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Breve ma dettagliato galateo per inviare manoscritti

Mi piacerebbe che, quando mi si contatta, si tenga conto di questo breve e dettagliato galateo dedicato a chi desidera pubblicare il proprio lavoro e desidera farlo attraverso il mio (lavoro).

Questo galateo è rivolto a tutti, non è ristretto alla cerchia degli esordienti o aspiranti tali. Mi rivolgo a tutte le persone, senza distinzione, che mi chiedono: mi pubblichi?

  1. Non sono una casa editrice. Per cui non pubblico nessuno. Quello che faccio, scoprire talenti letterari, lo faccio attraverso canali pubblici che tutti possono leggere e controllare cercando su internet o, semplicemente, leggendo questo sito. Sarebbe dunque auspicabile che chi si rivolge a me, conoscente o meno, si renda conto della mia attività. Che, ripeto, è tutta riscontrabile in rete e, per la maggior parte, guarda caso, proprio su questo sito. Per cui, la domanda esatta da rivolgermi non posso certo preimpostarla. Ma vi consiglio di pensarci bene.
  2. Non pretendo che si legga e si studi la mia attività a memoria ma anche solo mostrare, ogni tanto, un minimo di interesse per quello che scrivo e pubblico, per i corsi che mi coinvolgono, per i libri che curo, agevolerebbe la mia disponibilità.
  3. Non serve scrivermi in continuazione per chiedermi: hai letto? Io non sono tenuta per legge a leggere quello che ricevo. Se lo faccio è perché qualcuno mi paga, dato che è il mio lavoro (cfr. Vedere Mio Sito) oppure perché ritengo di mio interesse uno scrittore o un inedito e lo leggo, attenzione #scoop, perché mi va. Quando lo Stato mi stipendierà per leggere, cose pregevoli ma numericamente eccessive per un essere umano, tutto e subito, allora io lo farò.
  4. Non sono cattiva. Mi insegnano così.  Ho poche regole. Una si chiama: “Non fare all’altro ciò che non vorresti fare a te”.  In questo caso, e ne ho le prove, io, a costo di sembrare stupida, non scrivo, telefono, chatto con affermati autori, editor ed editori che, attraverso il mio lavoro (cfr Vd Mio Sito), conosco, frequento, e sento – magari ogni giorno – ma non per propormi. Ho anche io un manoscritto. Ma lo conoscono in pochi. Si contano sulle dita di una mano. Quella che vorrei stringere quando li incontro.
  5. Quindi come si fa?  Si fa come fa la minoranza silenziosa che mi scrive, spesso, per chiedermi una valutazione, una scheda, un editing, un aiuto e precisa che si tratta di un lavoro. Il mio, il vostro.

Grazie, sempre.  Con amore, music for free.

“Cesure” di Bianca Favale #dopolavoroletterario

Da quando conosco Bianca Favale conosco una scrittrice. In questi due anni l’ho vista scrivere e riscrivere sempre la stessa storia, pur celata nei mille esercizi che abbiamo svolto insieme e che io le ho seminato lunga la strada. Per confonderla. La storia che scrive è una storia piena di male, il male che appartiene solo alla grande letteratura. Questo è l’incipit del romanzo che sta scrivendo. L’immagine è invece una foto dell’adorata Francesca Woodman, un’immagine che dialoga bene con questo pezzetto di parole.

CESURE

di Bianca Favale

Quando due corsi d’acqua si incontrano, si crea un’onda spettacolare e imprevista che promette di riverberare la sua potenza per tutto il corso di quel nuovo fiume fino al mare. Una cresta impertinente che se ne frega di tutto ciò che è stato, ma soprattutto se ne frega di promettere il falso. Perché sa che rimbalzerà verso terra, e sa che quell’acqua nuova nella sua vecchiaia dovrà attraversare secche e massi e dovrà incrociarsi con milioni di altri fiumiciattoli prima di poter sentire un po’ di sale sulla sua superficie dolciastra e sporca di terra.

Così è la storia d’amore tra due persone.

All’inizio si promettono l’impossibile nel cosciente delirio di onnipotenza che li pervade quando si scelgono. Credono di avere in mano le chiavi per decidere il loro destino e quello di chi li circonda, essendo gli unici depositari del segreto della felicità. Poi, alla minima difficoltà, si lasciano attraversare dalla sfiducia, e del fiume impetuoso che erano un tempo resta poco più di un rivolo di pipì stampata da un cane su un copertone.

Nessun amore si sottrae a questa legge, a meno che non decida di voler esistere nonostante tutto e tutti, soprattutto se stesso. In questa pervicacia si nasconde un tesoro inestimabile: saper odiare chi si ama, vivere comunque senza respirare e continuare a dire io ci credo.

Nina porta alla mano sinistra una fascia sottile. È di oro bianco smerigliato, al suo interno c’è scritto io ci credo.

Gliel’ho presa a Firenze. Avevamo diciannove anni, la testardaggine e la stupida convinzione che nulla sarebbe cambiato.

