima dei lettori, è l’editore.
Per scrivere bisogna amare e per pubblicare bisogna combattere? Sì.Per farlo le strade sono tante e la parola che bisogna tenere in mente molto bene è RIFIUTO. Sarete rifiutati fino a quando troverete l’editore giusto, quello che vede nella storia che avete scritto una forma di amorosa corrispondenza.
La ricerca di un editore, e dunque ripeto di un pubblico di lettori, è un aspetto che va valutato con attenzione. Editoria, piccola media grande, che differenza c’è? Poche settimane fa, lo scrittore Giacomo Verri, ha cominciato un discorso  intorno al ruolo della piccola e media editoria italiana, discorso suggestivo per il paragone con la Resistenza partigiana.
Conosco molte persone che hanno pubblicato con estrema difficoltà il loro primo romanzo, e anche il secondo per la verità; conosco ancora più persone che invece non hanno trovato un editore e ne conosco pochissime che si sono arrese e hanno abbandonato l’idea. Molto sta nell’avere dimestichezza con il mestiere di scrivere fatto di fallimenti, di rifiuti, di sabotaggi ma anche di ostinazione. Un primo consiglio è NON PUBBLICARE A PAGAMENTO. Nessun editore dovrebbe chiedere soldi a un autore. Se lo fa, allora il rifiuto deve essere dell’autore nei confronti dell’editore. Sempre.

E adesso la sorpresa. Questa  newsletter torna il 7 marzo. Per tutti gli iscritti (già presenti e per quelli che si iscriveranno da oggi fino al 6 marzo) ci sarà la possibilità di provare  un  percorso di scrittura. Gratuito. Le regole del contest le pubblicherò, la prima settimana di marzo, sul mio blog.

Scriviamoci presto.
Alessandra

“Lucertole giganti attaccano la città” di Anna Rita Cappabianca #dopolavoroletterario N.2

Una delle differenze tra chi aspira a scrivere e chi scrive è la forza di volontà. Anna Rita Cappabianca è una delle autrici più dotate di forza di volontà che ho avuto il piacere di seguire e del cui risultato sono molto fiera.. Il romanzo che ha scritto travolge, come “La grande onda” di Hokusai che l’accompagna. Vi invito a leggere questo pezzetto del romanzo, frutto (anche) del lavoro svolto insieme durante il percorso “Una storia tutta per sé”. Un flusso di coscienza ben strutturato dove le immagini mentali si mescolano, in modo naturale, con gli elementi della trama.

“Lucertole giganti attaccano la città”

di Anna Rita Cappabianca

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro.
È quello il punto al quale si deve arrivare.
F. Kafka

Le geometrie dei rombi dorati sui divanetti blu perdevano definizione e consistenza, per sostenere abbracci e sguardi sconosciuti di un’intimità allarmante. Un’atmosfera così mi stuzzica e mi fa sentire con il corpo elettrizzato, padrone del mondo.

Quel sabato notte, però, al Royal Club di Minsk, ero in preda a ben altre eccitazioni e mi attiravano più le bottiglie di vodka, che, come stendardi, sventolavano sui tavoli da poker, per incoraggiare insane competizioni.

Girellavo nelle sale ancora semivuote, e, proprio mentre stavo per fare una puntata a baccarat, sentii dire che Viktor Bernavskji stava cercando un giocatore al tavolo del privé [la sala che fa ad angolo, affianco al guardaroba].

Ero pronto a sfidare chiunque, e quelli facevano sul serio. Mollai la puntata e li raggiunsi. La sedia vuota diventò la mia, e quella notte sarebbe stata la mia notte. E così fu.

Viktor Bernavskji è il re di quadri. Nelle poker room di Minsk si narra che le carte di quadri gli si attaccano tra le dita come magneti alle calamite, atteggiandosi con una ricorrenza straordinaria, in rare combinazioni di scala reale e di colore. Già dalla terza mano, ero un suo ostaggio, insieme agli altri due giocatori: un armatore greco [che non avevo mai visto prima e di cui non sapevo niente, tranne il fatto che si era trasferito a Minsk da circa un anno] e un indigeno proprietario di una catena di supermercati [che parlava bene l’italiano, perché aveva sposato una modella italo-americana].

Quella notte, Bernavskji, ogni volta che era di mano, lanciava le carte scaraventandole addosso al tavolo, come fossero pietre per lapidare le sue concubine fedifraghe. Poi, con un gesto scaramantico, prima di aprire a semicerchio le sue e godersi lo spettacolo, le agitava ripetutamente, facendo lo stesso verso di chi riesce, con grande sforzo, a liberare l’intestino pigro. Avevo già giocato al suo tavolo, ma quel rumore rivoltante non l’aveva mai fatto prima. M’irritò così tanto, quel suono gutturale, che iniziai a torturarmi il pizzetto, strappandomi con la mano sinistra i peletti sempre nello stesso punto. Con quel gesto che ho iniziato a fare da quando mi è cresciuta la peluria sulla faccia, riesco a concentrarmi meglio, e mi calma, quando il cuore mi batte in petto a mille; è come se riuscissi a incastrare i battiti agitati per il nervosismo e la tensione in quel ritmo gestuale più lento e regolare.

La sua tracotanza di Bernavskji era insopportabile: uno schiaffo, un pugno nello stomaco, il segno di un potere sbattuto sulle facce di tutti, che mi scavava dentro. Con ogni sguardo, risata, bestemmia, Bernavskji, come un acuminato uncino, andava nel cuore, ci scavava dentro e ne riportava su un pezzetto. Là dentro, nella mia cassaforte a muro, orfana di chiave e combinazione, tutto si sentiva minacciato, assediato, e si dimenava, e mi faceva male. E mentre lui scavava e riportava su, io mi strappavo un pelo, per spostare il dolore dal cuore alla faccia, per spingerlo fuori prima.

Quando la sorte mi regalò un poker di donne servito, la sala si trasformò in una granata al fulmicotone. Ero già sotto di ventiduemila euro e allora lo dichiarai a gran voce il mio “servito”, con l’urgenza di chi si sente avvampato dal maledetto fuoco sacro, e per non restare gratinato da una sua fiammata, imbocca l’unica via d’uscita, la più naturale: avevo un signor punto in mano e avrei vinto.

Mentre aspettava la sua carta, il re di quadri non guardava nessuno. Ne aveva scartata solo una, e aveva le pupille dilatate dall’alcol che sembravano dotate di vita propria: le ficcò dappertutto, le fece andare in giro a perlustrare ogni angolo della sala, seguendo un percorso preciso, che aveva tutta l’aria d’essere una sorta di rituale d’invocazione. Aspettava la sua carta e invitava tutti i demoni a spalmare lo sterco della fortuna sulla sua parte di tavolo, ché presto potesse ricoprirsi di danaro, il mio. Lui si sentiva sempre sicuro, non poteva sapere che stavo stringendo un poker di donne tra le mani. Lo stringevo forte e, avvampato, godevo.

Poi lui guardò la sua carta. La guardò, e poi disse: “PAROLE al servito”. E il servito ero io.

“Cinquecentomila”. Con il conto corrente in rosso da mesi, dissi cinquecentomila. In mezzo a quelle fiamme, succedeva sempre così, ed era successo ancora. Le due comparse sedute al tavolo da gioco con noi, lasciarono al centro del tavolo il mazzetto, e si misero in disparte, mentre la coltre di fumo del mio fuoco sacro avvolse il tempo, sottraendo allo spazio circostante ogni densità fisica, finché Bernavskji, non fece scivolare sulla panno verde le fiche giallo oro.

Raddoppiò la posta: un milione di euro.

UN MILIONE DI EURO.

Booom! Mi esplose il cervello e le tempie iniziarono a fare pum! pum! pum! pum!

Vivaci piccole pulci erano riuscite a infilarsi dalle orecchie, e a salire fino alle tempie, dove, nel frattempo, di lato si era formata una pustola piena di sangue e di aria, e là dentro saltellavano, saltavano imprigionate, cercando invano di ritrovare la strada per tornare libere a respirare lontano da quell’incendio.

Mi battevano così forte le tempie, che mi sentivo osservato, mi vedevo addosso gli sguardi di tutti che mi guardavano lì, dove sentivo la pelle che si alzava e si abbassava.