Mia nonna diceva che se una cosa nasce storta, prima o poi, finisce male. Io invece concordo con mio nonno, che diceva sempre: sorte dura, sorte sicura.

E se quella mia e di Nina non è una sorte dura…

Ventinove luglio millenovecentonovantaotto.

Una serata calda.

Ecco: se qualcuno me lo chiedesse, risponderei senza esitare che era una serata molto calda.

Io e Nina avevamo organizzato quel viaggio a botte di schede telefoniche. Sceglievo con estrema cura quelle che sarebbero state destinate alle nostre conversazioni, come se lei potesse vedere il motivo stampato su quell’ancora di plastica che teneva saldamente ormeggiata la nostra relazione.

Firenze, ad agosto, è un abominio. Si entra con gli shorts e il cappellino da turista giapponese in un’enorme sauna, dove ti senti mancare e non sai se per il caldo o per la bellezza che ti sovrasta.

Avevo diciannove anni, cinque buchi alle orecchie, l’intenzione di un tatuaggio sul polso destro e molte belle speranze legate all’iscrizione alla facoltà di psicologia che a Bari non esisteva e mi avrebbe costretta a trasferirmi a Roma dove – per una pura coincidenza – Nina viveva da un anno, interpretando con maestria il ruolo della figlia ribelle del Direttore-del-Banco-di-Roma-agenzia-di-Piazza-di-Spagna, come direbbe suo padre tutto d’un fiato.

Avevo diciannove anni, un futuro da psicologa in una mano e nell’altra, la sinistra, una fascia d’argento comprata in Grecia.

Avevo tutte queste cose, poi non le ho avute più.

La vita di tutti noi è come un magnifico telaio, gli antichi Greci non si sbagliavano.

Qualcuno, mentre noi nuotiamo nel mare infinito del liquido amniotico, sistema con cura i fili dell’ordito sui ganci, e attende senza fretta di vederci sbucare dal buco nero del nostro universo più puro. L’ordito sono le nostre radici, quelle leggi a cui non riusciamo a sottrarci nemmeno quando lo desideriamo con ogni nostra forza, perché sono scritte nel sangue e al sangue dobbiamo tutti sottostare. Attende, e nel frattempo sceglie il filo da arrotolare sulla spoletta che costituirà la trama, le scelte che ci illudiamo di fare ma sono dettate da quel pezzettino di stoffa, da un pettine e due pedali.

Alla fine della nostra vita, breve o lunga che sia, il nostro tessitore si compiace del lavoro svolto e taglia tutti i fili con una lama che non perdona, e ci fa morire in mezzo alla strada come dei cani o nel caldo di un letto, circondati da chi ci ama.

Quel ventinove luglio, il tessitore mio e di Nina ha deciso di non tagliare tutti i fili, ma di staccarne qualcuno qua e là per vedere il mondo dai buchi lasciati nella sua tela. Allora non lo sapevamo, ma dovevamo essere grate di essere ancora su quel telaio, di certo malconce ma ancora in grado di diventare qualcosa in più di uno straccio vecchio.

Avevamo passato la nostra prima giornata fiorentina ai giardini di Boboli, pregustando la prima notte della nostra vita da passare insieme e organizzando nei minimi dettagli le visite dei giorni successivi.

La sera, dopo una cena alla bene e meglio da Mc Donald’s, avevamo continuato a girare per le strade del centro in preda a una felicità inclassificabile.

Via Sant’Antonino angolo via Faenza, a due passi dalle Cappelle Medicee che smaniavo di vedere. Ore ventitré e quarantacinque circa.

Io e Nina stavamo rientrando in albergo, felici e innamorate come mai. Solo un centinaio di metri ci separava dal nostro rifugio, verso il quale ci stavamo dirigendo senza fretta, tenendoci per mano. Forse faceva troppo caldo, forse avevano bevuto troppo. O forse eravamo vestite con abiti troppo corti, o magari avevano notato che ci eravamo scambiate un bacio, castissimo, pochi secondi prima. O forse erano solo dei pezzi di merda mandati dal nostro tessitore a bucherellare le nostre tele.

Quando c’è un terremoto, la gente dice la stessa cosa: è durato solo pochi secondi, ma a me sono sembrati anni. Posso affermare senza alcuna ombra di dubbio la stessa cosa, sebbene il mio terremoto sia stato avvertito solo da me e Nina.

Potrebbero essere passate ore o solo pochi secondi, non lo so, dal passo affrettato che si avvicinava a noi alla sirena delle ambulanze che ci portavano via. Di certo il tempo è passato, scandito con regolarità maniacale dai colpi che ci venivano inflitti al cospetto l’una dell’altra.

Erano quattro, anzi no. Erano cinque, e spero con tutto il cuore che siano morti in preda a sofferenze atroci, lasciando nello sconforto i loro cari, sempre ammesso che qualcuno al mondo possa aver amato cinque animali indegni di questa stessa definizione.