Con lo stesso ritmo pulsante pensai forte in silenzio: “Con il poker ti fotto – anche se fai full – con il poker ti fotto – anche se fai una scala all’asso – con il poker ti fotto”.

“Ci sto” – esplosi, e il reuccio di merda era davvero fottuto.

Senza scomporsi, il re di quadri, prese le carte e iniziò a metterle giù, una per volta, coperte, una accanto all’altra, in senso verticale. Posò l’ultima carta, quella in cima, puntandola verso di me, come fosse la canna di un fucile, e sghignazzò.

Nel frattempo, la mia testa ribolliva: “È inutile brutto bastardo che ti atteggi, adesso tocca a te scoprirti il culo, sei tu che devi abbassare le cresta e farmi vedere questo punto di merda. Scopri le carte, brutto porco”.

Il fuoco sacro iniziò a propagarsi e ad avvilupparmi completamente e, poi, lo sentii salire e uscire dagli occhi, dentro piccoli lampi intermittenti, che tenevano sotto tiro quelle cinque carte impilate.

Bernawskji cominciò a girare le sue carte, dal basso. Le scoprì una per una, lentamente, e finché non arrivò all’ultima, quella in cima, il mio cuore restò immobile. La mia cassaforte murata smise di battere, insieme alle tempie, gonfie di pulci stremate.

Una scala reale. Una scala reale di merda. E la mia anima rotolò malamente, precipitando di sotto per sempre.

Si era fatta l’alba, e, quando gli dissi che non avevo la possibilità di onorare il debito di gioco, Viktor Bernavskji non fece una piega. Mi strinse con la mano il braccio, e guardandomi fisso negli occhi, aggiunse che quella notte stessa, nel mio Hotel, un rimedio l’avremmo trovato insieme: io, lui e i suoi amici.

L’Armidarè S.p.a., che da mezzo secolo aveva garantito alla mia famiglia un’esistenza più che dignitosa, non esisteva più. Noi Armida avevamo perso la corona, il trono con la carrozza e il castello. E con quella partita, mi ero giocato l’unico bene che mi era rimasto: me stesso.

(#dopolavoroletterario è la rubrica riservata a tutti quelli che hanno seguito uno dei miei corsi. Per partecipare basta inviarmi un tuo lavoro, magari frutto di quello svolto insieme. Per conoscere le novità in arrivo, scrivimi o iscriviti alla mia newsletter.)

La cucina del racconto #5

Mercoledì 17 febbraio alle ore 20.00, torna La cucina del racconto. Il mio corso di scrittura e di cucina in collaborazione con Eataly Bari. Questa volta io e il talento culinario di Gianni Rana ci misureremo rispettivamente con i dialoghi e i contorni. Due tasselli molto simili nell’architettura di una storia e di un menù. Il perché lo racconteremo in aula.

Cose da dire sul prossimo appuntamento

  • Per raccontare come scrivere un dialogo partirò da come non si scrive, concentrandomi sulla differenza (mai abbastanza chiara) tra dialogo e monologo.
  • Proveremo a scrivere (senza scrivere, diciamo a immaginare) un dialogo tra uno chef siciliano e il suo cliente peggiore: la donna che ama
  • Ai fornelli, invece, Gianni Rana preparerà due piatti: uno vegetariano e uno vegano. Dialogando con tutti i presenti racconterà la differenza (mai abbastanza chiara) tra cibo vegetariano e vegano.

Cose da portare

  • Gli esercizi a casa per chi li ha fatti.
  • Un’idea per scrivere un dialogo.
  • Un quaderno e una penna, per scrivere le ricette di Gianni Rana.
  • La puntualità.

Per Informazioni: Tel. +39 080 6180401
Per acquistare il singolo evento è possibile farlo direttamente presso la sede di Eataly Bari oppure online.

(Vi siete iscritti alla mia newsletter?  La prossima arriva il 7 marzo )

Le notti bianche – Pensieri e appunti di non scrittura

Con infinita immodestia,  nei confronti dell’omonimo romanzo e del dio che l’ha scritto, ho chiamato la mia rubrica sulla scrittura e sui libri “Le notti bianche”. Tutto ebbe inizio così.