Due tenevano Nina e soffocavano le sue urla, un altro la sfiniva di botte con una mazza da baseball e con degli anfibi, indossati al solo scopo di far male a qualcuno.

Un altro mi schiacciava la testa con la sua suola 44 (ho portato il numero sul viso per diversi giorni) e l’ultimo, il capo, mi violentava davanti agli occhi della mia ragazza.

Ci vuole un cazzo per le donne, lesbiche di merda. Magari ora ve lo ricorderete, continuava a ripetere ansimando, mentre bucava la mia tela e se ne fotteva del mio dissenso. Ansimava e sudava, sudava e ansimava. E se tutti gli uomini si abbrutiscono così durante il coito, sono orgogliosa di aver avuto a che fare solo con lui in tutta la vita.

Aveva i capelli rasati a zero, le guance rossissime con la couperose e gli occhi grigi da lupo e aveva l’accento romano. Eravamo sette forestieri ingoiati dalla notte fiorentina, ognuno alla ricerca di qualcosa che non avremmo mai trovato.

Perché io e Nina abbiamo perso tutto quella notte, e mi piace pensare che anche quei cinque ragazzi con i capelli rasati e gli anfibi abbiano perso l’ultima traccia di bene che albergava nelle loro vite, consegnando le loro anime in pasto al peggiore inferno, quello che ci tocca scontare vivendo.

Durante la scossa di quel maledetto terremoto non riuscivo a pensare a me. La mia mente vagava senza sosta, alla ricerca di spiegazioni che non avrei mai trovato.

Perché stava succedendo proprio a noi? Cosa aveva scatenato in quei ragazzi tutta quella rabbia? Cosa ne sarebbe stato di noi?

Oggi mi rendo conto che avrei dovuto pensare a difendermi, a fargliela pagare cara, ma all’epoca ero talmente stupida da provare compassione per i cattivi delle storie. Ora, li farei a pezzi a mani nude.

Nella testa le domande martellavano in quattro quarti degno della musica da discoteca che imperversava all’epoca. Tum, tum, tum, tum. Luci stroboscopiche che si accendevano davanti ai miei occhi, accecandomi. Tum, tum, tum, tum.

E poi venne. Si sistemò con disarmante pressappochismo il suo gioiellino nei jeans e fece cenno agli altri di scappare, salutandomi con un calcio sul fianco che mi tolse il fiato.

Non avevo tempo di pensare a me. Sentivo un liquido viscido che mi scendeva sulle cosce senza fretta, come il magma dell’Etna quando incanta i visitatori con la sua potenza e terrorizza gli abitanti del posto.

Dovevo pensare a Nina, che non rispondeva alle mie urla disperate.

Quei figli di puttana le avevano spaccato la testa con la mazza da baseball.

Un taglio netto al centro del cranio, con un rivolo di sangue che le attraversava il viso e io tentavo di arginarlo con dei fazzoletti di carta. Ancora oggi, nella scatola nera della mia vita, conservo uno di quei fazzoletti, con quel sangue raggrumito che mi ricorda da dove veniamo e dove possiamo ancora andare.

La notte fiorentina sembrava sorda, un buco nero che aveva assorbito le mie urla. Poi qualcuno, al sicuro di casa sua, ha chiamato la polizia, che mi ha trovata seduta per terra con la testa di Nina tra le braccia, sporca di sangue e di terra e di sperma e di lacrime e di vita che non avrei vissuto più.

Quando siamo state portate in ospedale ho speso il tempo strettamente indispensabile a espletare le mie formalità: non me ne fregava niente di sentire la psicologa della polizia che voleva confortarmi o il medico che mi tirava boccette su boccette di sangue per farmi un milione di analisi. Non mi importava nemmeno del poliziotto che mi disse sconsolato che non li avrebbero trovati facilmente. Tutto ciò che mi interessava era correre da lei, marchiata da un codice rosso in qualche ambulatorio più in là.

Mi dissero che aveva un trauma cranico e andava tenuta sveglia a ogni costo; ci sistemarono in una camerata da sei letti del Careggi ad aspettare l’alba che avrebbe decretato, con la sua veste immacolata, la vita o la morte della mia Anna.

Potrà sembrare assurdo, ma auguro a chiunque dal profondo del cuore di poter vivere una notte così. Una notte in cui hai perso tutto, eppure il mondo è ancora tutto al suo posto, una notte in cui tutto ciò che devi fare è vivere senza chiederti nulla, in una disperata guerra di trincea contro il destino. Le stelle passeggiavano senza fretta nel cielo, e io anelavo al primo raggio di luce. Distrutta, lacerata nel corpo e nell’anima, mi ero rimessa in piedi. Perché lei era inerme come un neonato e la mia voce era il filo di Arianna che l’avrebbe portata attraverso quella notte a vivere la vita che non avevamo mai vissuto.

Non stavo zitta un attimo, e le accarezzavo la porzione di viso libera dalle bende e dalle ecchimosi. Non mancai di farle notare l’impressionante somiglianza con Piccolo di Dragon Ball, verde e con la testa bendata. Il suo Vaffanculo, Alma suonava come una melodia alle mie orecchie, ansiose di ricevere un cenno che la mia Nina non mi stava abbandonando.

Durante quella notte interminabile le chiesi di sposarmi e accettò; progettammo il nostro matrimonio in ogni minimo dettaglio, convinte contro ogni ragionevolezza che qualcuno avrebbe riconosciuto la profonda dignità del nostro amore.

Il mattino arrivò e portò con sé due novità: Nina se la sarebbe cavata con un po’ di riposo, ma avrebbe affrontato la convalescenza lontano da me: i medici avevano avvisato i Gervasi, che erano piombati a Firenze per riprendersi la figlia.

Ero abituata alla loro freddezza, a quel latente disprezzo del cazzo. Ma mai, mai nella mia vita avrei potuto immaginare che quell’atteggiamento si sarebbe fatto strada in quella ferita e si sarebbe sistemato comodamente nella testa di Nina, che in un istante dimenticò la sua promessa e mi chiese, con un garbo raggelante, di non cercarla più.

Non una lacrima, non un lamento. Una stretta di mano e un Perdonami molto più simile a una bestemmia.

No, non l’ho mai perdonata. E ogni volta che posso, le tocco quel cordone nascosto dai capelli per ricordarle, e ricordarmi, che tutto ha un prezzo nella vita.

(#dopolavoroletterario è la rubrica riservata ai miei ex studenti. Se  hai seguito, per intero, uno dei miei corsi, inviami un tuo lavoro, magari frutto di quello svolto insieme. Se invece vorresti iniziare un corso ma non sai quale leggi le proposte attive. Per conoscere le novità in arrivo, scrivimi o iscriviti alla mia newsletter.)

Cicchetti n. 3 “Chiedi alla polvere”

By alessandra cicchetti

Cara mamma e caro Hackmuth, il grande editore. A loro era indirizzata la maggior parte delle lettere che scrivevo, praticamente tutte. Il vecchio Hackmuth con il suo cipiglio e i capelli con la riga in mezzo, il grande Hackmuth con la penna come una spada, che mi guardava dalle parete dove avevo appeso la sua fotografia, firmata a caratteri cinesi. Ehilà, Hackmuth, gli dicevo, che razza di calligrafia! Poi vennero i giorni di magra e cominciai a mandargli delle gran lettere. Dio mio, signor Hackmuth, c’è qualcosa che non funziona, lo slancio creativo se n’è andato e io non riesco più a scrivere. Signor Hackmuth, crede che dipenda dal clima? La prego, mi dia un consiglio. Crede che ce la farò a scrivere come William Faulkner? Attendo una sua opinione. Crede che il sesso c’entri in qualche modo?

Gli raccontai della ragazza bionda che avevo incontrato nel parco, di come me l’ero lavorata e di come lei era crollata. Gli raccontai l’intera storia, solo che non era vera, era una dannata bugia. Oh ragazzi, era fantastico! Mi rispondeva subito, un grand’uomo, sensibile ai problemi dei giovani di talento. Nessuno ricevette tante lettere da Hackmuth quante ne ricevetti io; e io le portavo con me; le leggevo e le rileggevo, e le baciavo. Mi piazzavo davanti alla sua fotografia, piangendo a calde lacrime, e gli dicevo che questa volta aveva fatto centro; un grande scrittore quel Bandini, Arturo Bandini, io, un tipo davvero fantastico. Giorni di magra, carichi di determinazione perchè proprio di questo si trattava: Arturo Bandini, seduto davanti alla sua macchina da scrivere per due giorni, deciso a farcela. Ma non funzionò.

Fu l’attacco di testardaggine più lungo e violento di tutta la sua vita, ma non ne uscì neanche un rigo, solo due parole ripetute per tutta la pagina, su e giù, sempre le stesse: la palma, la palma, la palma, una lotta all’ultimo sangue tra me e la palma, e la palma vinse: eccola là che ondeggia nell’aria azzurina, che scricchiola piano dell’aria azzurra. Vinse dopo due giorni di lotta e io scavalcai il davanzale e mi sedetti ai suoi piedi. Passò del tempo, un attimo o due, e mi addormentai, mentre piccole formiche brune scorazzavano tra i peli delle mie gambe.

John Fante, Chiedi alla polvere

La piccola Resistenza dell’editoria italiana

A proposito di piccola editoria, Giacomo Verri, scrittore , qualche giorno fa si è chiesto se e come questa possa essere paragonabile alla Resistenza italiana. L’articolo, commissionato dalla rivista nazionale dell’anpi,  Patria Indipendente,  ha  un complesso ma chiaro punto di vista sulla situazione attuale. Consiglio infatti di leggerlo per intero qui

 Io, invece, ho scelto questo passaggio, quello finale, dal momento che l’interesse maggiore consiste, per me, nel capire  se e come lavorare, ma anche pubblicare, oggi nella piccola editoria possa essere paragonabile o meno alle lotte dei compagni partigiani contro il fascismo.