Sono passate parecchie notti bianche da quel momento. Ora riprendo a scriverle. Le prime due puntate del 2016 sono queste qui:

  1. Biblioteche, dieci luoghi da visitare per veri bibliofili
  2. Le librerie più belle (e quelle più strane) viste in giro per il mondo

Newsletter . n 3 – 11 gennaio 2016 – “Sembrava una felicità”

Di cosa scrivo: Jenny Offill, felicità, Giò Sada, scrittura del sé, pesce, laboratorio sentimentale, futuro

“Sembrava una felicità“. La lettura dello scorso anno è senz’altro questa. Almeno per quanto mi riguarda. Di preciso, il romanzo della Offill, l’ho letto un anno fa, proprio la seconda settimana di gennaio e l’ho portato con me per tutto l’anno. Ho portato con me quel titolo sembrava una felicità abbinandolo alle cose del passato che non avevo più. Sembravano una felicità quelle storie. Ma una volta finite, non ho avuto più la stessa impressione.

Se dovessi dare un titolo a quello che succede dopo aver seguito un corso di scrittura, lo intitolerei così. (Non a caso l’autrice del romanzo citato insegna scrittura creativa e spesso, tra le pagine, semina preziose suggestioni sul senso dello scrivere). Sembrava una felicità. Sembrava. Ma poi scrivere si è rivelata un’eccitante tragedia. Un’ecchimosi che fa comunque meno male delle cicatrici a cui non dai più importanza e che invece, scrivendo, riemergono come punture di meduse di mare. 

Una storia tutta per sé – Come raccontare se stessi ed essere felici

Può succedere di sentirsi felici dopo “Una storia tutta per sé”. Ma prima ci si sente lividi. Ci si sente che sembrava una felicità ma si teme non possa più diventarla. E allora si abbandona l’idea, si molla, si rinuncia. Invece, con il tempo e con la cura,scrivere diventa una felicità. Lo diventa anche attraverso il percorso “Una storia tutta per sé“. Alcune di queste felicità le ho raccolte qui. (A proposito se hai seguito un mio corso e ti va di lasciarmi un messaggio nel “dicono di me”, scrivimi.) Lo è diventata una felicità:

  • Per chi vola a Torino per frequentare il Master della Scuola Holden; 

  • Per chi pubblica il proprio romanzo o racconto;

  • Per chi vince un contest/concorso letterario;

  • Per chi inizia, dopo anni di tentennamenti, a scrivere una storia;

  • Per chi finisce, dopo anni di tentennamenti, di scrivere una storia.


Queste felicità faranno parte del #dopolavoroletterario. Da fine gennaio pubblicherò, una volta al mese, estratti, racconti, poesie di chi ha frequentato uno dei miei corsi. Comincerò giovedì 28 gennaio con una storia crudele perché a volte per avere un po’ di felicità, mentre si scrive, bisogna passare dal male. Se hai seguito uno dei miei corsi di scrittura, mandami il tuo #dopolavoroletterario. Porta bene.


REMINDERS

(Ovvero: le cose del mese scorso che mi sembrano interessanti)

  •  Il vincitore di “X Factor” 2015, alias il barese  Giovanni Giò Sada, è diventato il protagonista di un mio racconto, o meglio interpreta il protagonista di “Dove chi entra urla”, un mio racconto che è diventato un film. Il racconto è stato pubblicato anni fa sulla pregiata rivista letteraria “Colla”, eccolo qui.   A dicembre se ne è parlato un po’ in giro, tipo così.

Il prossimo appuntamento con la mia newsletter è lunedì 8 febbraio. Sarà soprattutto un focus su come è difficile o facile esordire, quindi pubblicare, in Italia (secondo la mia esperienza). Argomento: Cosa e come fare per esordire/non esordire in Italia; che senso ha pubblicare (anticipo qui: è insensato); e come si svolge un percorso di scrittura personalizzato (in questo video un’aspirante scrittrice alle prese con l’ultima stesura del suo romanzo).
Se amate qualcuno che ama scrivere, regalate l’iscrizione alla mia newsletter.

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