Giacomo Verri scrive:

Resistere significherà quindi mettere un freno alla marcia a tappe forzate imposta dal mercato, vorrà dire opporre alla frenesia una tenace perseveranza. Perché? Perché comunque mancherebbe un motore sufficientemente aggressivo, perché a correre a rotta di collo tutti insieme si finisce per cadere, e perché ogni libro – ben più di un diamante – dovrebbe essere per sempre.

Sollecitata dall’autore, e da questa conclusione, con cui sono in buona parte d’accordo, ho messo in ordine il mio punto di vista che sintetizzo qui, e dico:

Lavorare nella piccola e media editoria non significa compiere una Resistenza partigiana. Per assurdo, la resistenza, la vera lotta, è fuori da questi contesti. In circuiti totalmente “handmade o selfmade”. Nelle scelte che non si fanno. Oggi il contesto della piccola e media editoria racconta una fase in cui non c’entrano più gli ideali condivisi e non c’è un solo nemico da combattere. Viviamo la fase “cane che si morde la coda”. Le cose migliori le pubblica la piccola e media editoria ma questa, guardiamo in faccia la realtà, di fatto non esiste. Pubblica cose buone, anche ottime, anche meravigliose, però non esiste. Non è sul mercato a sufficienza, non ha nessuna forza nelle recensioni, ha una vita brevissima. Per cui se di Resistenza si tratta allora è soprattutto una resistenza elettrica: capace o incapace di far passare “elettricità” (idee, risorse, progetti) per ottenere energia. Pubblicare un libro che arrivi a più lettori possibili; mantenere in piedi piccole aziende in grandi difficoltà; preservare il proprio ruolo all’interno di una redazione; valorizzare a livello nazionale il lavoro di una squadra di provincia è oggi una lotta, una resistenza, ma individuale.

Mi piacerebbe sapere se regge questo discorso Resistenza/piccola editoria e intanto ringrazio Giacomo per la vitalità delle parole e delle idee.

Non si finisce mai di finire. Come si fa a terminare una storia.

In parte il motivo per cui sono dipendente dalla lettura è l’illusione di vivere in una storia che non finisce mai. In parte la mia dipendenza dai libri nasce dalla necessità di non arrivare mai alla fine di una storia, di non essere abbandonata dai personaggi che amo. In parte questo potrebbe sembrare un malessere. Lo è. Ma in parte.

Quello che trovo interessante per una persona, dipendente dalle parole come me, è la capacità che ha di portare avanti delle storie per sempre. Questo è ciò che chiedo a un romanzo. L’eternità. La postulo prima di tutto come lettrice. Quando comincio un libro, quando sfoglio per la prima volta le sue pagine accomodandomi nella lettura, quello che chiedo è:  non lasciarmi. Non farmi arrivare a un finale definitivo;  come avviene con la Natura fa lo stesso anche con l’arte. Fa che io possa sentirmi completa in un’esperienza che fa della sua incompiutezza la perfezione.

Il destino vuole che oggi, in Italia, il canone della compiutezza, io lo chiamo il paradigma orrorifero dell’excel, cerchi e obblighi non più solo alla chiarezza ma alla compilazione di un significato certo. Un tempo era la creazione di incertezze che si richiedeva a chi scrive. Oggi bisogna essere quasi compilativi per scrivere una storia se si  vuole che poi questa venga letta.

Ebbene questo mi fa parecchio pensare che forse, se si prosegue con il canone dell’excel, non avremo più, o almeno non spesso, in Italia, perché altrove non è così, leggete americani, lo dico da sempre e non mi sento affatto antipatriottica nel sostenerlo ma mi sento nel mondo, non avremo più, dicevo, opere d’arte. Capolavori mozzati, storie assurdamente realistiche, parole incompiute e per questo preziose. Come avveniva in passato. Penso a Buzzati dove non tutto torna, eppure. Penso a Tondelli, penso a Pavese. Penso alle loro incompiutezze senza le quali non avrebbero  senso.

La Natura è incompleta. L’Arte è molto simile alla Natura.

Dovremmo tutti scrivere come canta lei, come canta Etta James “At last”.

La sentite la fine? Io no. Non la sento. Sento un inizio. Definitivo.

“Il Colbacco”: #Guestbook n. 1 di Gessica Franco Carlevero

By alessandra guestbook

Il colbacco, Vladimir Vojnovič, Einaudi

Dalla copertina: “La strampalata ribellione di un conformista a tempo pieno”.

Motivo per leggerlo: Perché fa sorridere. Perché è il ritratto di un periodo, gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, e di un ambiente, quello degli scrittori integrati al regime. E soprattutto perché mostra le ridicolaggini, le paure, l’altalenante senso di inferiorità e superiorità tipico di chi scrive.

Momento della vita in cui l’ho letto: Dopo un lungo periodo in cui non leggevo letteratura dell’est. Con il Colbacco ho ritrovato lo sguardo, l’umorismo, la precisione e l’intelligenza tipica della tradizione letteraria russa, la maniera di parlare dei disgraziati, la filosofia dietro un colbacco di pelo di gatto. Ma questo è valso per me.  In generale, forse, un buon momento per leggere Il colbacco è quanto ci si prende troppo sul serio, quando si è davvero soddisfatti di quel che si fa. O al contrario, quando si è sfiduciati, quando ci si sente vittime di un complotto mondiale. Questo libriccino aiuta ad alleggerire le paturnie di chi scrive o comunque di chi ha a che fare con i libri.

Citazione preferita: Una volta battuto a macchina il titolo del romanzo, Efim cercò di immaginare che effetto avrebbe avuto la parola “Operazione” scritta in verticale. Il fatto è che tutti i suoi più recenti romanzi avevano titoli composti da un’unica parola. E non era un caso. Efim aveva da tempo notato che la divulgazione delle opere letterarie era decisamente facilitata quando i titoli venivano utilizzati per i cruciverba. Le parole crociate sono ottimi veicoli pubblicitari, sottovalutati da quegli autori che davano alle loro opere titoli come Guerra e paceChe disgrazia l’ingegnoDelitto e castigo. Alcuni tuttavia si erano dimostrati più lungimiranti e avevano scelto titoli come Poltava oppure Oblomov. Efim era molto fiero di aver saputo scoprire, da solo e senza l’imbeccata di nessuno, questo semplice escamotage propagandistico delle proprie opere. E non di rado ne vedeva il risultato, allorché, nei cruciverba pubblicati su “Vecerca”, sulla “Moskovskaia Pravda” e addirittura “Ogonek”, egli leggeva la tanto agognata definizione: “Romanzo di E. Rachlin”.

Ringrazio Gessica Franco Carlevero, lettrice illuminata, che vi invito a seguire nel suo Cantiere di Scrittura.

Questo è il primo #guestbook di una lunga serie. Se vuoi partecipare, leggi qui.

“Consigli, metodi, modelli ed esorcismi per pubblicare il proprio inedito”

A partire dal 5 marzo a Bari succede una cosa parecchio bella per chi scrive ma non ha la più pallida idea di come pubblicare la propria storia. Questa cosa molto bella si chiama “Scrivere un romanzo (per pubblicarlo)” ed è un corso di scrittura che, per la prima volta a Bari, si occupa in particolar modo, di una questione fondamentale per chi scrive: come faccio a pubblicare? Il corso si articola in tre weekend con due scrittori che vi consiglio di seguire e di leggere: Carola Susani e Giordano Meacci. Potete leggere qui il calendario dei corsi  e le modalità di iscrizione.

 All’interno di questo corso ho un modulo anche io, ESORDI LETTERARI, che condivido con Giorgia Antonelli . Quello che succederà nella giornata che mi vede ospite è più o meno quello che ho scritto qui. Lo riporto per tutte le persone che mi hanno scritto: cosa significa “esordi letterari”?

ESORDI LETTERARI

Consigli, metodi, modelli ed esorcismi per pubblicare il proprio inedito”

a cura di

Alessandra Minervini

(sabato 19 marzo ore 10.00-13.00/14.00.17.00)

Ho terminato il mio romanzo e adesso? Nella prima parte della giornata la lezione sarà molto interattiva. I partecipanti potranno inviare alla docente un estratto del loro inedito, meglio se l’incipit o, per chi non avesse iniziato a scrivere ma avesse una buona idea da sviluppare, va bene anche la sinossi e/o il concept della storia. Questi estratti non devono superare le 10 cartelle (30×60) ciascuno.

Durante la lezione analizzeremo alcuni dei lavori inviati confrontandoli con la storia, passata e presente, di alcuni tra i migliori esordi letterari italiani. Perché hanno funzionato? Perché li abbiamo amati? E soprattutto come mai sono stati accolti così bene dagli editori e dai lettori? Alcuni di questi libri saranno analizzati creando un confronto con la prima versione (inedita, a cui ho lavorato) e quella che poi è stata pubblicato in seguito al mio editing.

L’obiettivo di questa prima parte è fornire un quadro esaustivo del panorama degli esordi in Italia per consentire a chi vuole pubblicare di orientarsi meno con le stelle e più con i piedi per terra.

Come avviene la selezione degli inediti in Italia. Nella seconda parte della lezione, invece, l’argomento principe sarà questo: un accurato viaggio nel mercato dello scouting letterario italiano. Un percorso ragionato su come sia realmente possibile esordire in Italia. Le questioni a cui daremo una risposta sono le seguenti:

  • Case editrici che cercano esordienti

  • Concorsi letterari validi e non fake

  • Agenzie letterarie utili da consultare,

  • Riviste letterarie che danno spazio agli inediti

  • Scuole e corsi di scrittura utili o meno utili

L’obiettivo di questa seconda parte è quello di fornire ai partecipanti gli strumenti per proporre, senza perdere tempo e alimentare vane speranze, i propri inediti letterari ai canali giusti.

LAB SENTIMENTALE – Laboratorio di scrittura e psicologia espressiva

A fine gennaio comincia la seconda edizione del Laboratorio di Ri-educazione Sentimentale. Allego il comunicato, e vi aspetto!

Lab Sentimentale

Il laboratorio avvicina i partecipanti alla lettura e alla scrittura con maggiore senso critico, per confrontarsi, conoscersi, imparare a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni. Il percorso unisce la scrittura e le tecniche della psicologia espressiva al fine di risvegliare la consapevolezza del proprio sé nelle relazioni quotidiane: amore, famiglia, lavoro, amicizia. La scrittura creativa, abbinata a percorsi di psico-lettura e di coaching di gruppo, è il mezzo attraverso il quale, in ogni incontro, i corsisti imparano a (ri)conoscere le proprie emozioni attraverso esercizi ad hoc e la lettura dei grandi classici contemporanei della letteratura (romanzi, poesie, racconti).

DOCENTI

  • Dott.ssa Alessia Marconcini, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in psicoterapia individuale e di coppia
  • Dott.ssa Alessandra Minervini, editor, storyteller e consulente della Scuola Holden, fondata dallo scrittore Alessandro Baricco, il suo sito è www.alessandraminervini.info

BREVE SCALETT
Il coaching, attraverso le tecniche dei laboratori esperienziali di gruppo, affronta queste tematiche:
1. l’ascolto delle emozioni e la percezione sensoriale ed emotiva della realtà esterna;
2. la memoria e la consapevolezza dell’esserci;
3. la ricostruzione emozionale e mentale dei vissuti.

Alla fine del laboratorio il corsista avrà imparato a raccontare la propria storia, rileggere l’essere in relazione con gli altri, rinegoziare le proprie scelte, immaginare finali diversi.

Nel laboratorio di scrittura e lettura saranno affrontati i seguenti macro argomenti:
1. il senso del narrare (motivazioni e suggestioni con cui nasce una storia);
2. il personaggio principale (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);
3. i dialoghi;
4. la riscrittura (editing).

Durante il laboratorio è prevista la stesura di un racconto individuale, le cui fasi di scrittura, dall’invenzione all’editing, sono seguite direttamente dalla docente.

A CHI SI RIVOLGE
Il laboratorio si rivolge sia a chi non ha mai scritto nulla e sia a chi, invece, sta sviluppando una idea di scrittura non necessariamente finalizzata alla pubblicazione ma piuttosto alla conoscenza di se stessi: lo sviluppo della capacità creativa, attraverso le tecniche di scrittura e del laboratorio espressivo di gruppo, consente di trasformare in parole il proprio sentire, dare significato alle emozioni o descriverle per il solo piacere di scrivere.

COSTI E GIORNI
Il laboratorio ha un costo complessivo di per ciclo( 280,00 Euro (IVA Inclusa) per 7 incontri, un venerdì pomeriggio a settimana(18.00 – 20.30) . Ogni incontro ha una durata di 2 ore e mezza) per un totale di 16 ore. L’inizio del laboratorio è previsto per il 22 gennaio alle ore 18 fino alle 20.30.

Pre-Iscrizione obbligatoria, i posti sono limitati (min. 6 – max. 15).

Per info e contatti:  Biblioteca Comunale “Eustachio Rogadeo”

EVERYTHING STARTS NOW. (Newsletter #2)

By alessandra NEWSLETTER

Questa è la mia seconda newsletter, quella che ho inviato a dicembre. La pubblico in attesa della prossima che arriva l’11 gennaio ovvero lunedì prossimo. Vi iscrivete?

Di cosa ho scritto: Miranda July, Goliarda Sapienza, personaggi secondari, zucchine bianche, scrittura autobiografica, corso di cucina, consigli di lettura, percorsi di scrittura, libri e letture natalizie

Questa donna è Miranda July. Miranda July è un’artista, musicista, perfomer, scrittrice, regista, storyteller. Tutto quello che crea ha a che fare con le parole. Una paroliera. Un meraviglioso pallottoliere vivente. A lei mi sento legata. Anche se non ci conosciamo, e non credo succederà mai. Ma a volte, per me, è come se. Come se raccontassimo la stessa storia. Ognuna di noi a modo suo, nella propria vita. Combinando le lettere esatte del proprio pallottoliere.

Miranda July, ci tenevo a presentarvela. La considero una delle mie amiche immaginarie che mi tiene compagnia mentre lavoro (e scrivo). Tutti abbiamo amici immaginari. È fondamentale averne un paio, soprattutto se lavori per ore in una stanza davanti a un pc senza parlare o vedere nessuno. (A proposito, quali sono i vostri amici immaginari?) I miei sono proprio come quelli dei bimbi. Solo che questi esistono. A volte sono morti. A volte no. Miranda July per fortuna vive, e scrive insieme a noi. E ogni cosa che crea è imperfetta. E per questo non sbaglia mai. E per questo la trovo attraente. La mia amica immaginaria Miranda July non ha manie di perfezionismo. Non fa della sua arte un paradigma. Non vuole fare scuola e nemmeno facili proseliti. Crede, come me, nella narrazione solo quando essa si traduce in comunicazione. Fa quello che sa fare e quello che sa fare le piace. In questo articolo, Miranda July racconta la sua storia (che sintetizzo e consiglio di leggere per intero).

“EVERYTHING STARTS NOW.”

  1. Per prima cosa la disciplina. La narrazione è disciplina. Quando si inventa, crea, un progetto si inizia una vera e propria relazione con questo. Per cui ci vogliono: pazienza, amore, consapevolezza, cura quotidiana, zero ansia e la giusta leggerezza che consente ai legami di crescere con libertà.

  2. Ogni cosa comincia adesso. Ha ragione Miranda July. Bisogna sentirsi letteralmente la prima persona che sta scrivendo un libro, un film, un racconto, un testo, un post nel proprio blog. Che sta inventando una collezione di moda. Una sedia. La prima persona al mondo che lo fa. Chi si confronta troppo con altri esempi smette di vedersi come esempio. Smette di percepirsi come outsider e come principiante. Smette di creare. Inizia a vedersi come un numero dentro un elenco.

  3. Confrontarsi con il mondo esterno e interiore. In apparenza contraddice il punto due. Non è apparenza. La contraddizione consapevole è un motore intelligente per chi crea. Alimentare esperienze per alimentare l’osservazione per alimentare l’immaginazione. Non fermarsi al proprio sguardo, cercare quello di altre persone, simili e non, sconosciute soprattutto. Sentirsi liberi e libere, donare.

REMINDERS

(Ovvero: le cose del mese di novembre che mi sembrano interessanti)

  • Sono stata ospite del “Cantiere di scrittura” di Gessica Franco Carlevero. Ho raccontato come scrivere di se stessi in cinque punti. Gli stessi punti con cui ho cucito su misura un percorso, adatto a chi ama leggere e scrivere, che si chiama “Una storia tutta per sé”. Ci tengo molto e presto lo replicherò a Bari. Per prenotare il vostro posto o farmi qualsiasi domanda in merito, non esitate a contattarmi: info@alessandraminervini.info
  • Ho scritto il mio primo e ultimo #Guestbook. La stanza degli ospiti del mio blog. Un luogo dove tutti possono consigliare un libro. Io ho consigliato “L’arte della gioia” perché Goliarda Sapienza è un’altra mia amica immaginaria, e i suoi libri sono amuleti. Qual è il vostro consiglio di lettura? Me lo mandate?

La prossima newsletter arriva l’11 gennaio. Temi caldi, nonostante il periodo, tra cui: a cosa serve seguire un percorso di scrittura (con me) e cosa avviene dopo averlo seguito.
Vi aspetto.
Intanto, grazie (a chi si è iscritto e non si è cancellato) e a presto ( a tutti gli iscritti e a quelli che vorrete far iscrivere).

La cucina del racconto #4

Mercoledì 13 gennaio alle ore 20.00 riprende #lacucinadelracconto, l’unico laboratorio di scrittura e di cucina a Bari. L’incontro si terrà sempre da Eataly, questa volta protagonisti saranno: i secondi di pesce e l’ambientazione narrativa. Quest’ultima, l’ambientazione narrativa, è la parte del laboratorio che mi vede coinvolta.

L’ambientazione è il modo in cui chi scrive mostra a chi legge dove si troverà e quanto più si restringe il campo tanto più allarga l’orizzonte.

Cose da dire sul prossimo appuntamento

  • Racconteremo come si fonda un mondo narrativo
  • Partiremo da quelli già esistenti, romanzi e non solo
  • Ci eserciteremo per crearne uno per il nostro Ettore
  • Leggeremo meraviglie come questa.

Il cardillo addolorato”, 1983 Anna Maria Ortese: “Il padrone di casa, senza compagnia di domestici (a quell’ora certamente ancora svegli, ma il Guantaio era un uomo semplice), li attendeva, solo, in cima a una bella scala di marmo, da cui s accedeva a un atrio vasto e deserto. Tutto intorno, specchi in cornici dorate, orologi francesi, lampadari, porcellane di Sevres e cristalli di Boemia; e ancora specchi, tendaggi con nappine di seta, e alti candelieri in fiamma. Non un quadro, tuttavia, né un tappeto né un libro; e ciò procurava una sensazione di freddo”.

Cose da portare

  • Gli esercizi a casa per chi li ha fatti.
  • Una storia che abbia un mondo narrativo molto riconoscibile.
  • Un quaderno e una penna, per scrivere le ricette di pesce del nostro Giovanni Rana (non quello dei tortelli, molto di più).
  • La puntualità.

Per Informazioni: Tel. +39 080 6180401
Per acquistare il singolo evento è possibile farlo direttamente presso la sede di Eataly Bari oppure online.

(Vi siete iscritti alla mia newsletter?  La prossima arriva l’11 gennaio )

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